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La
storia di Ruyo e di quel che la circonda
in un giorno di pioggia
Vi saluto e vi
abbraccio, chiedendo scusa, questa breve lettera sarà
confusa, ma capitemi: è sera tardi e butto giù dei pensieri così come mi
vengono, senza filtri
Fr. Beppe Gaido*
Piove. Fortissimo. Fa un rumore come di risacca, sarà
per quello che la notte scorsa mi sono svegliato sognando di essere in
spiaggia.
Dopo tanto pregare, è arrivata la stagione delle piogge. Un muro d’acqua,
come una cascata dal cielo tutta la notte. Difficile da descrivere:
immaginate un cielo sereno, pieno di stelle, con una luna grande e luminosa
da fare ombra. E di colpo non qualche goccia, ma milioni di milioni di pezzi
di nuvola, che non si capisce da dove sian saltati fuori.
Il problema è che adesso piove troppo. Campi allagati,
case portate via, persone annegate.
Probabilmente non ne sapete niente, perchè queste
notizie non interessano molto ai telegiornali italiani. Ho saputo che la
strada di Isiolo, l’unica via per il nord, è stata completamente distrutta,
tagliando ogni contatto per la parte di popolo keniano che vive lì. Isolando
famiglie come quella di Ruyo.
L’ho conosciuta ieri, Ruyo. Pelle ambrata, il naso
sottile sopra ad un sorriso impertinente. Si capisce subito che è una
bambina sempre allegra. Probabilmente non ha mai visto molti bianchi: ci
guarda divertita mentre la visitiamo, è un po’ sorpresa perchè la mia mano,
in fondo, non è molto diversa dalla sua.
Ha fatto diversi giorni di strada con il suo papa’ per
arrivare da noi. Un uomo molto alto, con il turbante e il volto segnato. Il
vento, il sole delle terre deserte da cui arriva. Era spaventato: la sua
bambina, il suo piccolo fiore, per due volte aveva perso I sensi ed era
caduta a terra convulsando. Hanno provato ad andare all’ospedale
governativo, vicino a casa, ma per avere I farmaci avrebbero dovuto
corrompere il medico. Tangenti in cambio di assistenza. Non potevano
permetterselo. Così sono partiti, nonostante le piogge, senza sapere quanto
ci avrebbero messo, senza sapere quando sarebbero potuti tornare.
E’ un bell’esempio di quello che chiamiamo “African
time”. Tutto è nelle mani di Dio, quel Dio per cui “ I secoli si susseguono
per perfezionare un piccolo fiore di campo”, come ha scritto il grande poeta
Tagore.
Al contrario di noi, “noi che non abbiamo tempo da
perdere,
E non avendo tempo dobbiamo affannarci
Per non perdere le nostre occasioni.
Siamo troppo poveri per arrivare in ritardo.”
Più vivo qui e più me ne convinco. Siamo noi I veri
poveri, noi che navighiamo nello spreco, che abbiamo bisogno di riempire lo
stomaco delle nostre solitudini con grandi abbuffate di “cose”. Noi, che
facciamo la gioia delle grandi industrie, perché non siamo mai soddisfatti,
non ne abbiamo mai abbastanza. Che viviamo aspettando il fine settimana, e
poi un’altra settimana per avere un altro fine settimana per sballare. Senza
accorgerci che la Vita è quella cosa strana che ci passa accanto.
Finita la visita, Ruyo si è rimessa il velo. Una
manovra complicata per le sue dita goffe di bambina. Un giro intorno alla
testa, uno intorno alle orecchie, un altro intorno alla testa… e intanto mi
sorrideva. Finché è potuta ripartire, con le sue medicine ed il suo papa,
convinti entrambi che lei guarirà, “mungu akipenda” , a Dio piacendo, come
ci ripetono di continuo, non per abitudine, ma perché lo credono veramente.
Mi piace molto questo nostro rapporto con I musulmani, questo credere che
c’è un solo Dio, come una sola montagna alla cui cima si può giungere
passando da sentieri diversi. Ma alla cima prima o poi ci si arriva tutti.
Guardando gli occhi sorridenti di Ruyo mentre si annoda
il chador me ne convinco sempre più.
Sono sicuro che esiste la possibilità di vivere insieme
in armonia, di capirsi a vicenda, di accettarsi con le proprie differenze.
Camminando a piccoli passi. E cominciando con un serio esame di coscienza.
Mi è sempre piaciuto molto quello che ha scritto Tiziano Terzani qualche
anno fa, riflettendo proprio sui conflitti di civiltà, sulla loro assurdità:
le cause della Guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il
desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità.

Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere
le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più
moralità e meno interesse. Facciamo quello che è giusto, invece di quello
che ci conviene. Educhiamo I figli ad essere onesti, non furbi.
Rimpossessiamoci della lingua, in cui la parola “dio” è
oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire “fare l’amore”, e
non “fare sesso”. Alla lunga, anche questo fa una grossa differenza
Vorrei lasciarvi con un cosa che ho letto qualche
giorno fa, una preghiera scritta da Don Pedro Casaldaliga, un grande vescovo
e poeta brasiliano. E’ il Padre Nostro degli Oppressi.
Fratelli nostri che vivete nel primo mondo…
Affinchè il suo nome non venga ingiuriato
Affinchè venga a noi il Suo regno e sia fatta la Sua volontà
Non solo in cielo ma anche in terra,
Rispettate il nostro pane quotidiano,
Rinunciando allo sfruttamento quotidiano,
Non fate di tutto per riscuotere il debito che non abbiamo fatto
E che vi stanno pagando I nostri bambini, I nostri affamati, I nostri morti,
Non cadete più nella tentazione del lucro, del razzismo, della guerra;
Noi faremo il possibile per non cadere nella tentazione dell’ odio e della
sottomissione
E liberiamoci, gli uni e gli altri, dal male.
Solo così potremo recitare insieme
La preghiera della famiglia che il fratelllo Gesù ci insegnò.
Padre Nostro, Madre Nostra, che sei in Cielo e in Terra.
Il cuore esiste solo per donarlo, con una lacrima e
una canzone.(R.Tagore)
*Fr. Beppe Gaido appartiene
all'ordine dei Frati del Cottolengo di Torino,attualmente responsabile
della "little house of divine providence - cottolengo mission hospital di
Chaaria, una zona di Meru (a circa 300 km da Nairobi- Kenya)
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