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Sabrina Lovato
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Riflessioni Come si è visto il punto di partenza è la mancanza di infermieri. La soluzione di chiamare risorse competenti da altri paesi sembrerebbe una buona strategia perché queste nuove energie potrebbero inserirsi nel sistema attuale favorendone l’ evoluzione: sia mantenendo vitale il Servizio Sanitario Pubblico evitandone il collasso sia contribuendo alla maturazione della professione infermieristica. Per l’arricchimento che sempre deriva dal confronto con esperienze diverse e perché porterebbe all’interno stesso della professione quell’apertura ad una società multietnica che è nel nostro futuro. Inoltre consentirebbe un buon inserimento sociale a persone con preparazione qualificata che aspirano a valorizzare la loro formazione e ad arricchire la loro esperienza. Niente di tutto questo sta succedendo. L’ “accoglienza” che il nostro paese ha riservato agli infermieri stranieri si rivela - nell’immediato una ripetuta ingiustizia a carico di una minoranza di infermieri - in prospettiva la fessura attraverso la quale di fatto il welfare viene privatizzato, il futuro della professione viene minacciato e la sua natura travisata. Il primo di questi effetti negativi, la privatizzazione del welfare. Trasformare una condizione in cui lo stato è il garante ed il riferimento della assistenza socio-sanitaria nella condizione in cui imperversano le speculazioni tipiche del mercato nel senso di luogo di puro scambio, dove tutto è identificato da un prezzo. È un ossimoro, una contraddizione in termini, è decidere consapevolmente, e lasciare che altri decidano, di cambiare natura ad una scelta di convivenza civile basata sulla solidarietà. Al secondo di questi effetti negativi, la minaccia nei confronti della nostra professione, viene dedicato la parte restante della nostra comunicazione che si propone di renderne palese la concretezza. Per cominciare la dimensione e l’estensione del fenomeno. Il numero degli infermieri stranieri è in costane aumento e la quasi totalità lavora con contratti a termine. Il modello non ha tardato ad essere applicato anche agli infermieri italiani. Dapprima circoscritto alle strutture private va via via interessando anche le strutture pubbliche. In conseguenza il numero complessivo di infermieri precari va progressivamente crescendo. Ed è una anomalia, a pensarci bene. Una cosa strana. Perché il lavoro precario riguarda storicamente attività di bassa qualificazione in cui la competenza acquisita con la pratica professionale è trascurabile, così some irrilevante è la continuità del servizio. Ed è inoltre proprio di attività in cui la domanda è inferiore all’offerta. Nessuna di queste condizione vale per la professione di infermiere. Oggi. Dobbiamo consentire che valgano domani? Già vedono alcune conseguenze: La prima Conseguenze 1. Il gruppo non è più omogeneo. Intendiamo sia l’insieme generale degli infermieri sia i più piccoli insiemi delle singole unità di lavoro. Viene intaccato il principio di parità dei lavoratori, ci sono io che ho un contratto regolare di pubblico impiego e ci sei tu che vieni somministrato da una agenzia o da una cooperativa La seconda conseguenza 2. Si innesca un processo di dequalificazione professionale: ciò che vediamo è il tentativo di disgregare la nostra professione a partire dai suoi minimi elementi parcellari costitutivi, di nuovo attraverso l’elencazione di mansioni da fare separate dal soggetto che le progetta, perché non le progetta ma le esegue e basta e separate dal soggetto che le riceve (il destinatario della nostra cura), perché non chiamato a partecipare al processo che le costruisce, che appunto le progetta. L’esasperato turn-over degli infermieri delle agenzie e delle cooperative impedisce lo sviluppo di competenze sino a cambiare la NATURA del lavoro professionale in mera prestazione a gettone, un processo di alienazione che comporta la perdita di identità del professionista, la frantumazione del suo lavoro e di sé. Obiettivi di avanzamento professionale o di crescita culturale perdono semplicemente senso. La terza conseguenza 3. Incertezza di sé come professionista e come persona. Vacilla la stima di sé, di quel che si fa, del perché lo si fa, si perdono i significati delle cose che si fanno e infine si perde IL significato, qualsiasi significato. Per “noi” infermieri italiani e per “loro” infermieri extra-comunitari questo fare delle cose – quando non inserito in percorsi pensati, progettati di cura – diventa catena di montaggio, il cui ingranaggio può bruscamente interrompersi quando, ad esempio, il sangue per Rossi lo riceve Lovato. La morte o il grave danno può avvenire per Lovato ma al contempo, inevitabilmente, ci saranno le morti bianche, i caduti sul lavoro. E il disfacimento di un sistema di cure pubblico. È di questa profonda PRECARIETA’ INTELLETTUALE che dobbiamo sviluppare consapevolezza. Per fronteggiarla, combatterla. È forse adesso opportuno ricordare il collega Enrico. Col discorso che stiamo facendo la sua vicenda ha qualche relazione. Per lui la frattura è stato il momento di comunicazione del disagio. Che Enrico abbia interrotto di comunicare dopo un tentativo di comunicazione importante, clamoroso, nel senso che suscita clamore, come quello dell’intervista al quotidiano e al conseguente supposto travisamento o abuso delle sue dichiarazioni dice a tutti della precarietà delle condizioni di lavoro quotidiane, della precarietà di comprensione tra colleghi, con le altre figure professionali, con l’istituzione, coi mezzi di comunicazione, coi cittadini. Da sempre la figura dell’infermiere ha avuto magri e sporadici riconoscimenti. Tuttavia qualche passo avanti c’è stato. Nei fatti concreti e tutti ne usufruiscono. Ed anche a livello di consapevolezza per quanto non così diffusa come si vorrebbe. Il rischio che qui si vuole segnalare è di una precipitosa marcia indietro non di anni ma di decenni.
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