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Dichiarazione dell’assemblea dei movimenti del 4°
Forum sociale europeo.
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FSE di Atene: l’altra Europa che c’è
Riflessioni dopo il Forum Sociale Europeo di Atene
di Marco Bersani - ATTAC Italia
25.000 iscritti, 30000 partecipanti (2000 italiani) agli oltre 250 seminari,
tra 80 e 100 mila alla manifestazione conclusiva. Questi i numeri del Forum
Social Europeo di Atene, che confermano il ruolo di attrazione di questi
appuntamenti e che consegnano ai movimenti importanti passi avanti.
Non era scontata la riuscita di questo FSE : dopo quello di Londra, che
aveva evidenziato le difficoltà di allargamento dei movimenti, e dopo questi
ultimi due anni che, pur caratterizzati da importanti mobilitazioni (il No
al Trattato Costituzionale di Francia e Olanda, la campagna per il ritiro
della direttiva Bolkestein, la recente mobilitazione francese che ha
ottenuto il ritiro del CPE, fra le altre), avevano visto arretrare l’idea di
una dimensione continentale della strategia dei movimenti.
Da questo punto di vista Atene ha rappresentato un deciso passo in avanti,
da diversi punti di vista.
A partire dall’allargamento. Almeno 5000 partecipanti venivano dall’est
europeo e dai Balcani, segnando, di conseguenza e per la prima volta, una
presenza di massa e non più solo di pochi delegati da quelle aree. Non è
certo solo la presenza a far divenire automatico l’intreccio, ma
da Atene, dove la presenza c’è stata, si sono poste le basi per importanti
percorsi futuri.
Significativo anche il “rientro” di aree, nello specifico quella
cattolico-sociale (Caritas in primo luogo), che negli ultimi tempi non
avevano più riconosciuto il FSE come il luogo di connessione delle proprie
istanze di lavoro sociale nei territori; presenza che ha dato, anche
visivamente, la netta percezione di una ricomposizione del movimento
no-global, rispetto al FSE di Londra, dove invece il Forum sembrava essere
solo il luogo delle aree più politicizzate e radicali.
Per quanto riguarda lo svolgimento del Forum, sembra ormai definitivamente
acquisito il cambiamento già avvenuto all’ultimo Forum Sociale Mondale di
Porto Alegre. Fine delle plenarie come sfilata dei grandi nomi e spazio al
reticolo di campagne e percorsi di rete, che nei
forum trovano lo spazio per approfondire il proprio cammino, per
intrecciarlo con quello di altri, per costruire agende comuni. I “grandi
nomi” non sono mancati, ma non più come presenze a sé stanti e in buona
parte autoreferenziali, bensì inseriti dentro la concretezza delle
mobilitazioni in corso, dando al Forum Sociale di Atene quell’importante
connubio di “universalità popolare di massa” (moltissimi i giovani e gli
‘esordienti’ anche a questo Fse) e di costruzione di reti europee.
Ed è sul lavoro delle reti che si sono segnati i punti di avanzamento
maggiore. Impossibile enumerare la quantità di percorsi espressa nei tre
giorni di Atene da più di 30 reti diverse, difficile fare una gerarchia
delle priorità. Ma vale la pena segnalare il lavoro sui temi che paiono aver
consolidato o raggiunto una consapevolezza della necessità di una dimensione
continentale delle lotte. La guerra, innanzitutto. Non più vista solo come
mobilitazione per il sacrosanto ritiro immediato delle truppe di occupazione
dall’Iraq e dall’Afghanistan, o come sostegno alle
legittime rivendicazioni dei popoli palestinese e curdo, bensì come scenario
complessivo di un’ Europa di pace, con la dismissione delle basi militari,
la riduzione delle spese militari, la fuoriuscita dallo “scontro di civiltà”
e da un’economia bellica e securitaria. E i migranti, ovviamente. Ad Atene,
per la prima volta, tutte le reti migranti hanno costruito un percorso
seminariale comune e un’ agenda di mobilitazione europea, consapevoli dello
stretto intreccio tra le politiche liberiste e il disegno di un’Europa
“fortezza”. Notevolissimo avanzamento hanno avuto ad Atene le lotte contro
la precarietà, con affollatissime assemblee nelle quali la recente e
vittoriosa mobilitazione degli studenti francesi ha dato il giusto
contributo al consolidamento di reti europee ancora frammentate per poter
replicare automaticamente e su scala europea quanto successo in Francia.
Una vera e propria novità è stata rappresentata dalla nascita della Rete
Europea per i servizi pubblici, che, attraverso sette seminari e la
partecipazione di più di 40 tra organizzazioni sindacali e movimenti
sociali, ha approvato “la dichiarazione di Atene” e costruito un percorso
comune, mettendo a frutto e rilanciando quanto si è costruito in questi anni
sulle lotte contro l’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (Gats) e
contro la direttiva Bolkestein. Intrecciando, anche se
ancora embrionalmente, importanti connessioni sia con reti già consolidate
come il Forum della Sanità e il Forum dell’Educazione, sia con la questione
della precarietà in vista di appuntamenti di
mobilitazione comune da costruire insieme.
Ma Atene è stata anche la sede dove è giunta a pressocchè ultimativa
definizione anche la costruzione della Carta dei diritti dell’Altra Europa,
un percorso che in più di due anni ha provato a tracciare una sorta di carta
costituzionale europea dal basso e dal punto di vista dei movimenti. Un
importante strumento di riconoscimento reciproco, che andrà ora “fatto
vivere” direttamente nelle mobilitazioni sociali europee.
In definitiva, Atene ci consegna una importante vivacità dei movimenti
europei e un importante penetrazione della capacità di lavoro di rete e
connessione, che ora andranno messi al vaglio della capacità di vera
costruzione di conflitti di dimensione europea. Un compito arduo, per
certi versi poco conosciuto, ma che ad Atene ha posto importanti basi di
partenza.
Due parole infine sulla manifestazione per le vie della città di sabato 6
maggio. Una mobilitazione di dimensioni senza precedenti per Atene, un
corteo fortunatamente vissuto come una festa da più dell’90% dei
partecipanti. Non è stato così per la testa del corteo -dove era concentrata
la maggior parte della delegazione italiana- che per tutta la manifestazione
ha dovuto gestire la presenza parassitaria di gruppi esterni al Fse (fino a
più di 500 persone) che, per tutta la durata
della dimostrazione, hanno utilizzato una parte del corteo come veri e
propri scudi umani per violenti attacchi alle forze dell’ordine.
Nell’assemblea convocata al termine della manifestazione, abbiamo
riconosciuto tutti una responsabilità collettiva, i greci per non aver
informato gli altri europei della “normalità” di cortei come questi in
Grecia, gli europei per non aver mai chiesto che la manifestazione
diventasse oggetto di una riunione politica specifica, pur intuendo la
possibilità di tensioni e di scontri (che nel corteo si sono verificati
anche tra lo spezzone Fse, che ha reagito a queste continue incursioni fuori
e dentro le proprie fila, respingendo i gruppi esterni).
Resta l’amarezza di chi trova “ordinaria” la colonizzazione delle proprie
manifestazioni da parte di gruppi esterni, resta la rabbia verso gruppi che,
in nome di una mal compresa radicalità “anarchica”, non ha il minimo
rispetto di chi è sceso in piazza per dimostrare il proprio No
a guerra e liberismo, per festeggiare la riuscita di un appuntamento
europeo, e non per divenire inconsapevole strumento di una “guerriglia
urbana” eterodiretta.
Ma siamo più avanti. Ce la faremo.
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