LA SALUTE E’ DAVVERO UN DIRITTO UNIVERSALE?
La sanità in Kenya è a pagamento
per la maggioranza della popolazione, il sistema sanitario nazionale copre
parte delle spese ospedaliere solo per coloro che hanno un lavoro regolare.
La maggior parte della popolazione non ha la possibilità di ricevere le cure
necessarie alla soluzione dei propri problemi di salute.
Fratel Beppe
In questi ultimi giorni i
giornali del Kenya danno ampio spazio alla notizia che il marito di Charity
Ngilu, Ministro della Sanità dell’attuale governo, è morto in un ospedale
del Sudafrica, mentre si sottoponeva a terapie non meglio specificate.
Mi è spiaciuto sapere di
questo lutto, ma allo stesso tempo mi sono chiesto: “ Come mai il Ministro
per la Salute decide di mandare il marito in Sudafrica per cure? Se il
Ministro ha come responsabilità quello di offrire ai cittadini prestazioni
sanitarie qualificate, perché non accetta di far ricoverare un proprio
congiunto in una struttura nazionale?”
Mi sono venuti in mente
tanti altri casi emblematici: quattro anni fa il Vicepresidente kenyano è
morto dopo sei mesi di ricovero in un ospedale di Londra. Prima ancora, il
carismatico presidente tanzaniano Nyerere aveva fatto lo stesso ed era morto
anche lui in Inghilterra.
Tutto questo è sintomatico
di una situazione sanitaria veramente precaria.
Prima di tutto bisogna
affermare che la sanità in Kenya è a pagamento per la maggioranza della
popolazione, in quanto il sistema sanitario nazionale copre parte delle
spese ospedaliere solo per coloro che hanno un lavoro regolare. Questo crea
delle situazioni paradossali in cui la maggior parte della popolazione non
ha la possibilità di ricevere le cure necessarie alla soluzione dei propri
problemi di salute.
E’ una cosa spiacevole, che
spesso fa problema ai volontari che ci accostano, ma noi dobbiamo sempre
chiedere ai nostri pazienti di pagare il conto dell’ospedale: cerchiamo di
tenere i prezzi bassi, ma non possiamo offrire prestazioni gratuite.
Pur essendo, insieme a
Matiri, la struttura sanitaria con i prezzi più bassi, spesso i pazienti non
possono pagare il conto del ricovero: questo crea a noi problemi enormi, con
ammanco di capitali che si accumulano di mese in mese, e che spesso ci
rendono problematico anche il pagamento delle medicine o degli stipendi.
Naturalmente questo non
significa che a Chaaria si rifiutino terapie essenziali a pazienti che sono
a rischio per la loro vita. Però è pur vero che dobbiamo far pressione su di
loro al fine di ottenere almeno qualcosa, se non proprio tutto l’ammontare
del debito.
Ciò che ha scompensato
l’andamento economico del nostro ospedale e lo ha reso sempre più
deficitario è senza dubbio l’alto numero di pazienti cronici o terminali che
spesso vengono abbandonati in ospedale per mesi e magari devono anche essere
sepolti qui perché nessuno viene più a vederli.
Questi pazienti terminali o
comunque non autosufficienti sono per lo più casi di AIDS in stadio
terminale, o esiti di ictus con paraplegia o emiplegia. Qui il problema
psicologico per noi è enorme: non possiamo dimetterli perché sono veramente
molto malati, e non riusciamo a far pressioni di pagamento perché i parenti
si danno alla macchia.
Indubbiamente il problema è
aggravato dalla tendenza diffusa a non dire la verità, per cui spesso non si
ha l’impressione di aiutare i più poveri, ma piuttosto i più scaltri che
sanno mentire meglio. Quante volte capita che qualcuno viene dimesso senza
pagare uno scellino e poi si viene a sapere più tardi che ha una casa in
muratura e magari una mandria di mucche.
Però non abbiamo il
personale sufficiente per verificare queste cose, per cui preferiamo
abbondare e lasciare che qualcuno ci freghi piuttosto che rischiare di
mandare via qualcuno che era veramente bisognoso.
Il problema diventa ancora
più grave quando si tratta di terapie più impegnative che necessitano il
trasferimento a Nairobi: il caso più emblematico è quello dei tumori maligni
che richiedono interventi complessi, chemioterapia o radioterapia. Altri
problemi più o meno insolubili sono quelli dei pazienti con insufficienza
renale che richiedono la dialisi, o le cardiopatie congenite dei bambini
quando la cardiochirurgia diventa necessaria.
All’inizio io cercavo di
convincere i familiari ad andare a Nairobi e a tentare il viaggio della
speranza, ma ora spesso taccio e non dico più nulla: infatti si creavano
spesso situazioni surreali, in cui io spiegavo con dovizia di particolari la
serietà della condizione e la necessità di una terapia complessa al
Kenyatta Hospital. Poi veniva il momento critico, quando loro mi dicevano:
“Non abbiamo soldi… Per favore aiutaci e poi ti restituiamo tutto poco per
volta”.
L’abbiamo fatto una volta
per un bimbo affetto da linfoma di Burkitt: abbiamo speso per lui una cifra
che ci sarebbe bastata per curare almeno 1000 pazienti con malaria
complicata. Il bambino ora sta bene, anche se purtroppo è diventato un
ladruncolo che non va a scuola a causa della cattiva situazione familiare.
In realtà però non ci è stata restituita alcuna somma di denaro e noi ci
siamo trovati nella necessità di dire di no a tantissime altre richieste,
perché non avevamo più fondi. Quell’unico bimbo è guarito, e questo è
sicuramente una cosa buona davanti a Dio; penso spesso alla poesia della
“Stella marina” che il bimbo getta in mare dopo averla trovata sulla
spiaggia… Però quanti altri sono morti senza che noi potessimo far nulla!
E’ triste ma si tratta di
considerare quanto è grande la torta che possiamo offrire ai nostri pazienti
e poi decidere quanto grande deve essere la fetta che possiamo dare ad
ognuno. Può sembrare cinico ed anche sbagliato, ma la decisione che ho preso
e di stabilire un limite, un tetto massimo alle prestazioni che possiamo
offrire: tutto ciò che eccede il tetto massimo, non lo nomino neanche al
paziente.
Per esempio non dico ad un
paziente con insufficienza renale che c’è la dialisi a Nairobi, perché so
che lui non se la potrà permettere; io poi so di non farcela a
sponsorizzarlo, per cui preferisco evitare di creare in lui false speranze,
e faccio le terapie che la nostra struttura può offrire o al massimo gli
dico di provare a rivolgersi ad un altro medico per vedere se per caso a lui
vengono altre idee.
Dire al paziente che la cura
ci sarebbe e poi non dargli i soldi per la medesima, normalmente porta a
situazioni di grave tensione interiore: personalmente ci si sente dei vermi,
ed in più si viene coperti di insulti dai congiunti che non comprendono i
nostri problemi economici e pensano che un “MZUNGU” abbia soldi all’infinito
Queste considerazioni
portano alla logica conseguenza che alcuni strumenti diagnostici sono a
volte quasi un’arma a doppio taglio: pensate alle biopsie. Si fanno con la
speranza che l’esito sia negativo, o che si tratti magari di una forma
infettiva di cui si conosce la terapia(per esempio TBC dei linfonodi)… ma se
poi la biopsia diventa positiva per tumore maligno, il problema economico
con tutti i suoi risvolti psicologici, riappare immediatamente.
Non so se ho in qualche modo
espresso il nostro dramma quotidiano: è una situazione che per un Italiano
ha dell’assurdo, perché da noi gli ospedali pubblici sono totalmente
gratuiti, o comunque c’è un rimborso quasi totale delle spese anticipate dal
paziente.
Qui è diverso. La
dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto universale alla salute non
trova attuazione pratica, e purtroppo lo spartiacque tra chi può essere
curato e chi no è sempre dettato dal denaro…
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