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Medico e Paziente,un rapporto da
umanizzare
"UNA GRAN PARTE DI QUELLO
CHE I MEDICI SANNO
E' INSEGNATO LORO
DAI MALATI"
Marcel Proust
Dina Martino dina.martino@hotmail.it
La "spersonalizzazione" della medicina è l'amara sensazione che colgo, come
medico e paziente, nella sanità di oggi.
Da qui la mia riflessione sul rapporto tra chi cura e chi viene assistito.
Profondi cambiamenti hanno investito la sanità negli ultimi decenni.
L'economia sanitaria con le sue rigide regole di mercato,la necessità di
pianificare tutto per assicurare il funzionamento del sistema,il dominio
indiscusso della tecnologia,hanno snaturato l'essenza della medicina.
Peraltro la formazione di medici super-specializzati in un singolo organo o
malattia, fa si che il paziente non è più considerato una persona nel suo
insieme, bensì un organo malato di cui si discute con il suo
proprietario-ospite.
La tecnica non deve travalicare i confini della sua specificità di essere
strumento subordinato all'uomo.
La sfida della professione medica non sta nell'imparare la teoria e
nell'eseguire una tecnica, ma nel saper armonizzare tecnica e condotta.
D'altra parte in ambito scientifico difendere il rigore euristico non
comporta l'adesione cieca a una concezione meccanicistica della medicina e
della natura umana.
Il medico oggi è un impiegato dell'azienda ASL a cui viene richiesto di
eseguire protocolli prestabiliti e applicare procedure funzionali al
sistema, così che la dignità professionale è messa duramente alla prova
dall'inevitabile confronto con le ragioni economiche e politiche spesso
confliggenti con le responsabilità del medico.
La frustrazione è tale che l'atteggiamento non può essere molto propositivo
e favorevole al cambiamento ed anche chi non si rifugia nelle attività
remunerative del settore privato,rischia di chiudersi in se stesso e con la
disillusione perde anche la forza interiore.
Ritrovare la passione dunque per scongiurare il pericolo della disaffezione!
Investire il tempo nel dialogo con il paziente può far parte della terapia.
Dal racconto che l'ammalato fa del suo disagio può emergere un importante
elemento diagnostico che neanche la più moderna tecnologia può evidenziare.
Sempre di più medici ed infermieri si trovano a fare i conti con malattie
croniche e trattamenti lunghi e la collaborazione del paziente è
indispensabile per il processo di guarigione,anche perchè le decisioni non
vengono prese dagli uni ed eseguite dall'altro come succedeva in passato
secondo un modello paternalistico.
Oggi il paziente è più consapevole e non si può risolvere la relazione
terapeutica con spiegazioni molto tecniche, lontane dalla dimensione "calda"
dell'interazione comunicativa.
Il medico dovrebbe interpretare le giuste esigenze del paziente ad essere
riconosciuto come soggetto con una personalità che cerca un approccio
globale al suo essere malato.
Il malfunzionamento della sanità potrebbe in parte svanire se i medici
trovassero motivazione e interesse per il loro ruolo,
capaci di apprezzare la gratificazione derivante dal rapporto umano con il
paziente.
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