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“il-mio-paziente-rosso”
Lorenzo Marvelli
Sono in aeroporto ed ho appena terminato un intervento su un
ustionato che ho portato al Sant'Eugenio di Roma. Al ritorno avevo
una serie di immagini che ho inteso raccogliere in questo documento.
Come al solito, nulla di quello che scrivo è inventato.
Ustioni diffuse in tutto il corpo. Primo, secondo,
terzo grado. Incidente.
Il
corpo ustionato è un corpo dolorante. Le vesciche sono gonfie di liquidi. Il
rosa dell’eritema è come un organo che si mostra, che viene al mondo.
Gridando. Gridando. Gridando.
Toccare il corpo ustionato il meno possibile. Mi è
addirittura venuta in mente una grande ventola per spostare masse d’aria con
delicatezza sulla pelle bruciata.
Attenzione all’eritema, qui il dolore è più forte ed il
contatto con altri corpi, anche d’aria o acqua, può avere il peso d’una
pugnalata.
E se usassi colori?
Se mettessi del giallo sul rosso-fuoco?
Magari del blu. Il blu-metilene dei laboratori
d’analisi.
Potrei colorare la pelle di colori indolori.
Per
spegnere fuochi!
Per
quietare dolori!
Il fuoco sulla pelle ha il rumore delle risa d’un
diavolo. Gli elementi paiono esserci tutti: il rosso, le scintille, lo
scricchiolio, la cenere, il peccato, l’eresia (?).
Questo corpo d’ustioni che chiamo “il-mio-paziente-rosso”
mi guarda chiedendomi un aiuto che è un non-aiuto.
Ovvero: “il-mio-paziente-rosso” non desidera che
io tocchi il corpo d’ustioni e mi prega di guardarlo senza toccare.
-Come posso aiutarti senza almeno
sfiorarti?
-Soffia la
mia pelle… soffia, soffia!
Avessi avuto la ventola… allora avrei fatto sul corpo
il Grande Vento.
Il medico rianimatore al mio fianco sembra pensare in
proposito:
-Qualsiasi massa d’aria a contatto con la pelle
ustionata, veicolerebbe vagoni di germi patogeni ed il rischio d’infezione
sarebbe il punto di partenza di qualsiasi possibile ragionamento
prognostico.
Escludo il Grande Vento su “il-mio-paziente-rosso”.
Osservo impotente il dolore liquido nelle vesciche rigonfie. Quando
esplodono emettono urla lancinanti come gli eretici (?) al rogo.
Immagino il dolore sulla mia pelle. Questo dolore rosso vivo, liquido,
avvolto nella pelle traslucida delle vesciche.
Guardo controluce il dolore. E’ radioso come una luce. E’ rumoroso come
la luce.
“il-mio-paziente-rosso” è disteso
davanti a me ed invoca il mio astenermi-da:
-Non
toccarmi. Soffia la mia pelle… soffia, soffia!
Ora.
Verso una pratica infermieristica nascosta, taciuta,
quasi rubata.
Perché il medico rianimatore non abbia da pensare nulla
in proposito, io stesso espiro su questa pelle d’ustioni, una silenziosa
colonna d’aria, attento a trattenere germi patogeni (per quel che si può),
nella speranza di alleviare il dolore, di toccare senza toccare, di fare
senza fare.
Soffio, soffio, soffio…
Il corpo d’ustioni ora sembra pulsare ed abbandonare
per un attimo la rigidità rattrappita degli inferni di fuoco di questo tipo.
Il rosso sembra quasi mutare in rosa. Per un attimo. Un
attimo.
Ricordo una bambina tra i piedi. Anche lei in fiamme.
Eravamo in casa.
Ricordo la piaga sulla coscia di una ragazza scesa
maldestramente dal motorino.
Ricordo l’asfalto nero sulle pelli di 100, 1000 corpi
riversi a terra dopo gli impatti.
Ricordo il dolore di questi corpi eretici in fiamme.
Credo che anche la mia morte verrà dal fuoco.
Non ho più aria da soffiare. Torno attento sul corpo
rosso disteso davanti.
“il-mio-paziente-rosso” mi guarda sorridendo
attraverso una delle mille vesciche gonfie di liquido. Mi pare di guardare i
suoi occhi attraverso la luce della pelle sollevata, mi pare che sorridano
in quest’attimo di pace e di aria rubata.
“il-mio-paziente-rosso” non ha più male da
urlare ed il mio soffio ora gonfia le sue vesciche liberate dal liquido di
fuoco.
Perché abbia pace.
Prima di morire.
Nella figura Marco Mafai "massacro" 1943 (particolare |