Sommario
 

ATTRAVERSAMENTI

2007


 


 

Intelletto nomade come forma infermieristica

A partire dall’opera dei filosofi contemporanei Deleuze e Guattari, ragioniamo intorno al concetto assolutamente filosofico di “nomadismo” con l’obiettivo, se possibile, di farne una possibile forma infermieristica, direi quasi una procedura sovversiva, “una potenza contro la sovranità, una macchina contro l’apparato”, un percorso strategico epistemologico che inventa continuamente problemi legati ai bisogni delle persone ed ai loro corpi.

 Lorenzo Marvelli

Innanzitutto dobbiamo chiarirci sul significato.

Un intelletto nomade non è assolutamente votato alla fuga, al congedo, all’evitamento del problema.

L’intelletto nomade prende le distanze dalla migrazione poiché, questa sì, è una pratica che prevede lo spostamento (spesso la fuga) da un punto all’altro con tutto quello che ne consegue.

Nel corpo del migrante che transita, è scritto l’abbandono di un luogo e anche l’ approdo in un luogo diverso con la tacita accettazione delle sue leggi, dei suoi disciplinamenti, dei suoi contratti, dei suoi castighi, della sua educazione.

Il transito del migrante prevede allora, suo malgrado, un “andar via” e verso un luogo (non-luogo) che ha l’aspetto di un “punto incerto, imprevisto e mal localizzato”.

 

Il nomade viceversa, non migra e non appartiene a nessun luogo, o meglio, come direbbe Focault, “si sposta in un ambito spaziale eterotopico” ovvero verso controspazi o spazi assolutamente altri, vere e proprie utopie localizzate come il letto dei genitori per i bambini o la soffitta o l’angolo remoto del giardino o il cimena o il teatro o il letto d’ospedale.

Il  nomade è sempre lì per andare ma non va da nessuna parte poiché il suo viaggio avviene sul posto e per pura intensità senza che sia previsto alcun movimento di fuga o di sottrazione.

 La dimensione è chiaramente quella del concetto, e il nomadismo è appunto un’espressione strettamente filosofica.

Assodata la differenza sostanziale con la pratica migratoria, diciamo che il pensiero nomade è allora l’evasione, senza spostamento apparente, da un territorio strutturato ed organizzato secondo logiche semiotiche di potere; è insomma l’esperienza dell’intermezzo, è lo stare sempre “fra”, è l’esteriore rispetto a tutti gli apparati, è il volere stare sempre da qualche parte e mai da nessuna parte, è costante rifiuto del centro e preferenza dei margini.

 L’infermieristica è nomade quando appunto è marginale rispetto al pensiero normativo, ed anzi, alla identità ed unicità di quest’ultimo, risponde con una molteplicità di lingue e di pensieri non condizionabili.

E’ in questo senso che l’infermieristica, sfilandosi dalle strutture molari del comando, del disciplnamento, del controllo, esercita la sua potenza di arte/scienza non già nell’assoggettamento ma nella creazione autonoma di vere e proprie reti di cura, di comunicazioni, di affetti, di educazione, di informazione; lontano dal potere della Scienza al comando, l’esercito dei nomadi votati alla cura dei bisogni delle persone, questa razza singolare di “minoranze agenti”, costituiscono risolutamente parte di quel general intellect o intelligenza collettiva che in epoca postfordista ha abbandonato l’abitudine all’esecuzione di ordini, preferendo a questa la manipolazione di sistemi simbolici.

 L’intelletto infermieristico è nomade poiché esprime lo stare sempre per andare senza muoversi.

Ma è in questa ignoranza di luoghi ove poter migrare o fuggire (non luoghi) che l’infermieristica costruisce la sua potenza di arte/scienza attenta ai corpi di bisogni.

Voglio dire che non si tratta di ri-definire l’infermieristica auspicando un suo “divenire maggioritario”; non è costruendo strategie di accreditamento istituzionale che si può pensare di accumulare potere.

Voglio dire che non è in questione nessuna migrazione, nessun ingresso a Palazzo, nessuna riterritorializzazione dell’infermieristica nel senso di una concentrazione spasmodica e tendenzialmente economica di saperi-poteri.

Esistono spazi assolutamente altri da governare senza l’ossessione di andare al potere. Sono spazi contro, “eteretopie” appunto, i cui margini sono disegnati dai corpi di bisogni e non da altro.  Sono i controspazi della produzione immateriale della cura e degli affetti, spazi sociali  per la comunicazione ove essere infermiere è come un continuo divenire minoritario ovvero un continuo scrollarsi di dosso la velleità dell’imperio perché il comando è maggioritario, perché il comando è stabile e inerte.

Ma essere infermiere è anche la convinzione di assumere definitivamente la misura dell’Altro da sé;  essere infermiere è il netto rifiuto dell’abbandono dei corpi di bisogni, è repulsione nei confronti della fuga migratoria ed invece, come abbiamo visto, la messa a lavoro del pensiero nomade.

Solo dando una forma nomadica all’infermieristica, sarà possibile evitare in futuro ogni possibile depotenziamento e frammentazione dei comportamenti e degli stili di vita votati alla cura dei bisogni.

 

Testi consultati:

Lessico postfordista. A cura di A. Zanini e U. Fadini

Utopie eterotopie. M. Focault

Nonluoghi. M. Augè

Filosofia e minoranza. G. Deleuze

Soggetto nomade. R. Braidotti