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       Savar- Rivista del Nursing in movimento


 

 

 

 

 


Anoressia e spazi urbani

 Gli affamati, i folli, i tossicomani, i vecchi, le ragazze madri, i bambini senza cognome, ora come nel passato, costituiscono una umanità da catturare e collocare ai margini, all’interno di spazi urbani che, sotto la maschera della cura, provvedono al nascondimento e producono dimenticanze.

Lorenzo Marvelli

Affronterò il tema dell’anoressia non a partire da questo ma dagli spazi che la cura ufficiale assegna in genere ai disturbi dell’alimentazione muovendo, purtroppo, dall’indiscutibile concetto che ogni cura debba realizzarsi in un luogo deputato, perlopiù dotato di linee di demarcazione dallo spazio circostante e/o addirittura confinato nelle periferie urbane, collocato irrimediabilmente lontano dalla vita delle persone. 

Gli affamati, i folli, i tossicomani, i vecchi, le ragazze madri, i bambini senza cognome, ora come nel passato, costituiscono una umanità da catturare e collocare ai margini, all’interno di spazi urbani appositi che, sotto la maschera della cura, provvedono al nascondimento e producono dimenticanze.

Gli spazi ai margini sono fabbriche d’amnesie e gli individui che vi finiscono, scompaiono irrimediabilmente, dapprima conservando un ristrettissima esistenza nel ricordo sfumato dei propri familiari, un po’ appassionato e un po’ affranto, poi invece trasformandosi in veri e propri simulacri di se stessi.

La storia dell’ umanità marginale non è una storia poiché questa, avendo come fine ultimo la dimenticanza, non può essere raccontata: i corpi alla fame come tutti gli altri corpi allontanati dal centro, raggiunta la più totale trasparenza, ormai muti, non verranno più ricordati.

La marginalità e l’oblio sono la stessa cosa. 

Il corpo anoressico, corpo diafano per eccellenza, simulacro vivente di circa 30 chili, abita spazi marginali perché i suoi comportamenti volti al rifiuto, all’ostinazione, alla ribellione, abbiano una sonora punizione: gli apparati di cattura vessano i corpi alla fame con ogni mezzo a disposizione, utilizzando la chimica e l’elettricità, la psichiatria e la psicanalisi, la gastronomia e la dietologia. 

La struttura di contenimento dei corpi alla fame, impedisce ogni possibilità di fuga grazie a speciali porte, finestre, mura, grate. Capita talvolta che la struttura debba servirsi eccezionalmente di fasce di contenimento per gli arti al fine di poter introdurre, forzatamente, cibo nel tubo digerente, neutralizzando anche la più timida resistenza.

Il contenimento a letto dei corpi alla fame è una procedura sottoposta a verifiche e controlli da parte degli apparati della struttura, al fine di evitare abusi del personale addetto alle pratiche.

Esiste ormai una burocrazia apposita fatta di protocolli d’intervento, di registri, di cartelle cliniche ove ogni comportamento viene registrato pena l’adozione di provvedimenti disciplinari per il personale inadempiente. 

Diremo che mentre gli spazi al centro ovvero i luoghi per la vita delle persone, sono regolati da norme elastiche e comunque sempre discusse a vari livelli, gli spazi marginali invece, sottostanno ad una normativa rigida ed imposta dagli stessi apparati senza che, dall’esterno, possa essere esercitata alcuna partecipazione ai processi decisionali.

Ne consegue che un corpo alla fame, naturalmente libero d’autodeterminarsi e quindi di dar voce al proprio stato di persona che rifiuta il cibo, dal momento della sua cattura, perde questa sua possibilità in nome di una normativa interna che quasi sempre ignora.

 Questa differenza tra centro e periferia urbana, tra vita e oblio, tra storia e sparizione di corpi, è la definizione dell’anoressia prima d’ogni altra definizione che ne racconti i sintomi o le cause o la terapia.

Voglio dire che c’è un tempo in cui, quelle che diventeranno malattie del cibo, non lo sono ancora; lo diventeranno irrimediabilmente quando saranno gli spazi a declinarle, quando i luoghi della vita escluderanno i corpi alla fame dicendoli malati e destinati al lungo viaggio che si concluderà per loro, negli spazi di periferia, veri e propri non luoghi per ospiti senza storia e senza identità

E’ in questo transito che sta la nascita della malattia ed i luoghi/non luoghi, hanno una funzione costituente.

 Il transito centro/margine del corpo alla fame ricorda il transito del cibo attraverso il corpo: c’è sempre un dentro, c’è sempre un fuori.

Ed allora il trattamento ufficiale dell’anoressia, la sua presa in carico ma anche la sua espulsione, ne costituiscono la narrazione metaforica più che la sua cura; nell’allontanamento di questi corpi diafani c’è la rappresentazione dell’espulsione del cibo dal tubo digerente, c’è il suo allontanamento definitivo nelle cloache suburbane ove topi e scarafaggi la fanno da padroni.

 E’ come se il centro, il luogo ove le persone vivono, ossessionato dalla produzione e dal consumo di alimenti, si liberasse una volta per tutte da questa colpa, sacrificando corpi alla fame.

E’ come se questa umanità protagonista, per ancorarsi nella storia, avesse bisogno di escluderne un’altra.

Allora la risposta alla domanda rumorosa che i corpi di fame pongono alla vita, non è altro che la rappresentazione d’un immagine metaforica che li riguardi, un dire di loro, in luogo d’una proposta di cura condivisa.

Riferimenti fotografici:

Edward Munch Bambina malata 1896
Edward Munch Tra il let6to e l'orologio 1940-42