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Savar- Rivista del Nursing in movimento

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Le dimensioni culturali della professione infermieristica
 

 Università degli studi di Bergamo Corso 242708 FSE 2004 Obiettivo 3 Misura C Sottomisura 3 - Regione Lombardia 

“LE MATRICI CULTURALI DELLA DIAGNOSI E DELL’INTERVENTO SOCIO-SANITARIO”

Anno Accademico 2004-2005

 Tutor: Dott.ssa Raffaella Boi
Presentata da:
Maja Tommasini

Indice:
Introduzione
L’antropologia: un valore aggiunto alla professione infermieristica
L’infermiere oggi
Cosa s’intende realmente con cultura?
La cultura dell’infermiere e le culture altre
L’infermieristica transculturale
Madeleine Leininger
Illness e disease
I livelli di incomprensione tra operatore sanitario e paziente
La mediazione culturale
Conclusioni
Bibliografia

 

Introduzione 

La cultura appare un elemento così tipico della natura umana da essere dato per scontato. Si è totalmente modellati dalla cultura da non renderci conto che essa esiste indipendentemente da noi e che le nostre azioni rispecchiano di norma schemi prefissati e dinamiche istituzionalizzate. Qualsiasi espressione dell’uomo non può prescindere dalla particolare matrice culturale della società di appartenenza” 

(P.Ceri, L.Gallino e altri “Manuale di sociologia” UTET 1997)

 Questa affermazione di carattere generale sulla cultura è applicabile anche a quel particolare gruppo sociale che è rappresentato da coloro che svolgono la medesima professione.

Di conseguenza, quando parliamo di cultura infermieristica ci si riferisce a quel patrimonio astratto di cognizioni, tradizioni, norme, rappresentazioni, procedimenti tecnici, modi strutturati di pensare, interpretazioni e agiti, comportamenti trasmessi e usati sistematicamente, caratteristico del gruppo sociale degli infermieri.

In considerazione del fatto che il processo di professionalizzazione degli infermieri è relativamente giovane, occorre tenere conto che sono ancora molte le varietà presenti nel panorama culturale degli infermieri perché molte sono le matrici sia formative che operative all’origine di questa professione.

Inoltre, nonostante il riconoscimento a pieno titolo della professione infermieristica ed il suo percorso formativo universitario siano un’acquisizione recente, il ruolo di chi presta assistenza e cure in ambito sanitario è un ruolo che, sotto varie forme, presenta un aspetto transculturale, rintracciabile fra i più diversi gruppi etnici e che si è evoluto attraverso i secoli: per questo motivo molte sono state nel tempo, soprattutto negli anni più recenti, le rappresentazioni e gli approcci operativi che hanno caratterizzato l’assistenza infermieristica.

Leggere le caratteristiche del modello di pensiero e di prassi nella professione infermieristica che la nostra cultura ha trasmesso fin qui e ha plasmato nella professione di oggi può aiutare a comprendere meglio come influenzare e favorire l’evoluzione di una nuova cultura infermieristica.

Durante questo breve saggio vorrei quindi porre l’attenzione sull’importanza che riveste l’impostazione culturale con i suoi assunti, la sua etica e le sue prassi nella professione dell’infermiere, soprattutto quando ci si trova a prestare assistenza a persone straniere, che sempre più numerose arrivano nel nostro paese per i più svariati motivi, dal semplice turismo alla speranza di migliorare la qualità della vita. In particolar modo, vorrei focalizzare la mia analisi sull’aspetto etico e deontologico che sottintende alle pratiche e al modo stesso di pensare caratteristici della professione.

La professionalità infermieristica dovrebbe, infatti, costituirsi sul fondamento di un modello interattivo, in grado di essere utilizzato ovunque e nelle situazioni più diverse e in ogni caso coinvolgente, in grado soprattutto di farsi carico di una serie di situazioni che vengono ad attivarsi in un mondo in continuo mutamento, a livello globale e locale, dove culture e identità diverse vengono continuamente a contatto e si ritrovano a dover interagire in un unico contesto.

Un nursing di questo tipo diventa così un percorso antropologico, inteso come confronto con l’alterità; quasi una formazione antropologica all’incontro e quindi un aprirsi alla contemporaneità di un mondo fatto di differenze e di particolarità, ma anche d’incroci, di trasversalità e allo stesso tempo di conflitti e di ibridazioni.

 L’antropologia: un valore aggiunto alla professione infermieristica 

L’infermieristica e l’antropologia sono due discipline molto legate fra loro: infatti, così come l’oggetto specifico degli studi antropologici è l’uomo, l’infermieristica si rivolge all’essere umano, alla famiglia, al gruppo e alla collettività.

Ambedue le discipline quindi, si rivolgono all’individuo inteso nella sua globalità e molteplicità, comprensivo di componenti biologiche, psicologiche, socioculturali e spirituali, considerando l’essere umano come sistema integrato  e aperto in continua interazione con il suo ambiente, interno ed esterno, con il quale intraprende continui scambi di energia e informazioni.

Le cure infermieristiche hanno proprio la particolarità di poter meglio raggiungere l’individualità dell’uomo, più di altre professioni, proprio perché sono fondate sulla comprensione dei bisogni primari e assistenziali, oltre ovviamente a quelli di tipo sanitario.

Allo stesso tempo, la comprensione e la cura delle necessità individuali richiedono l’utilizzo e la padronanza di principi e concetti propri del sistema sociale, quali la salute, l’uso delle emozioni, la malattia, la sofferenza, la cura e così via.

Il sapere antropologico è divenuto un utile complemento all’assistenza e alla professione infermieristica, grazie al quale questa difficile professione, integrandosi con le altre scienze umane tra cui appunto l’antropologia, sta cominciando ad emanciparsi e ad uscire dagli schemi antiquati dentro le quali è sempre stata rinchiusa.

Le parole dell’infermiera francese Marie-Françoise Collière esprimono molto bene questo concetto:

“ogni situazione di cura  è una situazione antropologica, ovvero che riguarda l’uomo inserito nel suo ambiente, intessuto da ogni tipo di legame simbolico; così l’approccio antropologico appare come il percorso più opportuno per scoprire le persone che vengono curate e rendere significative le informazioni che esso contiene.”

Secondo la Collière l’approccio antropologico alle situazioni assistenziali, proprio perché pone in risalto le cosiddette “abitudini di vita” dei pazienti, implica la messa in discussione della metodologia di coloro che assistono, non tanto come insieme di tecniche mediche e infermieristiche, ma come conoscenza degli strumenti, della consapevolezza del potere costrittivo delle proprie classificazioni, incoraggiando un’autocritica e un’analisi dei propri modelli che permetta di costruire una maggiore flessibilità.

 L’infermiere oggi

 Purtroppo l’infermieristica in Italia oggi è ancora poco considerata, se non nel suo ristretto ambito ed esistono ancora molti fraintendimenti riguardo alla figura degli infermieri, legati soprattutto al ruolo subordinato che hanno rivestito fino a non molto tempo fa.

Basta ricordare che è solamente con la Legge 42/1999 che la denominazione “professione sanitaria ausiliaria” scompare ed è sostituita dalla denominazione “professione sanitaria”; il mansionario è stato abrogato e il campo di attività e di responsabilità della professione infermieristica è attualmente determinato dagli ordinamenti didattici dei rispettivi corsi universitari di base e post-base, dai contenuti del decreto ministeriale istitutivo del profilo professionale dell’infermiere e dal Codice Deontologico.

E’proprio nel Codice Deontologico che è affrontato il tema dell’alterità culturale:

CODICE DEONTOLOGICO DELL'INFERMIERE

Testo approvato dal Comitato Centrale della Federazione IPASVI - Febbraio 1999

Articolo 2 - PRINCIPI ETICI DELLA PROFESSIONE

 

2.3. L’infermiere riconosce che tutte le persone hanno diritto ad uguale considerazione e le assiste indipendentemente dall'età, dalla condizione sociale ed economica, dalle cause di malattia.

 

2.4. L’infermiere agisce tenendo conto dei valori religiosi, ideologici ed etici, nonché della cultura, etnia e sesso dell’individuo.

 

2.5. Nel caso di conflitti determinati da profonde diversità etiche, l’infermiere si impegna a trovare la soluzione attraverso il dialogo. In presenza di volontà profondamente in contrasto con i principi etici della professione e con la coscienza personale, si avvale del diritto all’obiezione di coscienza.

 Dall’Anno Accademico 2003-2004, con l’istituzione delle prime Lauree Specialistiche in Infermieristica, stiamo arrivando alla piena legittimazione epistemologica del nursing in Italia.

Malgrado la veloce progressione avvenuta negli ultimi 10 anni, l’intellettualità della professione deve ancora essere convalidata nell’immaginario collettivo: infatti, anche se il bisogno di assistenza infermieristica riflette tutte le dimensioni costitutive dell’essere umano: biofisiologica, psicologica e socio-culturale, il modello tecnicistico biomedico domina il rapporto salute-malattia.

L’infermieristica è sì un processo di ricerca scientifica ma deve essere anche un processo di costruzione continua di senso, attraverso la dinamica relazionale infermiere-utente, infermiere-comunità, nella quale la cultura, il tempo storico sociale, i vissuti dei protagonisti hanno un ruolo fondamentale nella risoluzione positiva del rapporto.

Purtroppo l’antropologia culturale e sociale solo ora cominciano a farsi spazio nella formazione degli infermieri e non è chiaro a tutti i professionisti come la cultura influenzi il modello di salute o come ad esempio la religione sia un elemento tanto intimo e profondo dell’individuo da incidere sui processi assistenziali.

Purtroppo l’insegnamento e la pratica dell’infermieristica nel nostro paese tendono tuttora a porre molta enfasi sulle diagnosi e sulle patologie, sulle relative cure e sulle modalità con cui gestire i sintomi, ponendo l’interesse principalmente sul corpo.

I fattori riguardanti i fenomeni culturali e assistenziali spesso risultano per lo più invisibili o dati per scontati ai fini della guarigione e del benessere degli assistiti.

In Italia stiamo assistendo da una decina d’anni a flussi migratori che portano nel nostro paese moltissime persone con culture diverse dalla nostra, alla quale molti di noi guardano con diffidenza o con pregiudizio, pensando a torto che ci portino via lavoro, spazio, che stravolgano le nostre abitudini e addirittura che portino ignoranza e malattie.

Non è affatto così e se solo ci fosse la pazienza e la volontà di comprendere questi mondi dissimili dal nostro si potrebbe intraprendere un viaggio in quel fascinoso mondo che è l’altro.  

Cosa s’intende realmente con cultura?

 Per comprendere meglio la stretta relazione tra infermieristica e antropologia è utile spendere due parole sul concetto di cultura, dato che è proprio questo concetto, alla base dell’infermieristica transculturale, che diventa il campo d’incontro principale tra le due discipline, proprio perché l’infermiere è chiamato anche ad assistere persone che appartengono a culture diverse.

Il concetto di cultura fa parte di quell’insieme di nozioni attorno al quale i diversi studiosi hanno riflettuto a partire dal momento in cui è nata la disciplina dell’antropologia: ne sono state date molteplici definizioni nel corso del tempo e ne è stato più volte ripensato il valore interpretativo.

In italiano questo termine ha una doppia accezione: nel parlare comune il senso che gli viene solitamente attribuito è quello di istruzione, cioè di ampio insieme di conoscenze, acquisite attraverso le esperienze personali e lo studio.

Questo significato tradizionale è sempre stato sinonimo di “erudizione” e riconduce ad una grande tradizione fondata sulla scrittura e a un sapere elitario ma allo stesso tempo espressione di valori e di ideali ritenuti universali: questa concezione implica un’opposizione tra “colti” e “incolti” e l’esclusione di quel sapere, implicito nei costumi e nelle società, dall’ambito della cultura  intesa come personale e consapevole.

Implica spesso anche un atteggiamento di tipo etnocentrico in cui i temi trattati, le modalità di approfondimento e analisi, i pregiudizi e modelli di pensiero considerati validi sono solamente quelli della propria società di appartenenza.

In antropologia però cultura significa qualcosa di più esteso e diverso.

La prima definizione antropologica del termine cultura è quella elaborata dall’antropologo evoluzionista britannico Edward Burnett Taylor nel 1871 che esprime molto chiaramente l’acquisizione compiuta del concetto moderno e scientifico di cultura da parte dell’antropologia.

Nel suo lavoro “Primitive culture” egli scriveva che la cultura: “ intesa nel suo ampio senso etnografico è quell’insieme complesso  che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società”. (Taylor, 1871)

Il concetto di Taylor segna il passaggio da una delimitazione che guarda all’acquisizione e al possesso consapevole di conoscenze e competenze ad una riflessione sulle modalità d’esistenza dei diversi popoli, ponendo l’accento sull’irrinunciabilità della dimensione etnografica, e su una visione della cultura come insieme complesso che ingloba tutte le attività umane.

La cultura, in questo senso, è un elemento specifico di tutti gli esseri umani e non è possibile sostenere che esistano individui privi di cultura.

La definizione di Taylor però si colloca all’interno di una teoria evoluzionista, secondo la quale, attraverso l’esame dei “tratti” culturali, isolati dal loro contesto e confrontati con tratti similari, era possibile ricostruire al grado di “sviluppo culturale” e quindi le tappe dell’evoluzione umana.

Stocking (1999), a proposito della definizione di Taylor, pone l’accento su come:

“l’uso tayloriano del termine cultura mancava di un certo numero di configurazioni associate di norma al moderno concetto antropologico: storicità, integrazione, determinismo comportamentale, relatività e, più sintomaticamente, pluralità”

L’approccio evoluzionista e con esso l’idea che, dato un elemento, ne discendessero in modo automatico degli altri ad esso correlati in modo rigido, sono stati abbandonati e già per Franz Boas, nel 1911, la cultura era qualcosa di più di una semplice elencazione di tratti tanto che “i suoi elementi non sono indipendenti, ma hanno una struttura” e in quanto tali, non si possono estrapolare  dal contesto di cui sono parte.

La cultura pertanto non è una sola bensì esiste una molteplicità di culture e ognuna va considerata e analizzata distinguendola dalle altre.

Anche Levi-Strauss osserva come le culture sono legate tra loro da somiglianze e differenze e come una cultura non sia un universo separato, ma un insieme etnografico che presenta scarti rilevanti rispetto ad altri insiemi: l’identificazione di una cultura dipende dunque secondo Levi-Strauss dalla scala d’analisi che adottiamo e in definitiva, da quello che cerchiamo.

Questo aiuta a comprendere non solo l’impossibilità di definire in modo rigido le caratteristiche di una specifica cultura ma anche che le unità comunemente intese con il termine “cultura” non sono entità chiuse, con confini rigidi.

Uno stesso insieme di individui “dipende simultaneamente da più sistemi di cultura: universale, provinciale, locale…familiare, professionale, confessionale, politico

( Levi-Strauss 1971).

Credo che proprio da questo concetto di Levi-Strauss noi operatori sanitari dovremmo partire per operare con le persone, nel rispetto dei diversi sistemi di cultura propri di ciascun essere umano.

Questa attenzione andrebbe implementata nel lavorare con persone straniere, con le quali difficilmente condividiamo alcuni sistemi di cultura che facciamo fatica a comprendere nella loro complessità pur condividendone altri sulla base di alcune appartenenze e vissuti comuni quali vivere sullo stesso territorio, condividere modelli portati avanti dal processo di globalizzazione, etc.

 

 La cultura dell’infermiere e le culture altre

 L’aumento delle persone straniere nel nostro paese ha portato alla necessità di una nuova coscienza culturale da parte della professione infermieristica che presuppone il superamento degli atteggiamenti di campanilismo e chiusura e la presa di coscienza delle differenze culturali, per essere d’aiuto a chi parla un’altra lingua ed esprime bisogni  con modalità diverse.

Gli infermieri sono spesso il primo contatto che la persona straniera ha con il servizio sanitario e costituiscono perciò una grande risorsa che va utilizzata per migliorare la qualità dell’assistenza fornita che deve essere adeguata ai bisogni individuali della persona.

L’interesse primario della scienza infermieristica è la persona nel suo continuum salute- malattia che va considerata in senso olistico, nelle tre dimensioni costitutive dell’essere umano: bio-fisiologica, psicologica e socio-culturale.

Siamo abituati ad un contesto sociale poco orientato alla cultura dell’alterità e a trattare tutti i pazienti allo stesso modo, senza considerarne le diverse matrici culturali, all’insegna di un etnocentrismo professionale, che va superato inserendo la persona nel suo contesto culturale e impostando l’assistenza tenendone conto.

E’ importante che l’infermiere cominci a riflettere  su questi elementi  e acquisisca la capacità e la disponibilità a mettersi in ascolto e all’osservazione della propria diversità e di quella altrui: per farlo si rende perciò necessaria una formazione anche antropologica.

L’incontro tra infermiere e paziente è sempre l’incontro tra due universi culturali distinti, anche se entrambi provengono dalla medesima cultura; di conseguenza un’attenta conoscenza della propria cultura è un presupposto indispensabile per riuscire a dialogare con il paziente, sia che questi venga dal nostro stesso paese, sia che venga da un paese altro.

L’approccio integrato condiviso dall’antropologia culturale e dal nursing unisce fortemente le due discipline e pone la persona al centro della relazione, aiutando a comprendere ciò che essa porta in sé, i suoi bisogni espressi ed inespressi, nel rispetto della sua cultura e religione.

L’importanza dell’antropologia nella professione infermieristica, e più in generale per i professionisti della salute, può tradursi in una maggiore capacità d’ascolto e di intuizione, in una maggiore comprensione delle differenze e delle similitudini.

 L’infermieristica transculturale

 Alcuni fattori di rilievo mondiale, a mano a mano che il mondo ha assunto una dimensione sempre più globale e complessa, hanno influito significativamente sulla necessità di un’infermieristica transculturale.

In primis il costante e rilevante aumento dei fenomeni migratori: immigrati, rifugiati, profughi e altri soggetti che si spostano verso luoghi geografici all’interno o al di fuori di una cultura, di un paese o di un territorio e la fluttuazione, su scala mondiale dei gruppi culturali che varia nei diversi paesi.

Importanti sono anche i segnali crescenti di conflitti e scontri culturali, di guerre e di atti di violenza tra diverse culture e nazioni, tra paesi occidentali e medioriente, con conseguenze sulla salute, sulla sopravvivenza di persone o sulla loro morte.

L’assistenza a utenti  immigrati e profughi, molti dei quali hanno subito violenze, hanno assistito a eccidi, a scontri e conflitti culturali, rappresenta una grande sfida per gli infermieri ma anche un’impresa interessante perché mette in discussione un universo personale spesso chiuso e poco aperto alla comprensione dell’altro, anche se dovrebbe essere esattamente il contrario per chi fa questo mestiere.

Gli infermieri in queste situazioni sono chiamati a prestare assistenza a persone portatrici di valori politici, culturali e religiosi molto diversi tra loro e spesso differenti dai propri e diventa fondamentale possedere competenze transculturali. 

Inoltre, soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, c’è stato un notevole incremento del numero di medici, infermieri e altri professionisti della salute che operano in luoghi diversi del mondo, anche lontani dal luogo d’origine, con pazienti culturalmente estranei, per portare la loro esperienza e il loro lavoro a persone in difficoltà, in scenari di guerra, in zone povere di risorse del pianeta (basti pensare a Medici senza frontiere o a Emergency).

Un primo passo fondamentale per entrare in relazione con persone straniere è conoscere qualcosa delle dinamiche migratorie e delle caratteristiche demografiche degli immigrati nel nostro paese, per evitare di incorrere in equivoci che possono danneggiare la qualità della comunicazione.

I sociologi identificano, alla base delle migrazioni, due tipi di forze che interagiscono tra loro in modo più o meno sinergico:

 

·       Fattori di espulsione (push factors) da un paese: povertà e inadeguato sviluppo umano; urbanizzazione massiccia; guerre, disordini sociali e repressioni interne; catastrofi ambientali; aspettative culturali frustrate.

·       Fattori di attrazione in un altro paese (pull factors): aspettative culturali e legate ad una migliore qualità della vita; richiesta di manodopera; maggiori possibilità economiche

Alcuni parlano anche di fattori di scelta (choise factors) che determinano la decisione del migrante di dirigersi in un altro paese piuttosto che in un altro, all’interno di uno stesso blocco socio-economico ( ad esempio l’Unione Europea) o verso differenti località di uno stesso paese.

Può essere utile, ai fini di comprendere le possibili difficoltà nella relazione  transculturale d’aiuto, identificare i diversi livelli in cui queste possono presentarsi.

 Madeleine Leininger

 

“Affinché gli esseri umani vivano e sopravvivano in un mondo salubre, tollerante e significativo, è necessario che gli infermieri e gli altri professionisti della salute apprendano le credenze, i valori e gli stili di vita dei popoli legati all’assistenza culturale per poter offrire un’assistenza sanitaria valida e culturalmente congruente”

(M.Leininger, 1978)

 Solo ora in Italia cominciano ad arrivare le teorie di un’infermiera antropologa statunitense, Madeleine Leininger, che proprio grazie al suo sguardo antropologico sul fenomeno assistenziale ha portato alla nascita del nursing transculturale, formulando una teoria sulle interazioni esistenti fra i concetti, le teorie, la ricerca, l’esercizio della professione infermieristica, l’identità culturale e l’assistenza sanitaria.

La Leininger è stata infatti la prima a chiedersi quale ruolo assume la cultura nelle aspettative che si nutrono nei confronti  del personale infermieristico e dell’assistenza infermieristica e la sua Teoria della diversità e universalità dell’assistenza  culturale, il Modello del Sole Nascente e il Metodo di ricerca etnoinfermieristico rappresentano, a parer mio, le più importanti conquiste dell’assistenza infermieristica.

Nel 1955, infatti, lavorando con i bambini nell’ambito della psichiatria infantile, la Leininger constatò l’incomprensione da parte del personale dei fattori culturali che influenzavano il comportamento dei bambini e le evidenti differenze dei bisogni assistenziali nei bambini di diverse provenienze culturali la portarono a porsi molte domande e a porle al personale che lavorava con lei.

Quando non trovò le risposte cominciò ad attingere ad altre discipline, ed è proprio in questi anni che la Leininger conosce la celebre antropologa Margaret Mead, docente della stessa Università, la cui influenza sarà decisiva per il pensiero della Leininger e con la quale ella discute delle potenziali relazioni tra antropologia e nursing.

Fu la prima infermiera a conseguire una laurea e un dottorato in antropologia; studiò in modo approfondito almeno sei culture principali e compì molti studi in campo etnografico e di tipo etnoinfermieristico.

E’ stata molto attiva nel nursing, nell’insegnamento, nella ricerca e nell’antropologia.

La Leininger identifica così le fasi evolutive dell’infermieristica transculturale:

 

·       Fase I: l’infermiere acquisisce consapevolezza e sensibilità rispetto alle differenze e somiglianze dell’assistenza culturale

·       Fase II: L’infermiere approfondisce la teoria dell’assistenza infermieristica e dei risultati della ricerca con le competenze acquisite in assistenza culturale

·       Fase III: l’infermiere utilizza in modo creativo e pratico i risultati della ricerca con prove documentate per ottenere pratiche assistenziali culturalmente adeguate e valuta i risultati.

 L’infermieristica transculturale è assai creativa e richiede la conoscenza di specifiche culture e dei rispettivi modi di vivere l’assistenza e il sistema sanitario ponendo il proprio interesse principale sul confronto delle differenze e delle affinità esistenti tra le credenze, i valori e gli stili di vita delle culture nell’ambito dell’assistenza agli esseri umani al fine di offrire un’assistenza sanitaria culturalmente congruente, utile e valida.

I costrutti di cultura e assistenza rappresentano i due più importanti domini transculturali che richiedono uno studio approfondito delle persone per acquisire il bagaglio di conoscenze necessario per guidare il pensiero, le azioni o le decisioni degli infermieri: senza questo tipo di preparazione, gli infermieri potrebbero mostrare incompetenza o assumere decisioni inappropriate.

 Illness e disease

 Ogni malattia, qualunque malattia, provoca dentro l’essere umano che la vive, risonanze molto più ampie di quanto ci dica la semplice diagnosi.

Una distinzione classica dell’antropologia medica, proposta dai primi anni ’70 in ambiente anglosassone, è quella tra disease e illness , volendo descrivere con il primo termine la malattia così come è conosciuta dalla scienza medica, e con il secondo termine l’insieme di sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti correlati, propri della percezione soggettiva dell’essere ammalato del paziente.

Per usare le suggestive parole di un autore, Cassel (1976) che si è occupato ampiamente dell’argomento, : “illness è ciò che il paziente sente quando va dal dottore, disease è ciò che egli ha quando torna a casa dall’ambulatorio”.

Nella medicina tradizionale occidentale l’attenzione alla illness del paziente è stata generalmente trascurata.

Ai medici solitamente interessano i sintomi, ma non la descrizione emotiva che le persone danno del proprio malessere: la definizione della malattia, infatti, spetta al clinico ed è la disease.

I medici e il personale sanitario si occupano di disease, i pazienti percepiscono delle illness.

Delle illness fanno parte le sensazioni fisiche che proviamo quando siamo ammalati, i nostri sentimenti e pensieri, e anche i nostri comportamenti, che non sempre corrispondono  alla logica della disease,proprio perché tengono in largo conto la più vasta e complessa dimensione dei propri vissuti soggettivi.

La illness perciò è fortemente influenzata dalla cultura: ogni sistema sociale ha elaborato propri concetti di malattia che servono a spiegarne l’origine, le ragioni per cui ha colpito proprio quella persona e in quel momento, quali ne possono essere le conseguenze e le possibili strategie terapeutiche.

Basti pensare al vasto mondo della medicina popolare, che tuttora convive fianco a fianco alla medicina ufficiale o all’importanza del pensiero magico e della stregoneria in Africa che integrano e accompagnano il modello di medicina occidentale.

 I livelli di incomprensione tra operatore sanitario e paziente

 Colasanti e Geraci, due medici che sono stati tra i pionieri dello studio  della relazione operatore sanitario-paziente in ambito transculturale, hanno identificato cinque possibili livelli di incomprensione che è utile conoscere per riuscire a superarli e rendere migliore la comunicazione e l’assistenza:

 1.                Prelinguistico: si riferisce alla difficoltà ad esprimere le proprie sensazioni interiori. A volte gli assistiti non sono consapevoli di alcuni loro vissuti e non possono quindi verbalizzarli. Più spesso si autocensurano, ritenendo che quanto pensano, riguardo ad esempio alla propria malattia, o alle sue origini, non sia rilevante, o non possa essere compreso o accettato. In ambito tranculturale la difficoltà può essere  ancora maggiore perché  l’approccio con la propria interiorità può essere diverso. Nell’etnopsichiatria ( l’ambito della psichiatria che si occupa della sofferenza psichica contestualizzandola nei riferimenti cultuali del paziente) ad esempio, si può vedere come molto raramente un paziente africano esprime i suoi sospetti eziologici nei confronti di una sofferenza psichica; lo farà probabilmente solo dopo che avrà raggiunto una sufficiente fiducia nell’operatore. Questo perché la causa della sofferenza può essere attribuita a cause soprannaturali, alla magia, alla stregoneria, alla possessione di spiriti: spiegazioni che un medico estraneo all’etnopsichiatria non farebbe fatica a comprendere in una diagnosi-disease di delirio, mentre si tratta semplicemente di un diverso sistema di riferimento per spiegare l’origine della malattia.

 2.                Linguistico: è quello della difficoltà più immediata e ovvia, quando gli interlocutori non parlano la stessa lingua ed è una livello di incomprensione che va riducendosi nel tempo, man mano che gli immigrati in grado di esprimersi in italiano diventano sempre più numerosi. Un’altra difficoltà è anche quella della semantica delle singole parole che può portare a fraintendimenti e che si può superare sottoponendo a continua verifica i dati che si sono raccolti discutendone col paziente (ad esempio durante una anamnesi o dal medico quando vuole formulare una diagnosi: comprendere male un significato può portare a fare diagnosi totalmente fuori strada). Un esempio che può facilmente spiegare ciò che è stato appena detto è quello fornito proprio da Colasanti e Geraci: la parola kili, che in somalo significa reni, identifica l’area cutanea addominale antero-laterale, mentre in italiano per reni si intende, nel linguaggio quotidiano, l’area dorsale latero-rachidea. Un italiano quando dice che ha male ai reni vuole intendere più facilmente una lombalgia, mentre per un somalo può voler significare un dolore alla regione del colon ascendente o discendente. Per ovviare alle difficoltà linguistiche si può fare ricorso agli interpreti che possono essere rimediati all’occorrenza e quelli specificatamente formati allo scopo: i mediatori linguistico-culturali. I traduttori occasionali sono senza dubbio una possibilità eppure possono portare facilmente a stravolgimenti del messaggio. Se si usa, infatti, un figlio piccolo, un coniuge, un parente della persona che si deve aiutare, il messaggio potrebbe essere modificato dalla persona che traduce in maniera anche inconsapevole, oppure perché il  punto di vista di questa persona non coincide con nostro o col suo parente per cui potrebbe attuare delle censure nel messaggio che noi non saremmo in grado di cogliere;oppure potrebbero essere forniti dati anamnestici non corretti per cercare di difendere la persona o perché si pensa che le cose dette potrebbero nuocere all’immagine della famiglia o della persona. In breve, queste persone andrebbero utilizzate solo in casi eccezionali e quando non c’è la possibilità di poter avere aiuto da parte di qualcuno più qualificato, obiettivo ed esterno alla situazione. I mediatori culturali, di fatto, costituiscono una risorsa molto preziosa, anche se il loro utilizzo spesso è reso difficoltoso da intralci burocratici, dall’ancora scarso numero di operatori adeguatamente formati, dalle amministrazioni che cercano tuttora stupidamente di risparmiare sulla salute delle persone e quindi credono di poterne fare a meno non assumendone o mettendone a disposizione uno solo per centinaia di utenti stranieri.Ovviamente la presenza del mediatore linguistico-culturale non deve portare l’operatore sanitario a delegare gli aspetti relazionali del rapporto di cura, parte integrante del suo lavoro.

 3.                Metalinguistico: è il livello simbolico di una lingua, uno spazio mentale denso di significati astratti e spesso incomprensibili per chi non appartiene alla stessa cultura. Va oltre al significato semantico delle parole, rappresenta un puzzle fatto da piccoli tasselli, ad ognuno dei quali è attribuito un significato che appartiene all’universo culturale dell’individuo ma anche alla sua vita personale, alle sue esperienze, ai suoi valori. I significati attribuiti ad una particolare malattia possono comprendere anche stati d’animo ed emozioni vissuti in occasioni di esperienze personali con quella malattia, oppure una persona può associare ad una diagnosi un valore diverso a seconda di ciò che quella patologia può rappresentare nel paese di origine. Seguendo l’esempio di Mazzetti (2003), basta pensare al significato che diamo noi alla parola cancro, vale a dire qualcosa di terribile, d’inguaribile, sinonimo spesso di morte e sofferenza. Lo stesso significato era attribuito tempi addietro a malattie (come la tubercolosi) che oggi difficilmente ci impauriscono nello stesso modo. In un paese dove si muore di malaria, la parola cancro potrebbe anche essere poco conosciuta ed evocare sentimenti diversi, ma la parola diarrea potrebbe portare con sé gli stessi riferimenti che noi associamo alla parola cancro. E’ quindi assai importante non dare per scontati significati di nessun genere perché potrebbero al contrario avere ripercussioni profonde nello stato d’animo e nei comportamenti della persona che stiamo cercando di aiutare.

 4.                Culturale: inteso come il livello in cui si esprime quella sorta di modello attuativo con cui una persona cerca di definire la sua identità e che deriva dalle varie informazioni che sono assorbite dall’individuo fin da quando è bambino, in gran parte in modo inconsapevole, dall’ambiente in cui vive, del quale fanno parte le relazioni familiari e le norme che le guidano, le norme sociali del paese in cui si vive, i riferimenti religiosi, storici e mitologici del luogo in cui si cresce: tutti fattori che contribuiscono a formare l’identità della persona e che inevitabilmente entrano in gioco in un contesto transculturale. Il superamento del livello di incomprensione culturale non avviene però solo conoscendo bene la cultura di appartenenza dell’altro perché la cultura di una persona non è qualcosa di statico, di immodificabile ma è qualcosa in continua evoluzione, che inevitabilmente si modifica nel momento in  cui si entra in un sistema culturale differente dal proprio. Occorre piuttosto entrare in quello spazio intermedio costituito da ciò che avviene nel processo dinamico di transculturazione. Gli immigrati che vivono stabilmente in Italia spesso  hanno un doppio sistema culturale di riferimento, quello del proprio paese e il nostro e quindi occorre comprendere come l’integrazione psicologica di due culture comporta una continua lotta intrapsichica per riequilibrare coerentemente le componenti contrastanti.

 5.                Metaculturale: si riferisce a quegli aspetti culturali che sono maggiormente consapevoli in quanto sono resi visibili attraverso delle pratiche e possono venire più facilmente negoziati, come ad esempio i precetti del Ramadan per i musulmani, le prescrizioni dietetiche di alcune religioni, le limitazioni alle trasfusioni di sangue per i Testimoni di Geova.

 

La mediazione culturale

 La mediazione culturale rappresenta una grande risorsa,  un passo importante del processo di integrazione e di mutamento transculturale della società accogliente e va vista in una prospettiva di interscambio e di arricchimento reciproco.

I processi di mediazione culturali sono importanti perché possono aiutare a rimuovere gli ostacoli concernenti la cultura che impediscono la comunicazione tra i servizi e le istituzioni italiane e l’utenza straniera; servono a riordinare in maniera intelligente le risorse allo scopo di  renderle utilizzabili ai cittadini stranieri, cercando di migliorarne la qualità e di adeguare le prestazioni offerte e sono importanti perché favoriscono l’integrazione sociale delle persone immigrate nella comunità locale, nei servizi sociali, nelle istituzioni scolastiche, nel mondo del lavoro e nella sanità.

In Italia la mediazione culturale fa la sua comparsa agli inizi degli anni ‘90, quando nel nostro paese si passa dalla fase d’inserimento di singoli immigrati alla seconda fase del ciclo migratorio, ovvero all’accoglienza, alla stabilizzazione dei nuclei famigliari.

Nelle istituzioni nasce la consapevolezza che non si tratta più di un fenomeno isolato, ma di qualcosa che comincia ad assumere una consistenza importante e che occorre una politica che miri a salvaguardare il riconoscimento dei diritti umani e una degna qualità della vita per queste persone, anche se purtroppo siamo ancora molto lontani dal raggiungere pienamente questi obiettivi.

La mediazione culturale prende piede inizialmente nel nord del nostro paese, nei centri metropolitani come Milano e Torino, che per primi cominciano a sperimentare la figura del mediatore.

Cominciano i corsi di formazione che, finanziati da programmi europei o con il Fondo Sociale Europeo, attingono dalle esperienze straniere ed allo stesso tempo evidenziano propri e specifici orientamenti culturali.

Nonostante i mediatori siano operatori qualificati sempre più richiesti nei servizi di welfare, la loro professione non è ancora riconosciuta e il dibattito sul loro profilo, percorso formativo e ruolo, è in una fase di confronto ancora molto aperta.

Esso si pone tuttavia come un nuovo operatore sociale con specifiche competenze ed attitudini in grado di interagire con le istituzioni pubbliche e private, nonché come interprete delle esigenze e dei bisogni dell’utenza straniera.

E’ una figura che fa da ponte fra culture diverse e che si esprime nella capacità di decodificare i codici dei due attori della relazione, migrante e operatore: codici che come già spiegato, sottostanno a sistemi culturali differenti e spesso difficilmente comprensibili.

Gli infermieri che lavorano negli ospedali, soprattutto nei reparti materno-infantili, nei consultori famigliari, sul territorio e nei carceri spesso si trovano a condividere il percorso di assistenza con i mediatori, senza conoscerne a pieno le potenzialità e quindi vedendo questa figura con diffidenza.

E importante piuttosto collaborare per raggiungere un obiettivo comune, interagendo e lavorando insieme.

Spesso gli infermieri, davanti a difficoltà con un utente straniero, di tipo linguistico o culturale, non sanno nemmeno di poter richiedere la collaborazione di un mediatore, e come già visto, si affidano a traduttori improvvisati o provano a risolvere da soli il problema, con il rischio di vanificare il loro intervento.

 Conclusioni

 Alla luce degli aspetti analizzati fin qui, non esaustivi certo, ma indicativi del mondo intrinseco della professione infermieristica, propongo alcuni spunti su cui riflettere per rendere questa professione sempre più autonoma e pronta alle sfide del futuro, non in campo tecnologico e scientifico, come troppo spesso si è portati a fare tralasciando l’aspetto umanistico di questa professione d’aiuto, ma nel campo delle relazioni, della comunicazione, degli aspetti psicologici e sociali:

 

v    acquisire maggior flessibilità per fare fronte all’evoluzione sociale; riconoscere l’importanza di un’apertura all’intercultura contro la rigidità del modello medico ospedaliero per gestire un utenza sempre più multiculturale;

v   comprendere le pluri-identità e le molteplici sub-culture che convivono anche nello stesso individuo: inventare nuove modalità di scambio, arricchimento e contrattazione nel dialogo con l’utente non richiede di essere tuttologi né antropologi, piuttosto di sviluppare nuove pratiche.

v   Approfittare di due professioni ancora in fase d’evoluzione: la figura dell’infermiere e quella del mediatore culturale che possono giocare su percorsi professionali molteplici e contrattare su un ruolo sociale e legale ancora in via di definizione per il mediatore e in continua evoluzione per l’infermiere.

v   Utilizzare l’antropologia come strumento iniziale possibile per sperimentare nuovi punti di vista ed elaborare nuove prassi, teorie, sbocchi, tenendo presente che negli Stati uniti e in Inghilterra questo tipo di approccio è già presente da molti anni, mentre in Italia è un campo ancora ristretto e poco studiato.

                                                                                           

Bibliografia

 

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Obbiettivo Professione Infermieristica n°3/2004

Professione Infermiere n°3 Settembre Dicembre 2000