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I
benefici delle piante
Nonostante spesso si
dia per scontato il fatto di conoscere e di poter accedere alla biodiversità
botanica – quel vasto e multiforme patrimonio che ci è stato tramandato
dalla natura e da generazioni di contadini e foraggieri locali – rappresenta
una delle più grandi fortune dell'umanità. Per nutrire le famiglie, per
curare i malati, per costruire e arredare le case, la maggior parte dei
popoli di tutto il mondo dipende da risorse che direttamente o
indirettamente, provengono dalle piante.
di John Tuxill ricercatore del Worldwatch Institute
Fino a oggi i botanici hanno dato un nome e descritto
più di 275 mila specie vegetali maggiori, e si stima che altre 50 mila siano
in attesa di essere ufficialmente scoperte. La più alta concentrazione di
varietà di piante si trova nelle zone tropicali e subtropicali. Nel caso di
moltissime specie, l'esperto che le conosce meglio non è lo scienziato di
professione, bensì la popolazione locale che vive dove cresce la pianta e sa
come usarla. Per esempio una pianta su tre è commestibile e nella maggior
parte dei casi è consumata localmente, come avviene per i 133 tipi di erbe
selvatiche che da sempre crescono in Toscana, nella zona della Garfagnana.
In tutto il mondo, poi, migliaia di specie di piante sono impiegate nei
sistemi locali di medicina tradizionale, dove servono per curare ogni genere
di malanno. In Cina, dove l'uso delle piante in medicina risale a
quattromila anni fa, i guaritori utilizzano più di 5 mila piante. In Asia
meridionale, le piante che hanno un impiego ben preciso in medicina sono più
di 1.800.
L’importanza della varietà
Il numero totale di specie vegetali, tuttavia, non
riesce da solo a dare un'idea della portata delle varietà, in quanto in
alcuni casi è la diversità genetica e dei fenotipi all'interno delle specie
che è più importante e significativa. I guaritori tradizionali sanno bene
che particolari varietà o popolazioni di una pianta medicinale spesso hanno
un effetto farmacologico superiore. E se è senz'altro vero che la maggior
parte delle calorie consumate dall'umanità proviene da poche specie di
piante coltivate – grano, riso, mais, sorgo, patate e canna da zucchero sono
le principali – esistono però centinaia di migliaia di varietà di queste
coltivazioni, ognuna con diverse proprietà morfologiche, agronomiche e
culinarie. Si ritiene, per esempio, che in India dall'inizio dell'ultimo
secolo, siano state coltivate più di 30 mila varietà di riso. Queste varietà
nelle varietà sono il risultato di generazioni di selezioni e lavoro da
parte di contadini locali e indigeni di ogni parte del mondo.
È stato nel secolo scorso, tuttavia, che come mai in
passato, abbiamo tratto i maggiori vantaggi dalla biodiversità delle piante.
Quando la genetica, scienza emergente, ha contribuito ad aprire la strada a
una straordinaria crescita in termini di produttività agricola, i
selezionatori hanno radunato diverse varietà di coltivazioni di tutto il
mondo, da cui hanno attinto per sviluppare un mais ibrido, un riso ad alto
rendimento, un tipo di grano resistente alle malattie e altre rigogliose
piante dell'agricoltura moderna. Allo stesso modo, quando nel secolo scorso
si assistette a un rapido progresso delle tecniche impiegate in medicina,
molti dei nuovi processi e trattamenti diventarono possibili grazie a
farmaci sviluppati da composti che erano già stati individuati nelle piante.
Oggi, dei 150 farmaci di più largo impiego, oltre la metà trae origine dalle
piante. La tubocurarina, per esempio, impiegata per rilassare i muscoli
dello scheletro nella maggior parte delle procedure chirurgiche, in origine
era ottenuta da una pianta sudamericana. Naturalmente molte di queste piante
utili in medicina non sono state scoperte dagli scienziati occidentali, ma
dai curatori indigeni. Dalla pianta da cui si ottiene la tubocurarina, per
esempio, si estrae anche il curaro, un veleno che i cacciatori aborigeni
dell'Amazzonia spesso applicavano sulle frecce e sui dardi delle cerbottane
per paralizzare le loro prede.
Eppure, nonostante il lungo elenco di prodotti e
vantaggi che l'uomo ha ottenuto dalle piante, molti potrebbero sostenere che
ci aspetta un futuro ben diverso. Quasi ogni giorno scopriamo progressi
tecnologici che sembrano promettere un'indipendenza senza precedenti dai
limiti della natura. I selezionatori oggi possono costruire dal punto di
vista genetico nuove varietà di piante trasferendo in queste ultime dei geni
di organismi a loro del tutto estranei, come nel caso del pomodoro dotato
del gene di un pesce oceanico che lo rende resistente al freddo.
Analogamente, nella caccia di nuove medicine, i laboratori delle ditte
farmaceutiche oggi possono creare e selezionare rapidamente composti chimici
sintetici usando tecniche di chimica combinatoria e computer di grande
potenza.
Tuttavia, sotto questa facciata di modernità, il nostro
benessere continua a dipendere fondamentalmente dalle fortune della
biodiversità vegetale. I selezionatori ogni anno tornano alle varietà delle
colture tradizionali e alle specie affini selvatiche per reperire delle
peculiarità essenziali che sono introvabili nelle linee di riproduzione più
avanzate. Secondo l'economista Timothy Swanson, il 15 per cento del plasma
germinale impiegato ogni anno per originare colture come il grano e il riso,
è costituito dalle varietà tradizionali e da quelle selvatiche. Similmente
continuano a essere scoperti potenziali nuovi benefici curativi dei composti
vegetali – come nel caso della recente scoperta di una sostanza nelle radici
di una pianta rara originaria degli Stati Uniti, che potenzia gli effetti
dei composti chimici impiegati per combattere le cellule cancerogene.
Un'altra indicazione della nostra costante dipendenza dalle piante è
rappresentata dall'espansione del mercato europeo e nord americano delle
medicine a base di erbe, che oggi interessa migliaia di specie vegetali e
miliardi di dollari in vendite ogni anno.
Una risorsa indispensabile
Per gli abitanti dei paesi in via di sviluppo che non
hanno praticamente accesso ai frutti dell'ingegneria genetica o della
moderna industria farmaceutica, la varietà delle piante continua a essere
una risorsa indispensabile, come nel passato. La maggior parte degli
agricoltori su piccola scala continua a coltivare diversi tipi di colture e
varietà, usando principalmente le sementi da loro selezionate e conservate.
Questa "agrodiversità" consente ai contadini di soddisfare un ampio
ventaglio di necessità familiari di sussistenza e inoltre riduce il rischio
di una perdita completa del raccolto a causa di catastrofi naturali o in
seguito allo scoppio di qualche pestilenza. La medicina tradizionale – che
per l'85 per cento prevede preparazioni a base di piante – rimane la
principale forma di assistenza sanitaria per circa 3,5 miliardi e mezzo di
persone nel mondo. In alcune zone rurali dell'Africa meridionale, per
esempio, c'è un guaritore tradizionale ogni 500 persone e un medico ogni
17.500 persone. Oltre a cibo e medicine, le piante locali forniscono una
serie di prodotti che le popolazioni rurali continuano a raccogliere e
coltivare per soddisfare i propri bisogni domestici di combustibile, riparo
e reddito.
L'affidamento di molti popoli alla diversità vegetale,
particolarmente nel mondo in via di sviluppo, rende sempre più problematica
la percentuale di diminuzione delle risorse botaniche. La World Conservation
Union (l'unione mondiale per la conservazione) stima che praticamente una su
ogni otto specie di piante nel mondo è potenzialmente a rischio di
estinzione. Più del 90 per cento di queste specie "a rischio" è endemico di
un solo paese, cioè si può trovare soltanto in quel paese e in nessun altro
luogo nel mondo. Tra le piante a rischio vi sono molte specie con un chiaro
valore attuale o futuro per l'umanità. Da una recente indagine sulle piante
in pericolo di estinzione condotta dal Center for Plant Conservation (il
centro per la conservazione delle piante) è emerso che per due terzi sono
piante affini a specie coltivate. Se queste piante si estingueranno,
scomparirà anche tutta una serie di potenziali vantaggi genetici per
l'agricoltura e l'orticoltura del mondo
La perdita di un patrimonio
Forse l'aspetto più allarmante di tutti è che la
diminuzione dei tipi di piante sembra corrispondere a una ancor più rapida
perdita del patrimonio culturale indigeno relativo al modo di usare e
gestire le risorse vegetali. La conoscenza delle piante nelle società
indigene è spesso strettamente correlata a un particolare contesto
socioculturale, quali i riferimenti cosmologici delle tradizionali cerimonie
curative o l'importanza per la sussistenza dei nuclei familiari
dell'agricoltura locale su piccola scala. Se le regole culturali per
l'impiego delle piante cambiano o si sgretolano, schiacciate dalle pressioni
sociali, economiche o ecologiche, le conoscenze indigene sulle piante
possono diminuire, anche se in realtà le risorse vegetali continuano a
esistere. Lo scienziato John Leinhard ha paragonato la situazione attuale a
quella dell'Europa dello scorso millennio, quando le tribù nomadi occuparono
zone che precedentemente avevano fatto parte dell'impero romano. Vivevano
tra strade abbandonate, acquedotti e palazzi, per lo più non conoscendo
quale fossero i potenziali vantaggi offerti da queste opere, proprio come le
popolazioni acculturate dell'Amazzonia e dell'Oceania vivono tra piante che
non utilizzano o riconoscono più.
È probabile che la perdita delle piante e della
relativa cultura indigena comporti un notevole costo in termini di
opportunità per tutti noi. Soltanto il 5-10 per cento delle specie vegetali
di tutto il mondo sono state esaminate dai biochimici per scoprire quali
sostanze chimiche contengano. In base alle percentuali di scoperta del
passato, i ricercatori Michael Balick e Robert Mendelsohn stimano che nelle
piante della foresta pluviale tropicale vi siano più di 300 composti utili
per la medicina che aspettano di essere individuati, sempre che non
scompaiano prima. Analogamente, il potenziale genetico delle varietà delle
colture mondiali non è ancora stato del tutto esplorato. Delle decine di
migliaia di varietà di piante coltivabili immagazzinate nelle banche del
seme internazionali, soltanto una piccola parte è stata impiegata nei
programmi di selezione delle colture.
Anche così questi costi in opportunità probabilmente
non si ripercuoteranno in tempi brevi su quanti di noi in Europa, America
del nord e Giappone possono usufruire di un'assistenza medica di alto
livello e di un'abbondante produzione agricola, sostenuta da programmi di
coltivazione estensiva. Ma per milioni di persone nei paesi in via di
sviluppo che dipendono più direttamente dai vantaggi delle varietà delle
piante e per i quali è difficile riuscire ad accedere a prodotti e servizi
sostitutivi, la diminuzione di risorse vegetali troppo spesso significa
anche un peggioramento della qualità della vita. In Messico, per esempio, lo
sfruttamento eccessivo di piante medicinali ha fatto sì che alcune specie
altamente pregiate, come la valeriana, non siano più immediatamente
disponibili e i commercianti di piante oggi le sostituiscono con specie
simili, ma inferiori sotto l'aspetto farmacologico. La perdita delle
conoscenze indigene, d'altra parte, può gettare le generazioni più giovani
delle popolazioni rurali in un limbo deprimente: spesso non hanno
un'educazione o una formazione ufficiale tale da consentire loro di trarre
pienamente vantaggio dall'economia moderna che è ormai alle loro porte, ma
non hanno neppure acquisito quella profonda conoscenza etno-ecologica della
flora e della fauna locali che era alla base delle usanze dei loro genitori
o nonni.
Qualche modesta proposta
Tra alcune delle più importanti misure che i governi
hanno adottato per tutelare la varietà delle piante vi sono la creazione di
parchi nazionali e di riserve naturali, nonché la riduzione del commercio di
prodotti vegetali eccessivamente sfruttati. Sicuramente si tratta di azioni
lodevoli, sebbene esistano iniziative meno eclatanti, ma ugualmente
essenziali, che possono essere adottate per riaccendere l'apprezzamento nei
confronti del valore della varietà delle piante e riportare la saggia cura
delle risorse arboree nella vita quotidiana della gente. Per alcuni di noi
ciò può significare riscoprire l'usanza stagionale della raccolta di messi o
di piante selvatiche locali, o forse imparare qualcosa di più sulle erbe
medicinali tradizionali. Per chi, invece, dipende ancora dalle risorse
vegetali, può significare ricevere sostegno da organizzazioni e agenzie per
rendere il loro impiego più sostenibile. Potrebbe significare programmi di
educazione ambientale nelle scuole dove gli anziani e i giovani della
comunità si potrebbero riunire per condividere le conoscenze sulle piante e
le tradizioni culturali a esse legate. Queste possono essere iniziative
piccole, tuttavia costituiscono alcune tra le più valide possibilità che
abbiamo per assicurare che i vantaggi legati alla varietà delle piante
continuino a essere alla portata di quanti vi fanno affidamento.
Riferimenti
fotografici:
Henri Rousseau Giungla con scimmie che
mangiano arance 1908
Henri Rousseau Negro assalito da un giaguaro 1910
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