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ATTRAVERSAMENTI 2006 |
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La salute non è una merce.
Franco Cilenti L’impressione più forte che ci sovviene è quella di una sostanziale delega alla parte politica di responsabilità che in altri momenti gli operatori sanitari reclamavano a gran voce, per cui la maggior parte delle volte non si sente parlare delle modalità, della struttura del piano sanitario, ma sempre di “preoccupazioni”. Questa penso sia la reale base di partenza: inutile cavillare sulle forme che il piano sta assumendo e pesare quello che c’è o non c’è. La base di discussione tra gli operatori è quella di capire se queste preoccupazioni trovano o meno udienza nel disegno proposto, se chi è investito istituzionalmente opererà una traduzione politica di questo sentire. Concetti di fondo con una partenza: l’esperienza consumata
in questi anni ci ha insegnato che semplici correzioni del quadro non
sarebbero né efficaci né decisive e che solo profonde riforme del sistema
possono essere praticate. Soprattutto a livello locale e soprattutto in questo momento, dove riforme quali quelle del titolo V della Costituzione permettono una agibilità da sfruttare. Riprendendo concetti noti, correggere l’impostazione significa riformare un modello gestionale. Riformare un modello di gestione significa riformare lo status operativo dei professionisti, la loro formazione di base, la concezione della tutela attraverso una diversa concezione dei servizi. Queste sono alcune caratteristiche di un programma di riforma.
In questi anni siamo stati tutti dominati dal problema della gestione. Il problema sembrava quello di andare oltre le logiche burocratiche, i difetti di progettazione, creare un solido management o comunque impiegare strumenti idonei per la gestione efficiente delle risorse. Non si vuole qui negare l’importanza di queste problematiche. Ma questa è la semplice cassetta degli attrezzi. Il problema generale è la riduzione della politica a tecnocrazia, l’idea di salute piegata a quella di gestione. La domanda rimane quella della credibilità di un sistema sanitario concepito per dare tutela e che si pone come obiettivo primario, nei fatti, quello della gestione. Le conseguenze effettive sul campo sono state quelle dell’affermarsi della convinzione che la gestione fosse in qualche modo la via di risoluzione dei problemi, che la conoscenza manageriale fosse la condizione necessaria per soddisfare pazienti, operatori e soprattutto realizzare l’equilibrio tra domanda ed offerta, tra bisogni senza limite e risorse limitate, che la razionalità della gestione fosse una razionalità in qualche modo superiore e l’unica in grado di compiere difficili scelte di allocazione. Pensare in definitiva questo tipo di “razionalità” come fonte di “politiche” e che il management fosse la stessa cosa del governo. Un pensiero unico insomma in cui gli strumenti fossero l’unica soluzione dei problemi, la conoscenza manageriale l’unica conoscenza, il funzionamento del sistema l’unica vera questione, la proposizione di una razionalità come unica vera razionalità Gli operatori hanno immediatamente compreso l’inghippo e
quindi portato una critica precisa e più fine di quanto si pensi: come e
cosa allocare, cosa razionalizzare, come rendere appropriato il sistema non
devono diventare il problema unico e principale. Ma soprattutto percorrere
questa strada significa smontare un assunto fondamentale che è quello della
centralità dei cittadini e del mancato rilancio della centralità dei
professionisti sanitari. Si è cioè dimenticato che in medicina ed in sanità
non esistono razionalità superiori ma solo razionalità complementari. Ricordano come per la riforma sanitaria del ’78 la salute era un fine che dipendeva da valori dati anteriormente ai fini stessi. Valori definiti da principi costituzionali. E come successivamente per l’azienda successivamente introdotta la salute sia diventata un risultato dipendente da valori economici acquisiti posteriormente ai fini, cioè alla disponibilità delle risorse. Basti citare il decreto 502 che pone l’enfasi soprattutto sui mezzi e sulle loro problematiche con un evidente inversione. Ed un impegno in più: il tentativo di dimostrare che i suoi valori economici fossero in realtà anche dei valori etici. Proprio qui sta la preoccupazione fondamentale: non riuscire più a ritornare indietro da questo assunto. Come non sono riusciti a tornare indietro da questo assunto proprio gli snodi amministrativi a cui sempre più vengono delegate le politiche sanitarie: le Regioni. E qui nasce un’altra preoccupazione: le politiche delle Regioni sembrano essere completamente influenzate dalla responsabilità per il mantenimento dell’equilibrio economico-finanziario più che dalle opportunità create dall’autonomia delle funzioni. La stessa accentuazione dell’aspetto di responsabilità economica spinge sempre più a caratterizzare il proprio ruolo più come ente capogruppo delle aziende sanitarie che non come ente di programmazione, di indirizzo e controllo di un sistema di aziende. Una tendenza che porta l’ente regionale a configurarsi più come livello di amministrazione - che pretende di governare il sistema con la moltiplicazione delle competenze amministrative nei confronti del livello di gestione - che come livello di indirizzo e programmazione. Con la passione di voler regolare anche questioni di non stretta competenza, di voler entrare nella regolazione di tutto il sistema, moltiplicando il sistema di controllo comprendente “iniziative per lo sviluppo professionale”, progettazione organizzativa, pianificazione aziendale, valutazione economica fino ad arrivare ai sistemi di gestione delle relazioni con i destinatari. Il delirio tecnocratico, dove appunto la politica veniva interpretata come gestione manageriale che creava le premesse per obiettivi primari di gestione prima che di salute efficacemente riassunta dallo slogan: dal governo della salute all’amministrazione della sanità. Una conseguenza? Ridurre il problema sanitario a problema di sprechi. Che esistono senza dubbio, ma che non possono rappresentare l’obiettivo di una politica sanitaria. La politica diventa gestione e quindi non riesce a vedere più in avanti della semplice cassetta degli attrezzi. Con una logica dei tagli semplice: non si dice che si debba tagliare la spesa riducendo i servizi, ma solo non finanziando gli sprechi. Un servizio, un ambulatorio, un ospedale possono cioè diventare semplici sprechi da “razionalizzare”. Una banalizzazione inaccettabile della politica. Perché un sistema complesso di sprechi è il frutto dell’intreccio di interessi, coperture, commistioni che non è possibile sciogliere con la semplice mannaia gestionale. Ma soprattutto pone nella condizione acritica di proporre politiche indiscriminate ed indistinte di contenimento della spesa tout court. Sprechi, si badi bene, che pian piano diventano anche “risorse umane”. Con una sordità di fondo sulle risposte degli operatori che
ripongono il problema partendo dalle persone e non dalle cose. Per i quali
solo una politica che consideri la lotta alle disuguaglianze di salute può
diventare una giusta strada sulla via di una vera prevenzione, della
possibilità di ripensare il rapporto bisogni/risorse, di una quota di salute
immediatamente a portata di mano ottenibile senza costi aggiuntivi. L’appropriatezza è sempre vista negli atti aziendali e regionali come gestione delle evidenze quindi gestione delle scelte obbligate: se x allo y. Ma soprattutto è vista come obbligo di specificazione di quanto è erogabile con onere a carico del servizio sanitario. In sostanza si resta fermi al principio che l’appropriatezza prima di essere un principio di buona pratica clinica, rischia di apparire come criterio di buona pratica gestionale. In un sistema gestionale attuale l’appropriatezza è alla fine far coincidere i costi di gestione con il finanziamento. Ma questo vorrebbe dire ripartire, appunto, dalla centralità del lavoro in sanità. Una scommessa che al momento è difficile anche pensare. Meglio pensare agli operatori come variabile in mezzo ad altre, resuscitando problematiche di assenteismo, contrattuali. Dimentichi del fatto che gli operatori sono in questo momento i garanti più vicini al cittadino che ne interpretano giocoforza i bisogni. Hanno cioè una funzione di “agente” per conto di. Oggi la scarsa autonomia dei professionisti sanitari sta
portando gli stessi operatori a deviare la domanda dei cittadini verso altre
articolazioni amministrative. Gli operatori cioè non possono dare più
risposte sufficienti. Il problema è semmai è il corto-circuito che si verifica tra la gestione e l’amministrazione in assenza di una dialettica tra domanda ed offerta, tra società ed istituzione, tra operatori ed istituzioni. Ma soprattutto è l’assenza di una qualsiasi possibilità di negoziazione sociale nel contratto sociale implicito tra bisogni e risorse. In sostanza è necessario ipotizzare una struttura giuridicamente valida di rappresentanza sociale, intermedia al rapporto tra azienda e Regione con il compito di definire le condizioni del contratto sociale, dotata di una propria organizzazione. Quindi un organo rappresentativo da istituire a livello aziendale o interaziendale a cui affidare il compito di avanzare le condizioni all’azienda relative alla tutela della salute. E qui iniziamo a vedere un altro sistema sanitario più aderente a gestire la complessità. Un’azienda che regola in modo dialettico il rapporto tra bisogni e risorse. L’attuale contratto con il quale la Regione attraverso l’azienda assicura il sistema di salute è incompleto proprio perché accomuna realtà diverse rendendo indistinguibile l’istituzione dagli operatori e questi dagli strumenti aziendali. Sarebbe meglio immaginare quindi un contratto di salute promosso dall’istituzione attraverso l’azienda che si avvale degli operatori. Ciò non mette in discussione l’unitarietà del sistema ma serva ad articolare meglio il sistema dell’offerta ed il sistema di comando. Da una parte si pone infatti un comando politico-istituzionale che attraverso le politiche di programmazione politico-istituzionale che , attraverso le politiche di programmazione, di pianificazione, di legislazione traduce in scelte di politica sanitaria i termini del contratto sociale. Dall’altra, nelle figure amministrative dell’azienda sanitaria si pone il comando delle funzioni attinenti alla transazione tra bisogni e risorse. Infine si pone un terzo comando attinente all’esercizio dell’autonomia tecnico-funzionale dei servizi. Comando, è bene ribadirlo, che non si risolve stabilendo semplicemente una gerarchia. E qui sfioriamo un altro problema nodale perché il sistema delle gerarchie subalternanti funziona non solo per opposizione tra generale e particolare in rapporto conflittuale. Il sistema sanitario funziona se il sistema domanda/offerta ha appunto i caratteri del contratto sociale e se funziona per committenza, intermediazione e esecuzione. Ma soprattutto se si chiarisce una volta per tutte che l’autonomia è un concetto sia di indipendenza che di capacità rispetto a qualcosa che si vuole determinare. Senza le attuali confusioni ed ingerenza negative. Così l’oggetto proprio della Regione sarà di tipo politico-finanziario, quello del direttore generale sarà la possibilità del rapporto bisogniù7risorse, quello degli operatori saranno i malati. Ma su quali gambe può camminare tutto questo discorso? Qual
è il soggetto il cui ruolo deve essere effettivamente riformato ed assumere
un ruolo centrale? Ma lasciateci dire che il busillis sta come sempre in chi
effettivamente svolge la funzione finale: l’operatore sanitario. A
condizione che si esca dalla logica attuale in cui venga superato anche
nell’estensione dei piani sanitari l’idea che sia uno strumento, un mezzo o
genericamente una risorsa. L’operatore sanitario è un soggetto di capacità,
abilità, conoscenza che usa se stesso per produrre tutela. L’operatore
sanitario ha una complessità molto più ampia di quella con cui viene
richiamato nei piani e non è riducibile alla tecnica in quanto il suo
contenuto è anche scientifico, etico,sociale, culturale e relazionale. “
Ridurre l’operatore a mezzo è come considerarlo uno strumento per il
raggiungimento di un fine o come l’esecutore di propositi altrui a lui
estranei. Ridurre l’operatore a risorsa significa considerarlo un bene
spendibile o come un capitale da investire” dice giustamente Cavicchi. Non è
nemmeno un soggetto da “informare” con nuove nozioni, da far girare nella
formazione degli ECM o semplicemente da ricompensare in maniera diversa pena
la perdita della propria professionalità. Egli è un autore che deve
concordare degli impegni e non un semplice dipendente che deve eseguire dei
compiti. L’operatore come autore è la base del ripensamento del lavoro di
tutela. franco.cilenti@libero.it |