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       Savar- Rivista del Nursing in movimento


 

 

 

 

 


 

LE GALLINE DALLE UOVA D’ORO. OVOCITI IN VENDITA ?

 

Di Betti Marenko

Londra Febbraio 2007

Il dibattito in Inghilterra

Nei mesi scorsi sui media inglesi si e’ discusso molto del caso di Alexandra Saunders, una 26enne che ha messo i suoi ovociti in vendita sul sito americano futurepundit.com. Additata come “mercenaria della settimana” dall’extrabigotto quotidiano Daily Mail, Alex ammette di essere attirata dall’idea di un facile guadagno. Il Daily Mail ha pubblicato diversi articoli su questa storia aprendo anche un dibattito tra i suoi lettori. Se per alcuni si tratta di pura incoscienza e di ignoranza dei possibili futuri effetti della donazione, altri tuttavia sostengono che la vendita di pezzi del proprio corpo dovrebbe essere legale.

Il dibattito inglese sulle reprotecnologie e il mercato di ovociti, sperma ed embrioni e’ dominato dalla questione del pagamento e, di conseguenza, dal tema spinoso della reificazione del corpo umano. Dover pagare, e farsi pagare, per pezzi di corpo e’ considerato prerogativa di paesi meno illuminati dal punto di vista etico. C’e’ quindi una forte ritrosia a discutere di denaro quando si tratta di beni biologici e del loro traffico, tranne poi alimentare il ‘fertility tourism. Sono sempre più infatti le coppie inglesi che si recano all’estero con pacchetti tutto compreso che insieme al viaggio e all’albergo includono anche ovociti di giovane ragazza del posto. Destinazione Cipro, Romania, Spagna, Sudafrica e, naturalmente, Stati Uniti.

 

Secondo i dati dell’Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), l’organismo inglese responsabile per le licenze e il monitoraggio delle reprotecniche, nonché di consulenza al governo in materia, ogni anno in Inghilterra sono circa 1000 le donne che decidono di donare le proprie ovociti per motivi dettati dall’altruismo, contro le 4000 donne che fanno richiesta di IVF ogni anno. Clare Brown, capo dell’Infertility Network UK, non esita ad usare la parola 'crisi' per descrivere l’industria della fertilità inglese. La difficoltà a ottenere un ciclo di IVF nel sistema sanitario nazionale (NHS), l’essere forzati a procedere privatamente, e soprattutto l’acuta carenza di ovociti e di donatrici, significano lunghi e penose anni d’attesa per le coppie infertili. E come se non bastasse, il numero delle donatrici continua a diminuire. Al London Fertility Centre c’e’ stato un calo da circa 121 donazioni all’anno nel 2001 a sole 29 nel 2005. Due sono i motivi principali di questo calo. Il primo e’ la cessazione del diritto all’anonimita'. La nuova legge entrata in vigore nel 2005 prevede infitti che la persona nata da ovociti o sperma donato, una volta maggiorenne, possa rintracciare la donatrice o il donatore. Il secondo riguarda il fatto che le donatrici inglesi ricevono solo un rimborso spese fissato a non oltre le 55.19 sterline al giorno (curiosamente la stessa cifra data a chi viene chiamato a fare giuria), con un tetto massimo di 250 sterline, cioè 400 euro. E questo nonostante la procedura sia lunga, dolorosa e  presenti rischi non sottovalutabili.

Il problema inglese e’ quindi quello di fare fronte da un lato ad una vera e propria ‘emergenza’ ovociti, mentre dall’altro preme la questione etica del mantenere quella cultura dell’altruismo che, nelle parole di John Paul Maytum, portavoce dell‘HFEA, e’ “propria della Gran Bretagna”. Per Maytum se le la donazione di ovociti venisse pagata con somme ingenti cambierebbero i motivi che inducono le donne a donare e, di conseguenza, attirando persone disperate e disposte a tutto per fare dei soldi “sorgerebbero dei dubbi sulla qualità degli ovociti. Quest’idea, che equipara un pagamento per materiale genetico a sospetti sulla moralità della sua provenienza (un lombrosianesimo di ritorno?), ha tuttavia una certa presa e diffusione. Sono in molti a ritenere che un alto compenso attirerebbe le donatrici più immature, non in grado di ponderare la propria scelta con intelligenza, ne’ di avere evidentemente il discernimento necessario a prendere decisioni responsabili. Il che equivale a dire che più sono venali, mercenarie, prezzolate, e più non possono certo essere buone madri genetiche.

 

La recente consultazione della HFEA (SEED review, 2005) su questi temi non ha portato ad alcun cambiamento. Per molti, tra cui i medici del London Fertility Centre, si e’ trattato di un’occasione perduta di incrementare il numero delle donazioni. Del resto dati del 2005 parlano chiaro: il 40 per cento delle potenziali donatrici decide di non donare quando sa che non ci sono soldi. La proposta del London Fertility Centre (un’indennità ‘tutto compreso’) non ha pero’ incontrato alcun favore, sebbene un sistema simile funzioni già in Spagna e negli Stati Uniti.

In realtà, come sostiene uno dei maggior esperti inglesi in merito a questioni di in/fertilità, il Dr Mohammed Taranissi, direttore dell’Assisted Reproduction and Gynaecology Centre di Londra, il pagamento per gli ovociti esiste già seppur in diverse forme (vedi IVF gratis per chi condivide ovociti). La diffusa pratica dell’egg sharing e’ un eufemismo deformante che descrive quella che a tutti gli effetti e’ una forma di commercio. In altre parole, il mercato degli ovociti di fatto esiste già. La direttiva europea sui tessuti umani 2004/23/EC specifica l’inaccettabilita' di ogni forma di pagamento che vada oltre al rimborso per donazioni di cellule e tessuti. Offrire IVF a meta’ prezzo in cambio di ovociti per ricerca equivale ad almeno1500 sterline (sulla base delle tariffe correnti per un ciclo di IVF). Considerando gli alti costi dell’IVF, le somme, o sconti offerti, vanno considerati non come legittimi compensi ma come incentivi alla compravendita.

 

“Vendi i tuoi ovociti per pagarti gli studi”. Il mercato americano.

Mentre in molti altri paesi, come in Italia, operano in proposito legislazioni assai rigide, il mercato flessibile e deregolamentato degli Stati Uniti continua a crescere. Con un aumento del 40 per cento nell’uso di donazione negli ultimi anni, gli Stati Uniti si avviano a diventare il centro mondiale del business degli ovociti, con centinaia di agenzia private e di brokeraggio che se ne occupano. C’e’ un’altissima competizione per reclutare sia clienti (le coppie infertili) che le donatrici. E’ un mercato che insieme a pezzettini di corpo femminile vende illusioni, e come ogni mercato che si rispetti ha bisogno di buona pubblicità e PR. Diversificazione e promozione mirata sono quindi la chiave del successo delle agenzie. Per esempio, ce n’e’ una specializzata in modelle e attrici. Un’altra, a New York, recluta donatrici appassionate di teatro mettendo annunci nei foyer di Broadway. Un’altra ancora, il Center for Egg Options di Los Angeles nella sua pubblicità usa un copy che la differenzia alquanto dal solito “offri il dono della vita” e, più genuinamente, recita “usa i tuoi ovociti per pagarti gli studi”. I quotidiani e le riviste che circolano nei campus americani, per esempio The Stanford Daily e il Columbia Spectator, pubblicano regolarmente annunci di cliniche, agenzie e coppie per invogliare la preziosa materia prima, cioè le studentesse.

L’aspetto su cui vale la pena di riflettere e’ che il mercato degli ovociti ha luogo in uno dei settori più rigidamente regolati dell’economia americana, che e’ il sistema sanitario. Per qualche motivo, in una società dove fumare una sigaretta e’ ormai tabù, e dove decisioni personali come bere cocacola o mangiare glutine vengono sottoposte a regimi di ipercontrollo e prescrizione, il mercato degli ovociti opera in un regime di straordinaria permissività. L’altra faccia di questa permissività ha a che fare con le retoriche del mercato. Anche in America, come in Inghilterra e nel resto d’Europa, la legge vieta il traffico di parti del corpo. Ciò che le tariffe astronomiche ricompensano e’ perciò il disturbo e i vari disagi della procedura di rimozione degli ovociti. E i prezzi salgono. Mentre nel 1984 il compenso tipo per una donatrice era di circa 250 dollari, oggi si oscilla da un minimo di 3000 a un massimo di 10000, e anche di più in caso di “extraordinary donors”, le donatrici eccezionali, quelle particolarmente belle, intelligenti e dotate.

Anche negli Stati Uniti pero’ certe agenzie rifiutano aspiranti donatrici troppo esplicite nel loro scopo di lucro, perché alla coppia ricevente-tipo non va molto giù l’idea che la loro donatrice (ricordiamoci, si tratta del dono della vita) sia in realtà una mercenaria, anzi pare che vengano preferite di gran lunga quelle che scelgono di prestare la loro opera, e di farsi aspirare gli ovociti, per generosità d’animo e puro altruismo. Per questo, anche in America, terra di libero traffico e di culto del profitto, l’industria degli ovociti non molla gli eufemismi e parla sempre di “donazione” e “donatrici” anche quando si tratta chiaramente di “vendita” e “venditrici”.

Spulciando tra i database delle donatrici americane

Il Genetics & IVF Institute che ha sedi in Virginia e Maryland ha un interessante database: basta inserire variabili come razza (si’, dicono proprio razza), colore degli occhi e dei capelli, altezza, livello di istruzione e gruppo sanguigno e immediatamente si può accedere ai vari profili con tanto di foto delle potenziali donatrici immortalate quando erano bambine - la somiglianza fisica e’ un parametro fondamentale per ogni possibile “matching”. Immettendo i criteri capelli biondi, occhi azzurri e studi di dottorato, esce fuori una deliziosa e sorridente biondina. E’ la donatrice numero 811. Di razza caucasica e discendenza tedesco-polacco-ungherese. Le piace leggere, ascoltare musica e viaggiare. Oppure che dire della donatrice numero 838, sorridente fanciulla di origine franco-lituano-svedese, studentessa di dottorato in sociologia e appassionata di yoga, meditazione e cucito? Ognuna delle donatrici mette a disposizione un profilo scritto di suo pugno. La numero 838 scrive “Vorrei trasmettere ai miei figli la saggezza di saper riconoscere ciò che conta nella vita in un mondo che cerca di distrarci con sciocchezze costose”.

La Fertility Futures International di Los Angeles che si autoproclama “sorgente di donatrici straordinarie”, non fa mistero di voler reclutare con i suoi annunci donatrici “semplicemente eccezionali”. La clinica tiene a specificare che il pool di clienti cerca donatrici che “in qualche modo riflettano se stessi: di successo, progressivi, creativi, ambiziosi, sofisticati e di alto livello di istruzione”. Alla Fertility Futures le donatrici sono ben ricompensate per i loro servizi. Dagli 8000 dollari in su. Ed ecco le foto nel database: sono tutte bellissime, sorridenti, capelli lunghi e folti. Sembra un’agenzia di modelle, ma qui oltre alle misure vitali ti viene detta anche l’etnia, la religione, il quoziente d’intelligenza e gli studi fatti, nonché i talenti, gli hobby, gli attributi personali e le future aspirazioni.

 

Fertility tourism. in vacanza in Spagna ovociti inclusi

A Marbella nella Costa del Sol in Spagna si trova la Clinica Ceram che si occupa di trattamenti dell’infertilità e lavora  di concerto con la compagnia IVF Travel Solutions. Qui il 90 per cento delle coppie trattate sono inglesi. La Ceram recluta apertamente le donatrici mettendo annunci da parrucchiere, in supermercati, alle università. Pare che i suoi agenti non esitino a rincorrere per strada la merce più preziosa, le ragazze bionde con gli occhi azzurri, quelle certamente più richieste dalla clientela anglosassone. Le donatrici spagnole guadagnano un po’ più di 1000 euro alla volta e, a differenza che in Inghilterra, restano anonime. Alla Ceram un ciclo di IVF, includendo il compenso della donatrice costa 3500 sterline (5000 euro). Pare inoltre che le percentuali di successo siano più alte in Spagna che in Inghilterra (del 50% contro il 30%.) Il fatto di essere in vacanza invece di cercare di infilare il trattamento nella propria routine quotidiana di casa-lavoro rende le donne più rilassate, e perché no, più facilmente ingravidabili.

Un’altra destinazione molto gettonata e’ il Sudafrica. "Allo stesso prezzo di un solo ciclo di IVF negli Stati Uniti, la cliente viene qui a Città del Capo, fa l’IVF, si fa una bella vacanza e torna a casa con il resto in tasca" dice il Dr. Sulaiman Heylen, specialista alla Cape Fertility Clinic di Città del Capo che ha il più ampio programma di donazione del Sudafrica. Prosperano agenzie come la Renew, che media tra coppie sterili e donatrici ed offre ‘programmi’ di donazione ovociti + vacanza  in luoghi ameni. I costi? Meno di 10mila dollari incluso volo e soggiorno. E naturalmente ovociti di prima scelta forniti da belle e disperate ragazze del posto. Questa nuova forma di vacanze e’ una realtà consistente, basta googlare “IVF holiday” per capire che si può scegliere tra Kiev o Città del Capo, le Barbados oppure Creta, oltre che naturalmente gli Stati Uniti (che restano pero’ i più cari) o la nuova meta dai prezzi stracciati e i panorami esotici, l’India.

L’India sta infatti diventando una destinazione calda nel mercato del fertility tourism. Non solo e’ in aumento il numero di coppie indiane che ha bisogno di trattamento, ma arrivano pazienti da Inghilterra, Stati Uniti, Russia e Canada, attirati da buone percentuali di successo, ma soprattutto dai bassi costi. Anoop Gupta del centro di ricerca IVF di Delhi che tratta ogni mese una media di dieci pazienti stranieri, vanta le doti genetiche indiane, “come tutti sanno l’India e’ terra di innumerevoli reginette di bellezza e di grandi menti”. Ma quanto sono pagate le donatrici? Fino a 40mila rupie (circa 680 euro) per ogni ciclo, anche se spesso non si fa cenno ai rischi che la procedura comporta. Come si legge sul sito della clinica del Dr. Aniruddha Malpani di Bombay: “Donare ovociti non danneggia la tua fertilità e non ha alcuna effetto sulla tua salute. I nostri clienti sono lieti di compensarvi largamente per la vostra generosità!”

 

Parlano le donatrici

Tra le donatrici una ha scritto anche un libro. Si chiama  Julia Derek e il suo libro ha per titolo “Confessions of a Serial Egg Donor,” (Confessioni di una donatrice seriale). Julia ritiene di avere prodotto dodici bambini. O forse di più. Quando era studentessa squattrinata alla George Mason University vide un annuncio sul The Washington Post messo da una coppia che cercava ovociti freschi di donna giovane. Dieci anni, dodici donazioni e 50000 dollari dopo, Julia racconta “fai un’opera buona, la gente ti vuole e questo fa piacere, spargi i tuoi geni in giro...e guadagni anche un sacco di soldi”. Lei stessa ammette che esiste un rischio di “dipendenza”. “E’ difficile fermarsi” dice ”io continuavo a donare e mi dicevo, ancora una volta, l’ultima. E’ come giocare con il fuoco. Ho donato finche il mio corpo non ha più retto”.

Si tratta a tutti gli effetti di una catena di montaggio per la produzione di embrioni umani, un’esperienza che e’ allo steso tempo intimissima e radicalmente impersonale, non caso un tipo di transizione che ben si presta al medium dell’Internet, che provoca appunto un senso di condivisione spesso senza restrizioni tra perfetti sconosciuti, grazie al manto dell’anonimita'. Dal lato della coppia ricevente vengano compiuti grande sforzi per far finta che la donazione non sia mia avvenuta - in Inghilterra fino al 90% delle coppie che hanno un bambino attraverso la donazione non rivela poi questa loro origine ai figli. La donazione e’ a meta’ tra naturale e artificiale e, come situazione borderline incorpora perfettamente una serie di contraddizioni e paradossi. Celebra l’esperienza della gravidanza naturale e il dono dei figli quando in realtà non produce ne’ l’una ne’ l’altro. I bambini nati da ovociti di donatrici sono il prodotto di codici genetici estranei, e la gravidanza ‘naturale’ e’ costruita nel laboratorio. Ma per preservare questa illusione la distanza va mantenuta.

 

Le retoriche del mercato

La donatrice ideale e’ un coacervo di paradossi, sa provare compassione verso perfetti sconosciuti, ma nutre un sano distacco verso la propria potenziale parentela genetica. E’ fertile, ma riesce facilmente a separare il riproduttivo dal materno. E’ mossa dal nobile sentimento dell’altruismo, ma segue un tariffario accettato da tutti. E’ generosa, ma a patto di essere pagata. Il punto e’ che ne’ le donatrici ne’ le coppie riceventi vogliono apparire se non mosse da nobili sentimenti, quindi impegnano un considerevole impatto di risorse per costruirsi le narrative più adeguate al proprio autorappresentarsi. Le donatrici non sono mai venali ne’ mai parlano di soldi; le coppie dal canto loro non vogliono apparire come impegnate in uno shopping per il miglior bagaglio genetico possibile. In realtà, la quantità di dati disponibili nei database delle agenzie di donatrici e’ talmente vasta da rendere francamente  improbabile non pensare al catalogo di vendita per posta. Ecco, questi ovociti checche’ ne dica la narrativa buonista dell’altruismo e la retorica del dono della vita senza prezzo, sono una merce che e’ comprata, venduta, scambiata e che, soprattutto, viene scelta, soppesando ben bene la concorrenza e i prodotti sul mercato. In America hanno coniato il termine “upgrading genetico” per indicare questa ossessione delle coppie a cercare e pretendere il meglio che il mercato possa offrire. E questo chiaramente dipende da come le donatrici vengono sezionate e profilate nei database. Alcune agenzie offrono cinque e più pagine di dati, da quelli medico-sanitari (ovvi) a ricordi d’infanzia, sogni per il futuro, prospettive di carriera, inclinazioni caratteriali, quali episodi della propria vita si ritengono più divertenti/edificanti/memorabili e cosi’ via. Se mi viene data la possibilità di scegliere tra una donatrice campionessa regionale di pattinaggio artistico e un’altra a cui piace ricamare e un’altra invece patita di bungee-jumping, ma con un master in sociologia, quali criteri adotto per compiere la mia scelta? Mi affido all’idea che questi tratti siano ereditari? Compro insieme agli ovociti, l’idea che il carattere generoso della donatrice passera’ ai miei discendenti (o viceversa il suo malsano attaccamento ai soldi?).

 

Emerge una costante, e cioè la terminologia usata per descrivere le potenziali donatrici. Il linguaggio e’ tutto centrato sulla soddisfazione personale, l’idea di “fare la differenza”, e di offrire “il dono della vita”. Le donatrici sono “persone molto speciali”, “altruiste”, che “possono trasformare un sogno in realtà”, che “offrono il dono senza prezzo della vita”, sono “angeli”. Le cliniche hanno nomi come “braccia aperte”. Il linguaggio dell’altruismo e’ uguale ovunque, e serve da barriera per nascondere la realtà del commercio. Le narrative della generosità femminile tra donne impongono che la preoccupazione immediata delle donatrici, cioè il denaro, passi in secondo piano per far risaltare invece un (improbabile) astratto e universale desiderio di aiutare altre donne a concepire. C’e un’ansietà profonda che pervade questo territorio, dove la riproduzione e’ staccata dal corpo, dal materno, dal desiderio. Il capitale riproduttivo della donna viene messo a disposizione del miglior offerente, cessa di essere potere, nel senso di potenza, e diventa lavoro, forza lavoro proprio nel senso marxista. Questo territorio si basa sull’idea che avere un figlio (farlo, possederlo) sia una scelta, e in quest’epoca del tutto e’ possibile, un diritto. Siamo o no agenti del nostro destino, abbiamo o no il potere di cambiare, modificare ciò che non ci va? La contraccezione ci ha fatto giustamente credere di potere controllare le gravidanze. Ci ha fatto giustamente capire che i figli possono essere il frutto di una scelta. Ma il corollario emerso, che i figli siano sempre il frutto di una scelta, cozza contro il desiderio, il mistero, l’imponderabile fato che rifiuta di farsi controllare, piegare e soprattutto comprare. 

 

Francis Bacon: Crocefissione-trittico (particolare) 1965
Francis Bacon Studio per un papa n.5 1961