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L’assistenza infermieristica durante il
nazionalsocialismo:
la partecipazione delle infermiere e degli infermieri
ai crimini contro l’umanità.
Gli
infermieri parteciparono al massacro della umanità, a terribili esperimenti
e torture, essi non furono vittime ebbero una parte non da poco nel processo
di sterminio del nazionalsocialismo.
Chi partecipò si fece l’illusione di rimanere fedele all’etica umanitaria
della professione anche se era necessario uccidere alcuni pazienti.
L’obbedienza assoluta alle autorità superiori da riferirsi al principio di
sottomissione ai medici, giá presente nell’etica professionale del XIX
secolo, si rivelò tragicamente determinante nell’epoca del
nazionalsocialismo.
Di
Alba Biglieri tratto da:
TESI DI
DIPLOMA “L’ASSISTENZA INFERMIERISTICA DURANTE IL NAZIONALSOCIALISMO: STORIA,
ESERCIZIO E DEONTOLOGIA”. UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI GENOVA - FACOLTA’ DI
MEDICINA E CHIRURGIA - SCUOLA DIRETTA A FINI SPECIALI DI DIRIGENTI E DOCENTI
DI SCIENZE INFERMIERISTICHE. (Anno Accademico 1998-99)
Premessa.
Il contesto storico preso in
esame, la Germania durante il periodo del nazionalsocialismo, riassume in sé
la complessità del rapporto esistente all’interno di uno stato tra ideologia
politica e scelte operate in campo economico-sociale, con conseguenze
culminate in questo caso in eventi tragicamente noti.
Le riflessioni operabili a monte
di tali eventi conservano aspetti d’attualità quali l’importanza dell’etica
applicata in ordine a scelte politico-amministrative e la concezione
dell’uomo all’interno della società.
Secondo una definizione di Paolo
Cattorini l’etica, in tale applicazione, può essere intesa come”…pensamento
degli strumenti concettuali impiegati in tali scelte e come tematizzazione
del bene , che fondano una determinata interpretazione del significato di
giustizia”.
I diversi intendimenti sul
concetto di giustizia stanno alla base ciascuno di precise strategie
politiche, di scelte di investimento economico e di criteri operativi.
In campo sanitario il pensiero di
cui sopra si concretizza oggi in termini di assetto del sistema, di accesso
alle cure, di distribuzione di risorse, di diritto alla salute, di servizi
offerti, di assegnazione dei pazienti a determinati trattamenti.
Accettando l’affermazione secondo
cui il tipo di sistema sanitario sia sostenuto da una certa teoria della
giustizia è possibile effettuare una revisione storica di tale rapporto e
quindi mettere in luce la diversità dei paradigmi culturali che stanno alla
base di diverse impostazioni delle politiche sanitarie, considerando non
solo aspetti tecnici di strategia organizzativa ed economica ma anche scelte
fra profili morali della convivenza civile che si riflettono e incidono
sulla pratica effettiva del prendersi cura dei malati.
La prospettiva di approccio etico
della Germania Nazionalsocialista fu di tipo prettamente utilitaristico.
“Caratteristico dell’utilitarismo
è, come è noto, il riferimento ad un unico principio guida, quello della
massimizzazione dell’utilità . A tale norma generale viene ricondotto lo
stesso principio di giustizia: giusta è l’azione o la regola che
massimizza il benessere del maggior numero di individui coinvolti. .”
Ne segue che il diritto
all’assistenza sanitaria è ammesso solo come una delle regole funzionali
all’utilità complessiva e che il sistema sanitario deve ispirarsi
esclusivamente all’efficienza: in altri termini, si riconoscerà ad un
determinato individuo il diritto alle cure di cui ha bisogno soltanto se ciò
rientra in uno schema complessivo di calcolo dei costi-benefici che
massimizzi l’utilità generale, mentre, se ciò non avvenisse, l’individuo
dovrebbe essere privato della possibilità di assorbire risorse per uno scopo
non conforme all’efficienza.
L’ideologia nazista ha
estremizzato tale concetto, complice l’evento bellico, ma la visione
dell’uomo di ieri ha le stesse caratteristiche di oggi: economicità,
produttività ed efficienza.
Il nazismo ha realizzato questa
politica in nome dell’igiene della razza e la preservazione del sangue puro
tedesco, per creare una società omogenea sotto il profilo razziale,
fisicamente forte e mentalmente sana.
La salute diventa un aspetto
dell’efficienza della persona, il malato è colui che non è in grado di
produrre e potenzialmente è pericoloso per gli altri.
In un modello di stato
autoritario palesemente vi è la negazione della libertà individuale e quindi
la salute del singolo diviene strumento per fini collettivi.
Ma nelle società democratiche
moderne pur non estremizzando il concetto utilitaristico, la risposta alle
domande chi curare e cosa curare portano pericolosamente vicino a scelte
dagli effetti discutibili, comunque limitanti la libertà individuale e che
creano importanti dilemmi etici: per esempio l’erogazione di cure
esclusivamente ad alcune fasce sociali, il potenziale abbandono di malati
inguaribili o la legittimazione dell’eutanasia.
L’estremizzazione della politica
utilitaristica e razziale del nazionalsocialismo portò all’attuazione di
programmi di sterilizzazione, eutanasia di disabili, ammalati psichiatrici,
adulti e bambini malformati o affetti da malattie ereditarie, culminando poi
nelle operazioni di eutanasia selvaggia e nell’olocausto.
Ciò che si intende approfondire
con questo articolo è in particolare il ruolo assunto dal personale
infermieristico nei programmi di eutanasia del regime, analizzando i
presupposti teorici, le fasi di attuazione, i compiti, le motivazioni alla
partecipazione.
Proprio quest’ultimo argomento
risulta essere stato il motore della ricerca: le professioni sanitarie,
storicamente ed originariamente orientate al benessere e alla salute
dell’uomo rivelano in questo contesto una complicità ad atti criminosi che
pone inquietanti interrogativi sulle conseguenze del rapporto citato
inizialmente, ossia tra formazione ideologica, politica sanitaria e pratica
clinica.
Quanto seguirà, pertanto, ci
porterà a riflettere circa le implicazioni che un dato contesto sociale ha
nell’agire socio-sanitario; in particolare se l’intendimento di giustizia
che il nostro sistema sanitario decidesse di sposare fosse quello
utilitaristico, in accordo con la cultura e la politica, quali conseguenze
potrebbero essere legittimate in termini di assistenza, e quale posizione
potrebbe essere assunta e in che termini, individuali o collettiva
professionale.
Potrebbe essere un dilemma etico
al quale dovremo cercare di rispondere molto presto.
Presupposti
teorici ed interessi economici
Prima ancora del periodo
del genocidio di milioni di individui conosciuto come Olocausto, il governo
tedesco stabilì programmi di eutanasia per handicappati bambini e adulti
tedeschi.
Le infermiere
parteciparono ad entrambi.
L‘eutanasia pianificata
ha origine ben prima dell‘era nazista e si fonda sulla teoria delle razze.
La teoria sulla
diversità delle razza umane fu formulata già in Francia nel XVIII sec. da
appartenenti alla nobiltà che cercarono di legittimare la lotta contro la
borghesia.
Circa 100 anni dopo,
durante il regno di Napoleone III, Arthur Comte de Gobineau pubblicó il suo
libro “Tentativo sulla diversitá delle razze“. Egli ordinava le razze
secondo segni caratteristici e descriveva la razza ariana come quella piú
elevata che doveva avere il dominio su tutte le altre. Le sue tesi erano
razziste ed antisemite ma poiché egli non era in grado di sostenerle
scientificamente esse non ebbero grande seguito.
Nel 1859 venne
pubblicato il libro “Sulla natura dei generi“ di Charles Darwin.
Lo scienziato sviluppava
una teoria dell’evoluzione dei generi risultante dalla selezione naturale
nella lotta per la sopravvivenza, e con questa teoria fu il primo ad
individuare uno sviluppo storico nella natura.
Darwin però si riferiva
alle piante e agli animali, ed egli stesso era molto lontano dal trasferire
queste tesi ai rapporti sociali.
Altri scienziati
iniziarono già nel 1860 a trasferire le sue affermazioni alla storia della
evoluzione dell’uomo, (J.W.Raper, fisiologo inglese, W.Haeckel zoologo
tedesco) nonostante la teoria della discendenza dell’uomo dalla specie
animale dominasse ancora sulla teoria evolutiva.
Nell’ideologia
imperialista del Reich tedesco queste teorie trovarono un terreno fertile.
Gli antropologi della
razza ispirandosi a De Gobineau svilupparono una gerarchia delle razze al
cui vertice si trovava la razza nordica.
Tipologie di razza
furono formulate secondo la misura del cranio; caratteristiche fisiche,
spirituali e dell’animo venivano ordinate secondo le singole razze.
Dalle caratteristiche
naturali delle razze superiori derivava la legittimazione per la
sottomissione delle razze inferiori e più deboli. Per il mantenimento della
purezza della razza nordica doveva essere vietata ogni promiscuità con altre
razze e doveva essere presente una struttura sociale che rendesse possibile
il fatto che lo strato sociale piú elevato, portatore di questa ereditarità,
avesse il controllo sugli altri.
L’insegnamento sulla
superiorità della razza nordica fu molto importante per la politica
imperialistica del regime tedesco perché permise la preparazione psicologica
della popolazione alla prima guerra mondiale.
Nel 1902 fu fondata la
“Unione Gobineau“ [Gobineau-Vereinigung]. Nel 1922 uscì il libro “Studio
sulla razza del popolo
tedesco“ [Rassenkunde
des Deutschen Volkes] di Hans Friedrich Karl Günther, il futuro teorico del
nazionalsocialismo.
Nel 1905 fu fondata la “Societá
tedesca per l’igiene della razza“ [Deutsche Gesellschaft für Rassenhygiene].
Essa raccoglieva antropologi della razza che sostenevano il mantenimento
della purezza dell’ereditarietà della razza.
Lo strumento piú
importante per l’igiene della razza era secondo la Società la
sterilizzazione della massa dei minorati.
Adolf Hitler nel suo
libro “Mein Kampf“ scriveva:
“La pretesa che uomini
“difettosi“ non possano procreare altri uomini difettosi, é una pretesa
ragionevole e costituisce, nella sua esecuzione pianificata, l’atto più
umano per l’ umanità“.
Nonostante la sconfitta
nella prima guerra mondiale queste idee non persero l’appoggio della
borghesia anzi attraverso la rivoluzione del 1918 si rafforzarono.
Anche l’aspetto
economico iniziò ad essere messo in evidenza Binding e Hoche nel 1920
formularono una teoria economica che sarebbe stata alla base della
posteriore etica nazionalsocialista di annientamento.
In essa il
nazionalsocialismo veniva interpretato come la forma più radicale per la
sicurezza dell’espansione dell ‘economia capitalista, il darwinismo sociale
e le teorie sulla razza venivano interpretate come dovere ideologico
dell’imperialismo.
L’utilità economica dei
piani di uccisione dei pazienti nelle strutture psichiatriche fu calcolata
esattamente e comunicata pubblicamente in una statistica nel giugno del
1945. Si calcolò un risparmio di 885.439.800 marchi.
Il popolo tedesco fu
esposto all‘idea dell‘eutanasia attraverso manifesti, filmati e libri che
sostenevano la distruzione delle “vite che non meritano di essere vissute“ [lebensunwerte
Leben].
In essi venivano
sottolineati il fatto che fosse contro natura mantenere in vita individui
gravemente ammalati, e che ciò comportava un costo troppo elevato per la
società.
I manifesti mostravano
un tedesco sano che porta sulle spalle il peso di alcuni individui
handicappati con la scritta:“Anche tu stai sostenendone il peso! Un
malato ereditario costa circa 50.000 RM [marchi del Reich]
fino all‘età di sessanta anni.“ Anche i testi delle scuole superiori
contenevano problemi matematici relativi ai costi delle cure per i malati
mentali come esempio.
Allo stesso modo gli
anziani e gli ammalati furono considerati un carico per la società.
Ideologi della razza e
interessi capitalistici furono così visti come la causa della politica di
annientamento del nazionalsocialismo.
L’appoggio della massa
al nazionalsocialismo é da vedersi alla luce di queste idee che esistevano
da anni.
La politica dello sterminio.
Giá
poco dopo la presa di potere del nazionalsocialismo iniziò la persecuzione
sistematica degli “incapaci della società“ [Gemernschaftsunfahigen] a
diversi livelli.
Nel 1933 venne aperto il campo di
concentramento di Dachau e nel 1934 quello di Ravensburg a cui seguirono
centinaia in breve tempo. Senza tetto e vagabondi furono internati nei
campi, iniziò lo sterminio attraverso il lavoro. Socialdemocratici,
comunisti e sindacalisti furono perseguitati. Sinti e Rom vennero studiati
dal punto di vista razziale e vennero deportati in campi di concentramento.
Gli omosessuali vennero ricercati, arrestati e uccisi. Gli Ebrei vennero
gradualmente privati di tutti i diritti civili, perseguitati e uccisi.
Il 14 Luglio 1933 fu resa
pubblica la legge sull’ aborto dei malati ereditari che entrò in vigore nel
Gennaio del 1934.
Secondo alcune stime, furono resi
sterili secondo questa legge circa 400.000 uomini e donne. Il “Tribunale per
la salute della razza“ [Erbgesundheitsgerichte] decideva quali fossero gli
individui da sterilizzare in base a nove casi di malattia o all’ alcolismo.
Nel 1935 uscí la legge per la Difesa del popolo tedesco, che multava ogni
coppia non conforme alle regole imposte, e dichiarava necessario, prima del
matrimonio, un certificato di idoneità della coppia.
Sempre nello stesso anno furono
tolti tutti i diritti agli ebrei. Contemporaneamente fu emanata la legge
sulla Difesa del sangue tedesco e dell’onore tedesco, che vietava ogni
matrimonio fra ebrei e appartenenti allo stato tedesco o a sangue simile.
A partire dal 1933 furono
drasticamente limitate le spese per la psichiatria che perse il ruolo di
reclutamento e di mantenimento della forza lavoro che aveva nella società
borghese. La riserva di forza lavoro veniva reclutata ora nei campi di
concentramento. Perciò lo sterminio di vite non utili veniva in particolar
modo condotto nelle strutture psichiatriche dalle quali si poteva uscire
vivi solo se potenziale forza lavoro utile all’industria della guerra.
Il
programma di eutanasia per bambini
L’eliminazione delle vite non
meritevoli attraverso l’uccisione, fu proposta per la prima volta a Hitler
nel 1935 dal dottor Wagner, medico capo del Reich.
Hitler acconsentì ma ordinò di
aspettare fino all’inizio della guerra. Nel 1937/38 fu preparato dallo
stesso Wagner un programma di eutanasia per i bambini al quale venne dato il
via ufficiale nel 1938/39.
Dall’agosto del 1939 divenne
obbligatorio registrare tutti i neonati malformati.
Dottori e ostetriche furono
pagati per segnalare idiozia, e Sindrome di Down, microcefalia, idrocefalia,
deformità fisiche come l‘assenza di un arto o sviluppo ritardato del capo o
della colonna vertebrale, e forme di paralisi spastica.
Una commissione composta da tre
medici (due pediatri e un medico direttore di istituto psichiatrico)
decidevano quali bambini tra quelli segnalati dovevano essere uccisi.
Questi medici prendevano la
decisione senza vedere il bambino basandosi unicamente sulle diagnosi
espresse dalle ostetriche e dai medici.
La commissione prometteva ai
genitori che il bambino sarebbe stato trattato da specialisti in una clinica
e questa promessa spesso permetteva ai genitori di credere che stavano
agendo nel miglior interesse del bambino.
Nei centri specializzati, i
bambini che erano stati designati dalla commissione del Reich per
l‘eutanasia venivano uccisi, poco dopo il loro arrivo, mediante farmaci
oppure venivano lasciati morire di fame.
“Nel reparto di pediatria di Haal,
per esempio, 332 bambini morirono per deliberata inedia o tramite
un‘overdose di Luminal [fenobarbital]. Questo farmaco veniva mischiato negli
alimenti dei bambini ogni mattina e ogni notte fino a che essi perdevano
coscienza e sviluppavano una polmonite. Inoltre ad alcuni vennero praticate
iniezioni di morfina e scopolamina.
Si calcola che circa 5.000
bambini vennero uccisi con medicine o per malnutrizione”.
Il
programma di eutanasia per gli adulti“AKTION T 4 „
Il primo settembre 1939 iniziò la
seconda guerra mondiale con l’invasione della Polonia.
Una autorizzazione, probabilmente
firmata da Hitler, datata all’inizio della guerra ordinava che i malati
incurabili venissero uccisi. Responsabili di questa azione furono dichiarati
poi il dottore Karl Runderlaß e Philipp Bouhler, direttore della
cancelleria.
Nel settembre del 1939 questa
autorizzazione diventò operativa in tutte le strutture sanitarie. Alla fine
dello stesso mese a Kocborow furono uccisi circa 2342 malati, a Schwetz
circa1350, a Oswinska circa 1100.
Dal 1939 in poi furono
distribuiti formulari che dovevano essere compilati dai medici. Questi
formulari venivano passati poi ad una organizzazione centrale che risiedeva
a Berlino la quale decideva sulla morte o la vita del paziente.
Questa organizzazione era
composta da differenti apparati:
- l’ “Organizzazione per il
lavoro nelle strutture sanitarie del Reich“ (RAG) che si occupava dell’invio
e della raccolta dei formulari e delle pratiche amministrative
- la”Organizzazione per il
trasporto dei malati“ (GEKRAT)
- la “Fondazione per le strutture
sanitarie“, che ufficialmente si presentava come il datore di lavoro dei
300-400 impiegati e si occupava dell’aspetto economico
La centrale si trasferì nel 1941
a Berlino e da quel momento in poi l‘organizzazione prese il nome di “Aktion
T4“, dall‘ubicazione degli uffici in Tiergartenstrasse 4, nel distretto
cittadino di Charlottenburg.
Fra il 1940-1941 furono uccisi
circa 70.000 uomini in sei centri allestiti in ospedali psichiatrici già
esistenti: Grafeneck, Brandenburg, Hartheim, Sonnenstein, Bernburg e Hadamar.
Benché i bambini venissero uccisi
con iniezioni o per fame, nei centri di uccisione questi metodi non
sembrarono efficienti nell’impiego per un così ampio numero di adulti. In
questi casi fu utilizzato il gas.
L’organizzazione delle uccisioni
procedeva in questo modo:
I pazienti dovevano essere
segnalati alla centrale di Berlino. I formulari arrivati a Berlino venivano
divisi in gruppi: i “SI“, cioè quelli che dovevano essere eliminati i “NO“,
quelli che dovevano sopravvivere e i “FORSE“, sui quali l’ultima parola
veniva data dal perito-capo che doveva essere ordinario di psichiatria e
neurologia presso un’università tedesca.
In seguito a questa perizia
veniva fatta una lista per ogni singola struttura con l’ordine di tenere
pronti i pazienti per la deportazione ad una determinata data.
I pazienti venivano caricati con
i loro effetti personali e venivano trasportati direttamente ai luoghi nei
quali venivano uccisi o a strutture nei quali venivano ancora una volta
esaminati.
Una volta arrivati ai luoghi di
uccisione venivano spogliati, fotografati, controllati ancora una volta da
medici e mandati alle camere a gas.
Dopo l’uccisione le salme
venivano bruciate e le ceneri raccolte in urne.
Su richiesta queste potevano
essere ridate alla famiglia.
Compiti
del personale infermieristico
Il
personale partecipava con questi compiti
I. preparazione della
deportazione, catalogazione degli effetti personali; riconoscimento dei
pazienti attraverso numerazione, (che poteva essere fatta direttamente sulla
pelle del paziente o con un cerotto); vestire e svestire i pazienti
II.accompagnamento dei pazienti
durante il viaggio; somministrazione di calmanti ai pazienti irrequieti
III.accompagnamento dei pazienti
ai luoghi di uccisione; assistenza durante lo svestimento e la visita finale
del medico
IV.accompagnamento dei pazienti
alle camere a gas
V. raccolta degli effetti
personali dopo l’uccisione dei pazienti.
Alcune testimonianze provano che
ci fu da parte di alcune infermiere in questa prima fase di uccisione il
tentativo di salvare alcuni pazienti attraverso la comunicazione alla
centrale di Berlino di falsi dati o avvertendo le famiglie di riportare a
casa i pazienti.
Nel 1941, Hadamar celebrò la
cremazione del suo decimillesimo paziente in una speciale cerimonia, nella
quale ciascun presente- segretarie, infermiere e medici psichiatri-
ricevettero una bottiglia di birra per l‘occasione.
Nell’Agosto del 1941 Hitler
ordinò la sospensione del programma di eutanasia degli adulti: le uccisioni
erano divenute di pubblico dominio e si era manifestata opposizione da parte
delle chiese e della popolazione stessa e Hitler necessitava ancora del
consenso popolare.
Ma il programma di eutanasia dei
bambini continuò senza interruzione e l‘ordine di sospensione fu applicato
solo alle uccisioni nelle camere a gas dei centri.
Medici e infermieri uccisero
adulti handicappati mediante pastiglie, iniezioni e con la fame; gli adulti
selezionati furono uccisi in istituti designati.
Questa seconda fase, che durò dal
Novembre 1941 fino alla fine della seconda guerra mondiale, viene chiamata
l’eutanasia selvaggia.
L’organizzazione della seconda
fase, la cosiddetta eutanasia selvaggia, si differenzia molto dalla prima.
La scelta dei pazienti da
uccidere veniva fatta in modo decentrato cioè direttamente nelle strutture
durante le visite: essi venivano isolati in una camera e uccisi per lo più
attraverso farmaci. L’uccisione per sottonutrizione era fatta parallelamente
e di solito coinvolgeva un numero ben più elevato di pazienti. Solo i
pazienti che potevano costituire forza lavoro venivano mantenuti in vita.
La partecipazione del personale
in questa seconda fase di uccisione si differenzia notevolmente da quella
nella prima fase. Infatti non é da escludere che gli stessi infermieri
partecipassero con i medici alla scelta dei pazienti da eliminare, operando
quindi con una notevole dose di indipendenza. Gli infermieri preparavano la
camera mortuaria, i medicinali che occorrevano, uccidevano il paziente e si
occupavano del trasporto della salma.
I campi
di sterminio
Nel 1941 l’organizzazione T4 fu
sostituita dall’azione “14f13“ nell’ambito della quale, secondo alcune
stime, almeno 20.000 prigionieri dei campi di concentramento vennero uccisi
nelle camere a gas dei centri di uccisione della T4. Questa azione terminò
nell’Aprile del 1943 per poter utilizzare i prigionieri come forza lavoro
nell’industria di guerra.
Nell’Ottobre 1941 fu reso noto
che la T4 avrebbe messo a disposizione una nuova tecnica di soffocamento a
gas per lo sterminio degli ebrei.
I soffocamenti iniziarono nel
Marzo 1942 sotto la direzione del personale della T4 in Belzec, Sobibor e
Treblinka e durarono fino al Novembre 1943 (azione Reinhard).
Dopo che i campi di sterminio
dell’azione Reinhard furono smontati il personale della T4 si trasferì in
Istria dove, nei pressi di Trieste, fu costruito il lager San Saba.
A partire dal 1941 furono
condotti esperimenti sui prigionieri dei campi durante i quali numerosi
morirono in condizioni indescrivibili. Citiamo per esempio:
-1941/1945 Auschwitz, Ravensburg
tentativi di sterilizzazione sulle donne
-1942/1945 Dachau esperimenti
sulla malaria
-1942/1943 Dachau esperimenti
sotto pressione e ibernamento
-1942/1943 Ravensbrück tentativi
di trapianto delle ossa
-1943/1944 Buchenwald
sperimentazione degli effetti dei veleni
-1944 Dachau tentativi di
potabilità dell’acqua di mare
e numerosi altri sull’anemia, sul
grado di ustionabilità.
Il personale reclutato per i
campi di concentramento secondo le informazioni raccolte era per lo più
composto da prigionieri che possedevano una formazione da infermiera o da
assistente sanitario o che, indipendentemente dalla loro formazione,
venivano destinati a questo lavoro. Accanto a medici delle SS operavano
spesso medici reclutati fra i prigionieri. Sul lavoro degli infermieri nei
campi di concentramento sono state raccolte singole testimonianze che
difficilmente permettono di poter fare un discorso esauriente e completo sul
grado di partecipazione e di coinvolgimento che al contrario è possibile
fare per le strutture psichiatriche e pediatriche di eliminazione dei
pazienti, dove il lavoro degli infermieri era organizzato sistematicamente.
Dati
biografici sul personale di assistenza
“ Le biografie degli esecutori, a
differenza di quelle delle vittime, non sono difficili da ricostruire per lo
storico…perché essi hanno lasciato dietro di sé una traccia cartacea, fatta
di ordini, lettere e registri del personale, che è sopravvissuta anche alla
guerra…inoltre fornirono anche dettagliati resoconti della propria vita e
dei propri atti in qualità di imputati e testimoni nelle aule di tribunali.”
Il personale di assistenza
proveniva in gran parte dalla piccola media borghesia, le donne si erano
dedicate prima dell’esercizio della professione alla vita casalinga, gli
uomini provenivano da lavori artigianali.
Avevano sofferto personalmente
delle difficoltà economiche durante la Repubblica di Weimar e la prospettiva
lavorativa nell’assistenza costituiva per loro una sicurezza materiale e un
posto di lavoro fisso nonostante la guerra.
La formazione era per i più già
stata fatta durante il periodo della Repubblica e la maggior parte di essi
aveva nel 1940 un’etá compresa tra i trenta e i quarant’anni, ció significa
che essi avevano una provata esperienza nel mestiere.
Alcuni
erano membri della NSDAP [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori]
oppure delle organizzazioni legate ad essa come NS-Frauenschaft [Sorellanze
nazionalsocialiste],
o la DAF (Fronte tedesco per il
lavoro).
Le infermiere scelte dalla
centrale di Berlino erano state per lo più membri della NSDAP e avevano alle
spalle anni di esperienza nelle strutture. Secondo le fonti disponibili non
si trattava di donne in carriera nel partito.
Gli uomini provenivano da
mestieri artigianali ed erano arrivati alla professione infermieristica dopo
un periodo di disoccupazione.
Le motivazioni della partecipazione.
Dopo
il 1945 alcuni infermieri furono processati per aver partecipato a questi
crimini di guerra al pari di medici e giudici titolari della responsabilità.
Molti continuarono però
ad esercitare la loro professione nonostante fossero sospettati.
Dei 14 infermieri
accusati di aver partecipato allo sterminio di pazienti nella struttura di
Obrawalde, che furono processati nel 1965 a Monaco, 10 continuarono dopo la
seconda guerra mondiale a lavorare sino al giorno della condanna.
Il processo di Obrawalde
ebbe molta eco nell‘opinione pubblica.
Nell‘articolo citato in
bibliografia “Nurses‘ partecipation in the “euthanasia“ programs of Nazi
Germany“ di S.Benedict e J.Kuhla vengono riportate parti di testimonianze,
rese in tribunale durante il processo, di tredici infermiere che operavano
all‘interno dell‘ospedale di Obrawalde.
Le infermiere
dichiararono di aver partecipato alle uccisioni per obbedienza, sentimento
di impotenza, convinzione di “liberare dalle sofferenze“, paura delle
conseguenze del rifiuto, e la convinzione di non commettere nulla di
sbagliato.
Occorre innanzitutto
capire i valori sociali dell‘era Nazista quali il concetto delle vite che
non meritano di essere vissute, lo sviluppo di una razza superiore e le
necessità economiche per la conduzione della guerra che imponevano una
selezione di chi poteva lavorare ed essere produttivo.
Queste infermiere forse
vedevano le loro azioni congruenti con questi valori.
Inoltre, molti credevano
che l‘eutanasia non fosse illegale benché non ci fu mai in Germania una
legge che la approvasse.
Un secondo aspetto da
valutare è quello dell‘obbedienza.
L‘obbedienza era molto
considerata in Germania e le infermiere dovevano obbedire alle loro colleghe
di grado superiore così come ai medici.
“Negli ospedali e nei
reparti infantili ma non nei centri di uccisione, infermieri e infermiere
agirono quali collaboratori essenziali dei medici assassini. Dopo la guerra,
essi vennero spesso processati a fianco dei medici che avevano assistito.
Questa collaborazione era in genere volontaria. Ai medici veniva offerta la
scelta se accettare o declinare ed essi, a loro volta, offrivano la stessa
scelta ai propri infermieri e alle proprie infermiere.
Ma nel sistema
gerarchico degli ospedali tedeschi, come nella maggior parte delle altre
nazioni, gli infermieri venivano addestrati ad obbedire ai medici e spesso
avevano un rapporto di dipendenza nei confronti dei loro superiori.
Difficilmente si può considerare questa circostanza un‘attenuante per aver
eseguito ordini assassini, come prova il fatto che qualcuno si rifiutò di
farlo, ma contribuisce a spiegare le motivazioni di parte degli infermieri.“
La percezione di
impotenza era evidente in dichiarazioni di alcune infermiere che “non
vedevano una via per aggirare gli ordini, non avevano nessuno con cui
parlare, non avevano nessuno che gli concedesse fiducia se esse parlavano“ e
per chi “era la più giovane del reparto“.
Altre comunque non rimasero impotenti. Cambiarono lavoro, chiesero
trasferimento, rimasero incinte.
La paura delle
conseguenze del rifiuto a partecipare alle uccisioni non è frequentemente
citata da queste infermiere, ma è stata data da altre infermiere come
ragione per non rifiutare l‘aiuto durante le uccisioni. Certamente la
Gestapo era molto temuta durante questo periodo.
A questo proposito
scrive Friedlander:
“La maggior parte degli
imputati ha insistentemente sostenuto di di aver cooperato solo su
costrizione. Ma dopo quasi cinquanta anni di processi, non è mai stata
fornita prova di un solo caso in cui una persona che si fosse rifiutata di
partecipare alle operazioni di uccisione, sia stata fucilata, incarcerata, o
penalizzata in altro modo, se non forse con il trasferimento al fronte, che
era dopotutto, il destino della maggior parte dei soldati tedeschi.
E‘ possibile però, che
si sia fatto ricorso a una coercizione fittizia, ossia, che queste giovani
impressionabili infermiere possano aver creduto che il minaccioso Christian
Wirth [il supervisore dell‘ospedale di Harthaim] le avrebbe mandate in un
campo di concentramento.“
Hilde Steppe,infermiera
tedesca che ha condotto ricerche sull‘argomento, peraltro sostiene:
“Non possiamo
individuare veri e propri criteri di scelta del personale che partecipò
all’uccisione di migliaia di persone nelle strutture psichiatriche. In
alcuni casi si trattava di infermieri segnalati dai medici a capo delle
strutture stesse alla fondazione centrale di Berlino.
Essi venivano informati
della missione particolare alla quale dovevano partecipare solo all’ultimo e
non avevano possibilità di scelta. Alcuni addirittura venivano istruiti solo
per il compito del “soffocamento“ e operavano contemporaneamente in diverse
strutture. In altri casi, si trattava del personale già presente nella
struttura al quale veniva semplicemente comunicato il nuovo compito di cui
dovevano farsi carico. Essi dovevano firmare un documento nel quale
giuravano di mantenere il segreto professionale. L’unica possibilità di
sottrarsi a questi compiti era costituita per gli uomini dall’arruolamento
nell’esercito e per le donne dal matrimonio e dalla maternità.“
La convinzione che esse
non stessero facendo nulla di sbagliato o che procurassero qualche beneficio
era evidente nelle dichiarazioni di alcune delle infermiere che sembravano
sorprese che ci fossero conseguenze legali alle loro azioni. Due di esse
dichiararono che non vedevano nulla di sbagliato in questo e altre tre
videro le uccisioni come una "liberazione degli individui dalle loro
sofferenze“.
Solo sette tra le
quattordici imputate al processo di Obrawalde manifestarono sentimenti di
qualche grado di colpevolezza riguardo alla loro partecipazione alle
uccisioni.
Conclusioni.
L’assistenza pertecipó
come organo di guida in tutte le fasi dell’organizzazione dello sterminio.
Si conoscono singole
esperienze di infermiere attive prima e dopo il 1945 ma non è possibile
stimare quante furono esattamente le infermiere che operarono da assassine.
I nostri colleghi allora parteciparono al massacro della umanità, a
terribili esperimenti e torture, essi non furono vittime come spesso si
vuole credere. Alcuni probabilmente nutrivano profonde motivazioni
ideologiche, altri provavano indifferenza per la vita umana, per altri
ancora non si trova alcuna motivazione.
Il personale di
assistenza ebbe una parte non da poco nel processo di sterminio del
nazionalsocialismo.
Chi partecipò si fece l’illusione
di rimanere fedele all’etica umanitaria della professione: il conflitto fra
la morale umana e quella professionale fu risolto nella convinzione che
principi etici quali la cura e l’assistenza non venivano in ogni caso
trascurati anche se in alcuni casi era necessario uccidere alcuni pazienti.
Ma anche questa
convinzione non fu sufficiente per eliminare i sensi di colpa che
accompagnarono molte infermiere portandole, come nel caso di alcune
coinvolte nel processo di Obrawalde, al suicidio.
Impressionante é dal
nostro punto di vista attuale l’obbedienza assoluta alle autorità superiori
che é da riferirsi a quel principio di sottomissione ai medici che era già
presente nell’etica professionale del XIX sec. e che si rivelò determinante
nell’epoca del nazionalsocialismo.
Inoltre la presenza di
una organizzazione centrale rendeva possibile rimandare le proprie
responsabilità e i propri sensi di colpa ad un contesto nel quale lo
svolgimento dei singoli compiti non sembrava avere una enorme importanza.
Questo é chiaro ad esempio nell’azione centralizzata dellaT4 dove la scelta
dei pazienti da uccidere veniva divisa fra numerosi uffici. Solo così era
possibile che infermieri accompagnassero trasporti di pazienti senza sapere
da dove venissero e dove erano diretti. Certamente l’assistenza non ebbe un
ruolo decisionale nel nazionalsocialismo ma il suo ruolo subalterno non puó
valere come legittimazione per avervi partecipato.
Malgrado
siano passati più di cinquant’anni dagli avvenimenti descritti, la
scientificità (vera o presunta), la metodicità, la precisione e l’attenzione
al dettaglio con cui sono state modellate le coscienze e le strutture
sociali, colpisce ancora.
Storici, critici, testimoni del
tempo ma anche semplici individui non si stancano di indagare, di cercare di
comprendere i contesti, le motivazioni di un’organizzazione che ha saputo
trascinare un’intera nazione nel bene e nel male.
Ancora oggi la lusinga ideologica
del sentirsi parte di una razza o di un gruppo sociale superiore, che può e
deve predominare su tutte le altre , non è stata abbandonata da politici
abili in cerca di consenso, ma ancora forse più sottilmente e meno
vistosamente nelle moderne democrazie agisce un criterio di selettività
dell’individuo basato sull’economicità, sulla produttività, sull’efficienza,
che rischia di produrre effetti perversi ed eticamente discutibili.
Il settore dei servizi dovrà
essere modellato a questi criteri e non si può fare a meno di pensare quali
trasformazioni si verificheranno applicando tale logica utilitaristica in
ambito assistenziale.
La selezione nelle cure sarà
severa e legata al costo-beneficio, alle possibilità economiche ed
assicurative dell’individuo; le scelte di politica sanitaria saranno
orientate al bene della comunità intesa non più in senso universalistico ma
di una collettività con caratteristiche predefinite.
Con questa osservazione non si
vuole sposare la tesi del “tutto a tutti”, ma considerare quale pericolo sia
insito nel considerare la salute non più un diritto e limitare la libertà
individuale in campo sanitario.
Fortunatamente il dibattito
bioetico è in questo senso molto acceso, segno di un confronto esistente tra
diversi orientamenti, e la storia (anche a costo di essere retorici) reca il
suo monito: non dimenticare.
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