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Con…tatto umano per non dimenti…Carlo:
La resistenza di
100.000 gambe in cammino per la giustizia.
A cura di mariano de mattia
“Per quanto voi
vi sentiate assolti siete per sempre coinvolti”
Fabrizio De André,
Poeta genovese
Negli ultimi sei
anni, sono stati pochi i giorni in cui non mi sia amaramente pentito di non
essere stato a Genova nel luglio del 2001. Sinceramente, allora in me
prevalse il timore, ebbero la meglio “i profeti di sventura” che, con
sapiente terrorismo psicologico, riuscirono a contrarre il numero dei
dissidenti (se ciò non fosse avvenuto, probabilmente ci sarebbe stato
1.000.000 di persone a contrastare il prepotere degli 8 punti “G” del
pianeta). In questi anni, frequentemente, mi sono sentito coinvolto;
“per non aver commesso il fatto”, per “omissione di soccorso”
alla resistenza civile, per insufficiente “spirito di appartenenza”
al genere umano, a quel genere che, nonostante le ferite aperte nel corpo e
nell’anima, non si è rintanato per leccarsi le ferite e lamentarsi, non ha
abbassato lo sguardo né si è considerato vinto!
Riconquistare Genova
sei anni dopo; per affermare che “La
storia siamo noi”,
per pretendere verità e giustizia, per spiegare la pace e raccontare la
vita. Questa volta, 17 novembre 2007, vaffanculo a tutti gli aguzzini della
libertà, volevo essere a Genova e ci sono stato.
Festosa danza di
colori e suoni per un corpo unico, centomila braccia ed altrettante gambe,
armonioso incontro d’eterogenee concezioni di lotta, semplice zampillio
d’idee, cammino di un’umanità che per respirare ha bisogno di un sogno,
infinito desiderio di un mondo migliore, certezza del valore della vita,
pacifica espressione del dissenso. Genova è stata tutto questo ed altro
ancora.
Sin
dalle prime battute, il clima è stato chiaramente caldo ed accogliente, il
sole dalla parte dei manifestanti…quasi ad esprimere addirittura il
favore celeste, che qualcuno può aver tradotto come frutto di brogli
atmosferici. Nessuna necessità d’intervento alcuno da parte delle
(s)forze del (dis)ordine…esclusivamente visibili, quanto inattive, nelle
stazioni ferroviarie di partenza ed arrivo. Un gioco che ha dimostrato
l’inutilità dell’arbitrato corpulento. Mi piace interpretare la pressoché
totale “invisibilità” dei corpi armati come patteggiamento, quello di chi
riconoscendo la colpa mercanteggia sulla pena. E’ come se qualcuno avesse
detto: “Nel 2001 fummo noi il problema
quindi oggi riteniamo necessario non essere visibili”.
Infatti, nel 2007, manifestanti al sole e corpi armati all’ombra; nessuna
presenza ostile e conseguentemente nessun problema!

L’arrivo
alla Stazione Marittima è cosa semplice e lo scenario rende subito esplicita
la partecipazione di massa; ragazzi, bandiere, anziani, famiglie intere,
musica, bancarelle e giocolieri sono le varianti di “terrorismo” riversatosi
in strada per l’occasione. Nell’attesa che il corteo parta, trovo il tempo
per conoscere ed accompagnare al porto Soltan, un uomo egiziano che
vive da 15 anni a Bergamo, il cui unico obiettivo di oggi è salire sulla
nave che lo porterà finalmente a casa per abbracciare, dopo due mesi, la
famiglia. Un caffè, un abbraccio ed un sincero e concreto (Soltan mi lascia
tutti i suoi recapiti) invito a visitare l’Egitto sono gli atti che
precedono il saluto.
Ritornato alla
Stazione Marittima, inizio a fotografare ed osservare la realtà che mi
circonda. Di fronte a me una sorpresa bella quanto inaspettata, Giuliano
Giuliani che, striscione sottobraccio e crostata di frutta in mano, si apre
alla folla che amandolo lo circonda. E’ un continuo susseguirsi di abbracci,
strette di mano, baci, domande e foto di rito. Giuliano si distribuisce
equamente alla gente che lo attornia, incondizionatamente incontra, scambia
pareri ed accoglie come se già conoscesse chiunque gli rivolge la parola per
la prima volta.
Anch’io faccio parte
dei tanti e mi avvicino a lui, per non mollarlo più…quasi ingordamente, per
stringergli la mano e porgli un quesito; “Come
hai fatto a condividere pacificamente lo studio di “annozero” con
l’assassino di tuo figlio?”
La risposta è generosa, esaustiva ed
immediata: “Non conosco altro modo di
relazionarmi se non quello che ho adottato, allora come oggi mi prefiggo
solo di giungere alla verità e, se ci scappasse, apprezzerei anche un
pizzico di giustizia. Resto convinto che a sparare non fu Mario Placanica ed
è questa la sua principale colpa, quella di mentire per coprire qualcun
altro. Sono tanti i responsabili dei fatti di Genova, su tutti, il
principale si chiama Gianfranco Fini, l’allora vice Presidente del
Consiglio. Riesco addirittura a comprendere, senza giustificare, chi in
preda al panico lascia partire il colpo che colpisce Carlo, ma quello che mi
inorridisce è la freddezza con cui, successivamente, qualcuno raccoglie un
sasso e spacca la testa di un moribondo, avendo poi cura di posizionare il
sasso accanto al corpo di Carlo, per supportare la teoria che fu il sasso ad
uccidere. Questo è un gesto inqualificabile, per il quale il Presidente
della Repubblica dovrebbe chiedere pubblicamente scusa al popolo intero. Un
gesto simbolico che permetterebbe, almeno, di riabilitare lo stato”.
Nella cronaca del giorno dopo scopriremo che
anche le ferrovie dello stato hanno dato il loro “contributo” affinché la
manifestazione assumesse toni meno evidenti; ritardi, rinvii, rallentamenti
e incomprensioni hanno rallentato, se non ostacolato, l’arrivo a Genova di
quanti lo desiderassero. Questo uno dei motivi che ha determinato il ritardo
con cui il corteo si è messo in cammino…
Dalla partenza all’arrivo
nella “zona rossa” si sono
susseguite le svariate rappresentazioni corporee con cui il popolo ha inteso
inneggiare alla resistenza, riconoscendo (oggi più che mai) la necessità di
concepire ed agire un concetto di resistenza trasversale agli ambienti ed
agli ambiti.
Resistere
per attendere in piedi la verità (sin qui deviata da un sasso) sui fatti di
Genova, resistere per esigere una
giustizia (attualmente rappresentata dai 225 anni di carcere per i 25
“saccheggiatori” di Genova e l’impunità per i 74 massacratori della Diaz e
di Bolzaneto) capace di ripartire equamente le responsabilità e rifiutare
promozioni macellaie e protezioni mafiose,
resistere per riscoprire che “il
potere è espresso dal consenso e quest’ultimo appartiene alle masse”,
resistere per pretendere che i giornalisti smettano di fare i
giornalai e ripartano dal motivo della loro esistenza (fare informazione e
non venderla vendendosi al miglior offerente),
resistere per impedire che la frammentazione del movimento dei
movimenti faccia precipitare il diritto d’espressione/partecipazione
nell’oblio delle concessioni quotidiane. In una sola parola,
resistere per continuare ad esistere!
Le
“parole”, la presenza e l’impegno di Don Gallo
(promotore di questa giornata) e Don Vitaliano
(da sempre al fianco del movimento no Global) sono espressione di una Chiesa
che non si lascia intimorire né irretire dai vertici, che decide di
assumersi la responsabilità del dissenso, cosa non certo facile quando hai
un “datore di lavoro” che invoca all’ortodossia più ipocrita che si possa
immaginare, “invitando” al ripristino di rituali preistorici (il culto in
latino ne è solo un esempio), ammonendo scienza, coscienza e società su
questioni di cui non può avere consapevolezza alcuna (la sessualità ad
esempio). In un mondo diverso e possibile, se esiste una chiesa
rivoluzionaria (capace di far parlare ancora Cristo) che si contrappone a
quell’istituzionale (ancora troppo impegnata nel crocifiggerlo), può e deve
esistere un popolo determinato (capace di recuperare senso ed etimo della
politica) che si contrappone ai contrabbandieri del diritto, agli
spacciatori di menzogna, a chi confonde l’interesse personale con quello
collettivo. Ogni volta che ciò accade, con la medesima legittimità con cui
esprimemmo il consenso con un voto, dobbiamo ritrarlo e rovesciare gli
abusivi di turni.
Di questa meravigliosa giornata di festa sono
tante le immagini che mi resteranno impresse nella mente, le parole che
ancora posso ascoltare ed i gesti che continuano a determinare spostamenti
d’aria. Siamo sogni che si rifiutano di morire
in un cassetto, per questo non ci stancheremo di far sentire il
nostro grido di speranza; nessuna prescrizione per chi ha stuprato la
libertà, nessuna condanna per chi ha compiuto un puro atto di resistenza.
Sappiamo che dovremo attendere, soffrire e non mollare mai e siamo disposti
a farlo…almeno sino al giorno in cui i sassi smetteranno di animarsi e
deviare il corso della storia.
Ho esitato sino all’ultimo, qualcosa mi diceva
di andare a Genova e qualcos’altro mi suggeriva di non partire.
Nell’incontrare la famiglia Giuliani penso di aver capito le ragioni
profonde del vado-non vado; il desiderio di vendetta, la rabbia in corpo
sembrava occupare troppo spazio in me, più di quanto ne fossi capace di
destinare alla solidarietà non violenta. La sensazione d’essere più carico
d’odio per il male che d’amore per la verità m’imbarazzava, mi rendeva
insicuro.
Incontrare lo sguardo ed il sorriso di
Elena Giuliani (inscindibile da quello di Carlo) e sperimentarne la genuina
immediatezza, condividere lo spazio sociale con Giuliano Giuliani (icona
della pace interiore) ed abbracciare Heidi Giuliani ( struttura fisica e
grandezza dell’animo inversamente proporzionali) è bastato a convertire ogni
sentimento di rabbia in serena gioia.
Mostrandomi i loro sentimenti hanno cambiato i
miei. In altri termini, mi hanno riabilitato. Grazie carissimi, è proprio in
funzione di ciò che voi siete e ciò che noi siamo stati insieme che
Carlo, oggi, è stato 50.000 volte presente!
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