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Responsabilità ed
autonomia infermieristica:
l’infermiere fra tecnologia ed umanizzazione
Giancarlo Brunetti
“L’infermiere di cardiologia nel 3° millennio”
cardionursing ANMCO Toscana 2007
Centro Congressi-Grand Hotel Vittoria
Montecatini Terme (PT) 14 novembre 2007
Premessa (slide 1)
Oggi
ho il compito di trattare un tema complesso che implica conoscenze in
diverse discipline, tenterò di dare
alcuni spunti di riflessione sul ruolo degli infermieri nel difficile
compito di creare un ponte tra progresso tecnologico e bisogni
assistenziali delle persone.
La tecnologia è pervasiva
in ambito medico: immagini diagnostiche, apparecchi che supportano le
funzioni vitali, farmaci sempre più selettivi.
Gran parte dell’attenzione
di medici e infermieri è rivolta all’interpretazione di dati e informazioni con il rischio di perdere di vista la persona nella sua interezza, la storia
della sua malattia, le complesse relazioni che condizionano la sua vita e la
sua salute.
L’uso delle tecnologie è
entrato nella pratica quotidiana del nursing.
Gli infermieri, proprio
per la loro specificità, devono assumere un ruolo di mediazione costruttiva
tra tecnologia e persona assistita.
Cercherò quindi di fissare
l’attenzione su alcuni elementi che a mio parere non possono essere
trascurati.
Definizione di tecnologia (slide 2)
Come possiamo definire la
tecnologia?
Il termine usualmente
indica il complesso di procedure, materiali e strumenti necessari a
trasferire le conoscenze scientifiche in settori specifici dell’attività
produttiva e dei servizi.
Nel campo sanitario il
concetto di tecnologia è molto ampio. Comprende non solo strumenti,
attrezzature e farmaci, ma presidi, competenze, nonché gli stessi sistemi
organizzativi che integrano questi fattori, come le cartelle informatizzate,
la telemedicina, la home care ed altro.
Rapporto uomo-tecnologia (slide 3)
L’evoluzione dell’uomo e
quella della tecnologia hanno sempre proceduto assieme.
La tecnologia ha fornito
all’uomo strumenti per la conoscenza e l’azione, dai primi utensili fino
alla mappatura completa del genoma umano.
Tra uomo e tecnologia non
esiste distinzione netta, perché da sempre la tecnologia concorre a formare
l’essenza dell’umano. L’uomo crea la tecnologia, e la tecnologia modella
l’uomo. Protesi esterne e interne stabiliscono un rapporto di simbiosi e
ibridazione, strumenti tecnologici vanno a vicariare funzioni compromesse o
perdute.
Non è corretto affermare
come spesso si fa, che la tecnologia disumanizza l’assistenza, la tecnologia
è solo uno strumento nelle mani dell’uomo per raggiungere un obiettivo,
diventa buona o cattiva a seconda dell’uso che ne fa e del fine per cui si
usa.
Ambivalenza tecnologica
(slide 4) La tecnologia può determinare
morte. Mutuando dal gergo medico in guerra “le operazioni
chirurgiche” non vengono fatte con i bisturi, ma con armi ad alta
tecnologia, anche se dotate di “presunta intelligenza” producono “effetti
collaterali”. Questi effetti collaterali hanno
avuto un impatto drammatico sulla salute e la vita degli uomini. Nel
ventesimo secolo sono morte 191 milioni di persone di cui più della metà
civili, nelle guerre in corso le vittime tra i civili superano l’80% , per
ogni morto in guerra altri 9 muoiono per le conseguenze e da 2 a 13 vengono
feriti.
(slide 5) La tecnologia può opporsi alla
morte Anche contro la stessa volontà dell’uomo, proponendo il
quotidiano interrogativo sul diritto della persona a decidere della propria
vita.
Eutanasia e accanimento
terapeutico diventano dilemmi etici prodotti dal progresso tecnologico.
Il caso Welby lo
conosciamo, ha suscitato e suscita in Italia un vivace dibattito
sull'eutanasia e, più in generale, sui rapporti tra legge e diritto
all'autodeterminazione. Affetto da distrofia muscolare in forma progressiva
dall'età di 16 anni, nel 1996 in seguito ad una crisi respiratoria fu
costretto a dipendere da un ventilatore artificiale. La malattia,
progredendo lentamente, non gli consentì più di parlare, lo costrinse, nello
stadio finale, a stare immobile su un letto, mantenendo lucida la coscienza
di sè.
(slide 6)
Un altro caso è quello di Eluana Englaro, da
quindici anni in stato vegetativo permanente per un incidente stradale, non
ha ancora ottenuto la sospensione dell'alimentazione artificiale. In questi
giorni torna alla cronaca la sua storia riaprendo il dibattito sul
riconoscimento al diritto di rifiutare le cure anche per i soggetti in stato
di incoscienza.
Eluana, oggi trentacinquenne, giace in una
clinica di Lecco, senza speranza di riprendere coscienza, continua a essere
mantenuta in vita artificialmente, e lo resterà fino a quando una nuova
sentenza, una nuova legge, o una direttiva specifica non convincerà i medici
a considerare l'alimentazione artificiale come un inutile accanimento.
(slide 7) Non è mia intenzione
demonizzare la tecnologia, la tecnologia produce soprattutto benessere e
migliori aspettative di vita. Però…Tra chi ha tecnologie e risorse umane che
le sanno usare e chi non le ha c’è un inaccettabile divario.
I due cartogrammi che seguono evidenziano due
aspetti di questo divario, la spesa sanitara pubblica e
(slide 8) il
numero di medici nel mondo, la carenza di infermieri è sovrapponibile.
I risultati sono questi:
(slide 9) l’aspettativa
di vita in Sierra Leone è di 34 anni, in Giappone di 82 anni. In Sierra
Leone la mortalità infantile è del 316 per 1000, in Islanda del 3 per 1000
(1).
Tecnologia è anche ricerca di nuovi farmaci.
Oggi stiamo investendo molto in ricerca farmaceutica, ma questi
investimenti si concentrano nelle aree che garantiscono profitto (obesità,
impotenza). (slide 10) Negli
ultimi 20 anni, per fare un esempio, dei 1556 prodotti immessi sul mercato,
solo l’1,3% hanno tentato di dare risposte alle malattie tropicali e alla
tubercolosi, patologie che rappresentano l’11% delle malattie nel mondo, le
cosiddette malattie “dimenticate”. Nel cartogramma l’incidenza della malaria
nel mondo.
Nursing: responsabilità professionale e sociale
(slide 11)
Cosa c’entra tutto questo col nursing? Forse gli
infermieri vivono in una realtà diversa da quella illustrata? Forse gli
infermieri si limitano ad applicare protocolli, procedure, ed evidenze
scientifiche? Oppure riescono a problematizzare le sfide poste dal progresso
tecnologico? E prendono coscienza del più ampio contesto globale della
salute a favore del quale operano?
Il nursing è una scienza
sociale e come tale risente della pervasività tecnologica nell’intero
sistema, sta ai singoli professionisti utilizzare al meglio questa preziosa
risorsa.
Non è la tecnologia di per
sé che depersonalizza il nursing, quanto piuttosto come e in quale contesto
il singolo applichi questa tecnologia.
Si obietta che la
tecnologia allontana dal malato, quando fu inventato il fonendoscopio
qualcuno disse che il medico si sarebbe allontanato dal paziente per il solo
fatto che non avvicinava più l’orecchio al torace del paziente.
Non è questo
allontanamento fisico che dobbiamo temere, più inquietante è la delega
tecnologica che trasferisce alle macchine funzioni, attività, capacità e
persino decisioni che appartengono all’uomo.
La delega tecnologica
comporta un rassicurante, ma altrettanto pericoloso scarico di
responsabilità.
Contestualmente preoccupa
la visione meccanicistica e riduzionistica che persiste nella cultura medica
e, non neghiamolo, anche nel nursing soprattutto là dove sopravvive la
logica mansionariale frammentando e riducendo il processo di nursing a mera
esecuzione di azioni.
Una visione che non
riuscirà mai a cogliere il punto di vista del paziente, la complessità dei
determinanti di salute, la capacità di comprendere l’intreccio
interdipendente di connessioni tra diversi sistemi (biologici, sociali,
valoriali…)
L’infermiere e il paziente (slide 12)
Non potendo portare un
paziente a testimoniare il suo punto di vista ho fatto ricorso ad un
paziente che aveva grande abilità a raccontare il suo percorso di malattia:
E’ Tiziano Terzani nel suo
libro “un altro giro di giostra”.
Scoperto il suo cancro
Tiziano non ha dubbi, si affida alla medicina occidentale e va a curarsi a
New York in un centro d’eccellenza nella cura oncologica.
Alla fine questa
esperienza lo lascia deluso e insoddisfatto. Aveva a disposizione le
migliori tecnologie e professionisti esperti, ma mancava qualcosa.
Vi leggo un brano dove
descrive la sgradevole sensazione di estraneità alla propria malattia e al
piano di cure:
“Boccali di liquidi colorati da ingerire, iniezioni che facevano venire
grandi vampate di calore in bocca, tubi, fili, attese…
Venivo messo davanti a delle macchine – televisori, aggeggi, sonar – o
infilato dentro a un tubo dalle luci fluorescenti…
Il tutto per scoprire cosa c’era che non andava dentro di me.
Ad ogni stazione si esaminava un pezzo del mio corpo: il fegato, i reni, lo
stomaco, i polmoni, il cuore.
Ma l’esperto di turno non veniva a toccarmi o ad auscultarmi.
La sua attenzione era rivolta esclusivamente ai pezzi e neppure ai pezzi in
sé, ma alla loro rappresentazione, all’immagine che di quei vari pezzi
compariva sullo schermo del suo computer...
Io stesso vedevo il mio fegato…; lo vedevo staccato, estraneo, fuori dalla
mia pancia, dove invece è stato per sessant’anni…
Ma io, io-tutto, io-anche-solo-l’insieme-di-quei-vari-pezzi non c’ero mai.
Non venivo neppure consultato”.
Poi descrive lo sconforto
di fronte ad una medicina che non riconosce la soggettività dei pazienti:
(slide 13)
“…Le impressioni del paziente sono inutili, le immagini, le cifre, i
tracciati sfornati dalle macchine…sono molto più affidabili. Per la medicina
moderna, la sola ricerca da fare è nell’obbiettività di quei dati e non
nella soggettività del malato”
Poi fa alcune
considerazioni sul metodo:
“ Indubbiamente c’era in questo approccio distaccato dal paziente e dalle
sue reazioni qualcosa di estremamente positivo e di efficiente, ma il fatto
che venissi sempre più trattato come un insieme di pezzi e mai come unità,
mi lasciava sottilmente insoddisfatto”.
Questa insoddisfazione lo
porterà a viaggiare per conoscere rimedi alternativi, ma soprattutto a
cercare dentro se stesso le risposte che la medicina e il nursing non
sapevano dare e che invece dovrebbero saper dare.
L’infermiere e la tecnologia (slide 14)
L’infermiere può mediare
in molte forme tra tecnologia e persona. E’ sempre più frequente la presenza
di infermieri nella valutazione delle tecnologie sanitarie.
L’Health Technology
Assessment (HTA) si propone di combinare implicazioni mediche, sociali,
etiche ed economiche per lo sviluppo, la diffusione e l’uso delle tecnologie
sanitarie.
Lo scopo fondamentale in
ambiente ospedaliero è quello di associare diverse soluzioni tecnologiche ai
bisogni clinici e assistenziali, in termini di benefici, di rapporto
costo-efficacia, e di sicurezza, partendo dal presupposto che la tecnologia
sanitaria è sempre parte di un sistema o di un processo il cui scopo finale
è quello di aumentare l’outcome dei pazienti.
(slide 15)Per decidere se una tecnologia
è veramente utile occorre valutare:
-
efficacia, nel senso di capacità
da parte delle tecnologie sanitarie di produrre benefici in situazioni
ideali e reali (molto vicino alla filosofia dell’Evidence based medicine e
nursing);
-
efficienza nel senso di
valutazione economica ed efficiente applicazione nel sistema
-
conseguenze sociali nel senso di
valutazione dell’equità, opportunità e accessibilità associata all’uso della
tecnologia;
-
implicazioni etiche sulle
decisioni nella introduzione ed integrazione di nuove tecnologie;
Ruolo dell’infermiere
nella HTA
L’evoluzione del profilo
professionale e l’uscita definitiva dall’era mansionariale che non è poi
così lontana (1999) permette all’infermiere di essere attore, assieme alle
altre professioni, del processo di sviluppo e diffusione delle tecnologie
biomediche.
Il DL. 734/92, e la legge
42/99 sottolineano la responsabilità dell’infermiere nell’identificazione
dei bisogni di salute della persona e della collettività ai quali è
correlato il bisogno di tecnologie sanitarie appropriate, in poche parole
quelle che servono e non quelle che il mercato impone.
Il punto 2.7 del codice
deontologico afferma un principio di equità: il dovere etico dell’infermiere
è operare affinché le risorse a disposizione, tra cui quelle tecnologiche,
siano utilizzate in modo ottimale e seguendo il principio di equità, “ in
carenza delle stesse, “individua le priorità sulla base di criteri
condivisi…”, la valutazione delle alternative a disposizione è una
possibilità.
I percorsi formativi base
e post-base in ambito universitario hanno prodotto maggiori competenze,
hanno promosso autonomia decisionale e capacità di valutazione dei processi
assistenziali.
L’aggiornamento costante
garantito dal sistema ECM ha permesso all’infermiere di stare al passo con
il progresso scientifico e tecnologico, soprattutto in quei contesti dove la
tecnologia rischia di dominare il campo sottraendo la nostra attenzione alla
relazione, all’ascolto, all’educazione ed alla costante preoccupazione ad
informare il paziente.
Informazione che non sia
funzionale solo ad un consenso, ma reale garanzia dei diritti della persona.
In particolare penso ai
luoghi dove il paziente vive l’ansia del rapporto di dipendenza con le
tecnologie: nelle diagnostiche invasive, nei reparti di cure intensive,
nelle dialisi, nei luoghi dove dà per scontate le competenze tecniche e
vorrebbe trovare capacità relazionali ed educative che non sempre trova.
Conclusioni
-
Riconquistare lo spazio sia fisico sia
simbolico che la tecnologia frappone tra il malato e chi lo cura.
-
Recuperare la stretta connessione tra
assistenza e indagine strumentale tra assistenza e trattamento. Indagine
strumentale e trattamento come capacità di intervenire sulle cause di
malattia nella prospettiva di eliminarle. Assistenza come competenza e
desiderio di incontrare la totalità del soggetto, rassicurando, restando
vicino e facendo sentire la propria alleanza nella lotta contro la malattia.
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Non essere l’operatore invisibile
(materialmente) dietro una macchina o (metaforicamente) dietro una
procedura, ma l’interlocutore affidabile ed amico a cui, come con gli amici,
ci si rivolge da pari a pari.
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