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Addio,
Petra Kelly
Petra Kelly, il volto più
conosciuto dei "Grünen" sin dalla loro prima apparizione politica,
e morta con Gert Bastian, con cui ormai da quasi dieci anni aveva diviso la
sua vita.
Da "il manifesto" 21.10.1992, - Il viaggiatore
leggero
La pacifista visionaria ed il generale diventato
disarmista e verde hanno perso la vita in circostanze drammatiche e tragiche
probabilmente in un doppio suicidio, se non peggio.
La loro fine segna una grave sconfitta e disperazione, nelle loro vite
senz'altro, e per molti di coloro che si sentono vicini agli ideali verdi ed
alla storia impersonata soprattutto da Petra.
A Petra Kelly più che a chiunque altro spettava anche individualmente
l'appellativo col quale i "Grünen" nel loro insieme spesso erano stati
caratterizzati: "Hoffnungsträger", portatori di speranze collettive.
La giovane e minuta ex-funzionaria socialdemocratica della Comunità europea
e di altri organismi internazionali di fronte alla malattia di sua sorella
aveva scavato più a fondo nella politica e nella società: aveva cercato una
politica per la salute, per la vita, per la convivialità interpersonale e
comunitaria, senza violenza e sopraffazione, senza la routine delle
burocrazie, senza l'alienazione dei consumi, dei partiti e dei poteri
costituiti.
La sua biografia intrecciata fortemente con la cultura anglosassone ed
irlandese, e quindi anche molto pragmatica, dalla fine degli anni '70 e per
quasi un decennio si e identificata con la storia dei Verdi in Germania ed
in Europa. Ed era stata, anche recentemente, l'esponente verde più
conosciuta negli Usa, in Giappone, in tutto il mondo industrializzato
extra-europeo. Con foga quasi religiosa e con enfasi profetica aveva
proclamato alcune verità semplici, ma difficili da tradursi in politica: che
la pace si fa togliendo di mezzo le armi e gli apparati militari, che i
diritti umani e di tutti gli esseri viventi non possono sottostare ad alcuna
ragione di stato ed hanno carattere assoluto, che l'umanita deve optare se
accelerare la corsa al suicidio (ed ecocidio) o se preferisce un profondo
cambiamento di rotta, magari doloroso per qualche rinuncia nel breve
periodo, ma anticipatore di una nuova e più ricca qualità della vita.
Sceglieva i suoi terreni d'impegno con grande attenzione alla valenza anche
simbolica: le vittime delle radiazioni atomiche di guerra e di "pace" erano
i suoi testimoni anti-nucleari, la vicenda del popolo tibetano per i cui
diritti si batteva negli ultimi anni con particolare impegno era il suo
avamposto di lotta contro ogni genere di statalismo e totalitarismo
omologatore, l'entusiasmo per i diritti delle donne, dei bambini, dei malati
e degli animali erano la sua trincea a fianco dei più deboli. Per i "Grünen"
era stata porta-bandiera nella loro prima grande prova elettorale (elezioni
europee del 1979: senza il quorum, ma con una visibilità sorprendente e
preziosa per tutta l'Europa) ed al Bundestag, nei primi tempi dopo il loro
ingresso nel 1983. Poi si era via via scoraggiata per un certo abbandono
dello spirito pionieristico degli albori, per la difficoltà di organizzare
in corpo politico strutturato le originali intuizioni verdi, per i troppi
conflitti interni al partito verde.
Il partito, d'altronde, ricorreva a lei quando bisognava far sentire una
voce candida ed unitaria, sopra le parti, ma ripeteva spesso che non amava
il suo stile individualista, il suo protagonismo, le sue iniziative poco
ortodosse. Cosi i "Grünen" non l'hanno più ricandidata al Parlamento europeo
(dove nel 1984 e nel 1989 sarebbe stata senz'altro eletta) e le hanno varie
volte ricordato il suo "dovere di rotazione", considerandola una specie di
libera battitrice, buona per messaggi ispirati e conferenze internazionali
(possibilmente d'oltremare), ma poco spendibile nella politica del giorno
per giorno. Dopo due legislature al Bundestag si e tirata da parte ed e
rimasta largamente silenziosa di fronte alle ultime vicende tedesche,
dall'unificazione in poi, pur continuando a girare (un po' nervosamente) il
mondo col suo messaggio di vita e di politica ecologista e pacifista.
Nel partito si erano quasi dimenticati di lei, la stampa tedesca ormai la
notava solo se e quando parlava male dei "Grünen" o si poteva scivolare nel
pettegolezzo. La fine tragica di Petra, in una Germania che cominciava a
farle venir voglia di riscoprire la sua meta anglosassone, è un brutto
segnale e ricorda un'altra donna che nel recente passato aveva tentato con
una analoga porzione di "idealismo tedesco" di invertire la ruota della
storia del suo paese: Ulrike Meinhof, che partita da ideali non dissimili
aveva invece finito per dare vita alla "Rote Armee Fraktion".
Forse è troppo arduo essere individualmente degli "Hoff- nungsträger", dei
portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le
inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le
invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di
amore per l'umanita e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono,
troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere.
Addio, Petra Kelly.
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