| |
PROBLEMI DI SALUTE
DELLE DONNE IMMIGRATE “BADANTI” NEL TERRITORIO PADOVANO
L’emersione delle
Assistenti Familiari
“Donne
italiane che lasciano i loro vecchi nelle mani di donne straniere, che a
loro volta lasciano i loro figli nelle mani di madri lontane. Dal momento in
cui la catena del lavoro di cura si sta estendendo oltre i confini
nazionali, viene da chiedersi in che misura questa dimensione mondiale
rappresenti una risorsa per la qualità della vita. (…)
tesi di laurea di Silvia Coccato
Relatore: Prof. De Bernardo M.Gloria, Universita degli
studi di Padova- Facoltà di medicina e chirurgia - Anno Accademico 2001-2002
INTRODUZIONE
Perché proprio le “badanti”? L’idea iniziale era quella
di fare una tesi sull’assistenza sanitaria agli immigrati e per questo circa
un anno fa ho iniziato ad esplorare i servizi padovani dedicati a questa
fascia della popolazione. L’ambulatorio Caritas è sembrato essere da subito
il luogo ideale per poter osservare e parlare con le persone con una certa
tranquillità.
Nelle visite domiciliari svolte a giugno 2002, durante
il tirocinio presso il Distretto 1 dell’ULSS 16 (Padova centro e zona
Forcellini), sono rimasta sorpresa dalla numerosità delle donne immigrate,
presenti quasi in ogni famiglia con una persona non autosufficiente. Mi sono
resa conto dell’importanza della loro funzione e della necessità di
collaborare con l’infermiere per quanto riguarda l’organizzazione
dell’assistenza per la persona accudita.
Le assistenti familiari costituiscono la categoria di
persone più numerosa tra quelle frequentanti l’ambulatorio Caritas; ho
pensato quindi a quale poteva essere il ruolo dell’infermiere nei loro
confronti, considerando la loro salute non solo in funzione della loro
professione, ma in quanto loro diritto.
Leggendo la poca bibliografia presente sull’argomento
specifico e iniziando a raccogliere un po’ delle loro storie, mi sono resa
conto della consistenza delle problematiche sommerse all’interno di questo
fenomeno. Donne o “badanti”? Con il termine “emersione” delle assistenti
familiari, non mi riferisco infatti solo alla loro posizione giuridica e
lavorativa ma anche e soprattutto, alla loro emersione intesa come
riconoscimento sociale, come necessità di manifestare bisogni propri della
persona umana, bisogni che necessitano di risposte.
Quali risposte e a quali bisogni? Per identificare il
problema prioritario sul quale focalizzare l’indagine ho cercato di
conoscere i vari aspetti che regolano il fenomeno: le motivazioni, i
progetti ed i vissuti migratori delle donne, ma anche le necessità delle
famiglie, le leggi, i servizi istituzionali e di volontariato.
L’immersione nei problemi relativi all’immigrazione è stata spesso
disorientante: da ogni nuova risposta sorgevano sempre nuovi perché.
Considerando gli elementi del metaparadigma
dell’infermieristica (persona, ambiente, salute, assistenza) e le
indicazioni di una teorica del nursing transculturale (M. Leininger), ho
deciso di esaminare la percezione che alcune donne immigrate assistenti
familiari hanno della propria salute. L’infermiere infatti non può
pianificare interventi assistenziali a prescindere dalla percezione che
l’individuo ha di sé.
Intervistare queste donne, o meglio, cercare di
ascoltarle, è stata per me un’esperienza molto costruttiva: non mi hanno
fornito solo i dati per la ricerca, mi hanno soprattutto aiutato a
rispondere ad alcuni dei perché di cui parlavo prima.
L’assistenza, in ogni sua forma, è sempre un’occasione
di crescita.
IL PROBLEMA:
“Badanti”: alla ricerca di un nome
Nel gergo informale dei servizi sociosanitari, e in
questi ultimi mesi anche nel gergo giornalistico, il termine “badanti” è
certamente conosciuto. Riferito alle donne immigrate il legislatore parla
di “personale di origine extracomunitaria adibito ad attività di assistenza
a componenti della famiglia affetti da patologie o handicap che ne limitano
l’autosufficienza.”
1 La Presidente della Commissione Nazionale Parità
scrive in proposito: “Il termine ‘badante’ normalmente usato oggi per
l'assistenza agli anziani rimanda a un lavoro meccanico e privo di
relazionalità, non corrispondente alla delicatezza e all'importanza di tale
professione e mortificante la dignità sia di chi cura che di chi è curato.
Per questo suggeriamo che vada sostituito con quello più attinente di ‘curante’.”
2 Il CCNL le inserisce nella categoria cui “
appartengono coloro che con piena autonomia e responsabilità presiedano
all'andamento della casa per esplicito incarico delegato dal datore di
lavoro, o comunque svolgano mansioni per le quali occorra una specifica
elevata competenza professionale (ad esempio: addetto alla compagnia,
istitutore, puericultore, governante, direttore di casa, maggiordomo, capo
cuoco o chef, infermiere diplomato generico, assistente geriatrico).”
3 Il WJNR le definisce Immigrant Women Family
Caregivers.
4 Volendo usare un termine italiano ed essendo
improprio quello di ‘curante’ (generalmente riferito al medico), preferiamo
usare quello di ‘assistente familiare’, secondo il glossario proposto da
una ricerca effettuata nel Comune di Venezia5 in cui il termine ‘badante’
assume forse una connotazione più tradizionale rispetto alle zone
dell’interland veneto (“badante, lavoratore che assiste una persona
ricoverata in un servizio residenziale -ospedale, RSA, casa di riposo-;
questo lavoro viene denominato badantato”).
L’assistente familiare assiste quindi una persona non
autosufficiente nella casa e nella famiglia di quest’ultima, si occupa del
‘to care’ (‘prendersi cura di’, ‘accudire’), verbo peraltro principe
dell’assistenza infermieristica e sostanzialmente diverso da ‘to cure’ (‘curare’).
Chiarito chi sono e come chiamarle, specifichiamo che
in passato le ‘assistenti familiari’, come le colf e le badanti (secondo il
‘significato veneziano’), erano italiane, perlopiù appartenenti ad una
classe sociale medio – bassa; ora sono in grande maggioranza straniere,
donne immigrate soprattutto dai paesi dell’Europa dell’est. Di quest’ultimo
gruppo ci occupiamo in questa tesi.
Un po’ di numeri
Il 60% dei commensali delle Cucine Popolari di Padova
sono immigrati, di questi la metà sono donne, quasi tutte dell’Est, che
probabilmente andranno presto ad aggiungersi alle 21000 già impiegate nelle
famiglie del Veneto. “Il lavoro di queste donne fa risparmiare alla Regione
450 milioni di euro sul capitolo assistenza”(Caritas 2002). Provengono
principalmente da Moldova, Polonia, Romania, Russia, Ucraina. Le loro
caratteristiche sono così riassumibili: 3 su 4 sono coniugate; più della
metà vive con persone che non sono parenti o presso altra famiglia
(solitamente quella in cui lavorano); il 51% ha superato i quarant’anni. Le
laureate sono ben il 18%, mentre quasi il 40% possiede una scolarizzazione
superiore, un altro 36,8% possiede un diploma professionale che in molti
casi pare essere congruente con l’attività svolta (settore assistenziale ed
infermieristico); alcune sono laureate in medicina.
Il progetto migratorio
Quali sono le motivazioni principali che spingono
queste donne ad emigrare in Italia per lavorare?
“Una fetta dell’immigrazione è certamente quella
costituita dai soggetti dotati di un alto grado di professionalità [….]
L’emigrazione costituisce una meta ambita per due ragioni: primo il disamore
che si avverte per il proprio lavoro nella propria terra per la
dequalificazione professionale, secondo la consapevolezza che a poche
centinaia di chilometri quello che tu fai potrebbe fornirti di frutti
sorprendenti, straordinari…”(Segatti 1998). Credo questa sia la spinta
soprattutto delle giovani laureate che lavorano temporaneamente nelle
famiglie con la prospettiva di poter equiparare il loro titolo di studio e
di inserirsi gradualmente nel sistema produttivo italiano.
“…Poi c’è tutto un altro filone di persone che sanno
che l’occidente è ad un livello tale per cui i lavori manuali non si
vogliono più fare (questa è una notizia ormai filtrata nei paesi dell’est),
mentre in questi paesi c’è ancora una riserva impressionante di capacità, di
voglia, di disponibilità di fare il lavoro manuale. [….] Non importa che sia
la campagna, la fabbrica, i servizi, le pulizie. Nei paesi dell’est una
notevolissima forza lavoro manuale è di donne che non si fanno nessun
problema a fare lavori di ogni genere, sapendo quanto guadagnano, per loro
questa è un’attrattiva come un investimento in borsa per un occidentale.”
In questo secondo filone rientrerebbero le numerosissime donne che hanno
superato la quarantina; sono insegnanti, ma anche medici o perfino
ingegneri, che dopo anni di lavoro senza stipendio in una delle repubbliche
più disastrate dell'ex Urss hanno scelto di venire da noi a cercare un
lavoro di assistenza presso le famiglie, ben sapendo che la richiesta è
molto alta e la concorrenza delle italiane è vicina allo zero. Quasi mai
giungono in Italia per ricongiungimenti familiari. Il motivo principale che
le spinge a lavorare qui, come vedremo in seguito dalle interviste
effettuate, è quello di guadagnare soldi per poter far studiare i figli nei
paesi d’origine, paesi in cui anche l’istruzione, come le prestazioni
sanitarie ed altri beni e servizi di primaria importanza, è sempre più
costosa in proporzione al salario medio di chi lavora. Molte donne ucraine
testimoniano che nella loro patria non c’è lavoro, quando c’è le
retribuzioni sono bassissime, pari a circa 20 euro al mese e spesso
corrisposte non in moneta ma in prodotti alimentari.
Una parte di loro rimane per periodi piuttosto brevi,
altre assommano diversi periodi di permanenza, avvicendandosi con altre
parenti ed amiche presso le stesse famiglie. Altre rimangono per periodi più
lunghi. Se il progetto è di restare in Italia, appena può la donna cerca
un altro impiego una volta ottenuto il permesso di lavoro e accumulato un
risparmio adeguato. Se il progetto è di tornare in patria, allora cercherà
di guadagnare il massimo nel minor tempo possibile. L’aspetto salariale
assume spesso una rilevanza prioritaria, che la rende molto resistente ad
eventuali soprusi da parte di chi le commissiona il lavoro.
Il vissuto migratorio
“Prendiamo per esempio il caso di Anna, una moldava di
38 anni, madre di tre bambini, arrivata dopo aver viaggiato fra Budapest e
Vienna appesa sotto un vagone di treno, pagando a un'organizzazione
clandestina ben tremila dollari per quel passaggio infernale. Arrivata a
Mestre con le mani e le gambe scorticate e in stato di shock, attraverso
un'associazione di volontariato ha trovato rapidamente un lavoro di
assistenza a una novantenne, pagato 800 euro al mese, 30 volte di più di
quel che potrebbe guadagnare nel suo Paese.” Il modo in cui è arrivata
questa donna, la cui storia è stata presa da un articolo di cronaca, non
rappresenta la routine. Certo però è che questi “passaggi infernali”
esistono. “Clandestini e senza fissa dimora “in rosa”, un volto inedito.
Arrivano il martedì, scaricate dai pullman bulgari, romeni, moldavi, nel
piazzale della stazione di Padova. Hanno pagato 1200-1500 dollari questo
"viaggio della speranza": a organizzare il tutto sono agenzie dell’Est che
vendono il "pacchetto" viaggio in pullman-visto d’espatrio-permesso di
soggiorno turistico, tutto compreso alla "modica" cifra di quasi 3 milioni
di lire. Un capitale per chi in patria non riceve uno stipendio da mesi, ha
famiglia e figli da mantenere.”6 Fatti i conti con le “agenzie dell’Est”,
chi è riuscita a non indebitarsi evitando estorsori spesso violenti, una
volta arrivata non di rado deve farli anche con il “caporalato” e cioè con
quelle con più "anzianità" che chiedono tangenti alle nuove arrivate, in
cambio di un posto di lavoro e di un letto. Quando sono più fortunate hanno
un’amica, una parente, una conoscente connazionale già “inserita” che le
aiuta a muoversi in una città sconosciuta, con una lingua sconosciuta. Una
volta trovato lavoro, spesso i primi mesi di stipendio servono a coprire le
spese del viaggio e del lavoro “acquistato”.
I dati raccolti sulle condizioni di lavoro riguardano
le donne che vivono in casa dell’assistito anziano e che spesso devono
rendersi disponibili 24 ore su 24. Questa è in effetti la forma più
economica per molte di loro, che permette di risparmiare su vitto e
alloggio e di mandare quindi più soldi a casa. Per chi volesse lavorare solo
di giorno e pagarsi un affitto, magari con alcune colleghe, ci sarebbe
comunque il grosso problema di trovare il posto in cui dormire. Alcune
importanti considerazioni sulle “tonalità” del lavoro ci vengono dalla
ricerca effettuata nel Comune di Venezia: “Quando si afferma che gran parte
di questo mercato è irregolare occorre introdurre delle distinzioni. Due
sono i versanti su cui si verificano irregolarità - permesso di soggiorno e
contratto di lavoro – e su entrambi i fronti le carenze possono riguardare
elementi più o meno gravi. Questo mercato non è né bianco né nero, bensì
sfuma in tante tonalità di grigio quante sono le diverse inadempienze nelle
procedure di ingresso e nella applicazione del contratto di lavoro.” Con la
recente legislazione, che prevede l’emersione del lavoro sommerso svolto da
queste donne, la situazione dovrebbe essere più chiara, ma anche in questo
caso sono facili i soprusi (la questione verrà ripresa in seguito, sentite
le esperienze di alcune donne intervistate). Le principali difficoltà
incontrate sul lavoro dalle caregiver immigrate sono: difficoltà di
comunicazione (l’assistente e l’anziano non parlano la stessa lingua, non
sono cresciuti nella stessa comunità e paese; devono condividere gesti e
spazi della vita quotidiana, partendo da esperienze, usanze, concetti,
emozioni vissuti in ambienti molto lontani; possono arrivare benissimo ad
intendersi, ma ciò richiede un impegno reciproco notevole, la volontà di
superare continui fraintendimenti e di imparare il linguaggio dell’altro);
ottenere la fiducia dell’assistito e dei familiari, se spesso assenti (la
donna deve costruire il proprio ruolo su due fronti: deve conquistare la
benevolenza dell’anziano, adattarsi alle sue regole, ridurre il senso di
estraneità e al tempo stesso deve tranquillizzare il familiare che
l’inserimento in casa sta andando a buon fine); gestire il costante
controllo dei familiari, quando sono sempre presenti e tendono ad imporre
comportamenti che esulano dal ruolo professionale della caregiver
limitandone la libertà personale; gestire i conflitti familiari relativi
allo scambio di ruolo (il familiare avverte che il suo posto è preso da un
altro, mentre l’assistente si trova di fatto nei panni di un quasi-parente:
condivide intimità, raccoglie confidenze, è chiamata a patire e sentire la
vicinanza; la dinamica a triangolo – anziano, familiari, assistente
salariata – richiede una accorta gestione emotiva, basata sulla solidarietà,
ma anche sulla chiarezza ciascuno del posto proprio); capire il sistema che
ruota attorno all’anziano ed il ruolo delle varie figure professionali con
cui si trova a collaborare (medico di base, infermiere, assistente
sociale,…). A queste difficoltà si aggiungono quelle derivate dalle
complicate procedure per regolarizzare il rapporto di lavoro e quindi per
ottenere il permesso di soggiorno. Da un’indagine condotta dall’ INRCA7
sulle opinioni di caregiver che assistono propri familiari, risulta che il
37% degli intervistati si servirebbe di personale straniero per delegare le
attività più faticose e logoranti: le attività di supporto, la cura e
l’igiene personale. Sempre dalla ricerca veneziana abbiamo delle
osservazioni che rispecchiano abbastanza quelle ottenute dalle testimonianze
padovane. “Nella generalità dei casi l’inserimento è buono. Gli anziani
prima si adattano, poi si affezionano; le straniere appena arrivate sono
tristi e impaurite, poi trovano conforto nell’anziano stesso. Quando sono
assicurate condizioni normali di vivibilità nella casa e il rispetto della
dignità del lavoratore, si insatura un certo equilibrio. I testimoni
riferiscono di alcune situazioni critiche, quali nutrizione insufficiente,
restrizioni nell’uso dell’acqua calda e della luce, esclusione dall’accesso
in alcune stanze, divieto di ricevere telefonate e simili. Si segnalano
alcuni casi limitati di abuso sessuale. Tuttavia, queste situazioni non
sembrano rappresentare la generalità della condizione delle lavoratrici
straniere nelle famiglie veneziane. Molti testimoni sostengono che gli
anziani e soprattutto le anziane col tempo maturano sentimenti materni nei
confronti della loro assistente e mediamente la trattano bene”.
Come risulta da un’ altra indagine condotta dall’INRCA,
la relazione tra anziani assistiti e immigrate caregiver appare
caratterizzata da due principali elementi, distinguibili in fattori “d’urto”
e “fattori di crescita.”8 “Il lavoro di caring è vissuto dalla gran parte
delle immigrate come un ripiego, e l’impegno assistenziale, spesso
continuativo nell’arco delle 24 ore, costringe la donna a vivere
nell’isolamento sociale, lontana da coniuge e figli. L’anziano è inoltre di
sovente un soggetto difficile perché malato, fisicamente e psicologicamente
complesso, attaccato alle proprie cose, simbolo e simulacro del proprio
vissuto; diffidente con tutti, e spesso ancor di più di chi incarna la
diversità. Dal lato dei fattori di crescita si osserva nell’ambito di questa
relazione conflittuale un elevato potenziale. Molte donne immigrate vengono
da paesi con peggiori condizioni socioeconomiche e con un sistema
assistenziale meno sviluppato, in cui i legami di tipo primario, parentali
ed amicali, sono ancora molto forti, e dove la famiglia è pertanto ancora
abituata ad accudire in casa i propri anziani.” La stessa indagine ha
riconosciuto nel “caring” all’anziano non autosufficiente il mezzo
principale per raggiungere l’indipendenza economica e l’emancipazione
sociale da parte di molte donne immigrate (sempre che vengano rispettate
alcune condizioni di lavoro), che traggono dal loro lavoro un indicatore
importante della riuscita del proprio progetto migratorio. Oltre ai due
profili già contemplati di donna “strumentalista” (soggiorno breve col fine
di accumulare denaro) e di donna che lavora aspirando ad un inserimento
sociale, l’INRCA ha individuato un terzo profilo: la donna “promozionista”
che, partita con l’obiettivo dell’emancipazione e della promozione sociale,
svolge il proprio lavoro con rassegnazione in quanto prova del fallimento
del suo progetto e, come tale, fonte di frustrazione.
A chi possono rivolgersi
Oltre ai tradizionali centri per l’impiego,
l’esplosione del fenomeno ha creato in poco tempo molti altri punti, più o
meno formalizzati, ai quali si rivolgono sia le straniere che le famiglie
che si impegnano a regolarizzarle. Sindacati, Acli-Colf, patronati,
associazioni di immigrati hanno promosso servizi di orientamento gratuiti.
Tutto questo per limitare il numero di anziani e famiglie disinformati,
stranieri ricattabili e commercio delle informazioni sui posti di lavoro
disponibili.
A parte le agenzie per l’incontro domanda-offerta,
un’altra necessità che si riscontra con la regolarizzazione è la formazione:
essa “assume un significato cruciale per la conoscenza della lingua
italiana, come pre-condizione per l’ingresso nel mercato, per la formazione
delle competenze mancanti e per la supervisione del lavoro, in modo da
elaborare il ruolo e i sentimenti connessi all’accudimento.” (Piva 2001).
Molti comuni italiani, in collaborazione con le istituzioni sanitarie
locali, stanno già programmando corsi di formazione con l’obiettivo di
costruire il profilo di assistente alla famiglia.
Per quanto riguarda il Comune di Padova, l’Api-Colf si
occupa dei problemi inerenti il contratto di lavoro; le Cucine Popolari
distribuiscono pasti per chi non ha ancora una retribuzione ed è privo di
mezzi economici; la Caritas diocesana offre gratuitamente ascolto,
consulenza legale, eventualmente segnala alle numerose famiglie che la
interpellano la presenza di donne che cercano lavoro regolarizzato. Sia le
Cucine Popolari che la Caritas hanno a disposizione un ambulatorio in cui
medici volontari forniscono assistenza a chi non può ancora iscriversi al
SSN. L’associazione ‘Unica Terra’ organizza corsi di italiano gratuiti a più
livelli. Il problema più irrisolto per le nuove arrivate senza conoscenze
sembra essere quello del posto in cui dormire: “Il volto femminile delle
nuove povertà è uno dei più ignorati. Padova non ha alloggi di pronta
accoglienza per donne in difficoltà, eccetto i 12 posti dell’asilo notturno,
riservati però ai residenti in città. La Caritas diocesana va ripetendo da
tempo appelli a sostenere un progetto di accoglienza per donne in
difficoltà. Per ora c’è solo qualche istituto religioso a mettere a
disposizione in tutto una decina di posti letto.”9
Probabilmente esistono anche altre associazioni
non-profit che erogano servizi di “promozione umana”. Purtroppo queste
realtà rimangono ancora troppo spesso scollegate, con il rischio che ci sia
uno spreco di risorse ed uno studio locale del fenomeno ‘emarginazione’
molto frammentato. I primi passi verso un lavoro di rete si stanno comunque
già compiendo.
MATERIALI E METODI UTILIZZATI
PER LO STUDIO DEL PROBLEMA
La legge
Per poter leggere con occhio critico gli articoli di
cronaca e le ricerche, per poter capire e contestualizzare le opinioni e le
proposte di chi si sta già occupando di questo gruppo di donne immigrate, è
stata considerata la legislazione in materia. Riguardo alla possibilità di
rimanere nel nostro paese e alle condizioni di lavoro sono stati presi in
visione la legge Bossi-Fini n.189 del 30 luglio 2002 (Modifica alla
normativa in materia di immigrazione e di asilo) e il CCNL (Sulla disciplina
di rapporto di lavoro domestico). Dovendo occuparci di problemi di salute si
è poi fatto particolare riferimento ai seguenti articoli: “Ogni individuo ha
diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il
benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo
all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai
servizi sociali necessari…” (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo,
10 dicembre 1948, art.25); “Ogni individuo ha diritto alla propria integrità
fisica e psichica (art.3)… Ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro
sane, sicure e dignitose (art.31)… Ogni individuo ha il diritto di accedere
alla prevenzione sanitaria e di ottenere cure mediche alle condizioni
stabilite dalle legislazioni e prassi nazionali. Nella definizione e
nell'attuazione di tutte le politiche ed attività dell'Unione è garantito un
livello elevato di protezione della salute umana (art.35)” (Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione Europea, Nizza 2000); “La Repubblica tutela
la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della
collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti…“ (Costituzione
Italiana, 1947, art.32).
Le conoscenze infermieristiche
“L’assistenza infermieristica preventiva, curativa,
palliativa e riabilitativa è di natura tecnica, relazionale, educativa. Le
principali funzioni sono la prevenzione delle malattie, l’assistenza dei
malati e dei disabili di tutte le età e l’educazione sanitaria….L’infermiere
partecipa all’identificazione dei bisogni di salute della persona e della
collettività.” (Regolamento concernente l’individuazione della figura e del
relativo profilo professionale dell’infermiere.)10
“Il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e dei
principi etici della professione è condizione essenziale per l’assunzione
della responsabilità delle cure infermieristiche…L’infermiere riconosce che
tutte le persone hanno diritto ad uguale considerazione e le assiste
indipendentemente dall’età, dalla condizione sociale ed economica, dalle
cause di malattia…..L’infermiere agisce tenendo conto dei valori religiosi,
ideologici ed etici, nonché della cultura, etnia e sesso dell’individuo.”
(Codice Deontologico dell’Infermiere, 1999). Queste norme del profilo
professionale e del codice deontologico, assieme a quelle che citeremo in
seguito e agli articoli della legislazione sopra riportati, ci indicano la
direzione nella quale l’infermiere dovrebbe muoversi, considerando che, a
livello regionale e locale, spesso mancano le disposizioni applicative atte
a garantire i diritti espressi nella legislazione in maniera programmatica.
Oltre a queste indicazioni di tipo normativo, per
capire il suo ruolo ed il suo agire, per identificare i problemi di propria
competenza ed i modi per risolverli, l’infermiere si serve del metaparadigma
dell’infermieristica e di tutti i modelli teorici che ne derivano. Dovendo
occuparci di donne immigrate non possiamo non contemplare l’assunzione dei
concetti di persona, ambiente, salute, assistenza (componenti il
metaparadigma) nel ‘nursing transculturale’ di M. Leininger. La teorica
definisce il nursing transculturale “un campo specialistico o branca del
nursing che prende in considerazione lo studio comparato e l’analisi di
diverse culture in rapporto al nursing e alle pratiche di assistenza
connesse allo stato di salute-malattia, alle credenze ed ai valori, con lo
scopo di fornire alle persone assistenza infermieristica, efficace e
significativa, in linea con i valori culturali ed il loro contesto.” Questa
teoria non considera la comprensione del mondo culturale del paziente solo
come premessa per l’intervento, ma come guida per ogni sua fase di
attuazione e decisione. Il nursing è infatti per Leininger un fenomeno
culturale, un sistema in cui le persone agiscono in relazione con le altre.
Nel suo modello concettuale del ‘Sole Nascente’ la persona deve essere
considerata globalmente nelle sue dimensioni: la visione del mondo, la
condizione biofisica, l’orientamento religioso e spirituale, gli schemi di
parentela, i fenomeni culturali materiali e non, l’ambiente politico,
economico, educativo, tecnologico e fisico, la lingua, le pratiche di
assistenza popolari e professionali.11 Tale visione olistica della persona è
indispensabile quando si considera la salute intesa come “stato di completo
benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di
malattia.” (OMS 1948). Leininger parla di ambiente in termini di visione
del mondo, struttura sociale e contesto ambientale, dal momento che le
persone apprendono, condividono e trasmettono modelli di comportamento e di
pensiero, agendo in un ambiente identificabile, che dà significato al
contenuto delle interazioni sociali così espresse.12 L’assistenza è composta
di tre sistemi di azioni infermieristiche fondate sulla cultura e pertanto
coerenti con i bisogni e i valori dell’utenza (sistema di
conservazione-mantenimento, di adattamento-negoziazione, di
rimodellamento-ristrutturazione).13 L’originalità delle idee della
Leininger sta nell’enfatizzare il concetto di cultura in chiave
antropologica, indirizzando così il nursing da una tradizionale prospettiva
monoculturale ad una dimensione multiculturale. L’immagine dell’uomo come
‘essere’ che non può essere separato dal suo background culturale e dalla
propria struttura sociale è principio di base della sua teoria, il cui punto
di forza sta di fatto nella conoscenza e comprensione della cultura della
persona.
Per quanto riguarda l’accertamento dei problemi di
salute di una persona sono stati tenuti presenti la piramide dei bisogni di
Maslow e i modelli di salute di Gordon.
Sono inoltre state consultate alcune pubblicazioni di
chi, da anni, si occupa di psicologia dell’immigrazione e dei problemi di
salute dei migranti in Italia.
Le ricerche
Le esperienze concrete di assistenza ad anziani fornita
da immigrati sono estremamente articolate e diversificate: il fenomeno non è
certamente di facile lettura, soprattutto per la consistenza del lavoro
sommerso. Per capire quali possono essere i problemi di salute delle
caregiver immigrate sono state consultate recenti ricerche fatte dall’ INRCA
e dal Comune di Venezia principalmente sul sistema ‘anziano accudito -
assistente familiare – famiglia - istituzioni’. Sempre con l’obiettivo
generale di armonizzare questo ampio sistema, tra quelli considerati solo
uno studio è partito dal punto di vista delle donne immigrate, considerano
la loro emancipazione ed individuando tre profili a seconda della riuscita
del progetto migratorio.14 Negli Stati Uniti è stata messa in evidenza
l’importanza di includere anche le ‘Immigrant Women Family Caregivers’ nei
programmi di ricerca qualitativa per la salute delle donne, valutando i
benefici per loro derivanti da questa partecipazione.15 Si è poi fatto
riferimento ai numerosi studi effettuati sul sostegno ai caregiver di
familiari anziani dementi, viste le influenze che il loro ruolo può avere
sulla loro salute.
RISULTATI DELLA RICERCA
Problemi di salute sommersi
Dalla letteratura è emerso che ci sono approfonditi
studi sui problemi dei caregiver che assistono in casa un familiare. Da
qualche tempo ci si occupa anche delle donne immigrate che svolgono questa
professione: si osserva soprattutto il loro impatto culturale sulla famiglia
ed i vantaggi economico-gestionali rispetto ai progetti di cura
istituzionali. Si valuta cioè se possono ‘nuocere' e come si possono al
meglio utilizzare, visto che la nostra società non può più farne a meno.
Accertato il loro rendimento, come stanno queste donne? Si sa che una
persona in buona salute crea meno problemi per la collettività e rende
meglio. Si auspica che a questo quesito non si voglia rispondere per
questioni prettamente economiche, per non dire opportunistiche, né tanto
meno per solidarietà, bensì per una questione di civiltà: la salute non è un
privilegio, ma un diritto inalienabile, prioritario rispetto agli stessi
diritti di cittadinanza.
Come si incrociano i problemi del ‘caregiver’
derivanti dal carico psico-fisico del suo lavoro, con il vissuto psicologico
di una donna immigrata sola in una famiglia di estranei, con l’imperativo
morale di guadagnare per mandare soldi a casa?
“Per promuovere qualità occorre tenere insieme gli
interessi del datore di lavoro e del lavoratore; bisogna ripensare modalità,
compiti, autonomia e responsabilità, partendo da una rilettura del rapporto
umano che si instaura tra assistito e assistente.” (Piva 2002) Proprio
perché sussiste questo rapporto umano, questa reciproca influenza tra
assistente ed assistito, che sono prima di tutto due persone in relazione
(“ciascuno deve dare e ricevere fiducia”), non si può pensare di garantire
la qualità di vita dell’uno (assistito), ignorando completamente la qualità
di vita dell’altro (caregiver). Mentre il familiare di solito può elaborare
questi vissuti con amici e altri familiari, alla donna immigrata può mancare
una sede riflessiva, uno spazio per maturare i sentimenti, sia quelli che
nascono durante il rapporto di lavoro, sia quelli connessi all’esperienza di
migrante. Può essere molto più suscettibile di ansia, esaurimento,
depressione, burn-out, disturbi psicosomatici? Le donne immigrate
‘assistenti familiari’, purtroppo ancora spesso legalmente clandestine,
detengono diritti che pure potremmo definire ‘clandestini’, non solo perché
non rispettati, ma anche perché non riconosciuti. È necessario considerare
anche la loro qualità di vita, far emergere i loro problemi, cercare di
conoscere i loro principali bisogni di salute. Accogliere i problemi con
trasparenza, significa accogliere anche la persona che li porta, perché le
si dà ascolto. Aiutando la caregiver immigrata, direttamente, si aiuta
anche l’accudito e la sua famiglia, indirettamente. Dal punto di vista
dell’anziano assistito ci spostiamo quindi al punto di vista della donna
straniera che lavora. Lo studio di seguito descritto non si propone di
considerare direttamente la funzione di queste lavoratrici nella nostra
società, bensì il loro essere persone in vista di un benessere che spetta
loro di diritto.
Il ruolo dell’infermiere
Per Leininger lo scopo del nursing, in quanto mandato
sociale e non più solo obbligo morale per gli esercenti la professione
sanitaria, è quello di fornire un’assistenza efficace e significativa, in
linea con i valori culturali e il contesto delle persone di cui ci si prende
cura…è trovare i modi di erogare un’assistenza di qualità a persone di
differenti culture, senza stereotipi di pratiche assistenziali.
Com’è chiamato ad agire l’infermiere nei confronti
della salute delle donne immigrate ‘assistenti familiari’? Possiamo dire
che è doppiamente coinvolto in questo fenomeno: in veste di ‘nurse
transculturale’ ed in veste di collaboratore-formatore professionale di
donne addette all’assistenza (ruolo che già svolgono molti infermieri
domiciliari nel nostro territorio). Il campo di analisi e d’azione è vasto.
Compito dell’infermiere è quello di riconoscere, identificare, cercare di
risolvere, prevenire, i problemi di salute, in maniera autonoma secondo il
proprio profilo ed in collaborazione con le altre professioni. Il
presupposto per riconoscere è conoscere, soprattutto quando sono implicati
valori culturali diversi. Se si ignora questo importante passaggio si
rischia di progettare interventi magari efficaci ed efficienti, ma
inappropriati perché noncuranti del punto di vista dell’assistito.
In questa società multiculturale e complicata, spesso
ricca di labirinti sanitari amministrativo-burocratici, il ruolo
dell’infermiere (ora dell’infermiere laureato e non più solo
professionale), deve essere anche e sempre più un ruolo di guida; in quanto
tale deve prendere coscienza della meta, assumere la responsabilità dei
percorsi. Meta e percorsi devono essere condivisi con colleghi, con altri
professionisti sociosanitari, ma soprattutto con le persone assistite.
Il primo passo da compiere, verso e con le donne
immigrate “assistenti familiari”, è quindi quello di entrare in
comunicazione, cercando, conoscendole di capire anche quali sono i loro
problemi di salute.
LO STUDIO
PROBLEMA E CONTESTO
L’ambulatorio Caritas-Cuamm di Padova
L’ Ambulatorio Caritas-Cuamm di Padova è il setting
dello studio presentato. L’ambulatorio è sorto da una collaborazione tra
Comune di Padova, Caritas Diocesana e Cuamm.16 È in attività dal 1998.
Attualmente vi prestano servizio 17 professionisti volontari (11 dentisti, 2
medici di base, 1 ginecologo, 1 neurologo, 1 cardiologo, 1 igienista)
supportati da 2 obiettori-caritas per le funzioni logistiche e di
accoglienza degli utenti. All’interno della struttura i locali di cura sono
essenzialmente tre: la sala d’attesa, il luogo d’incontro in cui un
obiettore fornisce informazioni, prende appuntamenti, cerca di
tranquillizzare chi manifesta ansia in attesa dell’intervento dentistico; la
stanza con il riunito e i materiali per il lavoro dentistico; la stanza per
le visite mediche, utilizzata anche per i colloqui con la persona
relativamente all’anamnesi e ai problemi di salute. Le persone che vi
accedono per ricevere gratuitamente prestazioni di cura non possono
iscriversi al SSN, in quanto prive del permesso di soggiorno. Sono state
indirizzate all’ambulatorio da un operatore o volontario al Centro d’Ascolto
Caritas o alle Cucine Popolari; solitamente questo operatore, che per primo
riceve la richiesta di prestazioni sanitarie, contatta l’ambulatorio in
presenza della persona per fissare il primo appuntamento. Prima che arrivi
un nuovo utente gli operatori dell’ambulatorio generalmente conoscono già il
problema sanitario che la persona presenta (dentistico o di altro tipo), le
sue generalità, un recapito telefonico, l’eventuale associazione o centro a
cui fare riferimento (es. progetti Miriam e Mimosa, Associazione Famiglie
Contro la Droga). Giunto in ambulatorio per il primo appuntamento, l’
utente viene invitato a rispondere ad alcune domande per la compilazione di
una scheda personale di anamnesi, che poi verrà ampliata da medici e
dentisti con la descrizione degli interventi effettuati. Nei primi sette
mesi del 2002 le persone che hanno usufruito dell’ambulatorio sono state
249. Di queste 171 sono donne (69%) di cui 20, di età compresa tra i 15 e i
25 anni, inserite in associazioni che aiutano le giovani vittime dello
sfruttamento della prostituzione. All’interno delle 151 rimanenti, di età
compresa tra i 14 e i 64 anni, sono state individuate le partecipanti
all’indagine: 45 provengono dalla Romania (il 30%), 70 sono moldave (il
46%), 25 sono ucraine (il 17%).
OBIETTIVO DELLO STUDIO
L’emersione dei problemi di salute
Dai risultati della ricerca sulla letteratura e dalle
riflessioni sul ruolo dell’infermiere, è emerso che il problema principale e
prioritario rispetto ad altri interventi più focalizzati e risolutivi sul
campo pratico, è la mancanza di conoscenze sui problemi di salute delle
donne immigrate ‘assistenti familiari’. Lo scopo principale di questo
studio, per sua natura di tipo qualitativo, è quindi quello di aumentare le
conoscenze su questo tema ancora poco esplorato dalla ricerca
infermieristica in Italia. All’interno di questo obiettivo generale si
possono individuare tre obiettivi specifici: sperimentare modalità di
relazione relative al rapporto supportivo infermiere-paziente e alla
comunicazione terapeutica;17 accertare la disponibilità e la collaborazione
delle donne alla ricerca in base a tale approccio comunicativo; farsi
raccontare, e quindi identificare, situazioni di malessere o problemi di
salute riconosciuti come tali.
MATERIALI E METODI
Il campione
Si è deciso di svolgere l’indagine con donne
provenienti da Romania, Moldova, Ucraina, che svolgono o hanno svolto
attività di assistenza ad un anziano non autosufficiente e che hanno avuto
accesso all’ambulatorio nel periodo previsto per l’indagine.
Per quanto riguarda la rappresentatività del campione
rispetto alla popolazione si può dire che le donne che accedono
all’ambulatorio lavorano nel territorio del comune di Padova e comuni
limitrofi (area suburbana).
Il periodo
L’indagine è stata effettuata nelle 5 settimane (3 a
luglio, 2 a settembre) previste per il tirocinio opzionale. Per le
osservazioni che faremo in seguito, bisogna sottolineare che questo periodo
coincide con quello dell’approvazione della legge Bossi-Fini e delle
emanazioni per le disposizioni per la regolarizzazione di colf e badanti.
Le modalità di indagine
La modalità di indagine è stata pensata considerando
due fattori principali: molte donne non conoscono bene l’italiano e la
maggior parte di loro accederà all’ambulatorio solo per una volta nel
periodo previsto per l’indagine. Bisogna cercare quindi di ottenere
informazioni di qualità (veritiere e le più rilevanti) nel primo e unico
colloquio con la donna. Si è pensato di usare l’intervista, anziché uno
strumento scritto da proporre alle partecipanti, sia per facilitare i
problemi relativi alla padronanza dell’italiano, sia per considerarle nella
loro globalità durante l’osservazione della comunicazione (verbale e non
verbale). Il motivo principale di questa scelta è comunque dato dal fatto
che solo in un’intervista, meno strutturata possibile, si può trovare lo
spazio per un ascolto attivo, per una relazione che, seppur breve, può
portare beneficio alla donna. (Il concetto di beneficio, primo non nuocere,
rappresenta il primo principio etico per la ricerca). L’ascolto attivo e
completo, non giudicante, quello usato nel rapporto supportivo
infermiere-paziente, è indispensabile affinché la persona si senta accolta,
libera di esprimere quelle parti di sé rimaste fino a quel momento rinchiuse
nei pensieri, o inconsce, perché non hanno ancora trovato un contenitore
adatto a raccoglierle. Questo contenitore non può che essere un’altra
persona, cioè qualcuno che ascoltando può offrire comprensione, può dare la
percezione di essere riconosciuti come essere umano e non solo come qualcosa
di utile. L’indagine può divenire così non solo uno strumento conoscitivo,
ma anche e soprattutto uno strumento terapeutico di estrema importanza per
eventuali indagini successive. Il benessere ottenuto con il primo approccio
è utile alla donna per pensare positivamente anche alle relazioni future con
altri operatori sociosanitari. Far percepire alla persona intervistata il
nostro I care nei suoi confronti ci permette di ottenere e di dare fiducia.
(La fiducia è una dimensione probabilmente molto ben conosciuta da queste
donne, visto la rilevanza che ha nella relazione con l’accudito e i suoi
familiari). Solo la fiducia fa scaturire la verità di ciò che si sente.
“Le interviste non strutturate, che sono usate dai ricercatori in tutte le
tradizioni di ricerca qualitativa, incoraggiano i partecipanti a definire le
dimensioni importanti di un fenomeno e ad elaborare ciò che è rilevante per
loro, piuttosto che essere guidati a priori dalle nozioni di rilevanza
dell’intervistatore…..Per capire le caratteristiche e le esperienze delle
persone, i ricercatori devono persuaderli a partecipare all’indagine e ad
agire e parlare sinceramente. In certi ambiti di inchiesta, la necessità di
sincerità e cooperazione è una sfida.”18 Tecnicamente gli approcci
utilizzati per affrontare questa sfida sono diversi, a seconda di ciò che il
comportamento dell’intervistato suggerisce a chi ricerca. Non dimentichiamo
infatti che ogni persona è un universo a sé e merita attenzioni
personalizzate. Dopo aver accolto la donna ed essersi presentata,
l’intervistatrice la conduce nella “stanza delle interviste” per compilare o
aggiornare la scheda dell’anamnesi. Le chiede quindi se si occupa dell’accudimento
di un anziano in casa di quest’ultimo. A risposta affermativa le spiega il
motivo di tale interessamento nella maniera più semplice possibile e le
chiede di partecipare all’indagine. A fine colloquio la ringrazia per la
collaborazione.
Gli strumenti di rilevazione
In questo studio la persona che intervista è uno
strumento di rilevazione. Le sue osservazioni possono fornire importanti
informazioni relativamente alla disponibilità di partecipazione delle
intervistate, soprattutto per quanto riguarda la sfera della comunicazione
non-verbale. Altro strumento di rilevazione molto generale è la scheda già
usata nell’ambulatorio per l’anamnesi. Quando l’intervistatrice lo ha
ritenuto opportuno, senza limitare la libertà delle partecipanti sulla
scelta degli argomenti da esporre, ha ampliato l’intervista con domande
abbastanza generali. Dopo aver compilato o controllato l’anamnesi,
l’intervista (che generalmente ha coinciso in maniera più o meno ampia con
il racconto del vissuto migratorio), è iniziata spesso con una di queste
domande. È stato chiesto alla donna di raccontare: i problemi di salute
oltre a quelli presenti nella scheda per l’anamnesi; da quanto tempo è in
Italia e fa questo lavoro; le difficoltà psico-fisiche incontrate nell’accudimento;
le principali situazioni di disagio incontrate prima di trovare lavoro e
dopo averlo trovato, nella famiglia dell’accudito; come queste situazioni
hanno influenzato il suo benessere/equilibrio psico-fisico. Per meglio
impegnarsi nell’ascolto l’intervistatrice non ha preso appunti durante il
colloquio bensì alla fine, cercando di ripercorrere fedelmente, con lo
stesso ordine e la stessa rilevanza, i punti toccati dalla partecipante.
RISULTATI DELLO STUDIO
Le caratteristiche del campione
Le partecipanti all’indagine sono state 25 (13 moldove,
8 rumene, 4 ucraine) di età compresa tra i 22 e i 54 anni. La donna che è in
Italia da più tempo è qui da tre anni, quella arrivata più recentemente da
due mesi. In media le donne intervistate sono in Italia da 20 mesi e hanno
tutte trovato lavoro nel primo mese di permanenza. Per 10 di loro questa è
la prima esperienza lavorativa in Italia, le altre hanno già lavorato presso
un’altra o altre due famiglie sia come assistenti familiari che come colf. I
motivi del termine delle precedenti esperienze lavorative sono due: la
morte dell’accudito in 4 casi; la volontà da parte della donna di cambiare
lavoro negli altri casi, a causa di situazioni che descriveremo di seguito.
A parte due giovani (una attualmente segretaria e l’altra baby-sitter a
tempo pieno) le altre hanno continuato a fare le assistenti familiari. Molte
di loro, pur con un guadagno minore, lavorerebbero presso più famiglie come
colf.
Lo stipendio è generalmente di 770-780 euro al mese per
un’assistenza a tempo pieno (24 ore al giorno). Il tempo libero è
solitamente di una giornata o due mezze giornate alla settimana. Alcune
hanno invece solo un’ora libera al giorno. Tutte le assistenti familiari
intervistate vorrebbero essere regolarizzate. La metà delle famiglie presso
cui lavorano è disposta a regolarizzarle, anche se le spese per l’emersione
sono spesso interamente o parzialmente a carico delle donne immigrate. L’
impossibilità di essere regolarizzate è uno dei motivi per cui alcune donne
stanno cercando un altro lavoro.
Per quanto riguarda il titolo di studio la maggior
parte ha frequentato un istituto tecnico professionale; 3 sono infermiere
specializzate con esperienza ospedaliera anche decennale nei paesi
d’origine; 3 sono laureate (in lingue, in matematica ed informatica, in
biologia). Una di loro insegnava all’università guadagnando 40 euro al
mese.
Le motivazioni principali che hanno spinto le
partecipanti a venire a lavorare in Italia riguardano la possibilità di
migliorare la qualità della vita della propria famiglia nel paese d’origine:
guadagnano per far studiare i figli, per comprare una casa o avviare una
piccola attività (es. bar o negozio). Una donna è venuta a lavorare qui per
pagare le cure necessarie al figlio malato di leucemia.
A proposito delle affinità linguistico culturali tra
le partecipanti, si è constatato che le donne ucraine conoscevano al loro
arrivo solo il russo. Sono state così più svantaggiate rispetto alle donne
moldove che spesso capiscono e parlano sia il russo che il rumeno, lingua
neolatina come l’italiano. Le partecipanti ucraine intervistate hanno avuto
infatti più difficoltà ad esprimersi in italiano.
I risultati principali
Le modalità di relazione sperimentate hanno avuto
l’effetto sperato: tutte le donne intervistate si sono dimostrate molto
collaboranti e per le osservazioni di seguito descritte si può dire che il
colloquio è stato uno strumento utile per le partecipanti. I colloqui hanno
avuto una durata variabile a seconda della disponibilità di tempo e del
desiderio di raccontare della donna (da un minimo di 15 minuti ad un massimo
di 70). Le difficoltà principali si sono riscontrate con le poche donne che
non erano mai state in ambulatorio: sono state innanzitutto rassicurate
perché in ansia rispetto all’intervento dentistico che le attendeva. Per
quanto riguarda la sfera della comunicazione non-verbale si è potuto notare
che la donna cominciava a sentirsi più a suo agio quando veniva ascoltata
con attenzione. La funzione benefica del colloquio è stata inoltre
dimostrata dal fatto che, dopo aver raccontato di sé, la donna ha spesso
chiesto consigli ed informazioni all’intervistatrice dimostrando una certa
fiducia nei suoi confronti. Spesso la donna, uscendo dall’ambulatorio, ha
salutato ringraziato per l’interessamento dimostrato e l’ascolto e augurando
una buona riuscita dell’indagine. L’ aspetto terapeutico della
comunicazione è stato riscontrato soprattutto in due casi in cui la
partecipante, raccontando alcuni passaggi difficili della sua esperienza di
migrante e di lavoratrice, è riuscita ad aprirsi al punto di liberare con
le lacrime qualche vissuto pesante e uscendo dal colloquio visibilmente
sollevata.
Dalle schede di anamnesi risultano 5 casi di donne che
accusano mal di stomaco, 2 donne ipertese; 5 fumano. Segue l’elenco dei
problemi di salute riferiti, descritti il più possibile con le stesse parole
usate dalle donne intervistate (tra parentesi vi sono le cause che le
partecipanti hanno attribuito al problema):
- ansia, preoccupazione (dover cercare un altro
lavoro, dover essere regolarizzate);
- l’essere sempre stanca (poco tempo libero, non
dormire la notte per problemi della persona assistita);
- stress (assistito e familiari troppo esigenti, poca
libertà di movimento);
- tristezza, nostalgia (per le persone care rimaste
nel paese d’origine);
- sensazione di non farcela più, sentirsi esaurita;
- mal di testa;
- mal di schiena (dover mobilizzare da sole una
persona pesante);
- fumare di più;
- non avere fame, mangiare poco o in maniera
sregolata, non digerire;
- sentirsi umiliata e trattata male;
- sentirsi fallita;
- avere paura dei giudizi degli altri;
- disorientamento, non capire più cosa succede e come
comportarsi;
- avere la sensazione di impazzire;
- piedi gonfi, dolore alle gambe.
Tutte le donne intervistate hanno riferito almeno uno
di questi problemi. Molte hanno sottolineato che il loro benessere dipende
da come si trovano nella famiglia in cui lavorano: se la famiglia è
disponibile ad ascoltare le loro richieste e a rispettare alcune esigenze
tutto è più facile.
I risultati collaterali
Oltre ad essere utile per l’elaborazione dei vissuti
il colloquio si è dimostrato efficace nell’ allontanare la paura per
l’intervento dentistico. Un altro aspetto positivo e inatteso è il fatto
che, ad intervista conclusa, molte donne hanno continuato a parlare della
loro esperienza anche con le colleghe in sala d’attesa, condividendo
vissuti, scambiando opinioni e informazioni, socializzando.
L’indagine ha portato alcuni operatori dell’ambulatorio
ad interrogarsi e riflettere maggiormente sui problemi riferiti dalle donne
immigrate assistenti familiari.
DISCUSSIONE
Confronto dei risultati con quelli attesi
I risultati ottenuti rispecchiano abbastanza quelli
attesi, soprattutto per quanto riguarda la tipologia dei problemi di salute
percepiti dalle donne intervistate. Le situazioni di malessere riferite
derivano infatti dall’intreccio di varie dimensioni: il vissuto di
migranti, l’estraneità di una nuova situazione, un lavoro pesante dal punto
di vista fisico e psicologico. Inattesa è stata spesso la facilità con cui
le partecipanti sono riuscite ad esprimersi e l’apertura alla comunicazione.
Dalle interviste sono inoltre emerse molte qualità di queste donne che
meritano di essere citate: intraprendenza, coraggio, spirito di adattamento,
forza di volontà, pazienza, ottimismo, solidarietà, sensibilità,
intelligenza, spirito critico, grande capacità di relazione.
COMMENTO
Limiti dello studio
Ad eccezione della scheda di anamnesi, gli strumenti
usati per la rilevazione non possono essere riutilizzati da un altro
ricercatore producendo risultati identici. Le abilità comunicative e
relazionali variano infatti in ogni intervistatore. Può essere difficile per
il ricercatore, usando questa modalità di indagine, non pregiudicare i
risultati: la sua attenzione può infatti ricadere inconsapevolmente sui dati
più previsti. Non sono stati usati strumenti già validati e ripetibili (ad
esempio scale per la valutazione dello stress) per i motivi precedentemente
accennati relativi alla comunicazione e per l’assenza di conoscenze basilari
del fenomeno.
Risultati
Questo studio ha avuto lo scopo non tanto di
dimostrare, quanto di mostrare, di far emergere, situazioni di malessere
percepite da alcune donne immigrate assistenti familiari. Al termine
dell’indagine aumenta la consapevolezza dei problemi presenti, prima solo
ipotizzati. Questa minima conoscenza è comunque un presupposto per indagare
sulle caratteristiche dei problemi emersi, sulle loro cause specifiche, la
loro misurazione nel tempo e prevenzione. Dallo studio emerge un altro
presupposto indispensabile per la continuazione della ricerca in questo
senso: è possibile ottenere un’ottima partecipazione e collaborazione da
parte di questo gruppo di donne in un tempo relativamente breve, soprattutto
se già abituate a confrontarsi con operatori sociosanitari.
CONCLUSIONI E PROPOSTE
Dalla protesta alla proposta
Dall’ indagine effettuata si possono scorgere molte
possibilità di approfondimento dei problemi di salute delle assistenti
familiari immigrate. Possono essere intervistate molte più donne per
individuare i problemi più frequenti. Lo studio di questi può essere in
seguito approfondito con strumenti di rilevazione e misurazione validati
(relativi ad esempio allo stress, al carico assistenziale e già usati in
indagini su caregiver italiani che assistono propri familiari). Lo scopo di
tale ampliamento ed approfondimento di conoscenze è quello di progettare ed
attuare interventi pertinenti e rispettosi del ruolo di ciascuno. Molte
proposte sono già state descritte nello studio già citato condotto nel
comune di Venezia.19 All’interno del fenomeno assistenti familiari molti
possono essere gli interventi di pertinenza infermieristica, basti pensare
alla formazione delle caregiver relativa all’accudimento di anziani non
autosufficienti.
Raccogliendo dati per la ricerca abbiamo permesso che
alcune donne immigrate esprimessero i loro bisogni, i loro problemi. Per
migliorare la situazione, loro, delle famiglie e delle istituzioni che le
vedono coinvolte, non possiamo che continuare ad ascoltarle:
“Avete idea di che cosa sia il lavoro? E' una premessa
di libertà, di dignità, di uguaglianza, di sicurezza, di contributo al
miglioramento del mondo, ma solo se chi lo esercita è una persona in senso
pieno, libera di contrattarne le condizioni, di lasciarne uno per un altro,
di migliorare.
Una persona dotata di diritti e di doveri. Oppure è
servitù. Lo è se una persona sparisce dietro le sue braccia da lavoro, se
vende tutto il suo essere rinunciando agli affetti, ai saperi, ai desideri,
in cambio della possibilità di "stare" là dove un padrone le concede di
stare.”20
Alla luce di queste parole si auspica una maggiore
collaborazione tra associazioni che si occupano di immigrazione,
istituzioni, famiglie, donne immigrate affinché, all’interno di processo di
cambiamento condiviso, ognuno si senta protagonista con i suoi diritti e i
suoi doveri.
Salute per tutti
“Donne italiane che lasciano i loro vecchi nelle mani
di donne straniere, che a loro volta lasciano i loro figli nelle mani di
madri lontane. Dal momento in cui la catena del lavoro di cura si sta
estendendo oltre i confini nazionali, viene da chiedersi in che misura
questa dimensione mondiale rappresenti una risorsa per la qualità della
vita. (…)
Sappiamo di famiglie che, conosciuta la situazione
familiare dell’assistente, si prodigano per mandare vestiti ai bambini,
aiutare a distanza. Ma in che misura questa solidarietà stretta alla rete
personale sta maturando una cultura più aperta, un pensiero sul mondo?
Finora le tante esperienze che si incontrano dentro le case, lì rimangono,
non sono elaborate collettivamente, non fanno cultura. Questa ricchezza in
più non viene capitalizzata dalla città. (…)
L’assistenza va vista solo come uno dei tanti mercati
del lavoro che si aprono agli immigrati o piuttosto un’area tutta
particolare, dove l’incontro tra soggetti di diverse culture può sviluppare,
oltre al reddito materiale, anche un surplus di ricchezza spirituale?” (Piva
2002).
L’immigrazione è, ed è sempre stata, un bagaglio di
opportunità sia per i migranti che per i popoli che li hanno accolti. È
anche compito degli operatori sociosanitari, con i loro interventi
educativi, le loro responsabilità e ricerche, decidere se trasformare
queste opportunità in problemi o in occasioni di crescita; decidere se
creare pericolosi contesti di emarginazione e di diffidenza o desiderare la
salute per tutti.
-----------------------
BIBLIOGRAFIA
Tesi D.U.I.
Cinzia Bortolaso, L’infermiere e
l’immigrazione: valutazione dell’atteggiamento del personale infermieristico
rispetto alla comunicazione transculturale, tesi di DUI, Università degli
Studi di Padova, A.A. 1999/2000
Da riviste
- A.Silvestri et al,Terapia di gruppo
in una popolazione di caregiver: esperienza in una UVA; Giornale di
Gerontologia, 2001, vol.49, n.8, p.476
- AA.VV. L’assistenza agli anziani
fornita da immigrati, Prospettive Sociali e Sanitarie, n.13 – 2001
- Anne Neufeld et al,
Participation of Immigrant Women Family Caregivers in Qualitative Research,
Western Journal of Nursing Research, 2001,23(6), 575-591
- D. Tabarelli et al, Qualità della vita
del familiare caregiver di anziani non autosufficienti: principali risultati
di un’indagine in tre aziende USL dell’Italia centrale, Giornale di
Gerontologia 2001; 49:244-252;
- M.Socci et al,Il ricorso a personale
straniero per l’assistenza a domicilio di anziani non autosufficienti nelle
opinioni dei familiari caregivers; Giornale di Gerontologia, 2001, vol.49, n.8,
pp. 476-477
- P.Toniolo Piva, Anziani accuditi da
donne straniere, Animazione Sociale, maggio 2002, pp.72-77
- S.Santini et al, Donne immigrate
nell’attività di ‘caregiving’ a domicilio di anziani non autosufficienti: un
percorso verso l’emancipazione?, Giornale di Gerontologia, 2001, vol.49, n.8,
pp.471-472
Leggi e contratti
- Legge del 30 luglio 2002 n.189, art.33,
Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo (Gazzetta
Ufficiale n. 199 del 26 agosto 2002 Suppl. ord.)
- Contratto Collettivo Nazionale di
Lavoro, Sulla disciplina del rapporto di lavoro domestico, art.10, Roma, 8
marzo 2001
- Decreto Ministeriale 14 settembre
1994, N 739, Regolamento concernente l’individuazione della figura e del
relativo profilo professionale dell’infermiere (Gazzetta Ufficiale 9 gennaio
1995, n.6).
- IPASVI, Codice Deontologico
dell’infermiere (febbraio 1999), suppl. n.2 di marzo 1999 Libera-Mente /
In&Out
Testi
- Cantarelli M., Frati L. (a cura di),
Storia e filosofia dell’assistenza infermieristica, Milano: Masson
1997:234-236
- D.F.Polit et al,
Essential of Nursing Research: methods, appraisal and utilisation,
Lippincott, - Philadelphia 2001 (5th Edition)
- Marriner-Tomey A., I teorici del
nursing e le loro teorie, Milano: Mc Graw Hill, 1996: 402-407
- M.Mazzetti, Strappare le radici.
Psicologia e psicopatologia di donne e uomini che migrano. L’Harmattan
Italia, Torino 1996;
- OSCAR (Osservatorio Socio-Religioso
Triveneto, Delegazione Caritas Nord-Est), Nord Est poveri ed emarginati in
un mondo di ricchi, Primo Rapporto dei Centri d’Ascolto Caritas, novembre
2001
- R.Marchi, La comunicazione
terapeutica: interazione infermiere-paziente, Sorbona, Milano 1993
- S.Geraci, Medicina e Migrazioni. Atti
del II Congresso Internazionale, Roma 1990. Edito dalla Presidenza del
Consiglio (Dipartimento per l’informazione e l’Editoria). Istituto
Poligrafico dello Stato, Roma 1992
- R. Wesley, I modelli della teoria
infermieristica, Padova: ed. Summa, 1993:108
Altro
- E.Segatti, La realtà socioeconomica
dei paesi a maggiore afferenza migratoria: la Romania nel contesto generale
dell’ est europeo in Progetto Lia, Atti del corso di formazione per
operatori pubblici e privati. Secondo Livello. Terza parte, Torino, Città di
Torino,1998.
- Marina Piazza, Lettera della
Commissione Nazionale Parità al Presidente del Senato Sen. Marcello Pera e a
tutti i capigruppo, Roma, 27 giugno 2002
- Lucy Rojas (Cile), Ainom Maricos
(Eritrea), Dava Gjoka (Albania), Betty Gilmor (AfroAmericana), ...cittadine
straniere
Lettera aperta agli italiani e al
Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, 2002 (si può trovare la
versione integrale in www.peacelink.it/webgate/diritti).
Principali siti consultati
www.caritasitaliana.it;
www.carta.it
www.genteveneta.it
www.intrage.it
www.meltingpot.org
www.minwelfare.it
www.nigrizia.it
www.nonluoghi.it
www.parlamento.it
www.salutepertutti.it
www.stranieriinitalia.it
www.volontariato.it
RINGRAZIAMENTI
Grazie… alla Prof. M.Gloria De Bernardo,
docente di etnoantropologia della salute e relatrice di questa tesi, per la
fiducia e l’incoraggiamento.
Grazie …agli obiettori, volontari,
operatori della Caritas ed amici che mi hanno regalato tempo, conoscenze e
ricco confronto (un grazie particolare a Sara Ferrari, Lorenzo Rampon,
Enrico Fabris, Marco Bettin, Adriana Chinchio, Luca Carraro, mia sorella
Francesca).
Grazie…alla mia collega e compagna di
avventure Francesca Baldi con cui ho condiviso il tirocinio in ambulatorio
Caritas.
Grazie…a Zinaida, docente di biologia e
direttrice educativa in Moldava, ora assistente familiare, che con
un’attenta analisi della realtà mi ha fornito un’importante chiave di
lettura del fenomeno.
Grazie infine a tutte le donne immigrate
che non posso nominare, protagoniste di questa tesi, per la collaborazione e
la fiducia con cui hanno accettato di raccontarsi.
|
|