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Laboratorio infermieristico di comunità
Lorenzo marvelli
L’idea è quella di organizzare il lavoro
infermieristico indagando i bisogni delle persone.
Lavorare sui bisogni vuol
dire cercare strade possibili in direzione della loro soddisfazione. Vuol
dire provare a risolvere i problemi dopo averne preso coscienza.
L’infermieristica dei
bisogni ha come primo problema l’intercettazione.
Intercettare un bisogno
vuol dire stipulare un patto con la persona e poi essere disposti ad
ascoltare. Attraverso l’ascolto è possibile intercettare il bisogno.
Quando si mette in campo la
parola “ascolto” se ne chiamano altre implicitamente. L’ascolto funziona se
vi è un soggetto parlante e/o comunque in grado di comunicare segnali
percepibili.
Se vi è chi parla e chi
ascolta vi è anche un canale di comunicazione ed un linguaggio che sul
canale scorre più o meno fluidamente.
Liberare il canale di
comunicazione da attriti, renderlo “liscio” e praticabile, vuol dire
disporsi all’ascolto.
Intercettare un bisogno
pone immediatamente davanti ad una scelta: quale linguaggio utilizzare per
comunicare?
Il teatro è un
possibile linguaggio di comunicazione di bisogni. Costruire uno spazio
teatrale “liscio” e praticabile, vuol dire porsi nella condizione di
intercettare i bisogni e lavorare sulle possibili soluzioni.
Se il teatro è il
linguaggio per catturare bisogni, una specie di acchiappafantasmi,
ora è necessario definire uno spazio, un ambito all’interno del quale
costringere, imprigionare tali bisogni chiamandoli a gran voce allo
scoperto. Potremmo definire questo spazio, un luogo ovvero un ambito
con caratteristiche specifiche e riconoscibili, con una specie di identità,
di storia. Un luogo, come scrive M. Augé, è qualcosa di diverso da un non
luogo; mentre il primo infatti ha, come abbiamo visto, specifiche
caratteristiche di identità e storia, il non luogo è qualcosa sempre uguale
ad altri non luoghi privi di identità ed assolutamente omologati, aspecifici,
generici, poveri di significati importanti ed incapaci di produrre senso se
non quello che ha l’aspetto dell’inutilità, del consumo fine a se stesso,
dell’ assenza di relazioni umane.
E’ possibile costituire
questo ambito all’interno di una comunità terapeutica per tossicodipendenti?
Dove chiamare i bisogni allo
scoperto?
Dove costringerli alla luce
del sole?
Un luogo è
assolutamente possibile!
Il luogo possibile è un
cerchio ideale da segnare sulla terra e su cui sedere sopra a breve
distanza l’uno dall’altro. Il cerchio può chiudersi all’esterno se le
persone che lo compongono si tengono per mano costituendo improvvisamente un
dentro ed un fuori dal cerchio, un dentro ed un
fuori da noi.
Ma il cerchio può anche
aprirsi all’esterno e lasciare transitare il mondo verso di noi.
Il cerchio è così
innanzitutto una possibilità di comunicazione tra noi ed il mondo.
Se ci teniamo per mano
inoltre, vediamo che è possibile inviare segnali a destra ed a sinistra,
segnali che cominciano a passare velocemente tra di noi: il cerchio è allora
anche la possibilità di comunicarci altri linguaggi all’insaputa del mondo.
Il cerchio è in definitiva
una potente macchina di comunicazione che ci consente connessioni multiple
tra noi ed il mondo.
Questa è l’identità del
cerchio ovvero la sua essenza macchinica che consente funzionamenti
comunicativi tra le persone e tra queste e l’ambiente che li circonda.
Senza cerchio sì è privi di
luogo, sì è atopici, si è vittima di uno spaesamento, di una
deterritorializzazione che è in ultima analisi l’isolamento,
l’emarginazione, la fuga.
Definirei allora il
LABORATORIO INFERMIERISTICO, come una sinergia di luoghi, linguaggi,
bisogni e funzionamenti macchinici, volti alla ricerca di strategie di
liberazione dalle oppressioni che quotidianamente si strutturano sul corpo e
sulla mente determinando, a lungo andare, la perdita della salute.
Nel laboratorio
infermieristico, come in un cantiere, c’è un lavoro comune, una continua
produzione di affetti, relazioni, comportamenti, pratiche di vita, affinché
le persone qui messe a lavoro, possano costruire percorsi di vita motivati
dal desiderio, concentrati sulla cura di sé e sull’attenzione agli altri.
Laboratorio infermieristico
Il linguaggio-Il
teatro
Il luogo-il cerchio
Intercettare i bisogni-costruire strategie di
liberazione
Metodologia del processo
attoriale e tecnica infermieristica
Seduti in cerchio, gli
utenti cominciano il lavoro con l’infermiere che porterà ad individuare i
bisogni sui quali concentrarsi al fine di soddisfarli, se possibile.
Il metodo infermieristico,
come si è detto, preferirà il linguaggio del teatro per chiamare allo
scoperto i bisogni.
Tale metodo di ricerca
dentro di sé, è distinto in 3 momenti diversi e di durata assolutamente
variabile. Ogni momento trova nella costituzione del cerchio dei
partecipanti seduti a terra, il suo punto di partenza all’inizio ma anche il
suo punto di arrivo alla fine.
I momenti di lavoro sono
così definiti:
-LIVELLO PRE-ESPRESSIVO
(movimento nello spazio extraquotidiano)
-LIVELLO ESPRESSIVO
(individuazione dei bisogni)
-MESSINSCENA (libera e
facoltativa-soddisfazione dei bisogni)
Livello pre-espressivo
E’ la fase cosiddetta del
training. Ha come obiettivo quello di preparare l’utente al momento in cui,
attraverso il processo creativo, prenderà coscienza dei propri bisogni per
liberarsene attraverso strategie mirate di rappresentazione teatrale.
L’infermiere invita a
compiere azioni che impiegano il corpo e la mente dei partecipanti che si
muovono, inspirano ed espirano lentamente, saltano, emettono suoni vocali
con assoluta attenzione ai particolari, completamente disinteressati da
tutto ciò che può considerarsi quotidiano: il corpo tende a liberarsi dai
soliti schematismi, una nuova realtà si dispiega davanti agli occhi, è un
mondo dove l’attenzione si restringe al proprio corpo in movimento anziché
sul significato ordinario dei gesti e delle parole.
L’infermiere, dopo aver
illustrato le tappe del lavoro da svolgere insieme, effettua un training
psico-fisico-vocale perché il linguaggio del corpo, il suono della voce, un
primo contatto con i propri bisogni e quelli degli altri, risultino
finalmente liberati da ogni tipo di resistenza.
E’ questo il momento in cui
l’infermiere educa i corpi alla presenza nello spazio, alla relazione con se
stessi e con gli atri ma anche alla percezione sensoriale, alla memoria,
all’attenzione, alla meditazione.
Livello espressivo
In questa fase l’infermiere
ha in possesso tematiche da proporre ai partecipanti perché siano oggetto di
improvvisazione teatrale libera. D’altronde, il lavoro di training della
fase pre-espressiva, dovrebbe aver conferito a tutto il gruppo una certa
spontaneità e soprattutto una certa potenzialità creativa.
L’oggetto d’improvvisazione
che l’infermiere propone ha sempre a che fare con elementi personali,
emozioni, con questioni che appartengono alla vita ed agli affetti degli
utenti. L’improvvisazione, in realtà, tende a rivelare il bisogno sul quale
lavorare insieme successivamente.
Potremmo definire questo
momento, mutuando il termine dal Teatro dell’Opresso di A. Boal, momento
della coscientizzazione ovvero del disvelamento del bisogno,
dell’oppressione rispetto alla quale impegnarsi al fine di disegnare
strategie drammaturgiche di liberazione.
Messinscena
E’ questo il momento in cui,
presa coscienza dei bisogni sui quali lavorare, l’infermiere invita i
partecipanti, a partire da tutto il materiale scenico accumulato attraverso
le libere improvvisazioni, ad una formalizzazione, scrittura del testo,
ripetizione delle azioni ovvero ad un montaggio che sia confronto tra lavoro
personale e testo drammaturgico.
La messinscena contiene la
possibile strategia di liberazione dall’oppressione: tutto il lavoro di
ricerca, trova ora il suo compimento nel soddisfacimento dei bisogni messi
in evidenza.
Processo attoriale
Livello pre-espressivo
Livello espressivo
Messinscena
Lavoro sui bisogni della
persona ovvero del corpo e della mente
Sul senso di inutilità
Una questione importante è l’impressione di non contare
nulla, di non essere di alcun interesse per gli altri.
Il bisogno su cui lavorare in tal caso sarebbe:
1) bisogno di sentirsi utile a qualcuno.
La percezione della propria inutilità spinge
all’isolamento.
Una possibile pratica di utilità: lui cade
all’indietro ed io evito che si faccia male. Dapprima lui non si fida di
me. Sente forse il mio isolamento. Ma poi si fida. Si lascia andare sicuro
di non farsi male.
Intervista sull’inutilità.
“Ti sei sentito mai inutile? Quando? Racconta”
Mettiamo in scena un “senso di inutilità”. Sostituiamo
i protagonisti della storia con altre persone. Troviamo soluzioni al
problema. Recitiamo le soluzioni.
Analizziamo: prima era così, adesso invece non è più
così.
Sull’impossibilità di stare nel conflitto
La questione riguarda l’incapacità di resistere in un
contesto conflittuale perdendo di vista ogni ipotesi di soluzione della
crisi.
Il bisogno è:
1) bisogno di far fronte ad una situazione di conflitto
2) bisogno di restare nel discorso evitando la fuga
3) bisogno di andare avanti, di non interrompersi, di
continuare a vivere
Anche qui, come sopra, il chiamarsi improvvisamente
fuori dalla disputa, è un andare verso la solitudine, è la scelta
dell’emarginazione, è la fuga dalla responsabilità di dare soluzione alla
crisi.
Una pratica è la proposizione della inutilità della
fuga: se io vado via, trovo sempre un conflitto che si ripropone, c’è sempre
qualcuno da qualche parte che cerca lo scontro. E’ necessario che io mi
fermi e trovi una soluzione. Se io do soluzione alla crisi, smetto di
correre e posso riposare, posso prendere fiato. Ricevo un bicchiere d’acqua.
Sto bene dopo aver trovato la soluzione. La fuga è innanzitutto dispendio
inutile di energia. Anche isolamento. Ma soprattutto sfinimento.
Urlo qualcosa in faccia a qualcuno che scappa, corre
all’impazzata fino a trovare qualcun altro che continua ad urlargli contro;
di nuovo la fuga, di nuovo urla. C’è un momento in cui c’è necessità di
fermarsi. Ora, dopo aver bevuto dell’acqua, troviamo soluzioni possibili. La
prima è: FERMARSI ovvero stare dentro il discorso.
Sull’impossibilità di vivere spazi aperti
Molte persone sono agli arresti in Comunità, vengono
quindi da esperienze di detenzione carceraria più o meno lunghe. All’inizio
c’è sempre una certa difficoltà a stare all’aria aperta, addirittura la
libertà può diviene motivo di frustrazione e sofferenza.
Il bisogno è:
1) bisogno di capire che libertà è responsabilità
2) bisogno del senso della misura, del limite oltre il
quale l’azione si fa inconsulta, smisurata
La perdita della misura spinge a comportamenti
esagerati: si può essere eccessivamente zelanti e svolgere esageratamente la
propria funzione o, al contrario, si può essere assolutamente fuori ruolo e
rinunciatari rispetto ai propri obblighi. Sembrerebbe che, il vivere
improvvisamente senza costrizione carceraria, dia un senso di confusione
tale da non capire dove comincia e dove finisce la libertà di fare le mie
cose.
La coscienza dello spazio, soprattutto nella fase di
training pre-espressivo, è un elemento centrale del Laboratorio
Infermieristico che utilizzi il linguaggio teatrale come metodo di cura.
Capire lo spazio vuol dire muoversi da solo ed in gruppo occupandone sempre
i vuoti; capire lo spazio vuol dire toccare ogni cosa e descriverla,
annusarla per raccontarne l’odore o la puzza. Capire lo spazio è anche
capire lo spazio degli altri e quindi incontrarli e salutarli ripetutamente
oppure fermarsi ogni volta e compiere un gesto che sia domanda di relazione
e quindi attendere la risposta.
Sulla rabbia e sull’incapacità di dare a questa
una giusta direzione
La rabbia è un sentimento che appartiene a tutti gli
uomini ma non tutti sono capaci di dare a questa una giusta direzione.
Spesso a causa della rabbia si compiono azioni
inconsulte e violente delle quali siamo chiamati a rispondere anche
duramente.
In definitiva il liberarsi in maniera errata della
propria rabbia può determinare gravi conseguenze.
E’ necessario capire quale sia la giusta direzione,
quali comportamenti garantiscono tale liberazione senza produrre danni per
sé e per gli altri. Esiste una via “civile” della rabbia?
Il bisogno è:
1) bisogno di scaricare la rabbia
2) bisogno di liberare me stesso senza provocare danno
alcuno
3) bisogno di individuare possibili vie di liberazione
In questo caso più che in altri, il Teatro è un luogo
possibile di liberazione. La rabbia a Teatro può divenire personaggio, testo
drammaturgico, azione fisica priva di senso. A Teatro è anche possibile
osservare la propria rabbia allo specchio: io sono di fronte a te e do
sfogo alla mia rabbia urlando. Tu, come fossi uno specchio, mi rimandi
dapprima la stessa rabbia ma poi me ne mandi la forma al contrario (se io
rido, tu piangi; se io grido tu fai silenzio…).
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