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L’assistenza è uguale per tutti?
Le persone
che provengono da paesi extraeuropei hanno bisogno di un’assistenza diversa?
Possiamo relazionare con loro nello stesso modo in cui, quotidianamente, lo
facciamo con gli altri?
Palma
Bernardi
Interculturale,
multietnico, transculturale sono tutte parole che ormai da qualche anno
s’intrecciano con la nostra vita quotidiana. La presenza di una popolazione
di migranti non è più un qualcosa d’esotico, ma appartiene alla nostra vita
sociale. In ogni settore: scuola, lavoro, divertimento ci confrontiamo con
persone e culture diverse dalla nostra. Recentemente, in un suo discorso, il
Presidente della Repubblica incoraggiava gli italiani ad accettare ed
accogliere le persone straniere, che ormai condividono con noi il vivere
quotidiano. Tra le popolazioni migranti ne troviamo alcune che si sono
stabilite qui già da una generazione. S’incontrano genitori che non parlano
italiano a differenza dei loro figli che, invece, lo parlano benissimo,
essendo nati e cresciuti qui.
La salute è uno dei tanti
settori investiti da questo cambiamento. Nei nostri reparti la presenza di
persone provenienti da paesi lontani è ormai massiccia. Nel 2003 il numero
totale dei ricoveri di pazienti stranieri in ospedale è stato di 401.069,
per un aumento del 41,2% rispetto al 2000 (Dati Dossier Statistico 2005
Caritas/Migrantes). Non possiamo, quindi ignorare la situazione, ma dobbiamo
cominciare a costruire un approccio diverso al problema. A livello teorico
la letteratura è vasta. Facendo una ricerca bibliografica ci si rende conto
che di testi sull’argomento ce ne sono in abbondanza, per lo più di paesi
stranieri, dove il fenomeno migrazione è presente già da molti anni, ma
negli ultimi tempi ne troviamo molti anche italiani.
In Italia l’immigrazione è
stata affrontata con approcci diversi dagli ultimi governi. Partendo dalla
legge Martelli L.39 del 1990: in cui si costituivano i primi centri
d’accoglienza, si programmavano i flussi migratori, si destinavano fondi
alle politiche dell’immigrazione, si davano i primi diritti agli immigrati
con permesso di soggiorno, compreso quello sanitario; si arriva all’attuale
legge Bossi/Fini L.30 del 2002, dove si richiedono le impronte digitali, la
regolarizzazione delle badanti, l’espulsioni per gli stranieri senza
permesso di soggiorno, etc. Senza soffermarsi su un’analisi delle leggi,
vorrei richiamare l’attenzione su quello che succede all’interno dei “
Centri di Permanenza Temporanei ”, argomento scottante sulle prime pagine di
tutti i giornali, per sottolineare che gli immigrati non sono senza diritti,
anzi a livello giuridico sono sanciti chiaramente.
In Italia il problema
“immigrazione” è diventato pressante dagli anni ’90, non dimentichiamoci che
eravamo noi gli “immigrati” nemmeno tanti anni fa. Nel 1970 gli immigrati in
Italia erano 144.000, meno degli italiani che in quell’anno erano emigrati,
152.000, ed eravamo ancora il primo paese esportatore di manodopera in
Europa. Quanti italiani dal sud sono immigrati in Germania per cercare un
lavoro che in Italia non si trovava soltanto quaranta, cinquanta anni fa!
Negli Stati Uniti, a New
York, ad Ellis Island è documentata tutta la migrazione europea dei primi
del novecento e si possono rintracciare tutti i nomi degli immigrati, tra
cui molti, molti italiani.
L’America, infatti, è un
paese che si è formato con le migrazioni, all’inizio essenzialmente dall’
Europa, poi da tutto il mondo.
Si capisce quindi perché la
prima teorica dell’assistenza a persone che provengono da culture diverse la
troviamo in America già negli anni ’50.
Madeleine Leininger è la fondatrice del “Nursing
Transculturale”. In quel periodo, lavorando come infermiera
specializzata in psichiatria infantile, si rese conto di come le differenze
culturali dei bambini influivano sui benefici della cura. Individuò la
cultura come dimensione cruciale dell’assistenza sanitaria. Si rese conto
della sua preparazione monoculturale e monocentrica e che questo non le dava
la possibilità di garantire un’assistenza adeguata a tutti. Fu una pioniera
in questo campo perché negli anni ’50 i bisogni culturali dei bambini
africani, messicani, ebrei o altro non erano presi in considerazione. Il
personale medico ed infermieristico non percepiva nemmeno la differenza
culturale. Da quel momento, cominciò per lei un lungo percorso di
formazione personale. La laurea in antropologia culturale la portò ad
individuare il vuoto che esisteva nell’assistenza infermieristica ed a
fondare il “Nursing Transculturale” (N.T.). Non esistevano modelli, teorie
concettuali o pratiche da utilizzare e con impegno e sulla base dei suoi
studi ed esperienze cominciò a lavorare e a produrre tutto il materiale che
ora noi abbiamo a disposizione. Comprese che l’infermieristica e
l’antropologia avevano obiettivi e procedure diverse, ma nonostante fossero
due distinte discipline avevano elementi comuni che andavano presi in
considerazione.
Individuò sette fenomeni che
favorirono lo sviluppo del N.T.:
1)
incremento dei fenomeni migratori,
2)
implicita aspettativa che gli infermieri fossero in grado d’assistere
persone di culture diverse,
3)
incremento tecnologico nei processi assistenziali e terapeutici,
4)
imposizioni culturali tra infermieri ed assistiti di diverse culture,
5) aumento
degli infermieri che viaggiavano o lavoravano all’estero,
6) azioni
legali a seguito di negligenza culturale e pratiche d’imposizioni culturali,
7) aumento
dei diritti ottenuti da categorie sessuali e particolari (donne,gay).
L’obiettivo del N.T. fu
ed è la promozione ed il rispetto delle esigenze d’assistenza
culturale degli esseri umani. Leininger definisce l’assistenza come: ”
Quei modi basati sulla cultura, di curare, supportare, permettere e
agevolare, che consentono d’aiutare le persone in modo compassionevole,
rispettoso e adeguato per migliorare una condizione umana o un modo di
vivere o per aiutare le persone a fronteggiare malattie, morte o disabilità.”.
Si rese conto che l’infermiere aveva bisogno di una formazione specifica,
doveva acquisire conoscenze relative a culture diverse e apprendere i modi
per potere aiutare le persone che appartenevano a questi mondi. Perché
l’assistenza alla persona fosse terapeutica, le conoscenze professionali
dovevano adeguarsi ai valori ed alle aspettative degli assistiti, se questo
non fosse avvenuto la persona avrebbe potuto non capire, quindi non avrebbe
collaborato al piano di cura. Fino ad allora l’insegnamento e la pratica
infermieristica centravano l’attenzione sulla patologia, solo dal punto di
vista biomedico, perdendo così la possibilità di valutare tutti quei
fenomeni relativi alla cultura ed alla religione che invece influiscono
sulla cura. Leiniger, con l’infermieristica transculturale, si è posta
l’obiettivo di formare una nuova generazione d’infermieri capaci d’assitere
in maniera congrua e competente persone con valori e credenze simili o
diverse. Punto di partenza era ed è l’acquisizione da parte dell’infermiere
della consapevolezza dei propri preconcetti e pregiudizi culturali. Il primo
nodo da sciogliere è “ conosci te stesso”, obiettivo difficile da
raggiungere, per questo è importante essere seguiti da insegnanti preparati
che conducono gli allievi lungo un percorso ben delineato. L’esperienza che
si acquisisce sul campo è fondamentale se ben analizzata. Per riuscire a
mettere in pratica una buona assistenza transculturale ci vuole creatività,
apertura mentale, criticità verso sé stessi, acquisizione di prospettive
diverse. Bisogna stare attenti però, a non inglobare le persone in pacchetti
culturali, ma ricordarsi sempre che alla base dell’assistenza c’è
l’individuo, che è sempre diverso mai uguale ad un altro nei bisogni o nelle
necessità. E’ un’assistenza difficile che pretende grande preparazione, un
grosso sforzo individuale non solo formativo ma anche e soprattutto umano.
Se seguita con passione e professionalità arricchisce sia chi la pratica che
chi la riceve. Questa è l’assistenza che noi dovremmo essere in grado di
dare a tutti, è un grosso impegno nell’ambito della formazione personale, ma
soprattutto un enorme sforzo nella cura quotidiana dei nostri assistiti.
per contattare l'autrice: palma.m.bernardi@alice.it
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