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Le metamorfosi di F. Kafka:
infermieristica sul decubito obbligato a letto
Lorenzo Marvelli
Gregorio Samsa, svegliatosi una mattina da sogni
agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.
Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo
vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in
cima a cui la coperta da letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a
fatica. Le gambe numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua
corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio
dinanzi ai suoi occhi.
Il punto di partenza è la
collocazione del CENTRO dell’infermieristica nel corpo e non nelle sue
complicate malattie.
Se infatti è il farmaco nella sua concezione trascendente, a funzionare come
significante dominante nella relazione medico/paziente, ciò che invece
caratterizza l’infermieristica è l’immanente sua ricollocazione al di fuori
di quella relazione ovvero la sua quotidiana distanziazione fino alla vera e
propria sottrazione al paradigma classico di cura
malattia-diagnosi-somministrazione del farmaco.
Ogni tanto voleva alzarsi tranquillo e
indisturbato, vestirsi e soprattutto fare colazione… Avrebbe avuto bisogno
di braccia e di mani per lavarsi, e invece aveva soltanto tutte quelle
zampine, che senza interruzione si agitavano in ogni senso e che inoltre
egli non sapeva comandare.
Il paradosso è che
l’infermieristica è estranea alla cura della malattia poiché è pratica di
continuo avvicinamento al corpo-di-bisogni.
Questa ridefinizione dei rapporti di forza tra corpi ed assistenza, può
essere il senso della nuova infermieristica che ri-cerca nuovi significati
per il concetto di paziente ma anche per quello di malattia, di presa in
carico, di cura, di guarigione: se per secoli la Medicina è stato l’unico
linguaggio attraverso il quale si è cercato di raccontare la parabola dei
corpi, ora, accanto ad essa, l’Infermieristica pone all’attenzione le sue
forme, i suoi segni, le sue parole per dire di quei corpi ciò che sin ora
non s’è detto.
Dapprima voleva scendere
dal letto con la parte inferiore del corpo, ma era troppo difficile
smuoverla e poi egli non l’aveva ancora veduta e non sapeva neanche farsene
un’idea esatta: era così lento a muoversi!
Una prima operazione
potrebbe essere allora quella di una sostituzione semantica: al termine
malattia, l’infermieristica sostituisce il concetto di corpo-di-bisogni
che eccede la forma grammaticale del termine sostituito, sino alla
liberazione di un più ampio senso che occupa quei territori che precedono e
seguono immediatamente la Parola ovvero quella “parola prima delle parole”
con la quale Artaud scardinava sino all’incendio, ogni tipo di pregiudizio
sul corpo organizzato ed oggetto di quei poteri che Focault definisce
sorveglianti e disciplinari.
Cercò perciò di scendere dal letto con la parte
superiore, e voltò la testa con prudenza verso l’orlo del letto… Ma quando
la porse fuori dal letto nel vuoto, ebbe paura di spingersi ancora innanzi.
In virtù di questa
sostituzione semantica, un individuo il cui stato risulti obbligato al letto
da nessun altro se non da se stesso, non è più una persona malata di ictus
cerebri o Altzheimer o frattura degli arti ma è un corpo-di-bisogni
che dice di sé ciò che la sua malattia tace ovvero l’impossibilità al
movimento, all’autodeterminazione altrove ed eventualmente anche possibili
specificazioni come una certa marginalità sociale e relazionale, una sorta
d’abbandono e poi il dolore nelle sue forme globali, il fastidio per la
luce, il rumore, la continua intrusione di atti ingiustificati ed incompresi
nella proprie cavità corporee, sulla propria superficie epidermica.
… si disse ancora una volta che non poteva
assolutamente restare a letto, e che l’idea più ragionevole era di fare
qualunque sacrificio, se c’era anche la minima speranza di scendere.
L’infermieristica in questo
caso è il linguaggio attraverso il quale il bisogno smette d’essere silenzio
per divenire voce, rumore sino al frastuono dell’urlo o alla nenia del
lamento; è ancora lo strumento grazie al quale il sommerso può riemergere al
di là delle parole, raccontando storie invece che nascondendo grammatiche
diagnostiche.
Ma poi si disse: “Prima
delle sette e un quarto bisogna assolutamente che abbia lasciato interamente
il letto”.
Il corpo-di-bisogni, non più malato, non ha
allora più necessità di farmaco ma d’un avvicinamento in quanto soggetto
che produce mille significati da leggere che spesso sottostanno alla
relazione terapeutica lasciandosi credere inesistenti.
E si mise all’opera per
spostare, con un’oscillazione sempre uniforme, il corpo in tutta la sua
lunghezza fuori dal letto.
Questo corpo obbligato a
letto da se stesso, esplicita finalmente attraverso l’infermieristica il suo
bisogno di liberazione dall’immobilità, il suo sfrenato desiderio di
riconquistare autonomia, capacità, intenzione.
Ma questo corpo è finalmente anche in grado di resistere alla riduttiva
significazione che lo vuole mera espressione di malattia, è anche in grado
di dire al di là delle parole ciò che vuole e ciò che non vuole, avendone
peraltro pieno diritto anche quando taluni vorrebbero far credere ad una sua
presunta incapacità di intendere e volere.
Lasciandosi cadere in
questa maniera, il capo, che cadendo voleva tenere ben sollevato, doveva
rimanere logicamente illeso. La schiena sembrava essere dura, e cadendo sul
tappeto non si sarebbe forse danneggiata.
L’infermieristica ovvero il
linguaggio attraverso il quale il corpo-di-bisogni dice di sé oltre
le parole, racconta di corpi incoscienti a letto ma pienamente padroni di
sé, di corpi privi di parole ma assolutamente loquaci, di corpi che vogliono
pur non esercitando apparentemente volontà.
“Io mi meraviglio, mi meraviglio; credevo di
conoscerla come una persona quieta e di buon senso ed ora sembra che
improvvisamente lei voglia fare sfoggio di capricci eccezionali”
Un corpo-di-bisogni
in decubito supino obbligato, vuole senza che nessuno si arroghi il diritto
di dire quella volontà in sua vece presumendo parole; la malattia e la
grammatica dei sintomi non possono tradurre alcun bisogno se non la
necessità di potere sui corpi di chi ciecamente ha praticato tale
presunzione che poi ci siamo abituati a chiamare con il nome di Scienza
Medica.
Dunque non si
comprendevano più le sue parole, benché a lui fossero sembrate abbastanza
chiare, anzi più chiare di prima, forse per l’abitudine dell’orecchio.
Allora l’infermieristica,
nella sua peculiarità di scienza assolutamente corporea, può per certi versi
rappresentare una via d’uscita dallo stallo scientista cui versa la Medicina
contemporanea, scienza che dice al posto degli altri, scienza che pretende
il silenzio di tutti perché sia la Malattia e non altri, a dare spettacolo
di sé.
Solo ripensando se stessa, la Medicina Ufficiale può proporsi come ulteriore
possibilità per il corpo-di-bisogni.
Solo scegliendo di cedere potere e monopoli, la Medicina potrà pensare di
camminare accanto all’infermieristica disegnando insieme luoghi di
accoglienza e libertà, di comunicazione ed uguaglianza, di solidarietà e
rispetto per i corpi che diranno, senza il timore d’essere obbligati, se
vivere o morire.
Per procurarsi una voce possibilmente chiara per
le prossime decisive conversazioni, tossì un poco, sempre affannandosi a far
ciò quasi sottovoce perché forse anche questo rumore suonava diversamente
dal tossire degli uomini.
Non possiamo essere noi a
dire quando il tempo del decubito obbligato a letto è finito: questo gli
infermieri lo hanno sempre saputo. E’ in questo sapere che tace il
secretum della professione.
La porta venne sbattuta ancora col bastone, poi
finalmente tutto fu silenzio.
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