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Manifesto
per
l'equità
Le pagine seguenti contengono la sintesi del
Manifesto per l’Equità. Gli
approfondimenti e la documentazione bibliografica sono accessibili
nell’ipertesto sul sito
www.epidemiologia.it. Gli estensori del manifesto sono tre epidemiologi:
Geppo Costa, Cesare Cislaghi, Vanni Padovani.
Associazione epidemiologi italiani
E’
noto che negli ultimi decenni la salute dei cittadini all’interno dei Paesi
sviluppati è andata progressivamente migliorando, grazie alle modificazioni
positive delle condizioni di vita e ai progressi dei sistemi sanitari.
Nonostante i problemi aperti e le critiche mosse al nostro Servizio
sanitario, questo dato vale anche per l’Italia dove viene documentato, tra
l’altro, dallo straordinario incremento dell’attesa di vita. Meno noto,
invece, è il fatto che benessere e malattia siano distribuiti in modo
disomogeneo nella popolazione.
Tutti gli studi epidemiologici rilevano l’ampiezza e l’intensità delle
disuguaglianze di salute e di quelle relative alle possibilità di accesso
alle prestazioni erogate dai servizi sanitari. In Italia l’indagine
ISTAT-Ministero-Regioni del 1999-2000 fornisce su questi temi dati di
carattere generale molto eloquenti; altre informazioni, altrettanto
significative, vengono da studi effettuati in ambito locale o su aspetti
specifici del problema salute
Sullo sfondo di questi elementi di conoscenza, alcuni epidemiologi si sono
fatti promotori di un Manifesto per l’Equità. L’iniziativa muove da
una duplice convinzione:
1 - Che la riduzione delle disuguaglianze sia un traguardo
irrinunciabile per qualsiasi politica sanitaria. In effetti sia il Piano
Nazionale Sanitario del 1998 (Ministero Bindi) sia quello del 2003-2005
(Ministero Sirchia), benché con diverse angolature, rivendicano l’impegno
per un sistema che garantisca a tutta la popolazione il mantenimento e il
recupero della salute. In sanità, del resto, l’equità non può essere
considerata un obiettivo di parte bensì come uno dei valori fondanti di
qualsiasi intervento di piano.
2 – Che,
nonostante l’impegno profuso sulle tematiche dell’equità, la Sanità pubblica
italiana non abbia ancora potuto fornire l’apporto che le è richiesto. In
particolare, le valutazioni delle disuguaglianze sono soltanto episodiche e
non permettono di conoscerne dimensioni e cause, di seguirne le variazioni
nel tempo e di suggerire ai gestori del sistema-salute interventi
correttivi efficaci.
Il
Manifesto per l’equità è stato costruito attraverso successive tappe
di lavoro: la riflessione sui dati disponibili, il confronto delle opinioni
emerse e infine l’elaborazione di un documento conclusivo. L’obiettivo
ultimo è di proporre il problema a chi ha responsabilità di governo,
fornendo adeguati strumenti di conoscenza.
1.
Le disuguaglianze di salute sul territorio
I
dati epidemiologici più recenti confermano che alle soglie del 2000 lo stato
di salute della popolazione italiana è contrassegnato da ampie e costanti
differenze geografiche. Le regioni più svantaggiate sono tuttora quelle
meridionali e insulari. Il quadro odierno ripete sostanzialmente quelli del
passato: anche per questo motivo, le politiche di piano sia nazionali che
regionali non possono evitare di confrontarsi nel ricercare risultati più
incisivi, per quanto riguarda l’obiettivo dell’equità territoriale, di
quelli ottenuti finora.
Le disuguaglianze osservabili sul territorio attraversano tutti i settori
del problema salute: dalla salute percepita a quella fisica, dalla salute
mentale alle patologie croniche, dalla disabilità ai dati di mortalità. Ma
sono particolarmente evidenti per la salute soggettiva e la disabilità:
seguono, con differenze meno importanti, le patologie croniche.
Nel gradiente nord-sud meritano attenzione anche i pochi elementi
dissonanti. Si tratta in particolare della mortalità maschile e
dell’incidenza dei tumori, due dati tradizionalmente sfavorevoli nelle
regioni settentrionali della penisola: anche se negli ultimi anni il
distacco tra nord e sud è per entrambi in diminuzione.
2. L’influenza delle condizioni sociali 
L’indagine ISTAT-Ministero-Regioni del 1999-2000 permette di osservare come
gran parte dello
svantaggio territoriale in termini di salute sia dovuto a
condizioni sociali sfavorevoli (effetto composizionale): in altre
parole, a una
forte concentrazione in alcune zone di persone con poca
istruzione, poco abbienti o decisamente povere e prive di reti familiari o
sociali di sostegno. E’ stato anche documentato come nel meridione gli
effetti sfavorevoli sulla salute causati dalla sovrapposizione di condizioni
sociali sfavorevoli siano più marcati che altrove (effetto di contesto).
Il
ruolo dello svantaggio sociale nel determinare differenze di salute è stato
studiato e da tempo riconosciuto anche in altri Paesi europei. Gli esperti
di epidemiologia, in particolare, concordano sull’affermazione che nessun
fattore di rischio biologico, considerato singolarmente, ha sulla salute una
influenza paragonabile a quella dello svantaggio economico-culturale. Si
ritiene anche che questa influenza, con poche eccezioni, sia verificabile in
tutte le patologie più comuni.
Tuttavia, le conoscenze accumulate finora sul rapporto tra posizione sociale
e dati di salute necessitano di essere ampliate e approfondite.
Indagini mirate sono necessarie per capire il ruolo dei singoli elementi
(carenze culturali, disagio economico, disoccupazione, emarginazione
eccetera) che concorrono a formare lo svantaggio sociale e i meccanismi di
azione attraverso i quali le condizioni di disagio sociale determinano
l’insorgenza dei problemi di salute o la loro mancata soluzione. Lo scopo
finale, ambizioso ma non rinunciabile, di queste indagini è di identificare
punti critici sui quali investire per andare oltre il fatto, oggi diffuso,
che troppi obiettivi di salute siano alla portata esclusivamente di gruppi
privilegiati di cittadini.
Per quanto riguarda il metodo di studio da adottare, in linea di principio
rimane vero che complessivamente altri determinanti della salute si
aggiungono a quelli dello svantaggio sociale: nell’affrontare il problema
del rapporto tra i due elementi è dunque necessario guardarsi da possibili
fraintendimenti. Però la correlazione appare, anche nel nostro Paese, così
stretta che sembra più utile studiarli congiuntamente.
3. Sottogruppi a rischio e stile di vita
I
meccanismi attraverso i quali agisce la disuguaglianza sociale e
territoriale variano con l’età
e
minacciano di aggravarsi in avvenire.
Nei minori la fragilità della salute è legata prevalentemente alle
condizioni culturali e al reddito del contesto familiare. Negli anziani le
conseguenze della condizione sociale sulla salute emergono sopratutto nella
disabilità, sia come predisposizione ereditata dagli anni precedenti sia
come rapidità del processo che porta alla perdita di autonomia. Nella
popolazione in età lavorativa i fattori sociali che influiscono maggiormente
sullo stato di salute sono la precarietà del lavoro, le professioni
usuranti, il declino precoce delle capacità produttive.
A
questi fattori si sommano gli effetti dello stile di vita. Da diversi anni i
dati epidemiologici rilevano come costumi alimentari scorretti,
la dipendenza dall’alcol anche tra le donne, la sedentarietà,
l’abitudine al fumo
tra gli uomini e limitatamente
alle classi di età più giovani benché diffusi in tutta la
popolazione italiana – siano prevalenti nelle classi sociali inferiori e
nelle regioni meridionali del Paese. E’ nota peraltro la difficoltà a
modificare i comportamenti individuali con interventi di tipo informativo od
educativo.
4. Disuguaglianze nell’accesso ai servizi
Il
profilo complessivo dell’utilizzazione dei servizi sanitari è più
equilibrato. Su tutto il territorio nazionale numero e tipo delle
prestazioni erogate appaiono infatti correlate al bisogno di salute e ai
suoi principali indicatori (distribuzione della morbosità, salute percepita,
età eccetera). Il finanziamento del sistema non rivela attualmente gravi
sperequazioni di natura geografica. L’universalità dell’accesso, del resto,
è la caratteristica che più di altre ha meritato al sistema sanitario
italiano ripetuti riconoscimenti internazionali. Si può affermare dunque
che, in relazione all’uso dei servizi sanitari, l’obiettivo complessivo è
quello di conservare l’attuale livello di equità piuttosto che migliorarlo.
Esistono tuttavia precise responsabilità nel consentire diverse situazioni
di disuguaglianza all’interno del Paese. In alcune aree geografiche i
servizi disponibili sembrano insufficienti e le prestazioni erogate di
efficacia e qualità peggiore che altrove. Le fasce più deboli della
popolazione non sono sempre in grado di ottenere i trattamenti migliori:
nello stesso tempo appaiono maggiormente esposte a consumi sanitari inutili
e inappropriati.
Per verificare le diverse ipotesi, è
necessario approfondire l’analisi e la valutazione di
diverse situazioni
di disuguaglianza, almeno in parte già
documentate:
- I dati
relativi a specifici percorsi assistenziali - come il percorso-nascita, la
diagnosi precoce dei tumori femminili, le malattie ischemiche di cuore,
la salute mentale - in cui emergono da tempo profonde differenze
territoriali.
- I dati
relativi alla mobilità interregionale, alla distribuzione territoriale
delle strutture di eccellenza (come i centri trapianti e la radioterapia),
ai tempi di attesa per alcune prestazioni diagnostiche (TAC cerebrale,
ecocardiografia).
-
Particolarmente significativi i dati che
rivelano modelli di consumo sanitario differenziati secondo l’area
geografica o il gruppo sociale considerati. Recenti studi, per esempio,
hanno identificato approcci diversi alla soluzione dei problemi di salute
nelle varie ripartizioni geografiche itraliane. Questo tipo di analisi
può far capire meglio anche composizione e motivazioni della crescente
spesa sanitaria privata.
5. Le previsioni per il futuro.
Nel breve-medio periodo le disuguaglianze di salute tendono ad
approfondirsi.
A questa previsione porta la lettura
delle dinamiche internazionali in atto all’interno del sistema produttivo e
di quello commerciale che rappresentano le principali cause della mancanza
di equità nello stato di salute. Difficoltà di sviluppo, crisi
occupazionale, indebolimento del welfare e, d’altro lato, un mercato dei
consumi che tende a esasperare la segmentazione della clientela: l’effetto
di questi trend temporali sarà di ampliare e approfondire, anche nel nostro
Paese, le disuguaglianze. Anche i flussi migratori provenienti dai Paesi
poveri rappresentano per i sistemi sanitari europei, Italia compresa, una
nuova sfida sul terreno dell’equità L’epidemiologia d’altra parte non può
pretendere di cambiare i fattori economici in gioco: l’analisi, la
valutazione, il monitoraggio e la comunicazione dei dati relativi all’equità
sono le sole iniziative alla sua portata. L’utilità, sia da un punto di
vista culturale che operativo, di una descrizione rigorosa è proporzionale
alla capacità di identificare i ‘punti sensibili’ della disuguaglianza.
Particolarmente significativo può essere il contributo conoscitivo delle
ricerca per impostare politiche integrate, poco praticate in Italia, in
grado di ottenere vantaggi di salute attraverso interventi non direttamente
sanitari ma di tipo educativo, ambientale o assunti nell’ambito delle
politiche di welfare. Difficilmente infatti si può pensare di poter avere un
buon sistema sanitario in una società che rimanga fortemente squilibrata.
Altrettanto importante è la capacità di contrastare il trasferimento
acritico ai sistemi sanitari delle caratteristiche attualmente prevalenti in
ambito politico-economico, fondate sul mercato, sull’efficienza e su una
forte competitività. Potrebbe accadere infatti che forme di assistenza
sanitaria solo apparentemente secondarie (per esempio nell’ambito
dell’assistenza territoriale e/o rivolta agli anziani) siano declassate a
interventi di beneficenza o delegate in toto alle famiglie: procedure di
questo tipo possono rivelarsi palesemente inique.
6. La devolution
Tra le trasformazioni in atto, in Italia c’è anche il federalismo. Questo
processo, in stato di avanzata realizzazione, non costituisce in sè stesso
una minaccia per l’equità sanitaria: anzi, regioni molto responsabili
potrebbero trovare soluzioni alla disuguaglianza migliori di quelle attuali.
Tuttavia, nella definizione finale
della devolution sanitaria e nella sua applicazione, occorre salvaguardare
valori e caratteristiche operative irrinunciabili.
- Il diritto
dei cittadini alla salute va garantito e coniugato in modo omogeneo nelle
diverse regioni: altrimenti, considerato il valore etico e sociale dei
diritti sanitari, si rischia di rompere il patto di cittadinanza, con
conseguenze politiche anche gravi.
- Le risorse
disponibili all’interno del Paese vanno distribuite in modo tale da non
obbligare alcune regioni a ridurre la portata attuale della spesa
sanitaria.
L’impostazione e
l’organizzazione che caratterizzano i singoli sistemi regionali debbono
evitare di produrre divergenze nella qualità dell’assistenza. E’ necessario
nell'offerta di servizi, in
particolare per la componente privata,
mettere a punto meccanismi di controllo dell'appropriatezza delle
prestazioni ed inoltre, soprattutto
per la componente di offerta e gestione pubbliche, è necessario
attivare meccanismi di sviluppo del sistema sia sul piano del finanziamento
sia su quello dell'efficienza.
Conclusioni
Per risultare efficaci, le iniziative, anche nel campo della ricerca
scientifica, che si propongono l’indagine e il superamento delle
disuguaglianze debbono inserirsi all’interno di politiche coerenti con
l’obiettivo dell’equità. Valgono a questo proposito le seguenti
osservazioni:
-
Nel suo insieme, l’attività sanitaria è destinata all’intera società.
Ma i singoli interventi vanno selezionati e integrati in base a 3 diversi
obiettivi:
o
In primo luogo, alzare i valori
degli indicatori di salute nelle aree e nei gruppi sociali più svantaggiati.
o
In secondo luogo, diminuire la
velocità con cui le disuguaglianze di salute tendono ad approfondirsi.
o
Da ultimo, occorre agire in
profondità per rendere il più possibile omogenee le condizioni di salute
nelle diverse componenti della società.
-
Tutti gli interventi proposti devono richiamarsi a soluzioni di
provata efficacia o, almeno, a solide teorie eziopatogenetiche. E’
necessaria una valutazione preliminare degli effetti attesi dai singoli
provvedimenti sulla salute anche per quanto attiene all’equità della loro
distribuzione sociale e territoriale.
-
Gli interventi in corso di attuazione devono essere valutati con
strumenti e indicatori non solo appropriati ma anche verificabili.
-
E’ necessario infine che qualsiasi intervento sanitario conceda uno
spazio adeguato all’informazione, alla consultazione e alla programmazione
concertata con i gruppi marginali che sono le vittime principali delle
disuguaglianze.
Il presupposto culturale per una politica di questo tipo è che
l’obiettivo dell’equità sia considerato prioritario in qualsiasi azione
promossa in campo sanitario. Questo principio dovrebbe essere tenuto
presente, in particolare, nella formulazione delle linee-guida. E’
altrettanto importante che i Servizi sanitari si dotino di sistemi
informativi in grado di misurare sistematicamente i principali parametri di
equità.
Riferimenti
fotografici:
Josè Clemente Orozco
La conoscenza 1936
David Alfaro Siqueiros Nuova democrazia (part.) 1945
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