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PROPOSTA 

 
 

   


  Palma Bernardi per nim

Il 25/05/07 il circolo Aretè ha organizzato una giornata di riflessione sul lavoro precario in sanità. E’ stata trattata la migrazione infermieristica, in particolare l’ingresso degli infermieri stranieri in Italia ed alcuni aspetti legati a questa problematica.

La carenza infermieristica, che ci accompagna ormai da diversi anni, ha modificato il reclutamento del personale in sanità e la normativa sull’immigrazione ha aperto una strada preferenziale alle professioni sanitarie.

L’articolo n.27 della Bossi Fini colloca gli infermieri come personale fuori quota, apre quindi le porte all’ingresso di infermieri stranieri.

Gli infermieri stranieri in Italia sono circa 20.000.

30% comunitari: Romania, Polonia, Bulgaria.

12,5% americani, la maggioranza dal Sud America.

12,2% asiatici.

6,6% africani.

0,4% Oceania.

Per esercitare una professione sanitaria in Italia si deve possedere  un titolo professionale abilitante riconosciuto dal Ministero della Salute e l’iscrizione all’albo, subordinata al superamento di un esame.

Dalla presa visione di questa situazione nasce la proposta, fatta da Nim al Collegio IPASVI di Firenze, di aprire un “punto d’ascolto” per i colleghi infermieri stranieri.

Con la normativa vigente e con la nuova, che è ancora in discussione, i collegi sono e saranno un punto di passaggio obbligato:

il primo contatto con i futuri colleghi”.

Il punto di ascolto non servirà solo come supporto tecnico, ma ci darà la possibilità di identificare i bisogni dei colleghi, in modo da poterne migliorare l’ingresso nella professione e costruire un progetto che arricchisca sia loro che arrivano, che noi che li accogliamo.

Servirebbe ad accoglierli nella fase d’ingresso nel mondo del lavoro, a raccogliere le loro richieste ed indirizzarle nella giusta direzione, a coinvolgerli nell’aggiornamento.

Perché l’assistenza funzioni dovremmo integrare le nostre conoscenze con quelle degli altri. Dobbiamo accogliere il confronto con culture diverse sia nell’assistere che nel lavorare a fianco dei colleghi stranieri.

Inizialmente dovremmo conquistarne la fiducia dandoli la possibilità di aprire un dialogo. Si potrebbe partire organizzando una giornata al collegio di presentazione del punto d’ascolto con degli interventi mirati all’accoglienza ed all’incontro con l’altro.

All’inizio si potrebbe aprire il servizio due volte al mese 15.00/18.00 cominciando a raccogliere le prime richieste, i primi bisogni e i primi dati. Un punto importante deve essere l’anonimato perché purtroppo ci troveremo di fronte a situazioni difficili.

Potremmo preparare degli stampati con dei dati generali e con la possibilità di scrivere richieste o denunciare problemi.

Da qui si potrebbero costruire dei percorsi più mirati, a seconda delle necessità; potrebbero essere: incontri con i sindacati, lezioni di lingua, aggiornamenti ecc. fino ad arrivare ad incontri più articolati con veri e propri scambi culturali, in questo caso si potrebbe valutare l’uso del mediatore.

Dopo alcuni mesi di rodaggio e messa a fuoco potremmo proporre ad altri collegi di seguire il nostro esempio o per chi l’avesse già fatto di cominciare a metterci in rete e lavorare insieme per migliorare su tutto il territorio i sistemi di arruolamento, l’ingresso nel mondo del lavoro e le varie criticità che emergeranno.

Potrebbe essere un’ottima occasione di riflessione per la nostra professione, una crescita verso un modo d’assistere che cambia con il mutare della società.