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Documento conclusivo del convegno internazionale
“Dall’incubo può (ri)nascere il sogno”
Dal 31 ottobre al 2 novembre 2007, oltre 350 persone,
provenienti dalla chiese battiste italiane in larga misura, e
comprendenti studiosi, testimoni e membri delle chiese battiste africane
americane della Lott Carey Foreign Mission Convention e della Virginia,
sono convenute per una conferenza internazionale sul messaggio e
l’attualità di Martin Luther King e del movimento dei diritti civili
nord americano.
Si è registrata un’importante partecipazione di giovani, in molti casi
giovanissimi, sia nel contributo che hanno offerto alle animazioni
liturgiche e musicali, sia nel dibattito e nell’animazione dei forum. Il
contributo dei testimoni e degli studiosi di King è stato di alto
livello e ha offerto tono e contenuti ad un evento che riteniamo, senza
retorica, resterà a lungo impresso nella nostra memoria.
1. La sfida
La sfida lanciata era delle più audaci: è possibile in un mondo e in una
società segnata dall’incubo di nuovi insorgenti razzismi, da una nuova
corsa agli armamenti (anche nucleari), da un’endemica situazione di
povertà, aggravata da terribili pandemie come quella dell’AIDS, e infine
dalla minaccia della catastrofe ambientale, coltivare il sogno di
King espresso nelle parole del suo discorso del 28 agosto del 1963?
E’ possibile coltivare quel sogno anche nel mezzo di questo incubo? Può
la speranza, irrequieta figlia della fede e dell’amore, continuare a
sussistere nelle nostre vite, nelle nostre chiese, nella nostra società?
Raramente un convegno di studio unisce in maniera così forte analisi
della storia e dell’attualità da una parte ed emozione e commozione dei
partecipanti dall’altra, come è accaduto in questa occasione.
Confessiamo perciò la nostra gratitudine al Signore perché abbiamo
sentito di essere stati accompagnati e sospinti dal suo Spirito. Le
differenze culturali e le difficoltà linguistiche non hanno pesato come
un impedimento, ma sono state un vero e proprio valore aggiunto alla
ricchezza di questo breve ma intenso studio e confronto.
2. I giovani
La prima parola che desideriamo dire riguarda i giovani. La
testimonianza della sorella Carolyn Mckinstry, amica e coetanea delle
bambine della Chiesa battista della 16 strada di Birmingham,
Alabama, che furono uccise dal vile attentato del 15 settembre del 1963,
ha evidenziato il ruolo positivo e trainante che i giovani ebbero in
quella sanguinosa campagna ed è stato una vera e propria sfida a quel
che possono svolgere ancora oggi. I giovani possono fare la differenza!
C’è una forza che viene dal diritto di sognare dei giovani e dal fatto
che le loro vite non si siano ancora compromesse con gli abusi del
potere.I giovani sono dunque la chiesa di oggi e non di domani. Sarà
bene che questo concetto sia reso magiormente chiaro alle comunità
locali, ai pastori e ai consigli di chiesa.
3. Le chiese
La metafora della vita delle nostre chiese negli ultimi anni è stata
più quella dello specchio che quella della finestra. C’è stata la
tendenza, rinforzata dall’ideologia del secolo presente, a guardare a
noi stessi, ad essere auto-referenti. Il cedimento al nostro narcisismo
spirituale ha prodotto l’amplificazione di conflitti interni alle chiese
e a progressive paralisi spirituali. Oggi, è venuto il momento di aprire
le finestre, spalancarle. King aveva più volte parlato dell’effetto
anestetizzante delle vetrate istoriate delle chiese, rinchiuse in una
spiritualità individualistica e priva di slancio profetico. E’ venuto il
tempo di riscoprire la nostra vocazione per il mondo. E’ venuto il
momento di proiettarci in un nuovo slancio per la giustizia in ogni
luogo. La presenza e il contributo del dott. Henry Mugabe del Seminario
teologico battista di Gweru (Zimbabwe) ci ha aiutato ad affrontare la
questione della povertà nella cornice della situazione di un paese
africano che ha la più alta inflazione al mondo. Il sogno deve essere
possibile a Birmingham Alabama, a Washington D.C., come a Roma, nei
quartieri ghetto delle nostre metropoli del Sud, come ad Harare e
Sanyati. Il sogno può sussistere solo se comprende tutti, perché siamo
tuttiavvolti nel mantello che ci unisce in un unico destino. Le chiese
potranno ritrovare autorevolezza per essere coscienza critica della
società e dello Stato, non arroccandosi nei privilegi e nel potere, ma
condividendo gratuitamente il messaggio dell’Evangelo di Cristo. E
potranno essere lievito che fermenta nella società contribuendo a creare
quella “coalizione delle coscienze” che le vedrà unite, mano nella mano,
con altri uomini e donne, di razze e religioni diverse, uniti dalla
passione per la pace nella giustizia. 4. Le diversità riconciliate
Il nostro sogno ci affranca dalle paure della diversità. Desideriamo
continuare a valutare le differenze piuttosto che come un problema, come
un’opportunità per la crescita umana e sociale. Desideriamo impegnarci
per vigilare culturalmente e spiritualmente verso tutti quei tentativi,
a chiunque rivolti, di basare la propria sicurezza sulla discriminazione
e il mancato riconoscimento dei diritti delle minoranze. Il sogno
di Giuseppe il patriarca fu quello di King ed è anche il nostro:
trasformare le ingiustizie sociali con le armi della nonviolenza, della
cittadinanza attiva, del discepolato cristiano.
5. La nonviolenza
Il proposito della nonviolenza, riteniamo che ogni sforzo debba
essere compiuto per riaffermare e diffondere i valori della Costituzione
italiana, patto di convivenza di tutti e fra tutti, italiani e
immigrati. Riteniamo che la nonviolenza vada coltivata e tutelata
facilitando, anche da un punto di vista legislativo, l’integrazione, la
partecipazione democratica e il rispetto dei diritti della persona verso
tutti gli stranieri immigrati.L’insistenza dei nostri mass media sui
casi di criminalità degli immigrati, senza peraltro evidenziare
adeguatamente il contributo irrinunciabile che essi danno col loro
lavoro allo sviluppo del nostro paese, rischia di alimentare
un’ideologia violenta di razzismo, accrescendo l’illusoria convinzione
che tutto si possa risolvere con l’ordine pubblico e la repressione. Il
sogno di una società diversa, costruita con metodo nonviolento, richiede
alle chiese e agli individui la disponibilità alla disciplina, a
rifuggire i luoghi comuni, all’ascolto paziente e al dialogo. La
nonviolenza di King, di Gandhi e quella recentissima dei monaci buddisti
della Birmania richiede sacrificio, abnegazione, e talvolta anche
martirio. E’ dannoso alimentare l’illusione della possibilità di
ottenere risultati senza pagare alcun prezzo. D’altra parte, però, la
nonviolenza promette di non lasciare quella scia di sangue, spesso di
donne e bambini, di tante guerre del passato e del presente, di alta o
bassa intensità. Ogni sforzo che le persone e le chiese metteranno in
campo per alimentare il dialogo interreligioso, per incontrare quelli
che vivono nei quartieri poveri ad alto rischio di criminalità
organizzata, sarà un contributo alla nonviolenza e alla giustizia.
6. La povertà
King pose con chiarezza la questione della povertà e la necessità di
correggere il sistema economico capitalista, rappresentato come un
edificio bisognoso di urgente ristrutturazione. Oggi, ci rendiamo conto,
che la questione della povertà sul piano globale ripropone sotto forme
nuove, ma non meno drammatiche quella della schiavitù, della tratta di
esseri umani, della reificazione di milioni di persone. Gli Obiettivi
del Millennio devono essere onorati, ivi incluso l’impegno di destinare
lo 0,7 per cento del PIL del nostro Paese alla cooperazione e allo
sviluppo dei Paesi poveri. Per quanto riguarda poi, più specificamente,
le nostre chiese battiste, confermiamo il progetto di partnership con le
chiese dello Zimbabwe. Accogliamo positivamente anche gli sforzi che si
stanno facendo per avviare una efficace campagna di adozioni a distanza.
Guardiamo con favore all’avvio di progetti di microcredito, soprattutto
per le donne, analogo a quello sperimentato in Bangladesh e in India.
Resta urgente, infine, il nostro impegno per un intervento sistematico
per la tutela della salute e contro la pandemia di AIDS.
7. La spiritualità della resistenza
Un intenso momento del nostro convegno è stato rappresentato dal
canto e dalla musica. Sia nel movimento di King che nel nostro
presente abbiamo bisogno e ci nutriamo di una spiritualità fondata sulla
Parola di Dio fatta di preghiera e canto. Il sogno resta possibile solo
se abbiamo una fede in grado di resistere: resistere alle tentazioni del
potere non condiviso e dell’omologazione culturale, resistere alla
tentazione dell’individualismo sfrenato e dell’accumulo. Riteniamo che
ogni ulteriore sforzo che confermi la ricerca di rinnovamento liturgico,
che ha già prodotto significative “primizie”, vada incoraggiato dalle
comunità locali. Importante è il contributo della scuola Asaf e dei
campi estivi giovanili ed intergenerazionali. Desideriamo
incoraggiare le chiese ad essere ancora più partecipi a queste ed altre
analoghe iniziative.
Conclusione
Concludiamo questo convegno nella ferma convinzione, oggi ancora più
forte, che sognare il sogno di Dio è possibile, è necessario ed è
urgente. Il compito è difficile, ma la passione è tanta. Sappiamo che se
resteremo uniti, fratelli e sorelle in Italia, negli Usa come nello
Zimbabwe, uniti alle altre chiese cristiane, alimenteremo il nostro
coraggio rincuorandoci reciprocamente alla fede e al discepolato. Ma
soprattutto sappiamo che il sogno sarà possibile se resteremo uniti al
nostro Signore Gesù Cristo. Se avremo occhi per vedere la Gloria di Dio,
ogni timore scomparirà e ogni paura sarà superata. Canteremo allora, con
la gioia e la speranza di King e del movimento per i diritti civili: We
shall overcome!
La professione infermieristica
e le nuove forme di lavoro precario
1 – Un sistema sanitario avanzato
Il Sistema Sanitario Italiano è considerato uno dei più equi nel
mondo, fondato sulla centralità del ruolo pubblico e sull’universalità
delle prestazioni finanziate dalla fiscalità generale. La normativa
italiana estende il diritto alla salute a tutte le persone presenti sul
territorio nazionale inclusi i cittadini stranieri in condizione di
soggiorno irregolare (1).
2 – Carenza infermieristica
Per mantenere
questo contesto e questo ruolo ci sono dei problemi che cercherò di
raccontarvi. L’Italia è il primo paese al mondo per numero dei medici.
Ogni mille abitanti ci sono 4,1 medici, la media OCSE è di 2,9, in
Africa solo 0,2 (2). Il numero dei medici è superiore anche a quello
degli infermieri. Il rapporto che si considera ideale per 10 medici è di
50 infermieri, in Italia ce ne sono solo 9. La Presidente della
Federazione Nazionale dei Collegi afferma: “quello che manca sono le
risorse…gran parte di queste saranno destinate agli stipendi dei medici
lasciando per gli altri le briciole e nessuno spazio per gli
investimenti sulla professione infermieristica” (3). Gli infermieri
italiani sono 342.000: il 70% lavora nel pubblico. Il rapporto
con la popolazione è uno dei più bassi d’Europa, per 1000 abitanti 5,4
infermieri, in Spagna 6,2, la media OCSE è di 8,2. (2) Secondo le stime
mancano tra 60 e 100.000 unità (4). Il numero degli infermieri
neolaureati non è sufficiente a rimpiazzare quelli che vanno in
pensione. I motivi sono diversi: lo scarso status di cui gode la
professione, i bassi stipendi, le scarse possibilità di carriera, i
disagi connessi al lavoro (turnistica e burn out), l’insufficiente
numero di sedi formative.
3 – Infermieri migranti A
fronte di questa carenza è aumentata la presenza di infermieri stranieri
provenienti soprattutto dai paesi dell’Est europeo, dall’Africa, e dal
Sud America. L’83% sono donne (4-1). Negli ultimi tre anni gli
infermieri immigrati iscritti ai Collegi sono triplicati arrivando a
circa 7000. La Federazione Nazionale dei Collegi ritiene questo dato
sottostimato, nel 2005 sarebbero 8-9 mila, secondo altre fonti più di
20.000 (5).
La disparità dei dati rende conto di
una situazione non chiara e non ben conosciuta. Nel 2004 nei
Collegi delle grandi città del Centro e Nord Italia le percentuali di
stranieri tra i nuovi iscritti varia tra il 40% e il 90% (1). Le
richieste maggiori provengono da cliniche private, case di riposo,
istituti per anziani e disabili. Negli ultimi anni lo stato italiano ha
ridotto il suo intervento nel welfare inducendo le famiglie a ricercare
personale di assistenza al minor costo possibile e favorendo condizioni
di lavoro di dubbia legalità.
4 – Modalità di reclutamento Il
business del reclutamento all’estero vale 300 milioni di euro l’anno
(5), è controllato da grandi società cooperative e in minor misura da
agenzie interinali. Le agenzie effettuano un vero e proprio affitto di
manodopera. Pagano i lavoratori con il contratto nazionale di lavoro
pubblico o privato. Le cooperative possono
gestire servizi infermieristici solo se riguardano intere
strutture o singoli reparti. In questo modo si creano situazioni di
scollamento tra personale dipendente e infermieri delle cooperative che
lavorano nella stessa struttura. Sono inquadrati come personale non
laureato, gli stipendi sono molto più bassi e i turni massacranti.
Lavorano 165 ore al mese contro le 150 medie del contratto pubblico,
guadagnano un terzo in meno dello stipendio del collega di ruolo che
lavora nello stesso ospedale; nessuna indennità notturna, viene detratto
l’affitto per un alloggio, la quota sociale, le spese di viaggio in
Italia.(6)
5 - Sfruttamento e caporalato
Molti sfortunati cadono nella rete
delle tante società e mediatori che operano nell’illegalità che offrono
pacchetti di infermieri venduti come merce umana. Giovani infermieri
pagano intermediari per arrivare in Italia e lavorare in nero senza
abilitazione (6). Il Presidente del Collegio
di Torino Michele Piccoli non esita a parlare di “scafisti della
sanità”: “Gli infermieri reclutati nei paesi d’origine vengono fatti
entrare col visto di soggiorno in qualità di inservienti o colf, in
attesa del lungo iter di riconoscimento del titolo. Verranno spesso
utilizzati per funzioni infermieristiche in abuso di professione,
sottopagati, sfruttati in maniera vergognosa, privati dei documenti e
del permesso di soggiorno che verrà “custodito” dai “caporali” che
organizzano questo traffico” (7). La televisione italiana ha
realizzato nel 2003 un’intervista, alterata nel video e nell’audio per
motivi di sicurezza, con una infermiera rumena per denunciare il
fenomeno del “caporalato”
Intervistatore (I)”In
Italia abbiamo bisogno di infermieri; su questo bisogno specula e con
grandi profitti una rete di caporalato in Piemonte organizzando una
tratta delle infermiere. Infermiera
rumena (IR)“Adesso sto lavorando in
un reparto specialistico. Ti telefonano e ti chiedono se vuoi lavorare
in Italia, tu accetti perché non hai un’altra scelta. Arrivi in Italia
con il permesso di soggiorno, ma non puoi lavorare perché non sei
ancora iscritta all’Albo professionale. Ti fanno lavorare come
ausiliaria in una casa di riposo o in una clinica, nel frattempo, se
in queste case di riposo mancano infermieri, al mattino lavori come
ausiliario e il pomeriggio come infermiere.
(I):
” Il minimo orario per gli
infermieri è 25 euro e a voi quanto danno?”
(IR):
“11 euro, quando lavori come
infermiere, 8 euro quando lavori come ausiliario. Ti tolgono il 20%
per tutto quello che hanno fatto per te”
(I): “E
perché non ve ne andate?”
(IR):
“ Perché i nostri documenti
originali li hanno loro e dopo aver ottenuto il riconoscimento come
infermieri i documenti rimangono nelle loro mani con la scusa che è
meglio così: “Li possiamo tenere noi”, dicono “ a che ti servono i
documenti?” (8)
6 – Privatizzazione strisciante
Negli ospedali il processo di esternalizzazione inizialmente
interessava solo i servizi logistico-alberghiero e il personale
ausiliario ora anche il servizio infermieristico.Le Aziende Sanitarie
oggi si avvalgono sempre più delle cooperative che garantiscono
l’abbattimento dei costi. Nella regione Lazio l’assistenza domiciliare è
quasi completamente appaltata. Mentre le cooperative sono l’anticamera
della privatizzazione, le agenzie interinali consolidano la presenza di
rapporti precari nel pubblico impiego. Il sistema di somministrazione di
personale produce un frequente avvicendamento e dequalificazione dei
lavoratori riducendo la professione in mera prestazione “a gettone” (1).
7 – L’ombra della direttiva Bolkenstein
A livello europeo è stata approvata il 29 maggio 2006 la direttiva
Bolkenstein sul libero mercato dei servizi. Fortunatamente sono state
apportate sostanziali modifiche, la più importante l’eliminazione del
principio del paese d’origine per cui il prestatore di servizi era
sottoposto esclusivamente alle leggi del paese dove si trovava la sede
legale e non di quelle del paese dove il servizio veniva offerto (9).Rimane
comunque immutato l’impianto liberista della direttiva e i pericoli per
i diritti sociali. La porta è sempre aperta alla concorrenza sleale e
alla precarizzazione del lavoro. Per la sanità è in studio una nuova
direttiva.(10)
8 – L’infermiere precario
Il tema del lavoro precario ci interessa perché: La precarietà del
lavoro è vissuta in prima persona da un numero crescente di infermieri,
non solo stranieri. È aumentato il ricorso all’utilizzo dei contratti a
tempo determinato anche per gli infermieri italiani. Sono sempre più
evidenti forme di sfruttamento. Costituisce un fattore di rischio per la
salute dei lavoratori e delle loro famiglie. Dopo le organizzazioni
private anche le istituzioni pubbliche mostrano la tendenza ad avvalersi
del lavoro precario. Stupisce pertanto che il lavoro precario sia
favorito anziché contrastato dalle istituzioni che dovrebbero essere
interessate a tenere alto il livello di qualità dell’assistenza e non
sia oggetto di analisi e di dibattito da parte dei Collegi e della
Federazione Nazionale nel loro impegno di tutela della salute pubblica e
della professione. Non stupisce invece che il risultato finale sia una
condizione di precariato intellettuale dell’infermiere che vede
appiattita in un elenco di compiti spezzati la propria attività
quotidiana, ignorata la competenza, banalizzata la cura consapevole
delle storie di malattia.
9 – La sfida di Nursing in movimento
Le nuove forme di lavoro precario nella professione infermieristica sono
un tema sul quale mancano quasi completamente informazioni e
testimonianze. La presenza di Nursing in movimento al Congresso degli
Infermieri di Comunità
ha significato voler essere al loro fianco nel denunciare ogni forma
strisciante di privatizzazione della sanità e di deprofessionalizzazione
degli infermieri derivante da precarietà e sfruttamento. Lo stesso
criterio ci ha spinti ad organizzare una giornata tematica, in
collaborazione con Teatri OFFesi di Pescara,
a Firenze lo scorso 25 maggio.
Precarietà e sfruttamento delineano un piano politico preciso, rendono
difficile la vita sociale e relazionale e tolgono la possibilità di
creare un progetto di vita ad un’intera generazione.
Fonti:
- EMN
European Migration Network, Italian National Contact point. Mercato
occupazionale sanitario e migrazioni qualificate. Infermieri e medici
e altri operatori sanitari in Italia. Roma 2006;
-
OECD Organisation for Economic Co-operation and
Development. Health data 2005: statistic and indicators, Paris, 2005
- Del
Bufalo P. Un buco da 60mila unità. Il Sole 24 sanità 14-20 febbraio
2006; 31
- Caritas/Migrantes-Società
italiana di Medicina delle Migrazioni. Gli infermieri immigrati nella
sanità italiana: un ulteriore apporto dopo l’assistenza nelle
famiglie. Dossier statistico immigrazione, Idios Roma 2006
-
Fatiguso R. Dall’Est la carica dei 60.000. Il Sole 24 ore 10 giugno
2005
-
Bernardotti M A. Sindacati e discriminazione razziale nella Sanità
italiana: il caso degli infermieri. IRES CGIL Quarto rapporto
sull’immigrazione. Ediesse, Roma 2006
-
Collegio IPASVI Torino. Shukran, settimanale del TG3. Infermiere
informazione marzo-aprile 2003; 2; 8-9
- Piccoli
M. Infermieri extracomunitari: il punto di vista del Collegio.
Infermiere informazione marzo-aprile 2003; 2; 5-7
-
Albertazzi A. Servizi al libero mercato. Direttiva Bolkestein.
Emergency giugno 2006; 39; 32:33
-
Bersani M, Locatore F. Direttiva Bolkenstein:
se credete che ci basti. Dal sito di Attac-Italia http://italia.attac.org/spip/
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