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Impatto della guerra sulla salute umana
e ruolo delle professioni sanitarie.
Angelo Stefanini
Università di Bologna
angelo.stefanini@unibo.it
Osservatorio Italiano sulla
Salute Globale
www.saluteglobale.it
La guerra rappresenta una delle minacce più severe alla salute umana. La
World Health Assembly[1]
del 1981 affermava che il ruolo degli operatori sanitari nel promuovere e
preservare la pace rappresenta un fattore significativo per raggiungere la
salute per tutti. Scopo di questo contributo è di descrivere i principali
effetti che la guerra ha sulla salute e delineare il ruolo essenziale che i
professionisti sanitari hanno nella loro prevenzione ed attenuazione.
Il Rapporto Mondiale su
Violenza e Salute della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)[2]
distingue tre principali forme di violenza collettiva:
- Guerre, terrorismo e
altri conflitti politici che hanno luogo all’interno o tra stati.
- Violenza perpetrata da
parte dello stato come genocidio, repressione, sparizioni, torture e altri
abusi dei diritti umani.
- Violenza e criminalità
organizzata come il banditismo e guerre tra bande armate.
Le guerre danno in genere
luogo a quelle che vengono chiamate “emergenze complesse”, ossia a “crisi
umanitarie caratterizzate da una totale o considerevole disgregazione della
autorità”[3]
Esse uccidono e mutilano i soldati che le combattono, ma molto più
devastanti, in termini numerici, sono le cifre dei civili che muoiono o
soffrono per malattie e disabilità nel periodo che segue la fine del
conflitto. Si stima che nel corso del ventesimo secolo siano morti per cause
belliche dirette o indirette circa 191 milioni di persone di cui ben oltre
la metà civili.[4]
Per ogni morto in guerra, altri 9 muoiono come sua conseguenza.per cause
indirette[5].
Per ogni morto in guerra, dalle due alle 13 persone vengono ferite;[6]
allo stesso modo, ad ogni morto che si ha dopo la fine di una guerra si
aggiungono molte altre persone che devono affrontare severe sofferenze.
Una guerra produce enormi
sconvolgimenti sociali ed economici: intere popolazioni devono abbandonare
le proprie case; infrastrutture, rete sociali ed ecosistemi vengono
distrutti, avvengono abusi dei diritti umani e vite umane sono perdute. I
severi danni alla salute delle popolazioni sono in genere dovuti a
sovraffollamento, malnutrizione, esposizione a vari tipi di rischi, contagi,
traumi, lesioni di varia natura, violenze sessuali e malattie epidemiche che
esplodono in tali situazioni. Particolarmente vulnerabili sono i rifugiati e
gli sfollati: i tassi di mortalità di questi ultimi durante i recenti
conflitti nel continente africano sono stati da quattro a settanta volte
superiori a quelli registrati nei gruppi di popolazione non colpiti dal
problema.[7]
Le carestie sono
conseguenze quasi inevitabili dei conflitti, poiché chi coltiva la terra è
costretto ad abbandonarla, i raccolti sono distrutti e gli animali uccisi,
mentre i lavoratori nelle città rimangono senza lavoro a causa della
disintegrazione delle infrastrutture e del mercato del lavoro. La guerra
civile e il largo utilizzo di mine sono stati responsabili dell’abbandono
dell’80% delle terre coltivate in Angola;[8]
in molti paesi, compresi la Cambogia e l’Afghanistan, vaste aree di terre da
coltivazione rimangono, a causa delle mine, abbandonate per decenni dopo la
fine del conflitto responsabile del loro impianto.
Il danno alle
infrastrutture locali accresce enormemente i rischi di malattie. I
rifornimenti d’acqua vengono interrotti o contaminati a causa dei danni
arrecati alle centrali di depurazione, alle stazioni di distribuzione, alle
tubature e ai centri di rifornimento. I programmi di igiene pubblica
collassano, i generi alimentari vengono contaminati a causa dell’assenza di
refrigerazione; nelle regioni fredde non è più disponibile il riscaldamento
domestico e le macerie che si accumulano facilitano la moltiplicazione di
topi, zanzare e altri insetti. In tali condizioni le malattie hanno grande
facilità di sviluppo e la mortalità aumenta rapidamente.
Ecco come un documento
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descriveva l’impatto
potenziale della guerra in Iraq poco dopo il suo inizio:
“I
movimenti di popolazioni e l’affollamento in locali temporanei aumentano il
rischio delle epidemie di malattie a diffusione attraverso l’acqua come il
colera, le febbri tifoidee e le dissenterie… Nel più lungo termine,
l’interruzione delle attività di sorveglianza sulle malattie diffusibile
nella intera popolazione, il tracollo dei programmi di salute pubblica, il
danno alle strutture sanitarie e il malfunzionamento dei sistemi igienici e
di distribuzione dell’acqua porterà ad un aumento delle malattie, ulteriori
sofferenze e maggiori tassi di mortalità. Crescerà l’incidenza delle
infezioni acute delle basse vie respiratorie, delle diarree e delle malattie
prevenibili con le vaccinazioni. Si avranno esplosioni di malattie
infettive, compresi il morbillo, la meningite meningococcica, la pertosse e
la difterite. Si potranno anche osservare nuovi tipi di malattie come quelle
che in precedenza erano tenute cotto controllo.[9]”
Meno visibile è l’eredità
lasciata dal conflitto in termini di traumi, danni psicologici e livelli di
violenza domestica che in tale situazione tipicamente aumentano. Anche la
violenza e lo sfruttamento sessuale dilagano in modo caratteristico con la
disintegrazione della sicurezza interna e del controllo sociale e con
l’impotenza procurata dalla espropriazione dei beni primari. Di pari passo
si accompagna un aumento del rischio di infezione HIV/AIDS, la cui attuale
pandemia è verosimile sia conseguenza della rapida diffusione di una
infezione inizialmente altamente localizzata, ma poi estesasi attraverso
violenze sessuali di massa compiute durante guerre civili.[10]
Le popolazioni di militari
in tutto il mondo presentano elevati livelli di infezione da malattie
sessualmente trasmesse (da due a cinque volte quelli riscontrati tra i
civili) e quindi le situazioni di conflitto che implicano un vasto contatto
tra militari e civili mettono questi ultimi a forte rischio[11].
Le donne giovani sono vulnerabili a gravidanze indesiderate e pratiche
pericolose di aborto. In Liberia si stima che l’80% delle ragazze sfollate
abbiano praticato almeno un aborto prima dei 15 anni di età e che si abbiano
avuto gravidanze in giovani di 11 anni. La stessa gravidanza comporta dei
reali rischi all’età di 10-14 anni, età in cui é cinque volte più probabile
morire per complicazioni che in donne di 20-24 anni.[12]
Il sistema sanitario di un
paese, e le sue infrastrutture, può venire profondamente danneggiato dalla
guerra interrompendo così, nel breve termine, la fornitura di servizi
sanitari essenziali e programmi di sanità pubblica, ma anche, nel lungo
termine, accrescendo il costo e la complessità del ripristino della salute
della popolazione ai livelli precedenti all’inizio del conflitto. In periodo
bellico, ospedali e ambulatori, attrezzature e dotazioni mediche,
documentazioni e cartelle cliniche e amministrative vengono distrutte o
saccheggiate in modo casuale o sistematico, il personale sanitario rimane
decimato a causa dei morti, feriti e coinvolti nel conflitto, mentre il
sistema di approvvigionamento e distribuzione di farmaci ed equipaggiamento
sanitario viene profondamente sconvolto. Oltre ai servizi di assistenza,
anche le attività di prevenzione e profilassi vengono gravemente
compromesse: i programmi di vaccinazioni sono sospesi, i progetti speciali
di controllo di particolari malattie vengono interrotti e i bisogni di
interventi di sanità pubblica si accumulano nelle zone rese inaccessibili
dalla situazione bellica.[13]
Nel 1994 in Bosnia-Erzegovina a causa del conflitto meno del 35% dei bambini
poterono essere vaccinati, a confronto con il 95% del periodo precedente
l’inizio delle ostilità.[14]
Mentre la cause prime dei
problemi descritti sopra sono essenzialmente endogene, le sanzioni imposte
dalla comunità internazionale allo scopo di modificare la condotta di regimi
oppressivi possono a loro volta avere un impatto estremamente severo sulla
salute e il benessere dei civili. Secondo la OMS, come risultato delle
sanzioni imposte all’Iraq, nel periodo 1994-98 la mortalità infantile é
aumentata dal 47 al 108 per mille nati vivi, mentre la mortalità nei bambini
al di sotto dei 5 anni di età é passata nello stesso periodo dal 58 al 136
per mille.[15]
L’impatto del conflitto sul
sistema sanitario dell’Iraq é stato descritto efficacemente dal Dr. David
Nabarro dell’OMS. Confrontando la situazione odierna in Iraq (immediatamente
seguente al bombardamento della sede delle Nazioni Uniti a Baghdad
nell’estate 2003) con quella del 1980, quando la popolazione irachena godeva
di un discreto stato di salute, un buon sistema sanitario ed un ragionevole
tenore di vita, ha affermato:
“…il
risultato [della scarsità di risorse al sistema sanitario] e delle sanzioni,
oltre ad altri fattori, é stato quello di condannare una comunità a soffrire
profondamente sotto tutti gli aspetti.”[16]
La natura dei conflitti
Secondo la Carnegie
Commission on Preventing Deadly Conflicts, i fattori che mettono gli
stati a rischio di violento conflitto sono riassumibili in:
I conflitti odierni
avvengono sempre più all’interno degli stati anziché tra di loro: fatta
eccezione per 7, tutti i 110 conflitti che hanno avuto luogo tra il 1989 e
il 2000 sono state guerre civili.[18]
Gli stati coinvolti in guerre civili sono in genere i meno sviluppati in
termini regionali e assoluti. Nel 2002, dei 20 paesi con l’Indice di
Sviluppo Umano più basso, 16 erano interessati da conflitti o ne erano
appena emersi.
Esiste un legame
inesorabile tra guerra e sottosviluppo. Un recente rapporto della Banca
Mondiale afferma:
“La
guerra ritarda lo sviluppo, ma, viceversa, lo sviluppo ritarda la guerra.
Questo doppio rapporto causale dà luogo a circoli viziosi e circoli
virtuosi. Laddove si ha sviluppo, i paesi divengono progressivamente più
protetti dal conflitto violento, rendendo così più facile il conseguente
sviluppo. Laddove non si ha sviluppo, i paesi si trovano ad alto rischio di
venire presi nella trappola del conflitto che sconvolge l’economia e
accresce la probabilità di ulteriori guerre.”[19]
Il rapporto identifica due
generi di paesi a maggiore rischio di guerra. Il primo é costituito da
quelli a basso reddito che non sono riusciti a portare avanti nessun tipo di
politiche, di governance e di istituzioni che diano luogo ad una
crescita ragionevole e a diversificazione economica. Questi paesi sono
caratterizzati da declino economico, dipendenza dai prodotti da
esportazione, basso reddito pro capite e profonda disuguaglianza nella
distribuzione delle ricchezze. Il secondo gruppo di paesi é rappresentato da
quelli che sono caduti nella trappola della guerra. Il conflitto indebolisce
l’economia e lascia un lascito di atrocità. Esso inoltre dà luogo a leader e
a organizzazioni che hanno tutto l’interesse a perpetuare la violenza e ad
avvantaggiarsi da questa. La sfida principale per lo sviluppo di questo
gruppo di paesi risiede nell’elaborare interventi internazionali che siano
efficaci nello stabilizzare la società durante il primo decennio
post-bellico.
La stabilizzazione e la
ricostruzione post-bellica é estremamente costosa. Uno studio della
Commissione Carnagie, citato nel rapporto del Segretario Generale alla 55ma
sessione della Assemblea delle Nazioni Unite nel giugno 2001, stimava che la
comunità internazionale aveva speso circa 200 miliardi di US$ nelle 7
maggiori operazioni di peace-keeping degli anni 90, confrontati con i
70 miliardi utilizzati nelle azioni preventive. Gli Stati Uniti spendono
oltre 4 miliardi di US$ al mese in Iraq. Due mesi di queste spese
equivalgono al totale annuale dei prestiti facilitati concessi dalla Banca
Mondiale ai 78 paesi più poveri del mondo. Con meno della cifra di un mese
si potrebbero nutrire per un anno tutti gli affamati del pianeta.
Nel 2003 la guerra in Iraq
era costata più dei fondi richiesti globalmente per raggiungere i cosiddetti
Millennium Dovelopment Goals per il 2015.[20]
Gli Stati Uniti, che al momento sostengono oltre la metà delle spese
mondiali per la difesa, avevano proposto nel 2003 un budget dell’ordine di
349 miliardi di US$, un aumeno di 48 miliardi rispetto al 2002. A confronto,
un rapporto dell’UNDP del 1998 stimava che 9 miliardi di US$ sarebbero
sufficienti ad assicurare l’accesso universale ad acqua e servizi igienici,
con 12 miliardi si potrebbero fornire servizi di per la salute riproduttiva
a tutte le donne del pianeta; con 13 miliardi si potrebbe assicurare a tutti
gli esseri umani servizi sanitari e nutrizione di base; con 6 miliardi,
istruzione primaria per tutti.[21]
La salute come
dimensione della sicurezza umana
Recentemente sta emergendo
un nuovo paradigma che, mettendo in relazione i due concetti, un tempo
separati tra loro, di sicurezza e sviluppo collega la sicurezza alla
protezione della persona anziché alla protezione della integrità
territoriale dello stato-nazione. In questo modo esso riconosce che in
effetti spesso é proprio lo stato che costituisce la maggiore minaccia per i
propri cittadini. Questo nuovo modo di pensare é espresso attraverso il
concetto di “sicurezza umana” (human security).
Questo concetto venne
introdotto nel Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano del 1994,
che dichiarava che “il raggiungimento della sicurezza umana sta nello
sviluppo e non nelle armi.” Gli elementi essenziali di questo concetto
sono contenuti nella formula “libertà dal bisogno e libertà dalla paura”,
a suo tempo usata dagli stessi fondatori delle Nazioni Unite. Il Rapporto
descrive la sicurezza umana nel senso di sicurezza dalle minacce della fame,
delle malattie, dei crimini e delle oppressioni e di protezione
dall’improvviso e doloroso sconvolgimento della vita quotidiana. Sette aree
vengono identificate in cui la sicurezza può venire compromessa: la
sicurezza economica, alimentare, sanitaria, ambientale, personale,
comunitaria e politica.[22]
La salute é sia causa che
effetto della insicurezza. I livelli di malattia in paesi che rappresentano
una maggioranza della popolazione mondiale pongono una diretta minaccia alla
loro sostenibilità politica ed economica nazionale e quindi agli interessi
economici e politici globali di tutti paesi. Le dispute territoriali non
costituiscono più la causa principale dei conflitti, che invece sono sempre
più radicati nella lotta per le risorse, nelle cattive gestioni, nei
prodromi delle crisi umanitarie, nelle carenze di cibo e acqua e nella
diffusione della povertà e delle malattie. Investire nella salute globale
significa quindi investire nella sicurezza nazionale.
L’epidemia di HIV/AIDS
fornisce una potente descrizione degli effetti destabilizzanti della
morbosità e mortalità prematura. Colpendo soprattutto la popolazione dei
giovani adulti, il nucleo produttivo di una società, essa devasta la
famiglia e le strutture di supporto che tengono insieme le comunità e le
società. Ma questo effetto non é limitato al caso dell’AIDS. Tutte le
malattie debilitanti nelle comunità povere ritardano la capacità produttiva
e possono agire da devastante drenaggio delle scarse risorse esistenti
quando le famiglie cercano disperatamente di far fronte ai costi del
trattamento. La malattia é sia un prodotto che un acceleratore della
povertà.
La Commissione sulla
Sicurezza Umana sostiene che tre sono le sfide strettamente collegate alla
sicurezza umana: la malattie infettive su scala globale, le minacce alla
salute generate dalla povertà e la violenza in tutte le sue forme,
collettiva, interpersonale e auto-inflitta.[23]
In particolare, il terrorismo che sembra avere ormai radicalmente
trasformati gli scenari internazionali trova un terreno particolarmente
fertile nei paesi caratterizzati dal fallimento dello stato. La medicina e
la sanità pubblica hanno ruoli importanti anche se indiretti da svolgere
nell’assicurare pace e stabilità ai paesi in via di collasso. La salute
potrebbe rappresentare la più efficace misura anti-terroristica da potere
utilizzare.[24]
Ruolo dei
professionisti sanitari
Per delineare le principali
modalità con cui i professionisti sanitari potrebbero svolgere un ruolo
importante, si potrebbe pensare alla guerra (ma anche ai profondi mali
sociali che affliggono il nostro mondo) come a un complesso processo
patologico che attacca l’organismo globale rappresentato dal genere umano.[25]
Questa malattia ha fattori di rischio che vanno eliminati (prevenzione
primordiale) o modificati (prevenzione primaria) e sui cui effetti si deve
intervenire (prevenzione secondaria). Una volta che la malattia-guerra ha
ormai determinato il danno, non rimane che curare e riabilitare (prevenzione
terziaria). Gli epidemiologi, come gli altri operatori sanitari, svolgono un
ruolo importante in ogni fase di questo processo, ruolo che è più vasto del
limitarsi semplicemente a misurare i rapporti tra esposizioni ed effetti.
Per affrontare efficacemente il processo patologico, “si deve giocare con
l’intero mazzo di carte”: non importa quanto esperti siamo nella nostra
specifica disciplina, né quanto importanti siano le tecniche di studio che
possediamo; per migliorare la salute dobbiamo fare uso di un insieme di
strumenti socio-culturali di analisi (politici, economici e storici) e
diventare veri e propri attivisti e avvocati della salute.
Un esempio attuale di
questo approccio ci viene dai Territori Palestinesi Occupati dove l’ufficio
locale dell’OMS sta tentando di predisporre uno strumento per descrivere la
terribile condizione vissuta dalla popolazione. Precedenti studi
epidemiologici condotti da varie organizzazioni internazionali e locali
hanno rivelato la difficoltà di evidenziare in tutta la sua drammaticità
l’attuale immane crisi umanitaria, attraverso il semplice uso di indicatori
di salute convenzionali come mortalità, morbosità e accessibilità ai servizi
sanitari. E’ necessario elaborare metodologie e strumenti che permettano di
rappresentare e misurare il dramma vissuto dalle famiglie, dalle comunità e
da quella intera società: una sorta di “epidemiologia della sofferenza”.[26]
Le dinamiche e la
distribuzione della sofferenza sono ancora troppo poco comprese. I medici
possono forse alleviare le sofferenze del malato, ma spiegare la loro
distribuzione all’interno della società richiede nuovi approcci che
incorporino le biografie individuali in una più vasta matrice culturale,
storica e di politica economica. Le forze sociali ed economiche che
determinano le condizioni di vita della famiglia di Yussuf o di Amina sono
responsabili anche della situazione in cui si trovano milioni di individui.
E’ nel contesto di queste forze globali che la sofferenza di singole persone
acquista la dimensione più appropriata. La lettura degli eventi che
determinano la sofferenza di enormi quantità di persone sfugge alle semplici
analisi quantitative. Come é possibile veramente interpretare le statistiche
che parlano di milioni di morti a causa di guerre e carestie? Davvero i
numeri rivelano l’agonia, il tormento, le domande che questi individui
pongono al significato delle loro vite individuali e della vita in quanto
tale? A Stalin viene attribuita l’affermazione “Un morto é una tragedia, un
milione di morti é una statistica”.
“E’ possibile elaborare un
modello analitico, con potere esplicativo e predittivo, per cogliere
profondamente la sofferenza in un contesto globale?” si chiede Paul Farmer
in un libro da proporre come testo alle scuole di specializzazione in sanità
pubblica.[27]
L’analisi deve essere innanzitutto geograficamente vasta e storicamente
profonda, propone l’autore, evitando pericolosi riduzionismi (economico, di
genere, sociale, etnico/razziale) che, presi isolatamente, allontanerebbero
dalla comprensione dei meccanismi perversi che stanno alla base della
violenza strutturale e della natura e distribuzione della sofferenza estrema
di cui tale violenza é responsabile. La violenza strutturale si annida non
soltanto nella rete di odio di cui é in parte la driving force, ma
anche nelle varie forme di ingiustizia economica e sociale, di apartheid
etnico, religioso e culturale, che, come diceva Vicente Navarro per
l’America Latina, “fanno sì che l’equivalente di 20 bombe nucleari esplodano
ogni anno senza fare il minimo rumore”.[28]
Gli operatori sanitari,
soprattutto quelli di sanità pubblica e gli epidemiologi, possono fare molto
al riguardo, in particolare per prevenire la guerra e limitare le sue
conseguenze sulla salute. Per esempio, partecipando alla sorveglianza e
documentazione degli effetti che le guerre hanno sulla salute e dei fattori
che le provocano; impegnandosi nella educazione e nella coscientizzazione
sugli effetti della guerra sulla salute; promuovendo e sostenendo azioni che
prevengano la guerra e le sue conseguenze; lavorando direttamente nella
prevenzione della guerra.
L’Osservatorio Italiano
sulla Salute Globale[29]
(OSG) cerca di affrontare il discorso della salute in una dimensione
in cui povertà, diritti umani, guerra e global governance vengono
inseriti in quel quadro di giustizia globale senza cui i concetti fondanti
della nostra professione perdono senso. Oltre a pubblicare un Rapporto
annuale[30],
l’OSG sta cercando di promuovere l’introduzione delle problematiche di
Salute Globale all’interno dei curricula delle facoltà mediche in varie
università,[31]
nella convinzione che le strutture che alimentano l’ingiustizia sociale ed
economica, e che in molti casi sono alla base dell’odio e delle guerre,
rappresentano la maggiore minaccia alla salute pubblica.
[1]
WHA34.38. In:
Handbook of resolutions
and decisions of the World Health Assembly and the
Executive Board,
Volume II, 1973–1984. Geneva, World Health Organization, 1985:397–398.
[2] World Health
Organisation. (2002), World Report on Violence and Health. WHO,
Geneva.
[5] Murray CJL,
King G, Lopez AD, Tomijima N, Krug EG. (2002), Armed conflict as a
public health problem. BMJ 324: 346-349.
[7]
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Women, War and Peace. The
Independent Experts’ Assessment on the Impact of Armed Conflict on Women
and Women’s Role in Peace-building.
New York, United Nations Development Fund for Women.
[8] United
Nations. Prevention of Armed Conflict: Report of the
Secretary-General to the General Assembly. 55th Session,
June 2001.
[10] Collier P,
Elliot VL, Hegre H, Hoeffler A, Reynat-Querol M and Sambanis N. (2003),
Breaking the conflict trap: civil war and development policy.
Washington, World Bank and Oxford University Press.
[11]
Rehn and Sirleaf (2002), op.cit. p40.
[14] Horton R.
(1994), On the brink of humanitarian disaster. Lancet 343: 1053.
[16]
UN Press Briefing, Geneva, 22 Agosto 2003.
[17] World Health
Organisation. (2002), op.cit. P.220.
[18] World Health
Organisation. (2002), op.cit.
[19] Collier P,
Elliot VL, Hegre H, et al. (2003), op.cit.
[21]
Worldwatch Media Release, 9 October 2001.
[22]
United Nations Development Programme (1994), Human
Development Report 1994: New Dimensions of Human Security. New York,
Oxford University Press.
[23]
Commission on Human Security. (2003), Human
Security Now. Washington, Communications Development Inc. Pp.97-98.
[24] Horton R.
(2001), Public health: a neglected counterterrorist measure. The
Lancet 358: 1112-1113.
[25] Editorial. (1998)
Can medicine prevent war? BMJ 317:1669-1670 ( 19 December ).
[26] Pedersen D.
(2002), Political violence, ethnic conflict, and contemporary wars:
broad implications for health and social well-being. Social Science
and Medicine 55: 175-190.
[28] Navarro V.
(1974), The economic and political determinants of human (includine
health) rights. In Imperialism, Health and Medicine, pp.53-76.
Baywood Pub. Co. Farmingdale, New York.
[30] Osservatorio Italiano sulla
Salute Globale. (2004), Rapporto 2004 – Salute e Globalizzazione.
Feltrinelli, Roma.
[31]
Stefanini A. Troppi atenei sordi e miopi sui mali della povertà.
Sole24ore Sanità 22-28 febbraio 2005, pag. 20-21.
fonte: Quaderni acp |
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