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Progetto Afrikalba per Huruma

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“Afrikalba”, racconti di un infermiere dall’Africa

Il coraggio di mettersi in gioco
(recensione della 1°edizione)

 

Di Giancarlo Brunetti

 Afrikalba è una raccolta di racconti scritti da uno di noi, Mariano De Mattia, infermiere, che come tanti di noi è andato, vorrebbe andare o sogna di andare a conoscere gli uomini e il mondo prendendo come scusa la propria professione.

“Prendersi cura” è un abito che puoi mettere addosso dalle 7 alle 13 quando entri in servizio in un grande ospedale oppure può essere un abito che indossi sempre e genera domande semplici: “come stai?”, se veramente ti interessa chi hai davanti. Può essere anche un abito per viaggiare, per andare altrove, non necessariamente per aiutare qualcuno, non almeno come fine primo. Il viaggio descritto in Afrikalba è un viaggio dentro noi stessi, un modo per interrogarci sul senso del nostro agire quotidiano.

Assistere diventa un’opportunità fuori dal tempo e dallo spazio consueti, in un piccolo e dimenticato angolo di mondo immerso nel verde, come scrive Mariano: “nel posto più vicino all’anima dell’uomo, tra lacrime e sorrisi, sconfitte e conquiste. Ogni giorno è unico ed ogni persona capace di apprendere ed insegnare con grande maestria ed umiltà”.

Quest’angolo di mondo è Chaaria una piccola frazione di Merù a 300 Km da Nairobi in Kenya, dove sorge la “Little House of Divine Providence Cottolengo Centre”.

Il mal d’Africa nasce dal disorientamento di notti colme di stelle, dalle albe africane, ma anche dal duro e quotidiano contrasto tra vita e morte.

Nei racconti di Afrikalba scopriamo come si debbano dimenticare le modalità operative per noi usuali e scoprire, abbandonando i preconcetti, come sia realistica l’ipotesi di mettere tre pazienti nello stesso letto, usare lo stesso deflussore per tre giorni di seguito o lo stesso bicchiere per sei pazienti oppure servirsi dello stesso contenitore per residui alimentari, sangue, aghi, farmaci.

L’Africa mette in secondo piano protocolli, procedure e schede per la raccolta dati, è prepotente l’esigenza di entrare in contatto con le persone da curare, Mariano ce lo fa capire attraverso le parole di Grace, Samuel e Lucy:”Non chiedere quello che puoi fare, da te accetto tutto”, “se mi medichi tu sono tranquillo perché so che quando sento dolore lo stai sentendo anche tu”, “mi chiedo come è possibile che siamo subito amici”.

Ogni tentativo di proporre consuetudini di un altro mondo è fallimentare; come il tentativo di regimentare la confusione di un carrello delle terapie, dalla natura “anarchico-africana”, mettendo i farmaci in ordine alfabetico… nessuno trova più niente.

Scopriamo, leggendo questo libro, il dolore dell’abbandono degli “street boys” e l’opera svolta da Muthaura (anch’esso ex street boy) nel “Huruma centre” che consente a numerosi ragazzi di continuare a sognare un futuro migliore. I fondi raccolti dalla vendita di questo libro sono totalmente destinati a loro.

“Più che medicare” racconta Mariano “qui si tratta di prendersi cura di questi ragazzi con una modalità inaspettata. È davvero difficile scorgere delle lesioni recenti…sono tutte ferite antiche, come antico è il dolore che traspare dai loro sguardi…Queste cure hanno tutto il sapore di un recupero di carezze…Li accarezziamo questi piedi, con acqua, sapone, spruzzi di betadine e tutto l’amore possibile”.

Con “Afrikalba” Mariano ci comunica la sua esperienza, il ”magma di emozioni e vissuti” che ha provato e ci sollecita ad espandere, in una ritrovata coscienza, quei valori umani e professionali che releghiamo in uno spazio troppo angusto: “L’Africa è un’opportunità per riscoprire quanto spazio c’è in noi per tutto quello che in noi non c’è”.