L’eccedenza infermieristica:
una forma di lavoro immateriale.
Pensavo ai luoghi “dove
cresce la coscienza di una autonoma capacità di lavoro da parte dei
proletari precari: essi portano con sé, nel loro cervello, lo strumento
di lavoro e sembrano non aver bisogno di un padrone che glielo presti”.
Lorenzo Marvelli
Pensavo a questi luoghi di produzioni sociali.
Produzioni sociali di operai sociali.
Il luogo del lavoro infermieristico potrebbe
essere uno di questi. E tutto quello che qui si produce in
termini di affetto, relazioni, cura, soddisfacimento dei bisogni non è
affatto monetizzabile ed invece assolutamente sociale.
Chiamerei questo plus di lavoro
intellettuale ed affettivo, assolutamente non sussumibile nella dottrina del capitale contemporaneo, eccedenza.
L’eccedenza del lavoro immateriale come
quello degli infermieri ma come anche quello di tanti altri, potrebbe
essere quella parte di lavoro-vivo necessaria ad ogni
trasformazione del reale.
Parlo di lavoro-vivo in quanto lavoro
costituente la vita, lavoro pulsante e capace di determinare le forme
del vivere contemporaneo e qui considero il cervello come lo strumento
di lavoro principale e libero di produrre senza limiti.
Tuttavia è indiscutibile l’atipicità delle
nuove forme di lavoro e, per certi versi, anche in termini di precarietà
e/o flessibilità: il lavoro soprattutto nelle sue forme immateriali è
sempre eccedente il tempo contrattuale, supera gli spazi ad esso
assegnati per ri-collocarsi in continuazione dappertutto e
continuamente. E’ in definitiva un lavoro/vita in continua produzione,
un lavoro full time, permanente e duraturo (il lavoro è sempre
straordinario), un lavoro che si sposta (non è più solo in fabbrica),
migra e pervade gli spazi del tempo libero, della famiglia, del sonno
(sognare il proprio lavoro, proiettarsi in un contesto onirico
problematico di una corsia, non è forse lavorare?)
Ma cosa rigettare e cosa invece tenere stretto a
sé, di questo modo di vivere-lavorando (… e addirittura di
sognare-lavorando!) al tempo della postmodernità che stiamo già
nostro malgrado vivendo?
Come considerare il fatto che un’intera classe di
lavoratori è ormai in continua produzione sempre ed ovunque?
Considero il lavoro come la forma di sfruttamento
principe attraverso la quale una parte degli uomini, direi minoritaria,
controlla e disciplina un’altra parte di uomini, in genere molto più
numerosa.
Considero la messa in produzione della società
come la massima espressione di questo sfruttamento, come una forma,
postmoderna appunto, di schiavitù: il capitale, nella sua fase avanzata
di sviluppo neoliberista, determina l’azzeramento del tempo e dello
spazio come condizioni multiformi della vita degli uomini ed instaura
invece un unico spazio/tempo, quello cioè del lavoro.
Le riforme postmoderne del lavoro (la legge 30 ne è
forse l’esempio migliore), più che abbassare i costi di produzione, più
che competere con economie di paesi emergenti, hanno come unico
obiettivo quello di fare della vita un lavoro ed ancora, degli uomini e
delle donne, una massa di individui precari incapaci di fare altro se
non lavorare.
Il capitale nella sua fase avanzata di sviluppo
neoliberista crede di poter mettere al lavoro l’intera umanità non
avendo considerato che il lavoro, oltre a produrre merci, ha cominciato
a produrre eccedenze appunto, ovvero interessanti quote
d’affetto, relazioni, pensieri, cure tra le persone che, proprio per
questo, cominciano a considerare ed a sperimentare la possibilità di
forme di vita alternative volte alla cooperazione,
all’auto-organizzazione, all’aiuto reciproco, alla solidarietà.
Come dire: l’ eccedenza delle produzioni del
lavoro nuovo ed atipico della post-modernità, è motore, in quanto
lavoro-vivo, di socialità e di comune.
L’ eccedenza è la contraddizione dello
sviluppo capitalistico, è l’inaspettato, è la quota di follia ovvero la
possibilità che le cose vengano sovvertite dal loro stesso flusso; l’eccedenza
è uno squarcio coraggioso ed atipico nel lavoro al tempo della
post-modernità.
L’ eccedenza immateriale del lavoro
infermieristico nel tempo della post-modernità, è la quota di lavoro
che, collocandosi fuori dall’aziendalismo della sanità, apre alla
possibilità di una nuova cura dell’altro che, accolto come
corpo-di-bisogni e non come cliente, sceglie ciò che desidera e non
subisce ciò che è economico: l’uomo coincide con il suo corpo, con la
sua singolarità umana e cessa di essere una merce. Ed ancora.
L’ eccedenza, almeno nell’infermieristica, è
un fattore di potenza che costruisce nuovi orizzonti di cura e, al tempo
stesso, mette in crisi l’impianto aziendalista dell’assistenza
sanitaria.
L’infermieristica che faccia dell’ eccedenza
della sua produzione, un punto irrinunciabile dell’assistenza e non già
uno scarto di cui liberarsi poiché non conveniente, diviene una pratica
di movimentazione sociale, una pratica d’insorgenze di persone,
infermieri e pazienti, non disposti a rinunciare al “loro cervello,
lo strumento di lavoro e sembrano non aver bisogno di un padrone che
glielo presti”.
Testi consultati:
-Movimenti nell’impero: passaggi e paesaggi.
Antonio negri
-Come sopravvivere allo sviluppo.
Serge Latouche.
-Utopie. Eterotopie. Michel Focault
Riferimenti fotografici:
Keith Haring senza titolo 1984
Keith Haring senza titolo 1984