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Savar- Rivista del Nursing in movimento


 

 

 

 

 


…Evidentemente Psicopoli

 

Sin da quando ero ancora studente presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze fui sedotto dai folli e dalla psichiatria.

Mariano De Mattia

Come ho sempre fatto ogni volta che mi sono trovato di fronte a qualcosa di intimamente interessante, andai alla ricerca dell’etimo di questo termine e mi sembrò quasi incredibile la richiesta rivolta al personale operante in questo settore! Si trattava di avere a che fare con l’anima, prendersene cura e comprenderne le ragioni estraendole dalla “non ragione”! E questo fu l’approccio virtuale, mentre quello fisico fu immediatamente meno romantico…a partire dal tempo che ebbi a mia disposizione. Proprio nel periodo della metamorfosi in cui Villa Pepi cessava di essere la “scuola” per diventare una “filiale” della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Firenze, io ero una delle cavie di quello che fu il primo corso di Diploma Universitario d’Infermiere. Ricordo con dispiacere che l’esperienza di tirocinio si ridusse ad una visita guidata, esattamente come si fa nei musei o nelle cattedrali!

Per quanto fulminei, gli sguardi raccolti, accolti e condivisi al S. Salvi mi dissero subito che c’era un’altra Atlantide da conoscere.

A cinque anni di distanza ed in un’altra città, in questi giorni mi ritrovo a fare i conti con psicopoli; un mondo a sé, ancora terzomondista ed alla ricerca di uno spazio dignitoso nel primo mondo della sanità. I numeri del mio primo tentativo statistico in questo settore mi ricordano che in uno spazio, stile architettonico ed arredamento riconducibili al secondo dopoguerra, destinato ad un massimo di 25 posti letto (struttura a Y, in cui ad un corridoio fanno seguito due ali che separano i maschi dalle femmine assegnando a ciascun gruppo un camerone), al 1° Ottobre 2004 l’80 % dei degenti (16 su 20) aveva un’età compresa tra i 20 ed i 48 anni. In altri termini, l’età media di questi pazienti corrisponde esattamente alla mia. 36 anni! Nella maggioranza dei casi si tratta di donne (12 su 20), ricoverate per metà in regime volontario e per l’altra metà sottoposte a T.S.O.

Al di là dei numeri, nelle prime tre settimane c’è già stato modo di raccogliere un oceanico desiderio d’umanità e sono già per me celebri le affermazioni di alcuni pazienti: “Domani svegliami in orario e preparami il permesso d’uscita che devo andare a Kabul con la croce rossa a portare gli aiuti umanitari…”, e questo è il delirio/desiderio di Giuseppe lo stesso che, in occasione del mio primo giorno di lavoro, mi diede il benvenuto accogliendomi (nelle vesti di primario della psichiatria) con un disegno che lo ritraeva col volto di un leone. Sul retro c’era scritto: “A mariano de mattia per 1 fulgido futuro”, con tanto di autografo. Inutile ricordare che ora è appeso alle pareti del mio pensatoio! “Se menti ti do un cazzotto sul mento, così te lo raddrizzo e smetti di mentire, e questo è Silvestro che, oggi, si sente un maestro di arti marziali. Peccato che ad ogni tentativo di sollevare una delle due gambe, rischia di schiantarsi sul pavimento (gli effetti indesiderati della nuova camicia di forza…quella chimica). Maria, invece, si diverte ad andarsene in giro senza mutande, in pieno mestruo, canticchiando la sua canzone: “Libera come l’aaaria…

Se è vero che spesso ti fanno sorridere è altrettanto reale quella tristezza che ti pervade quando, su prescrizione medica, si procede alla contenzione fisica. Si tratta sempre di brevi periodi (da qualche ora ad un giorno) nel corso dei quali si susseguono i controlli dei parametri vitali, lo stato di coscienza, l’idratazione e l’incolumità degli stessi pazienti. Resta comunque la tristezza insita nella costrizione. Appena scontenuti, spesso li vedi vagare per un po’. In quei frangenti, il corpo sembra assumere le sembianze di una volontà che è rimasta fuori di casa, come se avesse smarrito le chiavi…ed allora tu ti offri come segnale capace di suggerire la direzione, anche se sai che chi ti “ascolta” magari pensa che tu lo stia semplicemente allontanando, allontanando dalla sua “volontà”.

A chi non è capitato di dire o sentir dire: è fuori di se! Di fronte a queste parole, spesso sono stato vinto da un interrogativo: ma se lui è fuori di se ed io resto, “al sicuro”, dentro di me…che possibilità abbiamo di incontrarci? Sarà forse che il suo essere “fuori” meriti una lettura veramente alternativa? E’ lecito concepirlo come un invito per me? Un invito a concepire uno spazio, un luogo d’incontro, una possibilità per esperire la positività insita nel contatto col non in me; ossia la condizione essenziale per gustarsi un infinito e terapeutico noi!

Filippo questa sera mi ha lasciato senza parole. E’ arrivato da due giorni e, come accade spesso alle prime battute, era un po’ isolato, diffidente, taciturno e talvolta oppositivo…per cui non avevo grandi aspettative. Mai dire mai, d’improvviso mi ha avvicinato: “Io scommetto che tu a fine turno non sei per niente stanco, saresti pronto a cominciare daccapo. Questo succede quando le cose le fai col cuore. Perché non lo racconti a quelli che arrivano già stanchi? Perché non glielo spieghi come si fa?” Neanche il tempo di riprendermi, che arriva il colpo del K.O. Silvestro, quando avevo quasi per varcare la soglia dello spogliatoio, mi fissa dritto negli occhi e, con una gestualità che evoca l’antico universo ellenico, sentenzia: “E Dio disse… O Uomo, se solo tu potessi accogliere in te un po’ della mia pazzia!”