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Liberi attraversa…menti
per evoluzioni spontanee

L’esperienza maturata nei giorni in cui siamo
stati ospiti del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste è gravida di
sensi e significati, ed è con riferimento a questi che intendo fornire una
sintesi di quanto ho sostenuto alla chiusura dei lavori.
Su tutto prevale
certamente il
sentimento di gratitudine che rivolgo
a chi ha reso possibile un percorso formativo che considero altamente
edificante. Tale possibilità, derivante dall’impegno concertato tra le
Aziende di Chiari e quella di Trieste, ha prodotto
fermenti, riflessioni e
prospettive d’inequivocabile valore umano e professionale.
Il seme è stato gettato ed il frutto,
nella certezza che tutti se ne prenderanno cura, giungerà a maturazione in
tempi ragionevoli.
La
riflessione di oggi mira ad evidenziare punti di forza e debolezza della
realtà che abbiamo condiviso. A ciò si aggiungono alcune considerazioni di
carattere generale, sempre pertinenti all’argomento in questione. Tra i
punti di forza
sono certamente degni di nota i seguenti.
1.
Movimento delle donne
Sin
dalle prime battute, presenza, vissuto e psicologia femminile sono stati
contributi non trascurabili. All’accoglienza,
presso i Centri
di Salute Mentale, al
Servizio Abilitazione e
Residenza, in occasione della
prima verifica,
c/o il Servizio
Psichiatrico di Diagnosi e Cura e nel
contatto con le
Agenzie esterne
(enti ed associazioni che a vario
titolo concorrono al raggiungimento degli obiettivi in salute mentale), la
presenza di donne ed il loro vissuto e contributo sono stati pressoché
totali. Ne consegue l’idea che probabilmente, una considerazione storica e
sociologica ci parla di un movimento (quello delle donne) che è stato
sensibilmente attento nel raccogliere e rendere operativo il mandato
proposto da Franco Basaglia. La capacità di accogliere
un’istanza sempre
mutevole, la disponibilità sincera
all’ascolto, l’elasticità emotiva coniugata alla concretezza del fare, hanno
a mio parere molto di
quel
femminile che si respira nel tessuto sociale triestino.
2. Inscindibilità tra luoghi di vita e
luoghi di cura;
Attravers…abilità dei
servizi e delle menti.
L’idea che il
disagio mentale vada prevenuto, individuato, colto ed affrontato dove esso
si manifesta ( “come dire, nella
vita” ) sembra permeare cuore,
anima e cervello di ogni singola risorsa (persone, servizi e strutture)
gravitante nell’orbita del Dipartimento di Salute Mentale. Sempre secondo
l’inscindibilità in questione, è evidente l’impegno profuso dagli operatori
del dipartimento affinché i luoghi di cura abbiano sempre più l’aspetto dei
luoghi di vita. L’architettura di questi luoghi mira a
“confondersi” con le
pareti domestiche.

L’
attravers…abilità
degli spazi e delle menti è una delle caratteristiche che sicuramente
concorre all’affermazione di tale principio. Questo atteggiamento determina
condizioni interessanti. A titolo di esempio, si consideri:
- Porte
aperte h 24.
-
Accessibilità a parenti, operatori e soggetti pubblici che si estende per
oltre 12 ore al giorno (06.30 – 20.30).
-
Possibilità di umanizzare i tempi; colazione pranzo e cena flessibili con
l’opportunità di “servirsi da soli”.
-
Distribuzione degli spazi ed architetture che riproducono l’abitare
domestico.
In ciò emerge il
desiderio di porre la persona ed i suoi bisogni al di sopra
dell’istituzione, la volontà di valutare
in che misura
l’organizzazione determina i servizi,
la necessità di affermare
diritti sulla carta che
non siano diritti di carta, la
disponibilità di attrezzarsi per
andare verso il bisogno
senza il timore di incontrare il rischio,
la capacità di gestire la crisi accogliendola nei suoi sensi e significati.
In definitiva sembra quasi che vi sia una possibilità per andare addirittura
oltre l’idea che “in noi la follia
esiste ed è presente come la ragione”
per provare a sostenere che
la follia è una porzione
nucleica della ragione.
In condizioni
favorevoli la follia funge da carburante per la ragione. Diversamente, il
carburante prende il sopravvento e la vampa incendiaria si nutre della
ragione oscurandola quasi del tutto.
3.
Totale sempre maggiore della somma
Fondandosi sempre su
modelli di cui la persona ne è il centro, l’approccio alle varie
problematiche sembra rifarsi alla teoria olistica per cui
1+1 = 3
!
In tal senso, il
totale è sempre maggiore della somma giacché tiene conto anche della
relazione tra le unità (che considera unità variabile aggiunta e concorrente
alla determinazione del totale stesso). In altri termini, quest’approccio si
traduce in un fare che si esprime
“caso per caso”.
In più occasioni io stesso, nello scambio dei saperi con i colleghi del DSM
di Trieste, mi sono scoperto alla ricerca di risposte dicotomiche,
definitive, e prive d’incertezza. Spesso, a chi si proponeva di raccontarmi
la sua esperienza, io chiedevo risposte e soluzioni esportabili. Da ciò è
scaturita la difficoltà, solo iniziale, di comprendere le ragioni di chi
continuava a sostenere che
“dipende dal caso,
valutiamo caso per caso”.
4.
Relatività istituzionale
In più occasioni mi è parso che il termine
istituzione provocasse sui volti degli operatori del DSM di Trieste
un’incoercibile contrazione di dissenso. Certamente storia, sensibilità e
filosofia dei luoghi che hanno caratterizzato per molti anni
l’istituzione manicomiale
conoscono i motivi intimi di questa percezione.
In ogni
caso, mi è parso che fossero le persone a dare valore e spessore alle
istituzioni e non il contrario. Di converso e sicuramente in altri luoghi,
l’individuo tende ad anteporre le istanze dell’istituzione a tutto il resto,
come se legittimando e rinforzando il potere dell’istituzione (che ingloba
tutto e tutti) potessero ritenersi maggiormente tutelati e riconosciuti.
Nelle
occasioni in cui ho avuto la possibilità di valutare alcune cartelle
cliniche, mi sono trovato di fronte ad una documentazione redatta, in
parte, con modalità artigianali (block notes, fogli sciolti, quaderni e
diari interamente scritti a mano) ed
avvalorata dall’autografo
di chi ne aveva raccolto i contenuti.
In realtà, tuttora, non comprendo sino a che punto ciò sia ascrivibile al
carattere obsoleto del metodo e quanto invece determinato dalla precisa e
quasi nostalgica volontà di
mantenere vivo il
valore amanuense degli scritti. Altro
aspetto degno di nota è la connotazione di fallimento che alcuni operatori
attribuiscono a: “trattamento sanitario obbligatorio” e/o rientro del
paziente in spdc. Quasi a sostegno di un’ideologia secondo cui,
la manifestazione acuta è
in sostanza legata ad un deficit dell’intervento preventivo.
Ambito che il DSM di Trieste considera pietra miliare della propria
filosofia.
Sempre in relazione
all’istituzione, almeno altre due considerazioni degne di attenzione sono
emerse nel corso degli incontri cui ho preso parte. La prima si riferisce al
fatto che, attualmente a Trieste sembra che non ci siano pazienti
psichiatrici detenuti presso
l’Ospedale Psichiatrico
Giudiziario
(dato emerso nell’incontro con il Servizio
Abilitazione e Residenza) e che in futuro si voglia evitare di utilizzare
tale struttura. Conseguentemente, la domanda rivolta al nostro interlocutore
è stata:
“Quale sorte per un
paziente psichiatrico che commette un reato punibile secondo il codice
penale?” La risposta? Degna di una
lunga ed articolata riflessione:
“Tenuto conto
dell’assistenza specifica prevista nelle carceri e distinte le situazioni
caso per caso, la sorte è la stessa che toccherebbe ad un qualsiasi altro
cittadino”.
A mio avviso, tale propensione esprime un interessante livello di civiltà
che merita condivisone e confronto.
La seconda
ed ultima considerazione in merito, si riferisce ad una domanda rivolta alla
collega che ha accolto il gruppo presso il SPDC. Sfiorando volontariamente
il paradosso è stato chiesto, proprio a chi sostiene il “no” all’uso di
mezzi di contenzioni fisica ed alla chiusura delle porte, di
fornire le ipotetiche
ragioni del “si”! Sfruttando
l’elasticità di casa, la collega ha ribadito che le ragioni che sostengono
il “si” sono in definitiva quelle che mettono
in risalto la malattia
oscurando la storia personale,
che tutelano
l’integrità dell’istituzione e degli operatori
a discapito della persona, che preferiscono la
contenzione fisica
al contenimento
emotivo. Di converso, le ragioni del
“no” consentono, oltre che una maggiore
affermazione e tutela
della persona, un’ampia possibilità
per gli operatori di mettersi in gioco, percepirsi come risorse attive nella
gestione della crisi ed offrirsi come
spazi per accogliere il
vissuto dell’interlocutore.
5.
Nursing in movimento
Intendendo per
Nursing
il panorama di cure proposte, condivise ed offerte alla popolazione ed
acquisito il criterio d’inscindibilità tra luoghi di cura e luoghi di vita,
ho percepito gli operatori del DSM di Trieste come agenti del nursing in
movimento. In quanto tali, questi ultimi sono costantemente impegnati nella
rete territoriale con l’intento di raccoglierne i vissuti. Conseguentemente,
al termine progetto si coniuga più opportunamente la parola vita (casa,
lavoro, tempo libero) cosicché
il “progetto terapeutico” evolve in “progetto di vita”.
Su tali basi, anche il concetto di assistenza
recupera senso ed
originario significato
etimologico traducendosi in
ad-sistere
(stare presso).
Dunque, assistere la popolazione diventa un obiettivo naturale ed il
restarle accanto è percepito come la via maestra per conoscerne la storia,
condividerla, creare legami ed accogliere
affetti ed effetti del
vivere quotidiano. Tutto ciò si
sostituisce alla classificazione per diagnosi, mette in evidenza le abilità
derivanti dalla storia personale e diventa patrimonio inestimabile, sino a
rappresentare un solido ponte tra i soggetti della relazione d’aiuto,
attraversabile nei due sensi di marcia.
In virtù di
tale approccio, gli operatori del settore sembrano disporre di
“quel qualcosa in più”
che permette di gestire le acuzie pur
non disponendo, per volontà precisa, di chiusura delle porte ed esercizio
della forza fisica. Questa
natura di spazi aperti
ha fondamenta chiare;
Rapporto di proporzione
diretta tra complessità e flessibilità
(più una struttura è complessa maggiore deve essere la sua flessibilità),
circolarità
delle aperture (spazi aperti per menti
aperte, un
cerchio ideologico senza soluzione di continuità).
6.
Filosofia come radice delle risorse
Nella riunione preliminare (tenutasi presso il
CPS di Iseo) che ha preceduto la nostra partenza, tra gli inviti rivoltici
c’era quello di non cadere nella “trappola” del
rapporto tra risorse e filosofia. In altri termini,
citando la raccomandazione madre, il monito era stato il seguente:
“non tornate sostenendo che
con le risorse triestine siamo bravi tutti”. Avendo visto, udito e condiviso con i colleghi
del DSM di Trieste, sono assolutamente d’accordo nel sostenere che
non sono unicamente le risorse a determinare la filosofia che
sottende alle modalità operative. Probabilmente è vero
esattamente il contrario! Chi si da una filosofia o vi aderisce, giacché ne
condivide i principi, lotta alacremente in tutte le sedi e le occasioni
opportune, affinché i principi ispiratori si sostanzino in risorse che
permettano l’operatività delle idee. Acquisite tali
risorse, ne consegue la possibilità di una più radicata affermazione dei
principi stessi e ciò da luogo al circolo virtuoso in cui
filosofia e risorse si
alimentano vicendevolmente.
7.
Visione globale del servizio offerto
Ultimo punto in
esame, non certo in termini d’importanza, quello che si riferisce alla
percezione di
sé nello spazio. Gli operatori con i
quali mi sono confrontato, nessuno escluso, si percepiscono come
agenti del
dipartimento e
non dell’uno o dell’altro servizio.
Secondo questa logica,
nessuno appartiene a
nessuno, ma a tutti sta a cuore il
benessere di tutti. Lungo queste trame, si dissolvono i criteri derivanti
dai pronomi personali e la visione globale consente una lungimiranza dei
progetti di vita, tanto di quelli che riguardano gli operatori quanto di
quelli che si riferiscono alle persone assistite. In questa globalità, si
apre un varco che connette il DSM e le agenzie esterne in maniera
permanente. Degno di nota e di recente introduzione è il rapporto di
formazione congiunta
che vede impegnati
DSM e forze dell’ordine;
il comparto sanitario che dialoga con quello giuridico per individuare un
sentiero condiviso. Da ciò che emerge dal sentire comune, esiste già un
apprezzabile rapporto di collaborazione tra forze dell’ordine e personale
sanitario. Resto colpito apprendendo che, nei casi in cui è stato invocato
lo “stato
di necessità”,
le forze dell’ordine, giunte presso il servizio da cui sono state allertate,
hanno dato il loro contributo (nel rispetto della legalità e dell’integrità
della persona). In tal modo credo che, anche agli occhi del paziente, sia
più chiaro e distinto l’insieme delle funzioni e competenze che
caratterizzano le singole professioni;
le forze dell’ordine non
sono picchiatori di strada e gli operatori sanitari non sono gendarmi.
Ovviamente, se sostenessi che a Trieste
tutto luccica sarei poco credibile. Tra
i punti di debolezza
che ho individuato sono certamente degni di nota i seguenti.
Barriere architettoniche
Stando
a quello che mi hanno insegnato ed in cui credo, l’
handicap non esiste,
giacché esso è determinato dalle barriere architettoniche, in assenza delle
quali nessuno sarebbe posto in difficoltà insormontabili. Probabilmente il
livello delle barriere architettoniche dice qualcosa sulla civiltà di un
luogo. Fatta la premessa, ritengo che l’assenza di sollevatori, ascensori,
pedane mobili, bagni attrezzati e simili rendono alcuni degli ambiti che ho
visitato
difficilmente abitabili. Così come la
presenza di due bagni a disposizione (con un’afferenza di circa 800 persone
in un anno) per 8 posti letto (CSM di Via Gambini) rendono le persone, anche
quelle comunemente ritenute “normali”, handicappate. Detto ciò, va ricordato
che il DSM di
Trieste è consapevole di questa fragilità e si sta adoperando
per superarla in tempi brevi.
Barriere Informatiche
In più occasioni ed in servizi diversi è
apparsa la “relatività” del supporto informatico. La disponibilità di pochi
computer, l’esiguo numero di persone munite di password (pare che i tempi
per ottenerne una siano piuttosto lunghi), la prevalenza di materiale
cartaceo redatto manualmente e l’assenza di diario e cartella
infermieristica strutturate, presentano una realtà burocratica talvolta
dispersiva e frammentata. Ne consegue , nella pratica quotidiana, una
possibile caccia al
“librone delle consegne”
che potrebbe essere dovunque, nonché la fatica di accedere e condividere
nell’immediato le informazioni. E’ chiaro che il
dispendio di energia
nel cercare fisicamente un dato
presente su supporto cartaceo, a sua volta collocato in un archivio fisico,
risulta decisamente maggiore di quello necessario per accedere ad un dato
informatico. L’assenza di tali mezzi e sistemi, rievoca quanto espresso
precedentemente nei
punti di forza 4 e 6.
Anche in questo caso, il
DSM di Trieste è
consapevole di questa fragilità e si sta adoperando
per superarla in tempi brevi.

Conclusioni
Ancora
una volta affermo la natura profondamente edificante dell’esperienza di
formazione offertaci e la gratitudine personale che certamente condivido con
il gruppo del quale ho fatto parte.
Con ciascuno degli
otto colleghi con cui ho condiviso attese, aspettative, cibo, chilometri,
idee e risate è stato possibile trovare un canale comunicativo per il
confronto. Dunque anche ad ognuno dei
figli di Trieste
rivolgo la mia profonda gratitudine e sincera stima. Parafrasando
Stefano, è stato
bello incontrarci andando ben oltre il ruolo, basandoci sull’essere e l’avere di ciascuno di noi,
ma soprattutto su quanto di questo siamo riusciti a condividere.
Le aspettative per il presente, più che
per il futuro, sono tante. Fermento, idee, prospettive e desideri evolutivi
popolano l’animo di ciascuno di noi. Tutti ci auguriamo che le aziende
promotrici e chi le rappresenta vogliano raccogliere,
incentivare e condividere la progettualità emergente.
Personalmente ritengo che una maggiore conoscenza di sé facilita la
comprensione dei moduli altrui. Per questo motivo, come operatore del
Dipartimento di Salute Mentale, ritengo essenziale la possibilità di
conoscerne approfonditamente ambienti, finalità dinamiche ed organizzazione
delle risorse umane e strutturali.
L’auspicio è quello di restituire sé stessi e le strutture che ci accolgono
al criterio delle
attraversabilità, giacché
solo il proliferare delle aperture
può impedire un’involuzione
Quasimodiana
dei servizi, stando alla quale ciascuno
finisce col restare
“solo sul cuor della terra”.
mariano de mattia
lambarena@hotmail.com Attualmente in servizio c/o il SPDC di Iseo,
Azienda Ospedaliera “Mellino Mellini” - Chiari
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