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Infermieri ovvero i brain workers della post-modernità
L’infermiere, come tutti i brain workers,
è un appassionato lavoratore in continua produzione affettiva e di cura
dell’altro ma è anche purtroppo, un lavoratore flessibile o precario
Lorenzo Marvelli
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una
impressionante e rapida trasformazione nei settori produttivi della società
con conseguenze notevoli per la vita dei lavoratori e delle lavoratrici.
Questa trasformazione rappresenta il passaggio da un
modello di sviluppo economico moderno cosiddetto fordista, ad un altro
definito post-fordista ove la demarcazione tra tempo libero e tempo del
lavoro, sembra più sfumata anche perché i nuovi brain workers o
lavoratori cognitari, a differenza degli operai annoiati ed alienati delle
vecchie fabbriche, considerano il lavoro come l’ambito di conferma
principale nella vita, esercitando professioni con creatività, desiderio,
affettività e fantasia.
La coincidenza di vita e lavoro nell’attualità
post-fordista, determina così la messa in produzione dell’intera società.
L’umanità al lavoro nelle metropoli informatizzate e claustrofobiche, quasi
sempre flessibile o addirittura precaria produce, insieme alle merci e ai
loro valori classici, una infinità di segni in termini di immagini,
comunicazioni, relazioni, piacere, eros, affetti, cure.
A differenza delle professioni propriamente cognitive,
la professione infermieristica è un’attività mentale di tipo esecutivo con
implicazione della sfera affettiva e di cura dell’altro.
E’ una professione classicamente post-fordista poiché è
sempre più deterritorializzata e nomade (dall’ospedale nelle sue forme
classiche, al territorio nelle sue forme più moderne) e sempre più autonoma.
La Legge 42 del 1999 che abolisce il mansionario
infermieristico e libera la professione dalla disciplina e dal controllo
medico, segna concretamente il salto dalla modernità fordista
alla nuova modernità post-fordista agganciando gli
infermieri, nel bene e nel male, ai lavoratori cognitari.
L’infermiere, come tutti i brain workers, è un
appassionato lavoratore in continua produzione affettiva e di cura
dell’altro ma è anche purtroppo, un lavoratore flessibile o precario, un
lavoratore che, troppo spesso non va in vacanza, è mal pagato ed è impiegato
in turni massacranti e non dispone di una rete internet; è un lavoratore
insomma cui vengono sottratti diritti nello stesso momento in cui gli viene
offerta la possibilità di emozionarsi lavorando.
L’utilizzo da parte delle aziende sanitarie di
personale inferimieristico somministrato da cooperative e agenzie di
intermediazione, è sempre più frequente (più nel nord Italia, meno nel sud)
per ovvie ragioni economiche. Non possiamo dire tuttavia che questi
infermieri atipici, abbiano carenze dal punto di vista professionale.
Anzi: a differenza degli infermieri d’epoca fordista,
subordinati e spesso alienati dalla routine ospedaliera del lavoro per
compiti, i nuovi infermieri hanno una elevata istruzione (formazione
universitaria e spesso master di primo e secondo livello), sono in un certo
senso nomadi della professione (hanno esperienza di lavoro all’estero
o comunque in altre regioni), hanno una percezione della professione legata
al desiderio anziché all’alienazione.
Ed allora è proprio in questa contraddizione
(infermiere precario=infermiere ad alta professionalità) che sta la trappola
nella quale il lavoro intellettualizzato dell’epoca post-moderna rischia di
rovinare.
Non auspico evidentemente un ritorno ai vecchi modelli
di produzione che avevano nella fabbrica (e negli ospedali!) l’unico centro
possibile, il punto di partenza ma anche il punto d’arrivo.
Riconosco nella trasformazione post-moderna del lavoro,
una parte da salvare che è quella legata alla produzione di ciò che potremmo
considerare eccedente i prodotti per il mercato e cioè l’affetto, la cura,
la creatività, la fantasia, l’emozione, le relazioni sociali, le reti
informatiche.
Credo tuttavia che proprio a partire da questa
eccedenza produttiva, da questa capacità dei nuovi lavoratori cognitari
di fare rete, di creare segni a getto continuo, sia necessario mettere in
crisi le forme di capitale contemporaneo meno gerarchizzate ma più pervasive,
in grado di offrire autonomia produttiva da una parte e nello stesso tempo
capaci di pilotarne i flussi disinnescando proprio quelle eccedenze
produttive che i brain workers liberano in continuazione.
E’ proprio dal lavoro intellettuale, in questo momento
egemone sulle altre forme di lavoro dal momento che sembra dettare le linee
di sviluppo della società digitalizzata, è proprio da qui che bisogna
cominciare a tracciare linee di fuga da quella parte del lavoro che
precarizza la vita, che la subordina alle regole del mercato, tutte
concentrate sul consumo delle merci e sul piacere che questo produce.
E’ insomma nel lavoro che cresce la possibilità di dare
alla vita un senso che non sia solo ed esclusivamente lo shopping per le vie
del centro.
Come le altre, la professione infermieristica ha nel
suo darsi, l’invito continuo all’insorgenza, all’insubordinazione, alla
fuga; prenderne coscienza è come innescare un processo di trasformazione
sociale.
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