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La sanità cinese al bivio,
anche la salute della popolazione è importante
Un
articolo pubblicato nel numero del giugno 2003 sul giornale “Dushu” parla
del deterioramento del sistema sanitario cinese. Durante la Repubblica
Popolare di Mao il sistema era basato su interventi di sanità pubblica, oggi
con l’adesione alle regole di mercato viene meno l’equità e l’accessibilità
alle cure sanitarie.
Wang
Shaoguang
La
crisi della SARS sembra superata, tuttavia quello che è successo non deve
essere trascurato. Il disastro, apparentemente un improvviso e unico
avvenimento, mostra, infatti, la vulnerabilità del sistema della salute
pubblica cinese.
Se noi vediamo la crisi
della SARS in un contesto generale e analizziamo le cause sistematiche che
ci sono alla base, disastri simili o più gravi potrebbero verificarsi.
In riferimento a cosa ci sia
stato dietro alla crisi, un’ opinione sottolinea la grave inadeguatezza
dell’input complessivo della Cina nelle cure mediche. Occorre leggere
attentamente i dati, infatti, la spesa totale a questo riguardo è cresciuta
con una velocità impressionante: un aumento di circa 7 volte in più in
appena più di 10 anni. La Cina ha una spesa in cure mediche pro capite che
rimane bassa in confronto ai paesi sviluppati, tuttavia, dato il livello del
suo sviluppo economico, la sua cifra totale è accettabile, ammontando a 5.7%
del GDP, più alto della media mondiale di 5.3%.
Stando così le cose, ci si
aspetterebbe un visibile miglioramento nella salute della popolazione. La
realtà non conferma questa aspettativa. Due indicatori sono universalmente
considerati per verificare lo stato di salute della popolazione in un dato
paese: la probabilità di vita media e il tasso di mortalità infantile. A
questo riguardo, i nostri funzionari spesso molto orgogliosamente fanno
notare che le probabilità di vita media della Cina sono salite dai 35 anni,
precedenti al 1949, agli attuali 71.8 anni, più alta della media dei paesi
con reddito medio e che il tasso di mortalità infantile è diminuito dal 20%,
prima del 1949, all’attuale 3.2%, vicino a quello dei paesi con reddito
medio. Questa affermazione nasconde alcuni fatti. Per quanto riguarda
l’aspettativa di vita, nei 15 anni precedenti il 1980 la media è salita da
60 a 68 e più anni, mentre nei 21 anni dal 1980 in poi, la media è cresciuta
di meno di 3 anni. Si potrebbe dire che il lento progresso dopo 1980 è
attribuibile al fatto che il punto di partenza era alto, e che prima le
conquiste erano più facili dato che il punto di partenza era basso, ma
questo è un argomentazione troppo vaga. Nel periodo tra il 1980 al 1998,
l’aspettativa di vita in Cina aumentò di 2 anni mentre la regione
amministrative di Hong Kong, in Australia, Giappone, Nuova Zelanda e
Singapore, che partivano da un punto più alto della Cina nell’1980, videro
un aumento di 4 a 6 anni.
Lo Sri Lanka, con lo stesso punto di partenza, ha visto una crescita di 5
anni. All’epoca tutti i paesi panasiatici avevano una mortalità infantile
più bassa della Cina, ciò nonostante tre paesi riuscirono ad abbassare la
percentuale rispetto alla Cina. Altri cinque paesi e regioni aumentarono di
un margine più modesto, in quanto la loro percentuale di mortalità infantile
era già sotto il 4%.
Dagli inizi degli anni 90 c’è stato un numero crescente di cattivi segnali
nel campo della salute in Cina. La Cina aveva già fatto dei progressi
notevoli e realizzazioni ben note nella cura preventiva di malattie
infettive ed endemiche, dimostrando pienamente il vantaggio del sistema
socialista.
Comunque la percentuale di
insorgenza di malattie infettive s’è costantemente abbassata durante 40
anni, e resa pubblica come necessitava, ha cominciato poi a rallentare negli
anni recenti, ed ora ci sono segni di una inversione.
Nei primi 30 dei 50 anni di governo della Repubblica Popolare Cinese,
nonostante le insufficienti risorse, la percentuale di morbilità della
tubercolosi crollò del 60 –70%; nei 29 anni successivi, nonostante una
maggior disponibilità di risorse e il progresso in termini di cura, il tasso
di morbilità piuttosto che diminuire ha dato segni di aumento.
Oggi, la Cina è il secondo paese nel mondo con il più alto numero di casi di
TBC, e il più alto numero di portatori del virus epatite B. Questa posizione
non è un vanto, inoltre le malattie veneree che erano state eliminate stanno
ritornando, e si stanno diffondendo rapidamente, minacciando da 10 a 20
milioni di persone entro il 2010, creandosi una cattiva fama nel mondo. Per
quanto riguarda le malattie endemiche, la maledizione della temuta
schistosomiasi che era stata eliminata negli anni ‘50 e ‘60 del secolo
scorso, è nuovamente tornata.
Nel periodo precedente
all’inizio del processo di “riforma e apertura”, la Cina era vista come un
esempio nell’area della salute pubblica anche se la sua economia era debole
e la salute del popolo in termini concreti non era di un alto livello. Fino
agli anni 80 la Cina non è mai stata tra i primi in termini di GDP pro
capite, eppure la sua posizione avanzava di molto quando si trattava
della salute e per questo generalmente elogiata.
Per più di 20 anni, da quando iniziò il processo di
“riforme e apertura”, la Cina ha miracolosamente mantenuto una rapida e
continua crescita economica, con grandi progressi nella scienza e
tecnologia. Allo stesso tempo, la percentuale di cure mediche pro capite è
visibilmente migliorata. In questo contesto il settore della salute pubblica
avrebbe potuto trarre beneficio, ma i risultati, invece, sono stati
deludenti.
Nell’elenco OMS del 2000 riguardante la performance nel
settore pubblico, tra i 191 paesi membri la Cina si classificò al 144°
posto, dietro a Egitto (63°), Indonesia (92°), Pakistan (122°) Sudan (134°)
e Haiti (138°) nonostante che questi paesi
possedessero un GDP pro capite più basso della Cina.
Questo è cosa grave, perché
siamo stati abituati a ricevere pacche sulla spalla dagli organismi
internazionali per le nostre conquiste economiche, ma ad un’economia più
forte avrebbe dovuto corrispondere un livello più alto di sviluppo
tecnologico e scientifico rispetto al passato, e
allora, come mai lo stato della salute pubblica è
peggiorata rispetto al passato?
Attendiamo da tempo una
riflessione su questa tema, non farlo, ce lo ricorda la SARS,
significherebbe permettere maggiori e più frequenti disastri. Mentre i
settori governativi della salute pubblica hanno delle loro responsabilità
ci sono due principi nel pensiero generale che guidano le riforme e
che sono la causa del peggioramento della salute pubblica.
Il primo è una fede cieca
nella crescita economica. È da molto tempo che viene detto con enfasi
“l’importante è lo sviluppo”. Qui, il termine “sviluppo”
nell’interpretazione più pura, dovrebbe significare lo sviluppo complessivo
sociale ed economico, non dovrebbe in nessun modo mirare al solo sviluppo
economico. In realtà i membri dei governi a tutti i livelli intendono
per “sviluppo” “lo sviluppo economico”; il passo successivo a questo è che
lo sviluppo rapido dell’economia deve essere ricercata a discapito di tutto
il resto, ambiente, giustizia sociale, diritti e benefici dei lavoratori e
salute pubblica. Quando qualcuno dice che occorre “contare sullo sviluppo
per risolvere gli altri problemi”, crede che con
la crescita continua dell’economia tutti i problemi verranno facilmente
risolti, come fosse una passeggiata nel parco. Il governo non ha mai
espresso pubblicamente che la salute pubblica non è importante. Comunque,
dopo il 1983, la percentuale della spesa del governo per la salute pubblica
è stata drasticamente ridotta sia nel budget che rispetto al GDP.
Confrontando la percentuale di spesa dal primo al
quinto “piano quinquennale” questa continuava a crescere fino al limite
storico negli anni 1980. C è un detto che dice “Una azione parla più di una
dozzina di linee guida”, il budget del governo negli ultimi 20 anni ci dice
di sicuro che la salute pubblica non è più una priorità.
Certamente, questo non
significa che la crescita economica è collegata al miglioramento del
benessere pubblico (incluso la salute pubblica). Tale miglioramento è solo
una questione di tempo, se il risultato della crescita economica è condivisa
da tutte le classi sociali. Se al contrario, è soltanto una parte del popolo
ne beneficia, allora, per quanto veloce, la crescita non porterà dei
benefici alla società in generale. Ci sono molti esempi in vari paesi già
negli anni 1970 sui quali gli specialisti hanno posto la loro attenzione.
La nostra dedizione alla teoria dello sviluppo e alla
crescita economica in questi 20 anni ci ha fatto diventare in realtà
insensibili alle tristi esperienze di altri paesi. È un peccato, insieme al
cambiamento della Cina da una società di grande giustizia ad una di grande
ingiustizia, si verifica in modo sempre più evidente lo scollegamento tra
crescita economica e benessere pubblico. Dal 1993, la nostra economia ha
visto una crescita annuale dell’8-9%. Eppure, contemporaneamente, lo stato
della salute pubblica è peggiorata, intensificando la crisi sociale. Stiamo
assaporando il vino amaro che noi stessi abbiamo miscelato.
Il secondo è una fede cieca
nel mercato. La riforma del sistema di cura sanitaria iniziò negli anni 80.
Allora i problemi risiedevano in una “economia di stenti”, riflesso
di tre difficoltà di accesso: al dottore, al letto d’ospedale, ad
un’operazione. Per colmare il divario tra richiesta e offerta, il punto
focale della riforma degli anni 80 era espandere i servizi. Alla fine degli
anni 80, i problemi dei “ tre accesi difficili” erano stati più o meno
affrontati. All’inizio degli anni 90 come obiettivo della riforma si impose
l’economia di mercato e gradualmente i servizi medici furono inghiottiti da
questo processo.
L’essenza della riforma della assicurazione medica è la
costruzione di meccanismi di condivisione con altri soggetti in modo che lo
stato non è più l’organo che copre tutte le spese. Il punto focale della
riforma istituzionale è aggiustare il prezzo dei servizi, di modo che ci
possa essere un meccanismo ragionevole di compensazione. La riforma nella
produzione e distribuzione dei farmaci mira ad apportare più competizione.
L’ipotesi sostenuta è che il mercato apporterà efficienza nella
distribuzione delle risorse, incluso quelle mediche. Come poi è stato
dimostrato questa ipotesi è completamente sbagliata.
Nell’area della salute
pubblica, il comportamento umano è altamente incline all’errore. Per
esempio una persona colpita da SARS, a causa dei
costi, evita di curarsi, e perciò diffonde la malattia.
La natura della cura medica
è tale che tra chi fornisce e chi chiede un servizio l’informazione può
risultati diversi. Per esempio, un medico potrebbe prescrivere medicinali
non strettamente necessari, oppure troppo costosi per i bisogni del
paziente. Quando si applicano le “teorie economiche” il fallimento della
cure mediche può essere la regola.
Infatti, la maggioranza
delle economie di mercato hanno rifiutato l’idea che il mercato governi del
tutto la sanità. Nei trenta paesi membri del OECD, la spesa per la cure
sanitarie sono quasi interamente a carico del governo, e soltanto in 5 stati
il governo condivide con altri soggetti il 70% della spesa. Questo è il caso
della Cina?
All’inizio del processo di
riforma, la percentuale di budget governativo per la sanità era del 36% è
calato al 14% nel 2000. Allo stesso tempo, la parte societaria (spese per
l’assicurazione medica) calò dal 44% al 24,5%. Il risultato fu che la
percentuale a carico del singolo cittadino
continuò a crescere fino al 60.6% dal 23% del
1980.
In altre parole l’aumento
della spesa sanitaria in Cina in questi anni ha pesato sulle tasche di ogni
singolo cittadino. Non c’è da meravigliarsi dunque se per la gente comune
diventa sempre più costoso fare una visita dal dottore e procurarsi dei
medicinali. In confronto agli altri paesi, le cure mediche in Cina sono
quelle più orientate al mercato.
Perciò, il vecchio detto: ”il governo “copre tutto” non
è più valido, anche perché la Cina non potrebbe permetterselo.
Mentre in Cina, la percentuale dei fondi pubblici
per le cure sanitarie nel 2000 erano meno del 40%, questa percentuale nei
paesi sviluppati raggiunge in media il 73%, anche nei paesi meno sviluppati
la media s’avvicina al 60%. Se i governi nei paesi più poveri riescono a
sopportare il peso maggiore delle spese per le cure sanitarie, che
motivo ha la Cina per non farlo? Sia che il peso della spesa sanitaria gravi
sul governo che sul singolo non è soltanto una questione di soldi o di chi
paga. Se la spesa grava sul singolo individuo l’acceso alle cure mediche
necessarie sarà largamente determinato dal reddito di ciascuno e dalla
distribuzione della ricchezza. Finché il reddito e le ricchezze non saranno
equamente divise tra tutti livelli sociali sarà inevitabile che un’economia
iniqua si tradurrà in un acceso iniquo al servizio sanitario, che a sua
volta danneggerà lo stato di salute della intera popolazione, se invece le
spese graveranno maggiormente sul governo, allora, anche ai poveri saranno
assicurati i servizi di base. Questo non può che essere positivo per lo
stato generale di salute.
La fede cieca nella crescita economica ha annebbiato il
pensiero di chi formula le leggi, con gravi conseguenze specialmente in
campo sanitario, ciò ha portato ad una mancanza di adempimenti dei propri
doveri e di responsabilità da parte del governo.
Inoltre la fede cieca nel mercato ha portato al fallimento del mercato, cioè
il fallimento della distribuzione di risorse del mercato per la cura medica,
scontrandosi con il principio di equità e risultando perciò inefficiente.
Il fatto di “enfattizare” fortemente la cura e meno la prevenzione” è
la prima conseguenza che la rete di prevenzione è diventata l’anello più
debole.
Durante la Repubblica
popolare Cinese, per un lungo periodo, il principio ufficiale mirava ai
servizibase per la salute, come la prevenzione e la lotta alle malattie
infettive. Con leggi che miravano alla prevenzione e all’uso di tecniche
terapeutiche a basso costo la Cina riusciva a dare una cura medica di base a
tutti, anche se lo sviluppo economico era basso. Nel mondo si elogiava il
“modello cinese”, ma dall’inizio del 1980, questo approccio nei fatti
efficace fu etichettato come “primitivo” o “egalitaristico”. Nel frattempo,
il punto focale della cura medica si è silenziosamente spostato dai paesi
rurali alle aree urbane, e da “alta prevenzione” a “alta cura e
trattamento”, da basso costo a tecnologia
ad alto costo. Da 10 anni o più i grandi ospedali nelle grandi città hanno
sostituito maggior parte degli strumenti e
macchinari. Contemporaneamente le risorse per la prevenzione e la ricerca
per la cura delle malattie infettive sono diminuite. Troppo spesso i fondi
sono stati trovati soltanto quando una malattia si era già diffusa e dal
momento in cui, la malattia è stata affrontata, i fondi venivano tagliati.
Il fenomeno è stato
battezzato “il Dio della fortuna all’inseguimento del Dio della Pestilenza”.
Non ricevendo nessun fondo gli enti responsabili per la prevenzione delle
malattie infettive non hanno avuto modo di ammodernare i loro strumenti.
Nelle vaste aree nel centro e nella parte ovest della Cina, gli enti di
prevenzione delle malattie nelle zone rurali devono accontentarsi di
macchinari molto vecchi, mentre alcuni non riescano nemmeno a pagare il
personale che ci lavora.
In tali circostanze, sarebbe
troppo chiedere il controllo delle malattie infettive e endemiche. A corto
di fondi tanti servizi sanitari concentrano i loro sforzi nel offrire
prestazioni mediche e il ricovero a pagamento meramente per poter
sopravivere; mentre i centri per la prevenzione con mille scuse cercano il
modo per poter mettere più tasse nel nome della “sorveglianza medica”, un
metodo per sopravivere.
Non sorprende che le loro capacità nel prevenire e
controllare effettivamente la diffusione delle malattie è fortemente
ridotta. In tante zone il sistema di prevenzione sta crollando. Durante la
crisi della SARS, tutti i dirigenti a tutti i livelli temevano che si
diffondesse nelle aree rurali, ma perché questa paura? Perché la rete
preventiva della Cina è piena di buchi. La
seconda conseguenza è una gravosa ineguaglianza.
L’OMS nel 2000 ha condotto
un indagine sui 191 paesi membri sul tema dell’equità nei loro sistemi
sanitari. La Cina si piazzò al 1880simo, cioè al quart’ultimo, soltanto
avanti del Brasile, e della Sierra Leone, e tra i paesi meno equi c’è
l’India, paese che la Cina ha sempre considerato il luogo dove “la
forbice di iniquità tra ricchi e poveri è più larga”, ma nella lista è 43°.
L’Iraq è 56simo, il che non è per niente male, considerando le sanzioni
economiche che subisce da una decina d’anni. Il Pakistan, Indonesia, Egitto
e Messico, paesi in via di sviluppo, hanno tutti fatto meglio della Cina.
Per il paese che si professa “socialista” questo è una vergogna
imperdonabile.
Questa iniquità si
manifesta principalmente in tre aspetti:
1 Disparità Regionali,
come si diceva prima, nella distribuzione della spesa per le cure sanitarie.
2 La spesa delle cure
sanitarie consiste nella spesa del singolo cittadino e nella provvigione
governativo del budget. Il reddito locale pro-capite determina il
livello della spesa in una determinata provincia. Il divario economico tra
le province riflette chiaramente il divario della spesa tra individui. Per
quanto riguarda il budget, non ci si dovrebbero aspettare differenze
significative regionali se il governo distribuisse i servizi in misura
uguale a tutti cittadini, insieme alla cura sanitaria, in Cina però, questo
non avviene. In Cina, oltre il 90% dei fondi allocati nelle cure mediche
provengono dall’erario locale, non quello centrale. Perciò la capacità
fiscale di una provincia determina la misura dei fondi.Più
forte è l’economia in una data provincia, più alta è l’allocazione pro
capite di cure mediche. Il divario di
fondi corrisponde ad un divario significativo della qualità dei servizi.
Uno sguardo veloce nei luoghi più colpiti dalla SARS: Pechino
possiede 6,28 posti letto ospedaliero per ogni 1,000 persone, Shan-xi ha
3,23 e la Mongolia interiore 2,7, e questi ultimi due non sono quelli che
hanno la peggior disponibilità di risorse e di attrezzature mediche. Di
tutte le province della Cina, la metà versano in condizioni peggiori di
queste. Se la SARS ha provocato paura in queste regioni, si può immaginare
cosa succederebbe se colpisse le regioni meno equipaggiate per combatterla.
3. Il divario tra aree
urbani e rurali. Prima della fondazione della PRC nel l949 l’accesibilità
ale prestazioni mediche e ai farmaci nelle aree rurali della Cina era
minima, malattie infettive e endemiche rendevano lo stato della salute della
popolazione molto basso. Dopo il 1949 soprattutto dopo il 1965 quando il
Presidente Mao ha detto “facciamo che le aree rurali diventino la nostra
priorità nella cura della salute”, la situazione da allora migliorò le
risorse mediche nelle aree rurali. Nel periodo tra 1965 a 1975, la
percentuale di letti disponibili nelle aree rurali aumentarono dal 40% al
60%. Alla fine del 1960, si diffuse la “cura sanitaria cooperativa”. Nel
1980 circa il 90% dei villaggi registrati come unità riconosciute ai
fini amministrativi, avevano realizzato una rete di servizi medici su tre
livelli (contea, paese, villaggio) che funzionava
contemporaneamente per la prevenzione, la cura e promozione per la salute.
L’obiettivo di evitare il bisogno di spostarsi fuori dal villaggio per
curare le malattie minori e di uscire dai paesi per curare le malattie più
gravi fu praticamente realizzato. Si sapeva comunque che anche in quel
periodo esistevano ancora delle differenze tra le condizioni rurali e
urbane, ma furono ridotti in modo significativo rispetto a prima. Com’è la
situazione ora? Prima di tutto l’85% delle provvigioni del budget
governativo va alle aree urbane e solamente il 15% alle aree rurali.
Il governo provvede con 120
bilioni di yuan all’assicurazione medica per i lavoratori governativi e le
imprese governative, ma i beneficiari sono abitanti urbani, per un totale di
70 milioni, cioè meno di 6% della popolazione totale. La stragrande
maggioranza rimane senza cure mediche. Il sistema di cura sanitaria
cooperativa s’e completamente disgregata a seguito della dissoluzione dei
comuni.
Agli inizio del 1990 ci fu
qualche tentativo del governo per ripristinare, ricostruire il “sistema
medico cooperativo” ma la sperimentazione in varie zone rurali fallì.
Il problema è che la gente della campagna deve sempre pagare di propria
tasca per le cure mediche. Anche in questo gli abitanti urbani spendono
3,5volte di più. La spesa totale per le cure mediche è formata da
provvigioni governative, assicurazioni mediche e una partecipazione
individuale. Secondo una stima del 2000, gli abitanti delle campagne, 2/3
della popolazione totale, spende un ¼ della spesa totale, mentre quelli
delle città, 1/3 della popolazione, godono dei ¾ del totale. a questo A
questo livello le diseguaglianze non sono solo contro l’etica dei principi
del socialismo, ma offende persino il comune
senso di giustizia.
Ciò che preoccupa di più è
il trend, nel 1993 la spesa totale per le zone rurali era il 34,3%
nel 1998 24,9%, fino al 22,5% nel
2000, ciò significa un calo di più di 10 punti in sette anni; è spaventoso
pensare che se di questo passo la percentuale diminuirà ancora.
Le diseguaglianze della spesa riflette
indubbiamente l’iniquità della distribuzione delle risorse. La disponibilità
di letti nelle zone rurali è calata dal 69% del 1982 al 34,2% del 2001, più
bassa della percentuale del 1965 quando Mao criticò il Ministero della
Sanità come uno dei “Bureau che serve solamente i ricchi delle città”.
4. Il divario dei livelli
sociali delle persone. Il fallimento del governo e il fallimento dei mercati
hanno portato all’aumento dei costi delle cure mediche. Nel periodo
1989-2001 l’aumento percentuale era quasi doppio del reddito pro-capite
della popolazione urbana, il triplo di quello della popolazione rurale. La
tendenza potrebbe non influenzare molto i ricchi, ma è un peso gravoso per i
poveri. “Il secondo studio dei servizi” realizzato dal Ministero della
Sanità (1998) tra i gruppi sociali sia nelle aree rurali che urbane afferma
che più è basso il reddito più alta è la spesa per cure mediche, ricadendo
sui crescenti deficit dei nuclei familiari.
Il mercato favorisce
soltanto i “consumatori” che possono pagare, perciò la cura sanitaria
orientata dal mercato discrimina indubbiamente le persone di basso reddito.
È vero che l’era della mancanza di medici e rifornimento di risorse è ormai
passata, se da un lato il livello delle cure è migliorato, la gran parte
della popolazione non può permettere di ammalarsi, e se ciò avviene, non
possono pagarsi le cure.
Oggi, sia nelle aree urbane
che rurali, 1/3 della popolazione che si ammalano non accedono alle cure a
causa delle loro ristrette condizioni finanziarie, in più, un piccolo numero
non può chiedere il ricovero ospedaliero,
oppure si dimettono appena possibile per ridurre i costi.
Indubbiamente l’orientamento
di mercato mostra i suoi effetti.
Il mercato distribuisce i servizi
sanitari secondo la capacità economiche.
Le persone con un reddito alto godono di servizi efficienti mentre le
persone di basso reddito sono costrette a “vedersela con la malattia quando
è una malattia minore e ad evitare il dottore quando la malattia è grave.
Molto spesso il risultato è che le malattie minori diventano malattie serie,
e portano al calo di forza operaia e alla bancarotta. Perciò si evidenzia
sempre più il circolo vizioso della “povertà causa della malattia, e la
malattia causa di povertà”, ciò sta diventando un problema sociale nelle
aree rurali ed urbane in Cina.
La terza conseguenza è il
declino nell’efficienza istituzionale. Tanti credono che l’equità e
l’efficienza siano incompatibili e che valga la
pena di coltivare l’efficienza a discapito dell’equità.
Il problema sta nel fatto che mentre si sacrifica
l’uguaglianza, l’efficienza istituzionale non beneficia dalle condizioni del
mercato. La ragione è semplice, il costo
crescente delle cure mediche è superiore alle possibilità del popolo di
pagarle e perciò frena la domanda. Nonostante la crescita demografica della
popolazione il numero di visite cliniche e ricoveri sono diminuiti.
I tre indicatori che
misurano l’efficienza del sistema sanitario (la percentuale annuale di
visite mediche, la percentuale di ricoveri sia i day hospital e la
percentuale di occupazione letti) mostrano tutti una curva drammatica verso
il basso.
Le nostre risorse mediche
non abbondano eppure una parte significante di questa non viene pienamente
utilizzata perché tante persone cercano di non usufruire dei servizi. Questo
è uno spreco, è chiaro che il sistema sanitario cinese è stato
riformato verso un orientamento al mercato. È molto triste che un paese, che
aveva raggiunto un vero modello nel campo della salute pubblica sia caduto
in uno stato così deplorevole.
In questo contesto esplose la crisi della SARS, ci dice
quanto una crisi della salute pubblica possa causare dei danni economici
ingenti. Comunque, non basta trarre conclusioni da questa prospettiva, prima
di tutto dobbiamo riprendere in considerazione la proposta: ”lo sviluppo
conta di più della crescita economica”, questo significa un progresso
socio-economico a beneficio di tutti cittadini. La crescita economica non è
una meta in se stessa ma un mezzo per acquisire lo sviluppo in generale. Se
è importante la crescita economica, ancora di più lo è la giustizia sociale,
la protezione ambientale, l’educazione base per tutti i bambini, e la salute
per tutti. Tutti noi viviamo una sola volta, l’acceso alle cure sanitarie è
un diritto fondamentale che influenza la durata e la qualità della nostra
vita. Se una nazione non si cura del controllo delle malattie infettive ed
endemiche il suo popolo si trova in un cattivo stato di salute. Dove una
sola malattia infettiva può significare la fine per una famiglia, allora la
crescita economica è totalmente priva di senso.
Il governo deve rendersi conto che l’ultima cosa che
deve perseguire è la crescita economica mentre trascura la salute pubblica e
dimentica il suo dovere di migliorare la salute del suo popolo.
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