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IL VALORE DELLA PROFESSIONE,
LA PROFESSIONE DEI VALORI
di Luca Littarru
La tensione alla solidarietà ci appartiene
antropologicamente e storicamente in quanto donne e uomini e culturalmente
in quanto infermiere ed infermieri. Questo è un dato di fatto, e una
premessa oggettiva non solo formale. Tuttavia credo sia importante
parlarne oggi più che mai, riflettendo sul nesso esistente tra la
trasformazione del Sistema e la trasformazione della società,
trasformazioni che si danno rispetto ad una crisi globale della
Istituzione. Non è mia intenzione entrare nello specifico di queste crisi,
piuttosto credo sia importante capire quali sono i bisogni dell'umanità
tutt'intera.
Parlare di solidarietà tra colleghi o con le persone che assistiamo sembra
banale. Riflettiamoci profondamente: sebbene, come già detto, la tensione
alla solidarietà ci appartiene, è altrettanto vero che i disvalori la
mettono in crisi quotidianamente. Essere solidali significa non alimentare
l'individualismo, l'egoismo, le prevaricazioni, i privilegi, la smania di
potere.Non è raro che gli infermieri si dividano e si prevarichino, non è
raro che cerchino di difendere i loro piccoli privilegi personali.
Rispetto alle persone esistono pensieri quali "II malato di AIDS se l'è
cercata, il tossicodipendente pure, il povero pazzo è solo un povero
pazzo", senza sentirsi minimamente parte in causa degli eventi sociali che
hanno causato la pazzia, la tossicodipendenza, la diffusione dell'AIDS.
Non mettersi in discussione su queste dinamiche significa esattamente
creare emarginazione. E l'unica risposta che noi dobbiamo dare a chi
lavora per dividere, scindere ed emarginare è una sola: solidarietà.
Dobbiamo lavorare per recuperarla, per rivitalizzare queste energie intime
che ci appartengono e che i disvalori quotidiani non possono del tutto
svilire poiché la solidarietà è parte del nostro codice genetico. Dobbiamo
cioè rispondere ai sistemi di frammentazione che annientano la solidarietà
esattamente perché frantumano il senso di appartenenza, con azioni di
solidarietà quotidiana tra infermiere ed infermiere e quindi tra
infermieri e cittadini a che si sviluppino azioni più complessive volte a
stimolare i processi di autocoscienza della professione: chi siamo, da
dove veniamo, dove vogliamo andare. Prendere coscienza che siamo una
categoria che professionale che può fare della solidarietà una grande arma
anche terapeutica al servizio degli utenti è, in ultima analisi, una delle
nuove prospettive che si possono aprire nella prossima fase. Ma per essere
solidali con i cittadini e con gli utenti dobbiamo fare in modo che la
solidarietà torni a vivere tra gli infermieri, nella nostra quotidianità
lavorativa e non solo.
La categoria infermieristica può e deve farsi portavoce di questa
battaglia per la solidarietà. E credo che ci possa riuscire se saprà porsi
in atteggiamento critico, costruttivo e cosciente rispetto a tre punti
focali:
• La professione infermieristica è, da un punto di
vista antropologico, femminile.
• La professione infermieristica è socialità.
• La professione infermieristica è alleata
all'umanità e si proietta nel mondo.
La professione
infermieristica è femminile
Questo è il nodo centrale che mette in discussione
tutta la nostra storia. Convenzionalmente la storia inizia con i primi
documenti scritti, circa 5000 anni fa, in Egitto ed in Mesopotamia.
Tuttavia l'invenzione della scrittura si colloca in una fase già avanzata
dello sviluppo sociale ed essa marca un punto di passaggio, critico
secondo molti studiosi, di un processo di sviluppo avviato assai prima. Si
pensi soltanto che il processo di ominazione (ossia di differenziazione
dalle scimmie) è cominciato circa 5 milioni di anni fa, che l'homo sapiens
sapiens è comparso circa 100 mila anni fa e 40 mila anni fa in Europa.
Pertanto la convenzione di considerare storia solo gli ultimi 5000 anni è
un errore terribile, è una bugia sull'origine della nostra specie.
Il legame materno (madre fìglio/a) è da sempre la prima forma di
solidarietà. Nulla è altrettanto vero: la spinta alla solidarietà nasce
dal genere (quello femminile evidentemente) che per primo conosce e
sperimenta un legame forte con l'altro (il figlio, la figlia) e per questo
tende a rifuggire comportamenti quali la competizione e l'individualismo.
Anche Florance Nightingel sosteneva che qualunque donna è, di fatto, o
potenzialmente responsabile di qualcuno, i figli, e che quindi sarebbe
diventata un'infermiera. Pertanto, fino alla nascita del Patriarcato (5000
anni fa appunto) la società umana era matrista. Le Madri, ossia le donne
adulte, furono il genere che per primo procurarono cibo sicuro perché
hanno inventato l'agricoltura mentre l'uomo andava a caccia. Le Madri
furono coloro che dalle erbe inventarono le medicine. Le Madri furono
coloro che misero al mondo i figli, li educarono e li crebbero. Nel
frattempo gli uomini continuavano ad andare a caccia. L'origine della
società umana è dunque caratterizzata da Clan Matristi fatti di
fratellanza e sorellanza e di cooperazione tra uguali. Le artefici di
tutto ciò sono state le femmine, capaci di diventare donne grazie al
potenziale o effettivo pregio sociale d'essere madri.
Questa era allora una realtà talmente connaturata che non c'era bisogno di
violenze o guerre perché fossero le donne a governare i processi
d'umanizzazione e così è stato per almeno 90000 anni. È certo, infatti,
che fino a 10000 anni fa non siano esistite guerre altrimenti ne sarebbero
rimasti i segni. Le guerre esistono perché qualcuno vuole ottenere il
Potere con la forza ma ciò, evidentemente, non era necessario in una
società matrista gestita da donne nella quale ai bisogni di tutti si con
eguale brillantezza.
Per questi motivi moltissime studiose ritengono che il genere femminile
sia superiore non solo biologicamente o sessualmente ma anche socialmente.
Devo però differire con Martha Rogers nella sua analisi della preistoria
non nella descrizione dei fatti, peraltro condìvisibile appieno, quanto
nel suo non restituire correttamente la centralità del Clan matrista.
Raramente cita le donne come motore della preistoria specie quando
sostiene che siano stati gli uomini ad inventare l'agricoltura oppure
quando sostiene che le donne dovevano ammazzare i loro figli durante lo
spostamento del popolo nomade. Gli ultimi studi negano queste teorie.
In ultima analisi credo quindi che la ricerca della solidarietà debba
necessariamente passare attraverso le infermiere intese come donne a che
formino tutta la categoria (donne e uomini) ad una solidarietà più vera e
complessiva.
La Professione
Infermieristica è socialità
Non posso non partire da dove sono rimasto. La
socialità (e quindi, per continum la solidarietà) è una caratteristica
vera per tutta la specie umana, nel senso che vi è una tensione a
socializzare che distingue la nostra da tutte le altre specie esistenti.
Tuttavia, nella nostra specie, la solidarietà è maggiormente connaturata
nel genere che dalle origini ha condotto la civilizzazione della società,
cioè il genere femminile. E questo è vero non tanto perché lo sostengo io:
è oggettivo, è antropologico, è storico.
Tuttavia è necessaria una precisazione: questi fatti antropologicamente
veri non implicano meccanicamente nulla, però costituiscono le premesse
oggettive sulle quali possono nascere i valori quali la solidarietà,
valori da riscoprire e da rivalutare.
È chiaro che queste premesse oggettive, perché diventino trasformazione,
necessitano di processi di autocoscienza alti nella professione e, più
complessivamente, nell'umanità.
Filzpatrick e Rogers sostenevano che "l'uomo è un tutto unificato...e
manifesta caratteristiche che sono più della somma delle sue parti e
differenti dalla somma delle stesse". La socialità che la categoria
infermieristica deve sostenere per fornire delle risposte concrete ai
bisogni è altra cosa dalla socialità che ci viene spesso propinata.
Dobbiamo imparare a praticare rapporti sociali disinteressati, finalizzati
quindi non unicamente al nostro piacere o al soddisfacimento personale
bensì al benessere della collettività e al soddisfacimento dei bisogni
della stessa. In questo esiste il nesso tra socialità e solidarietà:
l'egoismo e l'individualismo alimentano la spinta alla frammentazione e
sviliscono la tensione alla solidarietà, la solitudine diventa la norma,
"l'arroccamento... diventa minimalismo, nichilismo" (B. Spampinato)Tuttavia,
in un panorama oggettivamente sconfortante, dove spazio e tempo sono
scanditi dai ritmi del lavoro, dove la comunicazione diventa sempre più
succube delle vie telematiche, esiste un panorama soggettivo premessa alla
Nuova Socializzazione: la gente continua a parlarsi, la gente continua ad
amarsi, la gente non smette di scambiarsi ricchezze. È evidente che chi si
oppone a questa forma di socialità darà il peggio di se per fermarla e
sappiamo bene che c'è anche chi si oppone all'interno della nostra
professione e magari dietro ad un'apparenza costruita cela arrivismo ed
egocentrismo, smania di Potere. Il Potere c'insegue: è bene rendersene
conto alla svelta, perché il Potere ha bisogno di conquistarci e di
intimorirci, intelligente com'è, per perpetrare il suo dominio.
Dobbiamo però essere in grado di confrontarci con tutti se è una vera
socialità quella che vogliamo. Dobbiamo sapere costruire i rapporti, cosa
assai diffìcile perché, sia detto per inciso, per fortuna non siamo tutti
uguali, ciascuno di noi porta dentro di se un patrimonio irripetuto ed
irripetibile da altri. La differenza genera tensione, conflitto, il lavoro
d'equipe può subirne dei traumi. Dobbiamo imparare a metterci in gioco,
dobbiamo imparare a parlare all'equipe non solo della solitudine degli
altri ma anche della nostra, non solo dei bisogni degli altri ma anche dei
nostri. I confronti su questi temi sono caldi e diffìcili ma vivi,
pulsanti. Anche la Nightingale riteneva che "quando i valori professionali
od individuali sono in conflitto e sfidano la società esiste la
possibilità di creare dei cambiamenti nella società stessa".
È bene non dimenticarsi che la nostra professione è volta al
soddisfacimento dei bisogni degli altri, ma che tra gli altri ci siamo
anche noi. E' bene non dimenticarsi di Peplau e di quando sostiene che "il
tipo di persona che l'infermiere diventa ha grande importanza nel
determinare ciò che ogni persona apprenderà mentre riceve l'assistenza
infermieristica" e di Wiedenbach quando sostiene che "lo scopo del Nursing
viene raggiunto mediante la costruzione di una relazione tra persone."
Relazione, socialità, solidarietà.
La professione
infermierìstica è alleata dell'umanità e si proietta nel mondo
Quando mi si chiede perché ho scelto di fare
l'infermiere rispondo sempre che iniziai a sceglierlo un giorno e che da
allora ho continuato e continuo a sceglierlo ogni giorno della mia vita.
Essere infermieri, intendendo la professione in senso complessivo,
significa scegliere di far parte e di portare avanti una cultura che va al
di là della pratica quotidiana, delle 8 ore, dello stipendio, delle ferie.
Significa incarnare quello che è la cultura infermieristica
filosofìcamente intesa, significa appunto incarnare valori quali la
solidarietà e la socialità, l'aiuto ed il soddisfacimento dei bisogni
propri, del gruppo d'appartenenza, della collettività tutt'intera.
Significa in ultima analisi allearsi con l'umanità in sofferenza e
proiettarsi in una visione del mondo portatrice di valori. D. Loi
sostiene che "la professione infermieristica è arte, disciplina, scienza".
Questo è pienamente sostenibile perché l'infermiere ha nella sua cultura
concetti quali l'uomo, l'ambiente, la salute che si integrano
perfettamente nel contesto delle dinamiche della vita. È chiaro allora che
in questo darsi la cultura infermieristica troverà come reazionario
contraltare, ancora una volta, il Potere inteso come imposizione della
forza sulla debolezza, dell'arrivismo sulla partecipazione, della
frammentazione sul collettivo, dei disvalori sui valori.
Come riuscire, in conclusione, a non restare schiacciati, come non
alimentare processi quali l'adattamento, il burn out, l'arrivismo,
l'appiattimento, il senso d'impotenza e di perenne ed irreversibile
sconfìtta?
Una risposta non c'è, ce ne possono essere tante, ma una che valga sempre
non riesco a trovarla. Però invito ad un'ultima riflessione che può, a mio
avviso, essere una buona partenza per cercare delle risposte, ossia
provare a riflettere sui nessi che legano il Sogno, l'autocoscienza e
l'alternativa.
Sognare una professione ed una vita che diano vere risposte ai bisogni
dell'umanità e in essa ai nostri, aiuta a creare processi di autocoscienza
alti ed altri dove assumono valore la solidarietà, la socialità, la
sofferenza, la visione prospettiva complessiva e collettivistica,
l'alleanza tra esseri umani e la proiezione finale nel mondo.
Autocoscienza significa capire il valore umano e professionale di ciascuno
di noi, significa far nostra la vita, la nostra storia, significa esistere
per essere liberi.
Se i processi di autocoscienza si allargano a macchia d'olio, se
contaminiamo e ci lasciamo contaminare dai valori allora credo davvero che
ci possano essere tutte le premesse soggettive ed oggettive per dare
un'alternativa alla vita professionale e, in generale, alla vita che oggi
subiamo, che oggi "sopravviviamo". Una vita professionale e complessiva
scelta, finalizzata alla libertà ed alla realizzazione di tutti e di
ciascuno.
Rogers sosteneva che " una scienza di esseri umani unitari che sia alla
base del nursing richiede una nuova visione del mondo (...) Per vedere il
mondo da questo punto di vista si richiede una nuova sintesi, un balzo in
avanti creativo e nuovi atteggiamenti di vita"
Concludo con una frase di Soren Kierkegaard che sia di stimolo a tutti noi
in questa battaglia: "Osare causa ansietà. Non osare equivale a perdere se
stessi"
Parole chiave
Matrismo, patriarcato, solidarietà, socialità,
valori, coscienza, professione
Nota: Il lavoro è stato anche pubblicato su NEU,
n°2/2000
Bibliografìa
1) Ann Marrier - I teorici dell'infermieristica e le loro teorie.
Ambrosiana, Milano, 1986.
2) Sara Morace - Origine donna. Prospettiva Edizioni.
4) Carla Longobardo - Per piacere, con amore. Prospettiva edizioni.
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