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Il gesto del toccare nel nursing
Forse oggi abbiamo
bisogno di un modello concettuale per il contatto con la persona con dolore
nel nursing. "I gesti di cura" devon0 diventare sempre di più argomento di
studio, di confronto e di conoscenza interprofessionale.
Patrizia Brugnoli
Fisioterapista
Penso sia un’esperienza comune a chi da anni si occupa
di un determinato argomento fare delle considerazioni sul proprio lavoro e
sui cambiamenti che si sono affermati. Nello sconcerto generale dato dalla
pressione che i mutamenti sociali e politici hanno posto sulle professioni
sanitarie non mediche è di qualche conforto la verifica che il nostro lavoro
è maturato comunque, che la ricerca della qualità non si è servita solo dei
parametri imposti dalla visione medica del concetto di salute ma ha saputo
cercare, anche con rigore, una strada propria.
La
gestione non farmacologia del dolore ne è un esempio.
La comprensione dei bisogni
della persona ci ha portati a considerare il dolore come l’espressione di
fenomeni complessi, alcune fisiologici, altri strettamente connessi alla
dimensione umana come il vissuto della persona che soffre. Sappiamo che
ognuno ha la propria esperienza del dolore e che sempre soggettiva deve
essere la valutazione del sintomo.
Sappiamo che la nostra
presenza sarà un incontro in un luogo sconosciuto e con tale convinzione ci
avviciniamo alla persona che ci mostrerà una parte intima del suo mondo.
In molte situazioni,
specialmente nel caso del dolore cronico o conseguente un intervento
chirurgico, abbiamo verificato l’importanza che può rivestire un nursing
appropriato, per così dire in ascolto del sintomo. Ascoltare in assistenza
significa avere la capacità di sintonizzarsi con ogni canale sensoriale a
nostra disposizione ed utilizzarne le valenze operative.
In
questo articolo vorrei riferirmi al toccare come ad una di queste capacità
che, con diversa professionalità ma unico fine, l’infermiere e il
fisioterapista mettono al servizio di una persona che ha dolore.
Questo del toccare è stato
sempre un interesse che ci ha visti lavorare insieme più di una volta in
vari corsi, seminari formativi, ma soprattutto nei luoghi di cura. Da parte
nostra, mia e di altri colleghi infermieri, già nel 1996 portammo al XV
Congresso Aniarti una relazione sull’argomento. Il gesto era già stato da
tempo fonte di riflessioni antropologiche, come di analisi relazionali e
sociali che sottolineavano ed auspicavano una presa di coscienza anche
concettuale di questa risorsa. Nella nostra relazione si insinuava una
valenza del tatto che vorremmo riprendere qui, a quasi dieci anni di
distanza, arricchita dalle esperienze che nel frattempo abbiamo avuto
l’opportunità di fare e condividere.
Valenza terapeutica del tocco.
Che il tatto sia veicolo di
conoscenza e di comunicazione è ormai accettato in ogni contesto. Che si
tenda a toccare le persone con dolore molto di più di quanto si possa
pensare, anche. Ogni tentativo di definire questa esperienza professionale
ma anche umana ed ancestrale si incrocia inesorabilmente con la motivazione
propria di chi si occupa di nursing: il desiderio profondo di vicinanza, di
accompagnamento, di solidale sostegno verso la persona di cui ci prendiamo
cura. Sappiamo e ce lo siamo detto che questo, anche se non sappiamo
misurarne i parametri, diventa terapeutico.
Non entreremo qui
nell’argomento delle valutazioni strumentali del dolore né dell’informazione
del paziente o della formazione degli operatori. Preferirei ricordare quei
concetti che oggi sono dati per acquisiti ma che hanno rappresentato una
crescita vissuta giorno per giorno, dubbio per dubbio.
Oggi non abbiamo più timore
di fare indebite associazioni prendendo in prestito parole e concetti di
altre discipline: il termine stesso di dolore è frutto dell’
interazione, della compenetrazione tra le diverse scienze che da sempre
abbiamo appoggiato come superamento di una settorialità che rendeva la
persona solo un insieme di apparati e sistemi.
Abbiamo accettato che altre professioni potessero dare una opinione del
nostro agire. Si può dire che oggi temiamo meno l’apparente mancanza di
scientificità della psicologia e ascoltiamo con maggiore interesse chiunque
possa mediare tra il nostro bisogno di conoscenza e la necessità di rendere
il nostro agire professione.
Sappiamo ascoltare di più,
farci strumento sensibile di valutazione di uno stato, di scelta operativa.
Guidati dall’etica abbiamo imparato a sorvegliare il nostro operato perché
non rischi di farci identificare con l’altro, con il rischio di cadere nel
paternalismo o nella prevaricazione, e così possiamo più che farci
interpreti, farci osservatori empatici del sentire della persona di cui ci
prendiamo cura. In questa dimensione d’ascolto, il toccare sta raccogliendo
interesse, dubbi, approfondimenti ai quali vorrei dare un piccolo
contributo. Inizierò rivisitando alcuni campi di intervento.
Area
critica ed oncologia.
Se mai sono esistiti ambiti
di cure in cui sia stato necessario fare appello all’etica e ad ogni altro
apporto culturale ed umano, questi sono l’area critica e l’oncologia. La
consapevolezza di essere presenti ad un territorio di confine che si centra
sulle parole : scelta, decisione, qualità di vita, qualità
di morte, ha guidato gli operatori delle professioni sanitarie verso una
rigorosa verifica del proprio lavoro, ma anche delle proprie priorità e
motivazioni. Il contatto fisico con le persone alle quali viene
diagnosticata una malattia tumorale, o con coloro che sono da tempo in
chemioterapia, è ricco di implicazioni , sia assistenziali che umane che
hanno arricchito il nostro bagaglio gestuale La consapevolezza che la
ricerca di un concetto più vasto di cura ci ha indirizzato anche verso
quegli approcci definiti complementari, e non può sfuggire che la
maggior parte di queste terapie si basa sul contatto manuale. Nelle aree di
cura intensiva, si giocano sul tatto molte delle valutazioni. Molto ancora
si discute sull’importanza del toccare specifico in un nursing che sostenga
l’emergere della coscienza delle persone in stato alterato di coscienza.
Cure
Palliative
Il
contesto terapeutico in cui è stato forse maggiormente utilizzato il tocco
per lenire il dolore è quello delle cure palliative. Si potrebbe pensare che
l’interesse per questo tipo di approccio qui sia stato facilitato dalla
necessità di incontrare la persona in maniera più affettiva, comunque sia,
gli operatori si sono schierati sul versante umanistico ed hanno accettato
di buon grado incursioni in altre discipline, aiutati dal fatto di lavorare
in equipe multiprofessionali. Il vantaggio di contesti operativi come questi
è la possibilità di accedere ad una costante formazione su approcci diversi
ogni volta assolutamente personalizzati e quindi implementati nella gestione
del caso specifico. Un altro vantaggio delle cure palliative è rappresentato
dal sentimento di ricerca costante: ogni cosa possa far star meglio la
persona alla fine della sua vita diventa subito oggetto di valutazione,
studio, interesse.
Anche se la farmacologia è
pesantemente rappresentata tra le possibilità di ridurre il dolore, ci sono
casi in cui la persona rifiuta il più a lungo possibile di ricorrervi. Le
ragioni sono tante e non vorremmo approfondire qui l’argomento, il risultato
è l’accettazione da parte dell’equipe di una posizione che richiede
rispetto, ma anche un tentativo di ricorrere a metodiche che agiscano sul
sintomo senza utilizzare farmaci.
Dalla
riflessologia alla meditazione nessun campo può rimanere inesplorato nella
ricerca di soluzioni che si adattino al caso, tra queste il massaggio,
spesso associato all’aromaterapia, che viene riportato in molti studi e
molte pubblicazioni sull’argomento.
Fisioterapia
e tecniche manuali
Le
prime informazioni giungono dalla formazione di base che indica la necessità
di interrompere un ciclo doloroso innescato da condizioni su cui è possibile
agire, come la compressione da parte di un edema, la difficoltà
all’espansione toracica, una posizione scorretta, le contratture o lo stato
d’ansia. Il posizionamento della persona con dolore viene studiato e
modificato per facilitarne la ventilazione, il controllo ambientale, lo
scarico dei fluidi tissutali in eccesso e, non ultimo il risparmio
energetico: un cenno alla sofferenza come dimensione multifattoriale sia a
livello fisico che mentale con l’introduzione di un’associazione tra ansia e
postura come possibile genesi del dolore atteso.
Il
primo libro di massaggio terapeutico basato sull’evidenza è del 1997.
L’introduzione mette in guardia i lettori sia dal considerare l’argomento
ricerca concluso, come dal praticare una tecnica olistica ritenendola
alla portata di tutti. Gli apporti dati da altre discipline vengono
descritti come salutari e viene raccomandato di tenere la mente aperta a
nuove possibilità, ma viene anche consigliata una formazione continua e
complessa prima di poter mettere in pratica tecniche che, per definizione,
riguardano tutti gli aspetti della vita umana. Possiamo dire di concordare
su tutto quanto espresso. D’altro canto si tratta di un aspetto
considerevole e preso molto seriamente dagli operatori: ne sono testimoni la
partecipazione interessata ed attiva ai corsi specifici e il successo degli
approcci osteopatici e di terapia manuale basati su una visione completa
della persona.
Alcune
considerazioni.
Sono
molte le pubblicazioni, nazionali ed internazionali che hanno portato alla
nostra attenzione i seguenti punti:
§
il
toccare ha implicazioni culturali che spesso sottovalutiamo o diamo per
scontate;
§
un
professionista del nursing non può giustificare un gesto di cura con il solo
buonsenso, ma deve essere consapevole dei vantaggi e delle possibili
controindicazioni del suo agire,
§
specialmente là dove l’aggettivo complementare ci fa entrare in una terra di
nessuno terapeutica;
§
abbiamo bisogno di ripensare al perché, al come, al quando è nato il nostro
gesto, rivestendolo di una dignità culturale e procedurale trasmissibile;
Dal
punto di vista della metodologia, molte difficoltà nascono nello stesso
momento in cui constatiamo la dubbia affidabilità dell’interpretare la
descrizione di un gesto solo leggendone la descrizione (cosa che rende di
scarso aiuto tutte le pubblicazioni anche fotografiche, ad esempio).
Come commentare poi i casi
in cui parole uguali descrivono fenomeni diversi o quelle diverse che
individuano movimenti uguali? E le traduzioni da lingue straniere fatte da
persone che non conoscono la professione?
Il problema di non avere un
codice condiviso finisce per condurci alla tentazione dell’auto-referenza.
Un altro campo ricco di
risorse e possibili fraintendimenti, sicuramente da investigare è e sarà
sempre di più quello culturale, dato il bisogno di mediazione che la nostra
professione richiede per poter aiutare persone che provengono da altri
Paesi.
Quante di queste
osservazioni vengono portate alla luce? Quante rimangono nel cassetto del
proprio stile personale? A mio avviso è possibile e auspicabile un’analisi
di queste procedure e la scelta degli strumenti dovrebbe essere di chi li
usa. Abbiamo bisogno di un lessico comune che ci permetta di confrontare il
materiale che riguarda le nostre esperienze con il tocco. Molti di noi ci
hanno provato e continuano a provarci e spesso la ricchezza del materiale a
disposizione si disperde nei mille rivoli dei diversi orientamenti, delle
scuole, delle realtà particolari. Ma da soli non possiamo avere una
panoramica generale, è necessaria la partecipazione di altri, di conoscenze
maggiormente approfondite, di codici convenzionalmente accettati. La sintesi
attraverso l’evidenza non è definitiva. Tante ancora sono le implicazioni di
questo vasto argomento di interesse.
L’esperienza
di un gruppo
Vorrei raccontare la
mia esperienza, la vera ragione della mia crescita professionale. E’ dovuta
ad un caso o forse al fatto che interessi comuni tendono ad unire persone
diverse, ma ho un vero orgoglio nel dire che ho sempre lavorato in un
gruppo. Talvolta è stato il reparto, altre il Servizio territoriale, adesso
è un gruppo nato spontaneamente. E’ un gruppo per modo di dire, certamente
rappresentativo di molte professionalità, ed anche capace di coagularsi nel
momento del bisogno. Si è formato un po’ per caso, un po’ per interesse per
l’argomento o per l’amicizia che alcuni di noi hanno tra loro. Infermieri di
area critica, di oncologia, di chirurgia, di cure palliative, tutor,
psicologi, volontari e fisioterapisti negli anni abbiamo scambiato tra noi
non solo informazioni, ma anche modelli, stili di pensiero e sensibilità.
Nell’ottica dell’ecologia professionale sono tornate utili alcune
osservazioni già da molti anni fatte nei confronti della persona sottoposta
a cardiochirurgia. All’interno della discussione sul posizionamento di una
persona con dolore cronico abbiamo rielaborato e riproposto alcuni gesti che
allora si rivelarono utili e che possono esserlo ancora. Si sono poi
aggiunte considerazioni ed esperienze sul dolore acuto apprese da colleghi
esperti nell’assistenza di persone con diverse patologie, da corsi di
aggiornamento frequentati insieme o, semplicemente attraverso Internet.
Abbiamo provato e scartato gesti che si sono rivelati incomprensibili o
troppo complessi, come ogni altro operatore ci siamo fatti un bagaglio
gestuale che ci portiamo dietro, pronto per essere utilizzato al bisogno. Un
esempio è rappresentato da quanto è descritto in un precedente articolo
ospitato da questa rivista e dedicato alle cure di fine vita, che tratta di
un insieme di procedure manuali dolci e di un linguaggio convenzionale per
descriverle. Una delle esperienze fondamentali riportate nel gruppo è stato
avere la possibilità di confrontare e riproporre le nostre osservazioni ad
altri operatori professionali. Lo scorso anno l’Ufficio di Formazione
dell’Azienda Sanitaria di Firenze si è infatti fatto promotore di questa
occasione di scambio organizzando due seminari sull’argomento destinati ad
infermieri domiciliari dei vari distretti e zone cittadine. Da questa
esperienza sono emerse competenze di osservazione del contesto, di lettura
dei bisogni e di risorse manuali di una certa utilità e quindi rilevanti ai
fini di una trasmissione della cultura del tocco.
Conclusioni.
Per concludere, ci auguriamo
che la corsa all’acquisizione dei crediti formativi non penalizzi un
patrimonio globale per frammentarlo in piccoli corsi facoltativi. Ci
auguriamo che la competenza nei gesti di cura (per parafrasare il bel
titolo del libro della dottoressa Donatella Cozzi) diventi sempre più
argomento di studio, di confronto e di conoscenza interprofessionale alla
portata di tutti. Abbiamo bisogno di un modello strutturale per osservare e
discutere sui vantaggi o meno del diverso modo di toccare. Ne abbiamo
bisogno per sconfigger il mito del dono delle mani d’oro, ma
ancor più perché ogni mano possa esserlo, sorretta dalla professionalità e
dalle nostre intenzioni.
Desidero ringraziare tutte
le persone e i colleghi, la cui lista è lunghissima, che direttamente ed
indirettamente hanno contribuito a questo lavoro.
Per richiedere informazioni
e bibliografia scrivere a:
gestidicura@libero.it
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