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Da Alma Ata al Global Fund
Un itinerario storico nelle politiche di cooperazione sanitaria
A cura dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale
www.saluteglobale.it
Il
Global Fund (GF) non è un’iniziativa casuale, non è il frutto improvvisato
scaturito da un evento politico
(il G8
di Genova, Luglio 2001).
E’ la
naturale conseguenza di una catena di circostanze, di scelte politiche che
si sono riflesse nella storia delle istituzioni e delle organizzazioni
sanitarie internazionali.
1.
La nascita dell’OMS.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
nasce formalmente nel giugno del 1948 come agenzia specialistica delle
Nazioni Unite. Nasce dalla fusione di tre diverse agenzie internazionali che
a diverso titolo si occupavano di igiene, sanità pubblica ed emergenze
sanitarie: l’ Office Internationale d’Hygiène Publique (con sede a
Parigi), la League of Nations Health Organization (con sede a
Ginevra) e la United Nations Relief and Rehabilitation Administration
– UNRRA (con sede a New York).
Durante gli anni 60 e 70 gli indirizzi
dell’OMS sono influenzati dal contesto politico caratterizzato dall’emergere
delle nazioni africane decolonizzate, dalla diffusione dei movimenti
nazionalisti e socialisti (raccolti in gran parte nel movimento dei paesi
non-allineati) e dalle nuove teorie dello sviluppo che privilegiano la
crescita socio-economica a lungo termine piuttosto che gli interventi
tecnologici a breve termine. Anche negli Stati Uniti sta cambiando il vento
politico con le vittorie elettorali di esponenti liberal e con
l’affermazione dei movimenti per i diritti civili.
E’ in questo contesto che si sviluppa la
strategia della Primary Health Care, l’idea cioè che per far fronte a
problemi sanitari insoluti, come quello della malaria, è necessario
rafforzare le infrastrutture sanitarie – soprattutto delle aree rurali – ed
insieme percorrere la strada dello sviluppo economico e sociale. A favore
di questa strategia si batte il nuovo Direttore Generale dell’OMS Halfdan
T. Mahler (1973-1988) che convoca su questo tema una Conferenza
internazionale[1].
2. La Conferenza di Alma
Ata.
La Conferenza Internazionale sulla
Primary Health Care (PHC) si tiene si tiene ad Alma Ata, capitale della
repubblica sovietica del Kazakhstan, nel settembre 1978.
Si tratta di un evento storico per diversi
motivi: a) è la prima volta che i rappresentanti di tutti i paesi del mondo
si ritrovano per definire una cornice di riferimento per la promozione e lo
sviluppo di un’assistenza sanitaria onnicomprensiva e per tutti; b) è la
prima volta che vengono affrontati in un consesso così ampio e qualificato i
problemi sanitari dei paesi più poveri, molti dei quali recentemente usciti
da un lungo periodo di oppressione coloniale; c) è quindi l’occasione per
collegare fortemente i temi della salute con quelli dello sviluppo; d) è,
infine, un momento particolarmente opportuno per riaffermare con forza che “la
salute, come stato di benessere fisico, mentale e sociale e non solo come
assenza di malattia o infermità, è un diritto fondamentale dell'uomo e
l'accesso ad un livello più alto di salute è un obiettivo sociale
estremamente importante, d'interesse mondiale e presuppone la partecipazione
di numerosi settori socio-economici oltre che di quelli sanitari”.
La Conferenza produce un documento finale,
ricco di raccomandazioni, e una Dichiarazione che, nella sua solennità,
riassume le principali indicazioni scaturite dall’Assemblea[2].
Il messaggio politico più forte e significativo è contenuto nella
definizione stessa di PHC:
“L'assistenza
sanitaria di base è quella assistenza sanitaria essenziale fondata su metodi
e tecnologie pratiche, scientificamente valide e socialmente accettabili,
resa universalmente accessibile agli individui e alle famiglie di una
comunità attraverso la loro piena partecipazione a un costo che la comunità
e i Paesi possono permettersi ad ogni stadio del loro sviluppo in uno
spirito di fiducia in sé stessi e di autodeterminazione. Essa è parte
integrante sia del Sistema sanitario nazionale, di cui è il perno e il punto
focale, che dello sviluppo economico e sociale globale della comunità.(…)
Essa include almeno: l’educazione riguardo i più importanti problemi
sanitari e i metodi per prevenirli e controllarli; la promozione di
un’adeguata alimentazione; un’adeguata disponibilità di acqua potabile e
condizioni salubri di vita; l’assistenza materno-infantile, inclusa la
pianificazione familiare; le vaccinazioni contro le maggiori malattie
infettive; la prevenzione e il controllo delle malattie endemiche;
l’appropriato trattamento delle comuni malattie e l’approvvigionamento dei
farmaci essenziali. (…) Coinvolge oltre al settore sanitario, tutti i
settori e gli aspetti correlati allo sviluppo nazionale e della comunità, in
particolare l’agricoltura, l’allevamento, l’alimentazione, l’industria,
l’educazione, la casa, i lavori pubblici, le comunicazioni, e altri settori;
e richiede lo sforzo coordinato di tutti questi settori.”
3. PHC:
Selective vs Comprehensive.
La “Controrivoluzione”.
Non è trascorso nemmeno un anno dall’evento
di Alma Ata, le cui conclusioni avevano registrato un generale consenso,
quando un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine
titola: “Selective primary health care: an interim strategy for disease
control in developing countries”[3].
Premesso che l’approccio “comprehensive”
alla soluzione dei problemi sanitari dei paesi più poveri scaturito dalla
Conferenza è quello teoricamente più giusto, la Banca Mondiale (BM) ha
calcolato che i costi della sua applicazione sono troppi elevati (da 5.4 a
9.3 miliardi di dollari da allora al Duemila); meglio soprassedere – queste
le conclusioni – e dedicarsi alla lotta contro alcune malattie e
focalizzarsi su alcuni specifici interventi, vantaggiosi dal punto di vista
costo/efficacia (secondo gli autori: vaccinazioni, allattamento al seno a
lungo termine, terapia antimalarica e reidratazione orale). L’articolo di
Walsh e Warren non è l’esercizio accademico di due ricercatori della
Rockefeller Foundation; è l’avvio di una tendenza che si muove in
direzione esattamente opposta alle linee di Alma Ata. Una tendenza che l’
UNICEF – pur co-promotore della Conferenza – non ha difficoltà a far
propria, lanciando nel 1982 una campagna dal titolo di “A Children’s
Revolution”[4],
in cui si teorizza la necessità di concentrarsi su quattro obiettivi
specifici cost-effective: la reidratazione orale per combattere la
diarrea, le vaccinazioni, la promozione dell’allattamento al seno, l’uso
sistematico delle carte della crescita (che sostituisce nella lista delle
priorità la terapia anti-malarica, ritenuta evidentemente troppo costosa).
Da quel momento le organizzazioni internazionali si allineano alla strategia
della selective PHC, anche se poi, di fronte all’evidenza, sono
costrette ad ammettere che i determinanti dei progressi nel miglioramento
della salute della popolazione non consistono nella lotta contro singole
malattie (Meeting di Bellagio, aprile 1985, organizzato dalla Rockefeller
Foundation). Il titolo del convegno era “Good Health at Low Cost”,
con la presenza di amministratori, economisti e demografi provenienti da
Cina, Sri Lanka, Costa Rica e Kerala; quattro realtà in cui a fronte di un
PIL molto basso (e con limitate risorse destinate alla sanità) si erano
ottenuti ottimi risultati in termini di salute della popolazione[5].
Queste furono le conclusioni:
“I
partecipanti, dopo aver esaminato i risultati presentati alla conferenza,
unanimemente adottano le seguenti raccomandazioni: I quattro stati che hanno
ottenuto “una buona salute a un basso costo” hanno dimostrato un
chiaro impegno, politico e sociale, verso un’equa distribuzione del reddito
nelle loro società. Dato questo impegno, tre ulteriori fattori sembrano aver
giocato un ruolo maggiore nel loro successo, come dimostrato dal marcato
declino della mortalità infantile e dei bambini al di sotto dei 5 anni e da
livelli di speranza di vita alla nascita vicini a quelli dei paesi
sviluppati. Questi fattori costituiscono raccomandazioni per i programmi di
sviluppo in altri paesi:
a)
Equa distribuzione del reddito e accesso per tutti ai servizi di
sanità pubblica e di assistenza sanitaria a partire dai livelli primari,
rinforzati dai sistemi secondari e terziari;
b)
Un sistema educativo accessibile a tutti, particolarmente di primo
livello, con possibilità di passare al secondo e terzo livello;
c)
Sicurezza di un’adeguata nutrizione in tutti gli strati della
società.”[6].
Raccomandazioni, queste sì accademiche, da
consegnare agli atti di un convegno, e da dimenticare, perché la scelta
politica è stata già fatta, a favore degli interventi settoriali e dei
programmi verticali (decisi a New York, a Londra o a Ginevra), e segnerà per
decenni le politiche di cooperazione sanitaria internazionale. “L’approccio
dei programmi verticali – scrive A. Green, del Nuffield Institute di
Leeds – è contrario all’idea (centrale nella PHC) dei servizi integrati.
L’uso di criteri definiti centralmente per la selezione dei problemi da
affrontare riduce la possibilità del coinvolgimento della popolazione nella
scelta delle priorità. Tutto ciò implica il ritorno a un modello medico di
salute, e ignora l’importanza dello sviluppo nel senso più ampio. Infine, a
livello pratico, questa strategia non tiene in considerazione la necessità
di rafforzare o costruire adeguate infrastrutture, senza le quali nessun
programma può avere successo”[7].
“La selective PHC è una minaccia – scriveva K.W. Newell, del
Dipartimento di Politica sanitaria internazionale di Liverpool, nel 1988 in
un forum su Social Science and Medicine – e va considerata come
una controrivoluzione. E’ una forma di feudalesimo sanitario che può essere
distruttiva piuttosto che un’alternativa. La sua attrattiva per i
professionisti, per le agenzie finanziatrici e per i governi alla ricerca di
risultati a breve termine è una pura illusione”[8].
4. L’eclisse dell’OMS e
il prepotere della Banca Mondiale.
4.1. La recessione economica degli anni 80 e
le politiche di “Aggiustamento strutturale”.
Le crisi petrolifere intervenute negli anni settanta-ottanta, a seguito
della guerra arabo-israeliana prima (1973) e della rivoluzione iraniana poi
(1979), ebbero pesanti effetti negativi sull’economia mondiale, colpendo
duramente tutti i paesi importatori di petrolio. Le misure adottate per far
fronte all’aumento del costo dell’energia, e alla conseguente crescita
dell’inflazione, determinarono ovunque una fase di grave recessione. Per i
paesi in via di sviluppo, che negli anni sessanta avevano registrato una
significativa crescita economica, le conseguenze furono doppiamente
devastanti perché all’aumento del costo del petrolio (e degli altri prodotti
importati dai paesi industrializzati) si aggiunse il ribasso del prezzo
delle materie prime, di cui essi erano principali esportatori, causato dal
crollo mondiale della domanda. Lo shock petrolifero fu assorbito abbastanza
rapidamente nei paesi industrializzati; per diversi paesi – prevalentemente
asiatici (es: Sud Corea, Taiwan, Singapore) – fu l’occasione per
ristrutturare le proprie economie arrivando a produrre internamente (e poi
esportando) beni precedentemente importati; per gran parte dei paesi più
poveri – prevalentemente africani, paesi con strutture politiche, sociali ed
economiche più fragili e vulnerabili -, lo shock petrolifero segnò l’inizio
di una lunga (e tuttora perdurante) fase di crisi, di impoverimento e di
indebitamento. La ricetta confezionata dalla BM negli anni ottanta per il
“risanamento” - “structural adjustment” - delle economie dei paesi
più poveri e indebitati (e condizione vincolante per la concessione dei
crediti) fu semplice e spietata, coerente con le politiche neo-liberiste
dominanti in quel periodo in USA e Gran Bretagna: drastici tagli nei consumi
e nella spesa pubblica (inclusi i servizi sociali, come sanità e educazione)
per ridurre l’inflazione e il debito pubblico; privatizzazioni in tutti i
settori; decentramento e bassissimo profilo dello stato centrale. Poco
contava – e forse, nella furia ideologica di quel periodo, nessuno si
accorgeva – che con il deterioramento dei livelli di istruzione e di salute
(in quel periodo ad aggiungere sciagura a sciagura, si registra l’entrata in
scena dell’epidemia dell’Aids), si minavano le basi fondamentali di ogni
futuro possibile sviluppo in quei paesi.
Nel 1987 la BM si esibisce nel primo
documento interamente dedicato alla sanità[9],
una sorta di appendice tecnica alla politica di structural adjustment.
Contiene una serie di indicazioni da seguire nella ristrutturazione dei
servizi sanitari nei paesi in via di sviluppo, ed ha ovviamente un valore
prescrittivo nei confronti dei paesi più indebitati.
Il documento si compone di quattro
fondamentali capitoli, ciascuno dei quali sviluppa una specifica linea
direttiva in tema di politica sanitaria:
·
Rendere a pagamento i servizi
sanitari pubblici. “Il più comune approccio all’assistenza sanitaria nei
paesi in via di sviluppo è quello di considerarla un diritto di cittadinanza
e di tentare di fornirla gratuitamente a tutti; questo approccio
generalmente non funziona”.
·
Favorire la privatizzazione
dei servizi sanitari.
·
Promuovere programmi
assicurativi.
·
Decentralizzare il governo
della sanità.
I quattro punti sono strettamente collegati.
L’introduzione delle tariffe (user fees) nelle strutture governative
non è solo un modo per scaricare sugli utenti il costo dei servizi, ma anche
la condizione essenziale per promuovere le assicurazioni; d’altro canto
senza un sistema assicurativo funzionante gli ospedali governativi non
possono applicare tariffe sufficientemente alte da coprire gli interi
costi. La privatizzazione dei servizi e il decentramento della
programmazione, dell’organizzazione e del finanziamento dei servizi sono le
altre due componenti essenziali della strategia che si propone di ridurre al
minimo il ruolo del governo in sanità per lasciare il posto a un sistema
basato sull’assistenza privata e sulle assicurazioni.
Gli effetti di queste politiche non tardano
a manifestarsi in tutta la loro drammaticità. Lo stesso UNICEF, nell’annuale
rapporto del 1989[10],
denuncia che a causa degli interventi di aggiustamento strutturale (“inumani,
non necessari, inefficienti”) le condizioni di vita e di salute dei
paesi più poveri si sono paurosamente aggravate (“almeno mezzo milione di
bambini sono morti negli ultimi dodici mesi come conseguenza della crisi
economica che colpisce i paesi in via di sviluppo”).
4.2. L’eclisse dell’OMS.
Nel 1988 un ricercatore giapponese, Hiroshi Nakajiama viene eletto nuovo
Direttore Generale dell’OMS. La sua elezione segna l’inizio di un decennio
di gravissima crisi dell’istituzione, dovuta a molti fattori, non ultimo il
basso profilo del nuovo direttore, totalmente privo di leadership e di
visione (l’esatto opposto del suo predecessore, H. Mahler)
[11]
[12]
[13].
La mancanza di una guida autorevole a capo dell’OMS aggrava una serie di
problemi che l’organizzazione deve fronteggiare, tra cui:
a)
Il blocco dei finanziamenti
budgetari e la crisi nei rapporti con gli USA.
Dal 1980 il budget dell’OMS è rimasto inalterato perdendo progressivamente
valore a causa dell’inflazione (nonostante ciò Nakajima raddoppia il suo
staff dirigenziale), subendo inoltre ripetute interruzionii nel flusso dei
finanziamenti da parte del principale contribuente, gli USA, irritato dalle
scelte della precedente amministrazione Mahler come l’emanazione del codice
internazionale sui sostituti del latte materno (che danneggiava la Nestle) e
il lancio del programma dei farmaci essenziali (a cui si opponevano le
industrie farmaceutiche).
b)
Lo sviluppo di programmi
finanziati attraverso meccanismi extrabudgetari.
Se da una parte il budget ordinario dell’OMS – quello su cui decide
l’assemblea dei rappresentanti dei paesi – tende progressivamente a ridursi
(e di conseguenza si contrae il ruolo istituzionale dell’organizzazione),
dall’altra si espandono i programmi finanziati ad hoc (extra-budget) da vari
donatori, ovvero le nazioni più ricche e le agenzie multilaterali, come la
Banca Mondiale. Agli inizi degli anni 90 il finanziamento extrabudgetario
rappresenta il 54% dell’intero bilancio dell’OMS. Questo tipo di
finanziamento genera programmi “verticali”, come il programma contro l’Aids
o quello per la copertura universale delle vaccinazioni, i cui livelli
decisionali vengono posti al di fuori del controllo dell’organizzazione
perchè designati dai donatori. La causa di ciò – si giustificano i donatori
- è la scarsa efficienza e l’inaffidabilità dell’organizzazione interna
dell’OMS: meglio finanziare a parte e gestire direttamente i programmi
importanti. Ma già da quegli anni si capì che quei programmi non
funzionavano. Particolarmente significativo è caso del programma sulle
vaccinazioni finanziato in larga parte dall’Unicef e da altri donatori come
il Rotary International: alla fine degli anni 80 si registra un impegno
straordinario per raggiungere i massimi livelli di copertura vaccinale nei
paesi più poveri, dove vengono allestite linee operative ad hoc con
elargizione di generosi incentivi al personale locale a fronte del
raggiungimento degli obiettivi stabiliti. I risultati furono assolutamente
brillanti, ma effimeri. In Ghana si raggiunge il 100% di copertura nel
1990, ma si tornò rapidamente ai livelli precedenti del 40-50% quando
vennero meno le risorse aggiuntive; analoga situazione in Nigeria dove si
raggiunse il picco massimo del 70% nel 1990 per tornare al di sotto del 20%
nel 1994.
4.3. La trappola medica della povertà.
La BM dedica il suo rapporto annuale
del 1993 ai temi della salute (Investing in health
[14]);
per realizzare l’impresa viene arruolata una nutrita squadra di esperti di
riconosciuto valore internazionale: è la “spettacolare entrata” della
principale istituzione finanziaria mondiale nella scena della sanità,
oscurando con ciò il ruolo dell’OMS (istituzione, come abbiamo appena visto,
già abbastanza screditata)[15].
Sul piano tecnico-scientifico il rapporto
contiene due importanti elaborazioni:
·
La definizione (e la stima
economica) del pacchetto di servizi clinici essenziali e di interventi di
sanità pubblica che i governi dovrebbero assicurare a tutta la
popolazione;
·
L’introduzione di un nuovo
indicatore per misurare lo stato di salute di un paese: il DALYs
(Disability Adjusted Life Years). Il DALYs misura il “carico di
malattie” di una comunità attraverso la combinazione di due diversi
indicatori: 1) le perdite dovute a morte prematura e 2) le perdite di vita
sana dovuta a disabilità. La sua funzione dovrebbe essere quella di
misurare il costo degli interventi per la prevenzione e/o la cura di
determinate malattie e quindi quella di strumento di valutazione per
l’allocazione delle risorse e la definizione delle priorità[16].
Questo tipo di approccio porta altra acqua al mulino alla visione
“selettiva” della PHC, confermando l’ostilità della BM nei confronti delle
conclusioni della conferenza di Alma Ata.
Nonostante le raccomandazioni degli esperti
della BM di investire in salute, la sanità dei paesi più poveri – e
particolarmente dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana - precipita nel baratro.
Diminuisce nettamente la quota di PIL destinata alla spesa sanitaria[17],
e ancor più la quota pubblica di questa spesa: 2-3, al massimo 7-8$
pro-capite (altro che i 14$ pro-capite al pacchetto per gli interventi
essenziali raccomandati dagli esperti!). Dilaga la privatizzazione
all’interno delle strutture pubbliche (sempre più fatiscenti), ma
soprattutto fuori, dove si realizza la massima fioritura del mercato
sanitario. Un mercato basato in larga parte sul commercio di farmaci, messi
in vendita ovunque, nelle cliniche private, nei drug shops, nelle
bancarelle ai mercati o agli angoli delle strade. Farmaci spesso scaduti o
contraffatti, distribuiti quasi sempre da personale abusivo. Il motivo del
boom del commercio dei farmaci è presto spiegato: di fronte
all’impossibilità di accedere alle troppo costose strutture sanitarie
“formali” (ospedali e centri di salute, pubblici, privati non profit
e privati profit, tutti rigorosamente a pagamento) la grande
maggioranza della popolazione si rivolge a chi è in grado di offrire una
risposta in relazione ai pochi soldi che ciascuno ha in tasca: la cosa più
semplice, una iniezione o qualche pillola.
“Negli ultimi due
decenni, la spinta verso riforme dei sistemi sanitari basate sul mercato si
è diffusa in tutto il mondo, da nord verso sud, dall’occidente all’oriente.
Il “modello globale” di sistema sanitario è stato sostenuto dalla Banca
Mondiale per promuovere la privatizzazione dei servizi e aumentare il
finanziamento privato, attraverso il pagamento diretto delle prestazioni (user
fees). (…) Questi tentativi di minare alla base i servizi pubblici da
una parte rappresentano una chiara minaccia all’equità nei paesi con solidi
sistemi di welfare in Europa e Canada, dall’altra costituiscono un pericolo
imminente per i fragili sistemi per i paesi con medio e basso reddito.
Queste due tendenze – l’introduzione delle user fees nei servizi pubblici e
la crescita dei pagamenti diretti (out-of-pocket expenses) nei
servizi privati –, se combinate, possono rappresentare una vera e propria
trappola della povertà.”
Con questa premessa si apre un importante
articolo pubblicato su Lancet[18],
firmato da Margaret Whitehead, professore di sanità pubblica all’Università
di Liverpool e consulente del governo britannico, Goran Dahlgren, direttore
del National Institute of Public Health di Stoccolma, Timoty Evan direttore
della Health Equity Division della Rockefeller Foundation di New York. Gli
autori, presentando una documentazione imponente, elencano le conseguenze
prodotte dalle politiche della BM nei confronti della sanità dei paesi più
poveri, riassunte in quattro categorie: 1) Le malattie non trattate.
2) Ridotto accesso all’assistenza. 3) Irrazionale uso di farmaci.
4) Impoverimento a lungo termine. In termini sociali e di
sviluppo è questa la conseguenza più grave: le persone comprano
l’assistenza anche se ciò mette a repentaglio la propria sussistenza a lungo
termine, perché le spese mediche sono spesso dei pagamenti forzati. Le
famiglie si indebitano, sono costrette a vendere il loro capitale (un pezzo
di terra o gli animali), o a rinunciare ad altre spese vitali, come
l’educazione dei figli. L’impatto sociale negativo delle user fees
nel campo dell’assistenza sanitaria è maggiore che in altri settori della
vita sociale perché queste spese sono spesso inaspettate e il loro costo
totale è imprevedibile e sconosciuto fino alla fine del trattamento.
5. Le partnership pubblico-privato
Nel 1998, nel momento più basso della
credibilità e del prestigio dell’OMS, viene eletta alla direzione generale
dell’organizzazione Gro Harlem Brundtland, già primo ministro norvegese. La
sua elezione arresta il declino dell’OMS e ha il merito di riportare il tema
della salute nell’agenda politica internazionale. La sua gestione è
contrassegnata da alcune importanti iniziative tra cui la pubblicazione del
World Health Report 2000 in cui si stabiliscono i criteri di
valutazione dei sistemi sanitari (iniziativa peraltro molto discussa),
l’istituzione della commissione Macroeconomics and Health presieduta
da J. Sachs, l’adozione da parte dell’Asseblea dell’OMS della
Convenzione-quadro sul controllo del tabacco (“WHO Framework Convention
on Tobacco Control”).
Tuttavia la linea politica della Brundland
non si discosta molto da quella tracciata dalla Banca Mondiale. La sua
road map per guidare l’OMS è infatti quella indicata dal Rapporto della
BM “Investing in Health” del 1993
[19].
Nei 5 anni della sua direzione (dal 1998 al 2003) si assiste alla
moltiplicazione di iniziative finanziate con meccanismi extrabudgetari cha
arrivano a sorpassare di gran lunga il budget corrente (1.400 milioni di
dollari contro 800 milioni di dollari nel 2002).
Si tratta di programmi
promossi e finanziati da donatori pubblici e privati (Public-Private
Partnership - PPP) quali:
European Partnership Project
on Tobacco Dependence, Global Alliance for TB Drug Development, Global
Alliance to Eliminate Lymphatic Filariasis, Global Alliance to Eliminate
Leprosy, Global Alliance for Vaccines and Immunization, Global Elimination
of Blinding Trachoma, Global Fire Fighting Partnership, Global Partnerships
for Healthy Aging, Global Polio Eradication Initiative, Global School Health
Initiative, Multilateral Initiative on Malaria, Medicines for Malaria
Venture, Partnership for Parasite Control, Roll Back Malaria, Stop TB,
UNAIDS/Industry Drug Access Initiative.
In queste iniziative eccelle la fondazione
di Bill e Melinda Gates che al settembre 2002 aveva versato la cifra di 2,8
miliardi di dollari, di cui 750 milioni indirizzati alla Global Alliance
for Vaccines and Immunization (GAVI), una PPP in cui l’OMS ha un ruolo
marginale.
In un’altra PPP, Roll Back Malaria, che
conta oltre 80 partner tra organizzazioni bilaterali, multilaterali, non
governative e private (tra cui BM, Gates Foundation, Amref, Bayer, Novartis,
ENI, Governo Italiano), l’OMS svolge un ruolo dominante. Tuttavia la
molteplicità degli attori provoca gravi problemi di gestione e governance
sia a livello centrale che periferico
[20],
al punto che la stessa OMS decide di istituire per la malaria una propria
struttura autonoma, il Global Malaria Programme
[21].
Come era già stato evidenziato i PPP, nuova
versione dei programmi “verticali”, portano più danni che vantaggi. Osserva
Gavin Yamey, autore di una serie di articoli dedicati all’OMS sul BMJ nel
2002 (vedi note bibliografiche 19 e 20), “Le partnership tendono a
‘cogliere dall’albero i frutti più bassi’, concentrano i loro sforzi
nell’ottenere risultati rapidi piuttosto che costruire un sistema sanitario
ampio e robusto per venire incontro ai bisogni della popolazione. (...) I
paesi poveri inoltre non hanno le risorse per coordinare tutte queste
frammentarie iniziative”.
Conclude Yamey: “Nel modificarsi
dell’architettura della salute globale, la sua governance si sta spostando
dalla WHO verso i donatori. L’Assemblea Mondiale della Sanità può essere
lenta e burocratica, ma ha i vantaggi della legittimità rappresentativa -
192 paesi, poveri e ricchi tutti con lo stesso potere di voto - e risponde
ai Paesi stessi. Le nuove iniziative globali
sono al di fuori della governance dell’Assemblea e rispondono
ampiamente ai loro donatori: fondazioni private e governi ricchi. Scegliendo
quali interventi sanitari finanziare (soprattutto controllo delle malattie
infettive), quali strategie adottare (prevalentemente programmi verticali) e
quali Paesi debbano ricevere appoggio, queste iniziative stanno indebolendo
in forma discutibile l’influenza delle Nazioni Unite sul modo di spendere i
soldi per la salute globale.”
6. La pandemia AIDS e il
Global Fund
Nel 2001 148 accademici dell’Harvard
University denunciano il fatto che in Africa sub-Sahariana meno di 40.000
persone stanno ricevendo il trattamento antiretrovirale, nel momento in cui
nella regione 25 milioni di soggetti erano infettati da Hiv o ammalati di
Aids e l’epidemia provocava 2,2 milioni di morti all’anno.
Andrew Natsios, allora direttore dell’USAID
(U.S. Agency for International Development), dichiarava di essere
contrario alla distribuzione dei farmaci antiretrovirali in Africa dato che
i suoi abitanti non erano in grado di assumerli ad intervalli regolari, non
essendo loro in possesso di orologi e non avendo una corretta cognizione del
tempo[22].
Questo era il livello di attenzione che era
riservato alla pandemia di Aids, e al suo tragico impatto sul continente
africano, agli inizi del nuovo millennio, quando erano già passati almeno 6
anni da quando nei paesi più ricchi era stato introdotto con successo il
trattamento antiretrovirale.
Ma nel 2001 qualcosa cambia. Il 25-27
giugno si tiene a New York una sessione speciale dell’Assemblea generale
delle Nazioni Unite dedicata a Hiv/Aids, dal titolo: “Crisi globale – Azione
Globale”.
“Noi, Capi di Stato e di
Governo, presenti alle Nazioni Unite per la 26a Assemblea
Generale, conveniamo sull’urgente necessità di riesaminare e di affrontare
il problema dell’Hiv/Aids in tutti i suoi aspetti, assicurando un impegno
globale per migliorare e accrescere il coordinamento e l’intensificazione
degli sforzi – a livello nazionale, regionale e internazionale – per
combattere tale fenomeno in tutte le sue componenti”
Con questo incipit si
apre il documento finale della sessione speciale dell’Assemblea, che indica
in 7-10 miliardi di dollari il fabbisogno annuo che la comunità
internazionale dovrebbe mettere in campo per contrastare adeguatamente la
“crisi globale”. Ed è lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite
Kofi Annan ad auspicare l’istituzione di un Fondo speciale per Hiv/Aids,
esterno alle Nazioni Unite, aperto ai governi, al settore privato,
fondazioni e individui, una nuova “partnership”.
A poche settimane di distanza, a conclusione
della riunione di Genova il G8 approva l’istituzione di un fondo speciale
dedicato non solo a Hiv/Aids, ma esteso a tubercolosi e malaria. “The
Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria” (GF) viene
formalmente istituito il 29 gennaio 2002 a Ginevra con l’obiettivo di
“attrarre, gestire ed erogare risorse aggiuntive
attraverso una nuova partnership pubblico-privata che darà un
contributo significativo e sostenibile alla riduzione di infezione, malattia
e mortalità da HIV/AIDS, tubercolosi e malaria, mitigandone l’impatto nei
Paesi bisognosi e contribuendo alla riduzione della povertà come parte degli
Obiettivi di Sviluppo del Millennio".
6.1. GF: funzioni e struttura.
Il GF –
www.theglobalfund.org - è un’agenzia di finanziamento (e non di
implementazione e gestione di progetti). Riceve fondi da donatori pubblici,
ovvero governi (93%) e privati, per la maggior parte Bill Gates (7%) ed
eroga contributi sulla base di progetti elaborati localmente, da
organizzazioni pubbliche e private. A livello di paese la selezione dei
progetti avviene tramite i CCM (Country Coordinating Mechanisms) –
organismi collegiali composti da rappresentanti del governo, di università,
di istituzioni bilaterali e multilaterali, di ong e di organizzazioni
private, di pazienti. A livello centrale la valutazione dei progetti viene
esercitata da un gruppo di esperti – Technical Review Panel (TRP) -;
sulla base delle raccomandazioni del TRP il consiglio di amministrazione –
Board - del GF assume le decisioni riguardo alla congruità del
progetto. Il Board del GF è composto da rappresentanti dei paesi donatori,
dei paesi riceventi, di ong, di organizzazioni private e di comunità delle
persone affette: complessivamente 20 seggi (l’unico seggio vacante è
atttualmente quello spettante all’Italia). A questi si aggiungono i
rappresentanti, senza diritto di voto, delle istituzioni multilaterali: OMS,
UNAIDS e Banca Mondiale (che agisce come banca del GF). La gestione
corrente del GF è affidata al Segretariato, una struttura di 238 persone a
capo della quale è posto il direttore esecutivo, recentemente rinnovato. Il
prossimo maggio infatti l’attuale direttore esecutivo Richard Feacham (UK)
sarà sostituito dal francese Michel Kazatchkine.
I bandi per la presentazione dei progetti avvengono
con cadenza annuale. Il 1° marzo 2007 è stato avviato il 7° Round del GF,
con scadenza per la presentazione delle domande il 4 luglio 2007.
6.2. GF: i risultati.
Il documento più recente di consuntivo del
GF (Partners in impact. Result report.
February 2007) riporta i seguenti dati:
8
Al 31 dicembre 2006 – dal
momento della sua istituzione - il GF ha firmato accordi e impegni di spesa
per un totale di 5,3 miliardi di dollari, per 410 progetti in 132 paesi;
8
Complessivamente in oltre 3
anni il GF ha erogato 3,24 miliardi di dollari (più esattamente al febbraio
2007 $ 3.527.176.186) – Figura 1.
8
Al 1° dicembre 2006 770.000
persone erano in trattamento antiretrovirale, 2 milioni in trattamento DOTS
contro la Tb, 18 milioni di zanzariere trattate con insetticidi distribuite
per proteggere le famiglie dalla malaria –
Figure 2 e 3.
8
Come effetto di questo
risultati – afferma il rapporto del GF – al 31 gennaio 2007 sono state
salvate 1 milione e 460 mila vite (al ritmo di 3 mila vite salvate al
giorno).
8
Riguardo alla distribuzione
delle risorse in relazione alle tre malattie oggetto del fondo, il 56% è
andato all’Aids, il 28% alla malaria e il 16% alla Tb.
8
I finanziamenti del GF si sono
indirizzati verso i governi (59%), ong (30%), agenzie multilaterali (9%),
privati (2%) e hanno coperto i seguenti settori: prevenzione (33%),
trattamento (44%), assistenza e supporto (7%), amministrazione (7%),
rafforzamento del sistema sanitario (6%), monitoraggio e valutazione (1%),
altro (2%) – Figura 4.
Il GF ha funzionato oppure no? Come
valutare questi risultati in termini di risorse mobilizzate (input), di
prestazioni erogate (output) e di risultati di salute raggiunti (outcome)?
Nel cercare di dare qualche risposta ci riferiremo in particolare all’Aids,
la patologia che ha assorbito la maggior parte delle risorse del GF.
INPUT.
L’obiettivo finanziario raccomandato nel documento finale della sessione
speciale dell’Assemblea delle Nazioni Unite del giugno 2001 nella lotta
contro l’Aids, fu di 7-10 miliardi di dollari all’anno. Ebbene i fondi
effettivamente sborsati dal GF sono stati mediamente qualcosa di più di 1
miliardo di dollari all’anno per le 3 malattie; di questi circa 600 milioni
di dollari destinati all’Aids. Come si legge nella
Figura 5 il GF ha contribuito solo per
il 21% alla raccolta dei fondi Aids versati dai vari donatori, il cui
valore complessivo di conseguenza si aggira intorno ai 3 miliardi di dollari
all’anno (meno della metà dell’obiettivo minimo raccomandato dalle Nazioni
Unite). Peraltro la Figura 6
dimostra che negli ultimi anni non si sono registrati aumenti
particolarmente significativi nei finanziamenti pro-capite nella lotta
contro l’Aids nelle varie aree del mondo: solo i paesi dell’Africa
sub-Sahariana presentano un incremento modesto, ma costante (+ 1/2 $
pro-capite in 4 anni).
OUTPUT. Nel settembre
2003 il Direttore Generale dell’OMS, LEE Jong-wook, il Direttore Esecutivo
dell’UNAIDS, Peter Piot, e il Direttore Esecutivo del GF, Richard Feacham,
dichiararono che non era accettabile il così basso livello di copertura del
trattamento con farmaci antiretrovirali esistente nei paesi a basso e medio
livello di sviluppo e che era necessario lanciare una forte iniziativa per
ridurre rapidamente tale gap. La campagna fu denominata: “3 by 5”. Trattare
3 milioni di persone entro il 2005, ovvero raggiungere il 50% della
popolazione eleggibile per il trattamento.
Il consuntivo del “3
by 5” è stato deludente, alla fine del 2005 – secondo il dato dell’UNAIDS -
solo 1.300.000 soggetti erano in trattamento (il 43% del target, il 20%
della popolazione eleggibile). La copertura raggiunta è il frutto del
contributo di molteplici iniziative, sennonchè ciascun attore si è
attribuito il raggiungimento di livelli di copertura la cui somma eccede il
risultato certificato dall’UNAIDS. Alle 770.000 persone (di fine 2006) del
GF, dobbiamo aggiungere le 822.000 del PEPFAR
www.pepfar.gov
– The President’s (Bush) Emergency Plan for Aids Relief -, le 415.000 del
CHAI
www.clintonfoundation.org (Clinton
Foundation HIV/AIDS Initiative), le molte della fondazione di Bill Gates
(solo 65.000 in Botswana), le altre – non definite – di altri interventi di
cooperazione bilaterale. Studiare i dati sul livello di copertura del
trattamento antiretrovirale è un vero rebus, come si può notare dall’analisi
del documento UNAIDS (Tabella 1),
dove i dati provenienti
da diverse fonti sono fortemente discordanti.
OUTCOME. Il GF mette
a credito circa un milione e mezzo di vite salvate, avvertendoci che il
numero va continuamente aggiornato al ritmo di nuove 3000 vite salvate al
giorno. Prendiamo per buone queste stime, ma la valutazione dell’outcome
non può essere chiusa così. Va
infatti preso in considerazione l’opportunity cost del GF;
ovvero a cosa si è rinunciato, rispetto ad altre possibili alternative,
nell’adottare la strategia del GF. Così se il GF può mettere all’attivo il
raggiungimento di alcuni obiettivi di salute nel campo di HIV/Aids, Tb e
Malaria, nello stesso periodo in Africa si registrano degli aggravamenti
dello stato di salute nel settore materno-infantile (vedi ad es:
Figura 7), che rappresenta il sensore
più sensibile del funzionamento generale di un sistema sanitario, in termini
di accessibilità e qualità dei servizi sanitari, di dotazione di personale
qualificato. Un aggravamento che può anche essere stato direttamente
indotto dai meccanismi del GF, attraverso il reclutamento competitivo di
personale nelle proprie attività a scapito di altre, come l’assistenza alla
gravidanza, al parto e al neonato (non oggetto di fondi speciali o di
programmi verticali).
6.3. Implementation crisis
Apoteosi delle partnership pubblico-privato
(PPP). Come definire altrimenti il fenomeno della crescita inarrestabile di
queste iniziative sull’arena della sanità globale. La PPP “Global Fund
to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria” nasce quando esistono già per
ognuno dei settori interessati (AIDS, tbc e malaria) specifiche PPP: UNAIDS
www.unaids.org,
Roll Back Malaria
www.rbm.who.int,
Stop Tb
www.stoptb.org. Molti
attori delle PPP sono presenti ovunque, altri non soddisfatti di essere
presenti ovunque creano negli stessi settori linee di intervento e
finanziamento autonome, come il PEPFAR di G. W. Bush. Un affollamento di
attori e protagonisti a tutti i livelli: nel finanziamento, nella
programmazione, nella gestione, nella operatività sul campo, nella
valutazione. Una situazione denunciata con preoccupazione dall’UNAIDS in un
report del 2005
[23],
dove si fa notare cha a fronte di notevole aumento dei finanziamenti
disponibili si assiste a una grave carenza di coordinamento nella gestione
dei fondi e nell’organizzazione delle attività, che si traduce in
duplicazioni, sovrammissioni e competizione tra i vari sponsor e che provoca
quella che l’UNAIDS ha definito “the implementation crisis”: una
crisi nella realizzazione dei programmi a causa di un’insopportabile
disorganizzazione, con costi amministrativi altissimi.
Un editoriale di Lancet[24]
segnala un aspetto paradossale di questa disorganizzazione, causata dalla
“verticalizzazione” dei servizi. L’aspetto è il seguente: la comorbilità
HIV/AIDS-tubercolosi è sempre più diffusa e interessa circa 11 milioni di
pazienti e su questa categoria di malati si concentra, tra l’altro, il
pericoloso fenomeno della resistenza ai farmaci antitubercolari (XDR-TB).
Sarebbe indispensabile che i pazienti affetti da entrambe le malattie
fossero trattati dallo stesso servizio e dagli stessi operatori; e invece
avviene che i due programmi (AIDS e TB) operino isolatamente l’uno
dall’altro, provocando enormi disagi agli utenti.
6.4. Il rafforzamento del sistema
sanitario.
“Perversamente,
le forti iniezioni di risorse indirizzate a specifiche malattie (i
cosiddetti “programmi verticali”) hanno indebolito le infrastrutture e
spostato le risorse umane necessarie per prevenire e trattare malattie
comuni (come la diarrea e la polmonite) che uccidono molte più persone.
Inoltre i molteplici donatori – ciascuno con le proprie priorità, le proprie
procedure amministrative, i propri sistemi di valutazione – hanno prodotto
caos e sprechi nei paesi ospiti. Infine un’importante preoccupazione è la
sostenibilità di questi programmi verticali dato che i fondi dei donatori
possono non essere stabili e duraturi. In conclusione per i paesi riceventi
questi fondi hanno rappresentato un elemento di sfida e insieme di
destabilizzazione nella gestione del sistema sanitario”[25].
Può stupire che osservazioni del genere
siano contenute in un recentissimo documento del Fondo Monetario
Internazionale (sia pure della serie Working Paper), dato che questa
istituzione – gemella della Banca Mondiale – porta tutta la responsabilità
della promozione dei programmi verticali e delle PPP. E’ probabilmente il
segno che la misura è colma, che la strategia dei programmi verticali e
delle PPP non è più difendibile.
Qualche ripensamento al riguardo c’è stato
anche all’interno della struttura tecnica del GF, il Technical Review
Panel. Ciò è avvenuto quando è scoppiato il caso Malawi, dove i
finanziamenti del fondo hanno riguardato solo farmaci e test di laboratorio,
ignorando completamente gli investimenti nelle risorse umane; così il già
carente organico di personale si è trovato improvvisamente soverchiato da
un’enorme quantità di nuovo lavoro all’interno di strutture precarie. In
questo paese inoltre il GF è entrato in collisione con le politiche del
governo che da poco aveva adottato il Sector Wide Approach, altra ricetta
della Banca Mondiale (ma della fine degli anni 90, e ormai scaduta...) che
prevedeva che fosse il governo locale a decidere la destinazione delle
risorse dei donatori[26].
A seguito delle proteste del governo il GF,
nel Round 5, concesse al Malawi un finanziamento aggiuntivo di 40 milioni di
dollari per il rafforzamento del sistema sanitario che si è tradotto
nell’assunzione di 5,228 community health workers per sostenere il
programma Malawi’s Essential Health Package, che include interventi
per HIV/AIDS, malaria, tubercolosi, e altre malattie.
Il Round 5 (2005) consentì per la prima
volta di presentare progetti finalizzati al rafforzamento del sistema
sanitario. In verità non molti paesi se ne sono avvalsi; tra questi il
Rwanda che ha ottenuto finanziamenti per promuovere le assicurazioni
sociali.
Il bando del Round 7 (in scadenza il
prossimo luglio) prevede, come il precedente, la possibilità di presentare
progetti con la componente HSS (Health System Strengthening).
Al riguardo va segnalata l’utile e meritoria
opera dell’organizzazione Physicians for Human Rights (PHR -
http://physiciansforhumanrights.org/)
che annualmente pubblica un manuale – l’ultimo del marzo 2007 - per
promuovere l’utilizzazione del GF ai fini del rafforzamento dei sistemi
sanitari.
Su questo tema si è espresso anche
l’ideatore del GF e suo primo direttore esecutivo (in scadenza), Richard G.
Feacham. In un articolo dell’agosto 2006 su Lancet[27]
Feacham traccia un bilancio del GF che trasuda positività e ottimismo da
ogni rigo. Solo negli ultimi due paragrafi si apre ad alcune riflessioni
critiche. La prima sulla questione del dilemma “programmi
verticali-rafforzamento dei sistema sanitario”, che si conclude con una
proposta tratta da un rapporto di A. Shakow: ripensiamo al ruolo del GF
affidandogli compiti di rapido intervento nei riguardi di malattie
specifiche, assegnando alla Banca Mondiale l’incarico di dedicarsi alla
ristrutturazione a lungo termine dei sistemi sanitari[28].
La seconda riguarda la limitazione dei fondi a disposizione del GF; “La
visione originale era quella di assegnare al GF 7 miliardi di dollari
all’anno solo per l’HIV/AIDS”, afferma Feacham e aggiunge: ”I risultati
ottenuti dimostrano che il fondo meritava di più”.
Conclusioni
Incuriositi dalla citazione di Feacham,
siamo andati a leggere il lungo saggio di Alexander Shakow, funzionario in
pensione della Banca Mondiale, contenente la ricetta per risolvere i gravi
problemi della sanità nei paesi poveri. E lì si trovano elencati i motivi
per i quali è necessario affidare alla Banca Mondiale il compito di
provvedere alle ristrutturazione a lungo termine dei sistemi sanitari:
The
World Bank’s
main comparative advantage lies in systemic health sector capacity building.
Its strategic and programmatic focus should emphasize this to a much greater
extent and with enhanced clarity. This is fundamental to progress not merely
on AIDS but to other diseases and, more generally, to the sustainability of
all efforts to improve human health in poorer countries. This is a difficult
and complex area, but no other agency has the reach, the expertise, and the
experience that the Bank has, including the ability to link the health
sector to broader macroeconomic and budgetary issues in each country.
Similarly, the Bank should help governments to be more strategic and
selective in setting priorities for its AIDS and health activities,
encouraging countries to use their limited capacities to implement
activities that will have the greatest impact on the epidemic.
Una proposta del genere (con motivazioni
allegate) potrebbe apparire una provocazione o perfino uno scherzo, ma il
pulpito da cui proviene ci dice che qualcuno sta veramente pensando di
istituzionalizzare il ruolo che la Banca Mondiale ha esercitato
surrettiziamente in questi ultimi due decenni, quello di super-ministro
globale della sanità.
Una nota conclusiva a proposito delle
questioni macroeconomiche applicate alla sanità. I finanziamenti del GF –
proclamano i documenti - devono essere aggiuntivi rispetto al budget dei
governi locali e non sostitutivi. E’ bene sapere che questa addizionalità
non è affatto scontata (vedi casi di Mozambico e Uganda[29])
e che c’è una corrente di pensiero macroeconomico (Banca Mondiale e del
Fondo Monetario Internazionale) che paventa il rischio che generose
iniezioni di aiuti alla sanità possano gravemente danneggiare l’economia del
paese (aumento dell’inflazione, rafforzamento della moneta locale, minore
competività delle merci esportabili, etc. – una sindrome denominata Dutch
Disease
[30]
[31]).
[1]
T.M. Brown, M. Cueto, E. Fee, The World Health Organization and the
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[5]
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primary health care, Soc. Sci. Med., Vol. 26. No. 9. Pp. 891-898, 1988
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[8]
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[9]
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