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Storia di una madre-infermiera in Kenia
EUNICE:UNA MAMMA
FORTE
Un racconto inviatoci da Fratel Beppe Gaido
responsabile del centro di Chaaria dove si delinea il profilo coraggioso ed
esemplare di una donna-infermiera africana. Da questa lettura possiamo
trarre un insegnamento importante per la vita e per il lavoro.
Fratel Beppe Gaido
Tante sono le figure femminili che mi hanno
profondamente colpito negli anni della mia presenza qui a Chaaria. La donna
africana è come un monumento di pazienza, di laboriosità e di fedeltà di cui
non puoi che essere profondamente impressionato.
Spesso, guardandomi intorno, quasi mi vergogno di
essere un uomo, considerando lo stile di vita medio del cosiddetto “sesso
forte”.
Desidero presentarvi una storia che mi ha molto aiutato
ed incoraggiato. Tale vicenda non riassume certamente la complessità di una
realtà in cui il vero pilastro della società è la donna, ma dà qualche idea
di fondo sul valore e sull’operato delle “mamme”, che sono quelle che si
alzano al mattino prima di tutti, vanno a mungere la mucca quando è ancora
buio, preparano la colazione per il marito ed i figli ancora addormentati,
accompagnano i bambini a scuola e vanno nei campi con la “panga” a fare
tutti i lavori necessari, tornano a casa la sera a lavare la biancheria e
preparano la cena al marito e ai piccoli.
Sono stato profondamente colpito da Eunice, una donna
forte sotto molti punti di vista. La conosco da molti anni. E’ stata una
delle prime donne a partorire a Chaaria: era il 1998 ed io ero qui da poco.
Siccome lei era (ed è!) un’ infermiera del nostro staff, ho fatto di tutto
per dirle di andare a partorire a Nkubu, dove avrebbe trovato una sala
operatoria, una sala parto attrezzata e personale con una lunga esperienza.
Io ero alle prime armi, non avevo neppure una sala parto, avrei dovuto
trasportarla in un altro ospedale in macchina su strade pessime se la
situazione si fosse complicata. Nonostante tutto questo Eunice ripeteva con
fermezza che aveva deciso di farsi seguire da me e che aveva piena fiducia,
per cui da qui non si muoveva. Il bambino in effetti è nato bene, anche se
con molta ansia da parte mia, dato che lei non riusciva a spingere ed
abbiamo dovuto fare qualche manovra a dir poco avventata, ma il Signore ci è
stato vicino ed il neonato non ha subito alcuna complicazione.
Anche per il secondogenito si è ripetuta una storia
simile: Eunice rifiuta di andare a Nkubu, ma purtroppo questa volta il
travaglio si complica. Distress fetale, rischi di sopravvivenza per il feto.
Ancora una volta mi rivolgo a Eunice e le dico che lei doveva essere
sottoposta a taglio cesareo, e siccome erano i primi tempi per me, io le
consigliavo nuovamente Nkubu. Mi facevo forte anche del fatto di non avere
un anestesista. Ma ancora una volta Eunice è stata irremovibile: “ se avessi
voluto, sarei andata a Nkubu anche prima di farmi ricoverare qui. Se c’è da
fare l’operazione, desidero che sia tu a operarmi!”. Eunice lavora da noi, e
come si sa, è proverbiale che quando si opera su parenti ed amici, ci si
debba aspettare tutte le complicazioni di questo mondo. Ho quindi fatto
l’intervento con una tensione inaudita che faceva da contrasto alla calma e
serenità della mamma, che è stata bravissima non solo durante l’operazione
ma anche durante tutto il decorso post-operatorio. Il Signore ha protetto
Chaaria ancora una volta e Eunice è andata a casa senza problemi cinque
giorni dopo l’operazione.
Pochi giorni fa il secondo figlio di Eunice è stato
colpito da una forma molto grave di malaria che tra l’altro gli causava
diarrea profusa ed importante disidratazione.
Abbiamo cercato una vena per ore, senza successo. La
tensione era evidente nell’aria, dal momento che tutti temevamo che il
piccolo morisse prima che noi fossimo in grado di infondere alcun farmaco.
Dopo aver fallito anche l’incannulamento della vena giugulare e della
femorale, ho preso la decisione che Eunice doveva andare a Nkubu visto che
là c’è un chirurgo capace di cercare una vena della caviglia con una
operazione che si chiama “cut down”. Io non avevo mai visto quell’operazione
e quindi non potevo certo fare l’apprendista stregone.
Questa volta la mamma, evidentemente angosciata, ha
accettato la mia proposta ed ha apprezzato la mia umiltà, in quanto
apertamente le ho detto che non ero capace di fare il “cut down”. Purtroppo
però anche là il calvario è continuato. Hanno tentato di nuovo di trovare
una vena periferica, seviziando ancora la creatura per un giorno intero. Il
giorno seguente hanno finalmente deciso per l’operazione. Eunice è rimasta
fuori dalla sala operatoria per varie ore, e poi quando il bambino è uscito,
le hanno detto che non erano riusciti. Rimaneva il problema di un bambino
disidratato senza accesso venoso per i liquidi tanto necessari al suo corpo.
La disperazione della mamma era ormai giunta al punto
di ripetere con Giobbe: “Dio ha dato, e Dio ha tolto. Sia fatta la Sua
volontà”. Eunice aveva ormai deciso di abbandonarsi alla terribile ed
ineluttabile situazione di suo figlio condannato a morire disidratato. Mi
diceva che avrebbe voluto scappare, ma c’era come una forza che la teneva
inchiodata al letto del suo bambino. Avrebbe voluto urlare, ma le lacrime le
si fermavano in gola.
Ad un certo punto, un’ infermiera del reparto che aveva
studiato con Eunice, le dà in mano un ago cannula e le dice: “Adesso tocca a
te. Provaci finchè ci riesci, ma non dirlo alle altre infermiere perchè è
contro il regolamento che un parente prenda le vene”.
Eunice è stata bravissima. Si è mantenuta fredda, ed ha
resistito alle terribili emozioni che una mamma può provare mentre buca le
braccia e le gambe del proprio figlio con un ago, ben sapendo che tutti gli
altri avevano già “gettato la spugna”. Ed il Signore ha premiato la sua
forza di volontà. Dopo vari tentativi, Eunice incannula una vena, che rimane
funzionante per vari giorni. Al bambino si fanno rapidamente tutte le cure
richieste e nel giro di una settimana si riprende completamente.
Ora Eunice è tornata a lavorare. E’ radiosa e piena di
riconoscenza. Le ho chiesto che cosa ha imparato da questa esperienza. Lei
mi ha detto: “Ho imparato ad essere più attenta e disponibile al pianto
disperato delle mamme che qui a Chaaria perdono i loro bambini. Veder morire
il proprio piccolino è una esperienza terribile, e noi spesso non diamo
tempo alle donne che piangono. Ci limitiamo a dire loro che non devono fare
così, che ci sono altri che soffrono in ospedale… e poi scappiamo con la
scusa che abbiamo tanto da fare. Ma si sta tanto male, e dobbiamo diventare
più disponibili a questi aspetti di sofferenza. Dobbiamo lottare contro il
cinismo che spesso è un nostro nemico di cui neppure ci rendiamo conto”.
Ecco la storia di Eunice, una mamma forte come tante,
una colonna da cui tutti noi possiamo imparare qualcosa.
Referenze fotografiche:
Foto di Enrico Bossan (particolari)
prese da "Salute e Sviluppo" rivista dei medici con l'Africa
www.cuamm.it
n.3-05 e n.3-04
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