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Riflessioni dopo la lettura di "mani sul corpo", di Luciana Coèn
Leggere le biografie ed i diari di malattia è
sempre una profonda esperienza umana e un ottimo spunto di riflessione.
di
Patrizia Brugnoli
Lo
specchio dal quale l’Altro come noi ci restituisce una immagine preoccupante
della nostra presenza nel contesto di cura, ci pone l’obbligo di ripensare
al nostro modo di comunicare, al nostro operato, ai nostri gesti quotidiani.
In questo senso, Luciana Coèn ha generosamente messo a disposizione di
chiunque voglia leggere il suo libro una vasta gamma di rilievi, che a loro
volta conducono alla rivisitazione di ciò che è scontato, di ciò che ci
viene ormai automatico e che non mettiamo più in discussione.
Personalmente, sono stata condotta molto lontano, alle radici della
motivazione che mi ha spinto ad essere un operatore della salute. Qui mi
sono dovuta confrontare con l’evidenza che ancora molti pregiudizi
ostacolano il flusso della mia genuina partecipazione alle vicende delle
persone di cui mi prendo cura. Ho dovuto ammettere con me stessa che sono
ancora prigioniera di vecchie concezioni che pensavo abbandonate.
Imprinting cartesiano
Nascere,
crescere in un certo ambiente culturale plasma, o contribuisce a plasmare,
il nostro pensiero. Ciò è evidente per quei concetti che ci vengono
insegnati da ragazzi e che crescendo scegliamo di accettare o di ricusare.
E’ molto meno evidente quando i concetti non vengono enunciati come tali, ma
si trasformano in una forma mentale, in un modo di funzionare della nostra
psiche, molto spesso in modo inconscio. In questo modo, un concetto etico
rifiutato razionalmente può trasformarsi in un comportamento inconscio e
farci prendere posizioni diverse da quelle che avremmo mai pensato, se solo
ci fosse stato concesso di avere il tempo per rifletterci su.
Come
operatore della salute mi accorgo di cadere spesso in trappole che antichi e
apparentemente superati presupposti hanno sistemato sul mio percorso
personale e professionale. La più resistente, infida e pericolosa è quella
del dualismo cartesiano, della separazione tra fisicità e spiritualità, tra
corpo e mente.
Ci cado
tutte le volte quando credo che oggettivare l’esperienza corporea serva a
spiegarla. Ci cado ad esempio quando penso che enucleare il dolore dalla
persona che lo accusa serva a comprenderlo. Ne sono di nuovo vittima tutte
le volte che identifico l’utilizzo del corpo umano da parte della società
del media, con il vissuto dell’uomo contemporaneo, con i suoi bisogni, con
la sua espressione. E’ cosi facile lasciarsi trasportare da invettive contro
il presunto decadentismo attuale prendendo come esempio l’esposizione dei
corpi, la ricerca di una forma fisica perfetta, come colpevole
dell’abbandono sociale in cui versano i corpi sofferenti delle persone
malate. Tuttavia, proprio mentre pensiamo di aver sferzato i costumi della
società consumistica, non facciamo altro che oggettivare l’esperienza
corporea. Pensando di contrapporre un connotato etico negativo attribuito al
corpo esibito di un uomo griffato, ed uno positivo attribuito al corpo di
una persona disabile o a fine vita, prima di ogni altra cosa abbiamo
pericolosamente separato l’esperienza della persona, il suo sentire, ma
ancora di più il suo Essere dal suo corpo, rendendolo così contrapposto ad
un qualcos’altro. Siamo caduti nella trappola.
Penso
davvero di toccare un corpo quando pratico un massaggio? O, piuttosto, sto
toccando una persona? Sono davvero sicura che l’esibizione di corpi
abbronzati o vestiti alla moda corrisponda ad una mancanza di partecipazione
alle sofferenze altrui di quelle persone? Preferisco quindi parlare di
esperienze e di persone piuttosto che di malattie e corpi. Fino alla
prossima trappola…
Insidie del corpo oggetto
L’oggettivazione del corpo, vale a dire la scissione del corpo
dall’unità/identità personale, può essere una operazione filosofica, può
rappresentare il grimaldello per controllare dei comportamenti umani, ma
soprattutto è una caratteristica della malattia psichica. Senza arrivare a
tanto, vorrei fermarmi a considerare le possibili evenienze collaterali
dell’operazione di scissione nel contesto di cura .
Quando
effettuo una scissione, affermando ad esempio che quotidianamente “io
incontro corpi sofferenti” sostengo che il corpo non è il soggetto della
sofferenza, sostengo indirettamente che il soggetto ha corpo che soffre. A
ragion di logica, ciò implica che, come ogni altro avere, possa essergli
espropriato. Parlare di corpo o dei corpi in un discorso sull’assistenza e
sui gesti di cura, come se quei corpi fossero una proprietà materiale di
quelle persone, significa abbracciare una particolare etica, significa
considerare il corpo un qualcosa di separato dal soggetto mentale. Significa
cadere di nuovo nella trappola.
La stessa cosa accade quando
oggettiviamo la malattia. Possiamo asserire di conoscere malattie che vivano
senza la persona malata? Esisterebbe un cancro senza la persona che lo
manifesta? Certo, staccare questa Entità dal sé può essere funzionale:
significa scindere la parte malata e considerarla altro da sé, significa
cercare di controllarne l’evoluzione, il comportamento. Ed ecco la ragione
delle metafore belliche tanto odiate da Luciana Coèn: se separo quella
parte, la rendo non mia. Ha quindi ragione di esistere una lotta al tumore,
una vittoria sul tumore e così via. Ma quando non è funzionale, la scissione
ci rende solamente ciechi, ci fa dire che nella lista operatoria ci
sono.”due pancreas, uno stomaco e un tenue”…, ci rende incapaci di vedere la
persona, di ascoltarla.
Prendiamo un altro esempio: il “dolore negli anziani”. Suona diverso da “il
dolore del malato anziano”. Nel primo enunciato il dolore sembra un soggetto
asettico al di sopra delle persone anziane che lo subiscono. Nel secondo c’è
una maggiore partecipazione emotiva, la stessa partecipazione che ci ha
spinto a verificare che rispetto a ciò che accade nell’anziano senziente, al
malato anziano demente, a parità di frattura ossea, viene somministrata una
dose minore di analgesici (Rs. Morrison(2000) Survival in end-stage demetia
following acute illness. JAMA: http://jama.ama-assn.org/cgi/content/full/284/1/47,).
In
particolar modo, parlando di gesto,
non posso effettuare alcuna scissione. Il gesto non è solo movimento, né
solo azione prassica, ma ha un connotato squisitamente relazionale. Nel
gesto è insito chi lo esprime, ma anche chi lo riceve. O no? Dipende
dall’etica dell’operatore. Se la mia intenzione è di comunicare qualcosa
all’interno di un dialogo, dovrò cercare un canale e un codice adeguati,
dovrò curarmi del contesto e delle implicazioni che il mio gesto comporta.
Ma se intendo comunicare solo un ordine, una sentenza inappellabile, allora
lo potrò compiere senza curarmi di essere compreso, di avere l’assenso
dell’altro. Sarà comunque sempre un gesto, ma cambierà la posizione dalla
quale io mi esprimo, sarà diversa l’etica che sostiene il mio agire (G.Palo
(1999), La comunicazione.
www.palogianangelo.it).
Una
riflessione etica è quindi quello che sostiene il nostro gesto, il movimento
della nostra mano in quella che viene definita la nostra “intenzione”. Ecco
quindi che l’atto dell’assistere nel contesto di cura viene rivestito dal
pensiero, diviene pensiero, nell’unità bio-psico-sociale dell’operare e
anche della persona malata a cui è diretto e dal quale viene ispirato.
Il gesto
di cura è al centro di un approfondimento teoretico da molti anni da parte
degli infermieri. Angela Avis (Avis A. Touch, Massage
& Nursing.
http://www.positivehealth.com/article-view.php?articleid=2325)
ne fornisce una attenta ed utile disamina. Ma sempre nuove argomentazioni e
riflessioni vengono portate a questo interessante argomento del pensiero.
Ritengo fondamentale che gli operatori possano condividerle. Specialmente là
dove il pensiero si concretizza in una evoluzione della nostra maturazione
professionale, là dove incontriamo le persone di cui ci prendiamo cura.
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