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ORIENTAMENTI BIOETICI
PER L'EQUITA' NELLA SALUTE
Premessa
1. Definizione di
equità nella salute
2. Ambiti e criteri
dell’equità
3. Criteri
alternativi all’equità
4. Equità e
uguaglianza
5. Le risorse per la
salute e il valore della prevenzione
6. Diritto a quali
cure?
7. L’assistenza
sanitaria tra stato e mercato
8. Il quadro
mondiale e la macro-distribuzione delle risorse
9. Le priorità
nell’uso delle risorse
10. Micro-allocazione delle risorse e
qualità della vita
11. Razionamento
palese e occulto
12. Alcuni
orientamenti
Premessa
Negli ultimi decenni è emersa una crescente tendenza
all'accrescimento delle disuguaglianze tra i popoli e tra gli individui, sia
nella salute in sé che nell'accesso e nella qualità delle cure, sia tra i
diversi paesi e aree del mondo che all’interno dei singoli paesi.
Parallelamente si sono moltiplicate le ricerche empiriche, le analisi delle
cause, i tentativi di suggerire orientamenti. Sono stati pubblicate ampie
documentazioni sulle principali riviste internazionali, sono apparsi
numerosi libri dedicati all’argomento, è sorta una "International Society
for Equity in Health". L'argomento è stato posto all'attenzione della
comunità mondiale. Solenni proclami che impegnano a modificare queste
tendenze sono stati emanati nell'anno 2000, come "A better world for all
(firmato dall’ONU, Banca mondiale Fondo monetario internazionale, e OCSE)",
la "Millennium Declaration" dell'ONU e le indicazioni approvate dal vertice
di Okinawa degli otto paesi più industrializzati (G8). La questione è stata
posta all’ordine del giorno anche alla riunione di Genova dei G8 (luglio
2001) . L’Associazione Internazionale di Bioetica, al suo Congresso di
Londra (settembre 2000), ha posto l'equità nella salute al centro del
dibattito, e ha deciso di convocare il prossimo congresso (ottobre 2002) a
Brasilia sul tema Bioethics, Power and Injustice. Da questi fatti e da
questi orientamenti è emersa la necessità di una posizione del Comitato
nazionale per la bioetica sull'argomento. Il tema dell'equità nella salute
era già stato affrontato dal Comitato Nazionale per la Bioetica con il
parere su Etica, sistema sanitario e risorse del 17 luglio 1998, con
particolare riferimento alla ricerca biomedica e alla formazione del
personale sanitario, ma la novità spesso drammatica della situazione
suggerisce di approfondire l’argomento nei suoi diversi significati e
implicazioni.
1. Definizione di
equità nella salute
Per procedere a un’adeguata definizione di due concetti
utilizzati in questo documento, "salute" ed "equità", sono necessari alcuni
chiarimenti preliminari, che non sono invece indispensabili per il concetto
di "etica", che in tal caso non potrebbero essere sviluppati a parte
rispetto a una determinata concezione sostantiva. Indispensabile è piuttosto
spiegare quali ragioni portano a preferire nel suo insieme la linea che si
propone. Nel documento verranno quindi indicati i requisiti che rendono una
procedura eticamente accettabile. Si cercherà inoltre di giustificare la
linea prescelta attraverso un confronto con altre alternative.
La nozione di "salute" dipende indubbiamente da opzioni
personali, ma il riconoscimento della componente soggettiva non deve far
perdere di vista, specialmente in contesti come la distribuzione delle
risorse pubbliche, la valenza oggettiva di tale nozione. Più avanti verrà
esaminato il problema di una dimensione pubblica di salute che, senza cadere
in forme di paternalismo, si occupi degli interventi che hanno maggiore
incidenza sugli individui, piuttosto che di quelli volti a soddisfare
desideri in massima parte auto-referenziali. Per il momento possiamo
prendere le mosse dalle definizioni presenti in alcuni documenti basilari.
Esse, come vedremo, possono essere utili, purché siano problematizzate e
specificate.
Si potrebbe ritenere con l’Organizzazione Mondiale
della Sanità (Preambolo dell’atto costitutivo, 1946) che "la salute è uno
stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste solo
in un’assenza di malattia o di infermità". Questa definizione ha avuto un
ruolo importante nel sottolineare l'esigenza di curare le persone e non solo
le malattie, e nel superare una concezione puramente biologica dei fenomeni
morbosi. Essa comprende da un lato il richiamo a una responsabilità
personale e dall'altro il concetto di equilibrio dinamico fra l'individuo e
il suo ambiente: Tuttavia, una concezione di salute così ampia rende
difficile isolare un ambito di pratiche specifiche all’interno del quale far
valere requisiti specifici di eticità; inoltre, il garantire una condizione
di salute così intesa coinciderebbe con l’insieme dei provvedimenti che in
moltissimi campi qualsiasi governo sarebbe impegnato ad adottare.
Ciò non diminuisce l’importanza dell’approccio esteso
al concetto di salute, che l’OMS ha ulteriormente precisato (Congresso
internazionale sulla promozione della salute Ottawa, 17-21 novembre 1986)
nella Carta di Ottawa. In essa si afferma che per conseguire uno stato di
completo benessere fisico, mentale e sociale, l'individuo o il gruppo devono
essere in grado di identificare e realizzare le proprie aspirazioni, di
soddisfare i propri bisogni, di modificare l'ambiente o di adattarvisi.
La salute viene quindi vista come risorsa di vita
quotidiana, in un’ottica che insiste sulle risorse sociali e personali oltre
che sulle capacità fisiche. La promozione della salute non è perciò
responsabilità esclusiva del settore sanitario.
I requisiti per la salute sono quindi visti in una luce
intersettoriale che amplia le esigenze di intervento dei governi. Le
condizioni fondamentali per la salute sono considerate: la pace, un tetto,
l’istruzione, il cibo, il reddito, un ecosistema stabile ed equilibrato, la
continuità delle risorse, la giustizia e l'equità sociale. La Carta di
Ottawa, inoltre, mentre lega ogni progresso sul piano della salute al
conseguimento di questi requisiti, indica la necessità di ridurre le
differenze evidenti nell’attuale stratificazione sociale della salute,
offrendo a tutti eguali opportunità e risorse per conseguire il massimo
potenziale di salute.
Per muovere verso una nozione più determinata di salute
si può invece prendere in esame l’articolo 25 della Dichiarazione Universale
dei Diritti dell’Uomo: "Ogni persona ha diritto ad un livello adeguato che
assicuri a lui e alla sua famiglia la salute e il benessere,
l’alimentazione, il vestiario, la casa, l’assistenza medica e i servizi
sociali necessari". Da questo articolo emerge con chiarezza l’area delle
questioni per noi rilevanti, che è compresa tra due dimensioni: quella del
concetto generale di salute e quella più specifica dell’assistenza medica.
Tale area permette di presentare una concezione non riduttiva
dell’assistenza medica e di un’equa distribuzione delle risorse ad essa
assegnate.
L’articolo 25 inquadra giustamente la salute in un
contesto di altri diritti, che sono al tempo stesso fattori primari del suo
miglioramento. Influire su questi significa introdurre misure di prevenzione
le quali, unitamente a provvedimenti specifici rivolti a singole malattie
(per es. vaccinazioni) e all’assistenza terapeutica, possono agire in modo
tale da mantenere, promuovere o migliorare lo stato di "salute possibile"
della persona, che ovviamente sarà diversa da soggetto a soggetto. Questa
prospettiva è implicita del resto nel citato Preambolo dell'atto costitutivo
dell'OMS, secondo il quale "il possesso del migliore stato di salute che è
capace di raggiungere costituisce uno dei diritti fondamentali di ogni
essere umano, quali che siano la sua razza, la sua religione, le sue
opinioni politiche, la sua condizione economica o sociale". La nozione di
salute possibile ha il pregio non solo di connettere l’assistenza medica con
una concezione non riduttiva della salute e con la prevenzione, ma di
introdurre quella che è una delle grandi questioni della giustizia
sanitaria, ovvero l’impossibilità di decidere le questioni distributive
assegnando a tutti la stessa quota di risorse. Una soluzione del genere non
terrebbe conto della tensione introdotta nel campo della salute dalla
diversa distribuzione naturale e sociale delle malattie e dei deficit
psicofisici, e quindi dei differenti gradi di intervento necessari per
garantire la salute possibile. Vedremo come questo stesso ordine di
questioni può essere affrontato all’interno di un’etica che veda come uno
degli obiettivi centrali degli interventi sanitari il ripristino e la
garanzia delle capacità (o, come talvolta si traduce, le capacitazioni, Sen,
2000) degli individui. Il problema della salute può anche essere definito,
infatti, in termini di accrescimento delle capacità operative degli
individui e la cura come il ripristino di queste capacità. Questo punto di
vista valorizza la salute come condizione per esprimere appieno la propria
attività e chiama in causa la responsabilità propria e quella degli altri.
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2. Ambiti e criteri
dell’equità
Dopo aver esaminato la nozione di "equità nella salute"
in quanto tale, è da valutare una caratterizzazione di questa nozione che ne
indichi gli intrecci con i modi classici in cui sono state affrontate le
questioni di giustizia.
La nozione di equità – tenendo conto della tradizionale
distinzione tra giustizia commutativa e giustizia distributiva – si colloca
principalmente nell’area delle questioni della giustizia distributiva, cioè
di un particolare criterio normativo con cui si intendono affrontare le
questioni di distribuzione delle risorse. La salute come tale dipende
tuttavia in larga parte da risorse indirette come l’istruzione, le
condizioni di lavoro, le situazioni abitative, la salubrità dell’ambiente, i
comportamenti e le scelte personali, il grado di solidarietà a livello
familiare e comunitario, ecc. Non tutti questi fattori sono collegati a
vincoli di bilancio.
La salute, inoltre, non è un bene a somma zero, la cui
equa distribuzione implichi sottrarre qualcosa agli uni per beneficiare gli
altri. Il suo equo miglioramento in una comunità può anzi costituire un
moltiplicatore e contribuire ad aggiungere qualcosa a tutti in proporzione
alle esigenze differenziali di ciascuno, e il suo peggioramento in una parte
della popolazione produce rischi aggiuntivi per gli altri. Da ciò deriva il
concetto di "indivisibilità della salute", che si è affermato soprattutto
nel secolo XX:
Una prima specificazione del significato di equità può essere colta
all’interno dei problemi della giustizia sanitaria, che nel suo insieme
costituisce l’area delle questioni di giustizia che si pongono relativamente
alla salute degli esseri umani. Esse nascono in modo evidente nel campo
terapeutico, perché le risorse con cui possono essere soddisfatte le
esigenze di salute degli esseri umani non sono illimitate e dunque – data
l’importanza e la priorità, non sempre assoluta, delle esigenze collegate
con la salute – si presentano spesso come insufficienti a soddisfarle tutte.
Diverse concezioni (da Hobbes, a Locke, a Hume, a Smith, a Mill, a Rawls,
ecc.) sostengono che vi sia una vera e propria condizione di scarsità che
accompagnerebbe tutte le questioni di giustizia, dato che se la quantità di
un bene è illimitato (poniamo, oggigiorno, l’aria) non abbiamo bisogno di
cercare criteri per la sua distribuzione equa. Per molti aspetti è più
appropriato parlare quindi di scarsità di mezzi economici, di strumenti, di
competenze professionali, di tempo del personale sanitario, di spazi in cui
prendersi cura delle persone malate ecc. Su questi temi il documento si
sofferma in particolare nel punto 6. Sin d’ora si ritiene tuttavia utile
rilevare che l’uso della nozione di scarsità può accogliere l’idea che tale
scarsità sia costitutiva per molti aspetti della salute, ma non per tutti.
L’attribuzione delle risorse relative all’assistenza
sanitaria, in quanto essa influisce sulle scelte complessive relative ai
bilanci pubblici, non può partire ovviamente dall’idea che esse siano
illimitate. La loro scarsità tuttavia può essere assoluta o relativa, quest’ultima
in rapporto al peso che ogni paese (o la comunità internazionale)
attribuisce al valore della salute degli individui. Comunque, in molti
sensi, esse sono sempre inferiori ai bisogni.
Vedremo in seguito come sia utile distinguere,
all’interno della giustizia sanitaria, l’area delle questioni di
macro-distribuzione (o macro-allocative) da quelle di micro-distribuzione (o
micro-allocative), ovvero le questioni che riguardano i criteri generali
dell’impegno sanitario dalle questioni che chiamano in causa le relazioni
più determinate tra i soggetti di cui la giustizia sanitaria si occupa. Le
questioni di ordine macro-distributivo chiamano in causa principalmente
scelte politiche e amministrative; mentre le questioni micro-distributive
hanno a che fare con situazioni in cui, nelle scelte e nelle decisioni, sono
direttamente (anche se non esclusivamente) coinvolti gli operatori sanitari,
visti nella relazione con i malati di cui si occupano.
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3. Criteri
alternativi all’equità
In via preliminare, nel tentativo di fare emergere il
peculiare significato della nozione di equità, si può precisare che essa
chiama in causa un particolare criterio con cui si ritiene di potere
elaborare sul piano normativo la soluzione dei problemi di giustizia. Come è
evidente, chiamare in causa come pertinente il criterio dell’equità vuole
dire contrapporsi decisamente a quelle posizioni che ritengono che tutte le
questioni distributive relativamente alla salute debbano essere affidate
alla lotteria naturale, per la quale le persone si trovano casualmente a
essere sane o malate, o essere affidate integralmente ai meccanismi del
mercato, ovvero alle disponibilità economiche private e agli equilibri
realizzati dal gioco della domanda e dell’offerta senza alcun intervento
pubblico. In realtà, anche coloro che guardano alle questioni di giustizia
sanitaria muovendo da queste concezioni sono spesso costretti a indicare
delle aree (ad esempio il trattamento dei disabili o delle persone in stato
gravissimo di indigenza, ecc.) in cui sembra inevitabile un intervento
pubblico.
Si ripresentano perciò, anche in queste concezioni, le
domande su ciò che è equo fare o non fare, partendo da ciò che ha pertinenza
con la salute e dovendo riconoscere la natura del tutto peculiare di questo
bene. E’ ad esempio rilevante che l’economista Kenneth Arrow (Arrow, 1978),
cercando di affrontare le questioni dell’allocazione dell’assistenza medica
all’interno di un quadro ispirato all’economia del benessere, ha
riconosciuto la natura del tutto peculiare di questo bene, specificando che
"la caratteristica distintiva più ovvia della domanda di servizi medici da
parte di un individuo è che non è, in principio, costante, al contrario
della domanda, per esempio di cibo o di abbigliamento, ma irregolare e
imprevedibile". Il che significa che i normali meccanismi della domanda e
dell’offerta vanno incontro in questo caso a condizioni di incertezza che li
rendono molto meno ovvi. Inoltre Arrow stesso non manca di riconoscere, da
un altro punto di vista, la natura del tutto particolare del bene costituito
dall’assistenza medica: "La domanda di servizi medici è associata, con
probabilità considerevole, a un attacco all’integrità personale"(Arrow,
1987, p. 181).
Oltre alla natura peculiare del bene salute, c’è
inoltre una natura peculiare delle modalità di rapporto tra salute e
mercato. Nel mercato sanitario, più marcatamente che in altri ambiti,
l’offerta tende a condizionare la domanda, sino a dominarla. In questo
"mercato imperfetto", nel quale ha un ruolo fondamentale un’informazione
chiaramente asimmetrica tra il paziente e altri soggetti (professionali,
scientifici, commerciali), tende a essere messa in ombra la caratteristica
propria della domanda del bene salute.
Questo documento, pur contestando un’impostazione che
affidi esclusivamente al libero mercato le decisioni relative alla
distribuzione sociale delle cure, riconosce tuttavia che tali orientamenti
risultano talvolta efficaci sia nel richiamare ciascun cittadino a calcolare
responsabilmente i costi delle sue scelte, sia nell'evitare che lo stato sia
considerato l'unico soggetto al quale affidare la tutela. È apparso sempre
più evidente che la salute e l'equità nella salute sono il risultato di
molteplici interventi degli individui e delle famiglie, dei corpi intermedi
in cui si esprime la società civile, delle associazioni di volontariato,
delle comunità territoriali, di soggetti pubblici, privati e non-profit.
Occorre distinguere adeguatamente i diversi livelli di intervento per
poterli coordinare in modo non gerarchico e in modo che ciascuno sia messo
in grado di prendere decisioni appropriate al proprio ambito di
responsabilità.
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4. Equità e
uguaglianza
La distinzione tra equità ed eguaglianza si ripropone
nella diagnosi delle situazioni di fatto, nei cui confronti si dovrebbe
intervenire. Non tutte le disuguaglianze nella salute, infatti, sono inique.
Non lo sono, per esempio, quelle che dipendono dal diverso patrimonio
genetico degli individui, o da circostanze fortuite, oppure ancora da
comportamenti scelti liberamente dall’individuo stesso. A questo proposito
l’Ufficio europeo dell’OMS ha precisato opportunamente che "l’iniquità, nel
campo della salute si riferisce alle differenze che sono non soltanto non
necessarie ed evitabili, ma anche inaccettabili e ingiuste". In questa
affermazione il criterio di valutazione oggettivo riferibile a condizioni
documentabili (anch’esse, tuttavia, storicamente determinate in base alle
conoscenze e alle cure possibili) è fortemente intrecciato con il criterio
soggettivo del giudizio morale.
Questo riconoscimento implica anche prendere le
distanze dalla tesi secondo cui alle questioni distributive relative alla
salute si debba rispondere facendo valere un criterio di eguaglianza. Esso
significherebbe affermare (ammesso che ciò sia possibile) un principio di
natura descrittiva, nel senso che una volta individuati i criteri che
rendono eguali e dunque tutti meritevoli delle stessa considerazione,
l’unico problema che si pone è quello di vedere se un certo individuo
rientra o meno nell’una o nell’altra categoria. Esso può dunque
accompagnarsi a posizioni che ritengono che la biologia e la medicina siano
in grado di offrire criteri neutri per risolvere le questioni di giusta
distribuzione delle risorse per la salute, in base alla ripartizione in
parti eguali delle risorse disponibili per tutti coloro che ne hanno
diritto. Abbiamo però già indicato la difficoltà di fare valere una
procedura del genere in una situazione come quella della distribuzione
naturale (spesso notevolmente diversa) delle condizioni di salute, che è
diversa tra gli individui.
E’ invece caratteristico delle concezioni che ricorrono
alla nozione di equità chiamare in causa opzioni etiche che permettano di
discriminare tra quella che è una distribuzione equa e quella che è una
distribuzione iniqua. In prima istanza, dunque, porre al centro degli
orientamenti bioetici la nozione dell’equità equivale a ritenere pertinente
una trattazione etica di tutte le questioni della giustizia sanitaria,
rifiutando sia un’impostazione che le riconduce esclusivamente alle
conseguenze economiche delle diverse alternative, sia un’impostazione che
ritiene sufficiente l’analisi descrittiva delle situazioni da cui si
generano problemi di distribuzione.
Ma una volta fatta emergere questa radice etica di
fondo, consistente in un approccio in termini di equità alle questioni di
giustizia sanitaria, non bisogna ritenere che vi sia un solo criterio
sostantivo per dare corpo alle esigenze dell’equità. Vi sono infatti diversi
modi di identificare ciò che è equo nella distribuzione delle risorse per la
salute e nel trattamento di coloro che hanno bisogno di cure. Al tempo
stesso va sottolineata l’area comune che le diverse concezioni condividono:
quella del riconoscere la piena dipendenza da valutazioni di ordine morale
delle opzioni che mettono in gioco la salute.
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5. Le risorse per la
salute e il valore della prevenzione
E’ necessario tener conto, nella discussione dei temi
legati alla dimensione dell’equità in sanità, che la difesa e il
miglioramento della salute - degli individui come di una comunità - non
dipendono solo dall’entità delle risorse dirette e indirette che a essa
vengono devolute, ma anche dal modo con cui le risorse vengono impiegate.
Anche privilegiando la salute rispetto ad altri settori in cui investire
risorse, non si troverebbe infatti una facile risposta ad alcuni problemi
legati alla gestione di risorse non illimitate: a) la necessità a volte di
scelte tragiche, riguardanti i soggetti ammalati; b) il rischio di
distorsioni nelle scelte allocative (misallocation, iniquities e
inefficiency, per usare le espressioni della World Bank); c) il dilemma
della scelta tra impiego di risorse orientato prevalentemente alla cura o
alla prevenzione. Si può tuttavia ragionevolmente ritenere che la rimozione
di alcuni equivoci e luoghi comuni sul terzo dilemma "prevenzione o cure ?"
possa consentire alle attività di prevenzione di dispiegare con maggiore
efficacia il proprio potenziale, riducendo così, proprio attraverso i
migliori risultati in termini di salute, l’impatto dei primi due problemi,
attraverso la riduzione (non certo l’eliminazione) della necessità stessa di
dover scegliere.
Il primo equivoco che riguarda la prevenzione, e che
deve essere considerato con particolare attenzione nelle riflessioni che
ispirano le scelte di fondo sull’allocazione delle risorse in sanità,
riguarda la presunta necessità di dover individuare una preferenza tra
prevenzione e cura, una sorta di principio ispiratore che privilegi l’una a
discapito dell’altra. Tale alternativa, in realtà, spesso non ha ragione di
essere. Esistono infatti numerosi punti di contatto, che si spingono in
alcuni casi fino all’identificazione stessa tra questi due ambiti; e non
appare ragionevole concepire politiche sanitarie che contemplino a priori il
sacrificio di una dimensione all’altra. La prevenzione, ad esempio, può
ridurre la necessità di terapie, e nel contempo le terapie possono svolgere
un ruolo preventivo nei confronti degli aggravamenti delle patologie
desistenti.
Un altro equivoco risiede nel ritenere che la
proverbiale espressione di saggezza rappresentata dal detto "prevenire è
meglio che curare" sia un’acquisizione diffusa e radicata in chi assume
decisioni pubbliche. La realtà degli investimenti dedicati dai bilanci degli
stati (sia poveri che ricchi), e le stesse preferenze "spontanee" delle
comunità, orientate il più delle volte a privilegiare la costruzione di
ospedali piuttosto che di misure e di servizi orientati alla prevenzione,
testimoniano che è necessario sviluppare con più impegno l’informazione e la
formazione sui benefici della prevenzione.
Poiché tuttavia parlare di prevenzione in termini
generici non aiuta a comprendere la sua portata per la salute, è opportuno
centrare l’attenzione su quell’ambito della prevenzione che influisce in
modo diretto sulle cause delle malattie. La specificazione più spesso
utilizzata per definirla ("prevenzione eziologica") aiuta, infatti, a
comprendere alcuni suoi aspetti di intrinseca eticità. L’intervento sulle
cause è infatti il più radicale e sicuro. Qualsiasi investimento di risorse,
che abbia come obiettivo la rimozione di fattori di rischio di accertata
nocività, agisce direttamente sulla causa prima delle patologie che ne
conseguono, con effetti che investono positivamente la popolazione.
Occorre tuttavia rilevare che, sebbene lo scopo degli
interventi di prevenzione sia quello di raggiungere tutti, tale scopo non
sempre è raggiunto. Le iniziative di promozione della salute che mirano a
correggere stili di vita dannosi e comportamenti a rischio ottengono
risultati migliori in alcuni settori della collettività, resi più ricettivi
da condizioni che possono essere ricondotte a fattori quali il reddito e
l’istruzione.
Maggiore appare invece l’efficacia delle misure di
rimozione dall’ambiente degli agenti inquinanti che, se ben congegnate,
producono un accrescimento della salubrità ambientale di cui tutti possono
giovarsi, senza notevoli distinzioni.
Possono essere considerati indirettamente utili alla
prevenzione (si parla infatti di risorse indirette) gli interventi che, pur
attivati in altri settori, consentono di rendere più forti gli individui e
le comunità di fronte alle malattie. Se infatti gli anticorpi biologici sono
anche il frutto di una migliore nutrizione, gli "anticorpi culturali e
comportamentali" possono formarsi in terreni extra-sanitari, per esempio
attraverso una crescita economica equilibrata, politiche sociali adeguate,
interventi attuati nell’ambito dell’istruzione e della cultura, e possono da
qui influire indirettamente sullo stato di salute della popolazione. La
stretta correlazione fra grado di istruzione della madre e mortalità
infantile, dimostrata in tutti i paesi, ne è una prova.
E tuttavia non possono essere ignorati, accanto a
quelli relativi all’istruzione, i fattori legati al reddito che hanno
dimostrato di possedere un peso significativo nel condizionare l’efficacia
delle politiche di prevenzione basate sull’informazione e sulla correzione
dei comportamenti.
Tra i contenuti etici della prevenzione, quindi, il
primo, costituito dalla sua tendenziale universalità, è ben presente nelle
motivazioni, cioè nel tendere a sanare l’ineguaglianza tra chi si ammala e
chi no, ma non sempre risulta poi tra i risultati conseguiti.
Il secondo contenuto etico è rappresentato da quella
che può essere definita la virtù anticipatrice che la prevenzione è in grado
di praticare. L’impedimento esercitato nei confronti del verificarsi di un
danno futuro, quale è la malattia, ha un aspetto etico rilevante in quanto
elimina sofferenze e garantisce al soggetto la possibilità, attraverso la
piena fruizione delle facoltà psicofisiche, di attendere al proprio progetto
di vita e di essere pienamente un agente morale.
Il terzo risvolto etico è dato dal fatto che la
prevenzione può essere capace di attenuare conflitti. Si tratta di conflitti
tipici dell’ambito allocativo. La ridotta disponibilità di risorse non
illimitate (o francamente scarse, come può accadere riguardo ai trapianti
d’organo), non può che generare conflitti tra chi può essere destinatario
della prestazione medica e chi sarà escluso. Il conflitto che è spesso
descritto tra uso di risorse per chi è già ammalato e per chi potrebbe
diventarlo, se non ricorre a interventi di prevenzione, può valere solo per
le scelte allocative che vedono contrapposti gli investimenti destinati alla
terapia e quelli che riguardano la diagnosi precoce, mentre dal dilemma non
viene colpita, se non limitatamente, la prevenzione eziologica, che fa ampio
ricorso alle risorse indirette. La prevenzione che agisce sulle cause, come
per esempio la dotazione di acqua potabile e la costruzione di sistemi
fognari nella lotta contro le malattie gastroenteriche, porta quasi sempre
benefici comuni alle popolazioni interessate.
L’esercizio della prevenzione può inoltre contribuire a
ridurre il novero delle richieste, limitando di conseguenza le scelte, in
particolare quelle tragiche. Un esempio appare particolarmente
significativo: quello della prevenzione degli infortuni, sia nel lavoro che
negli incidenti stradali. Ovunque essa sia stata efficacemente realizzata, i
risultati ottenuti si sono tradotti in una concreta riduzione dei danni e
dei potenziali conflitti sulla destinazione di risorse terapeutiche. Con ciò
non si intende dire che la prevenzione rappresenti un intervento sempre
conveniente dal punto di vista economico, o che non sorgano problemi del
rapporto tra rischi e benefici, o di scelta tra la prevenzione dell’una o
dell’altra malattia, gruppo sociale, modalità d’intervento.
Ma se i costi diretti e indiretti associati alla
prevenzione possono a volte risultare superiori a quelli che dovrebbero
essere affrontati in assenza di tali interventi, il problema si presenta
sotto una luce diversa se viene valutato in termini non solo economici, ma
considerando anche sul piano umano i costi (sofferenze) e i benefici
(benessere). In quest’ottica la convenienza della realizzazione delle
iniziative di prevenzione appare più evidente.
Un ulteriore aspetto caratterizza la prevenzione dal
punto di vista etico, e può essere ricondotto alla valenza che la
prevenzione ambientale è in grado di svolgere anche a vantaggio delle
generazioni future. Vi è quindi un connotato di giustizia tra generazioni,
che tiene conto anche dei tempi lunghi richiesti dalla prevenzione
ambientale per il pieno conseguimento dei suoi migliori risultati.
Vi è infine un aspetto importante che investe il tema
dell’equità in sanità e che può riconoscere una possibile soluzione in un
ambito cui non è improprio attribuire la natura di un intervento di
prevenzione. Si tratta dell’omissione di responsabilità di fronte alle
disuguaglianze nella salute e nella sanità. È auspicabile, a questo
riguardo, un maggiore coinvolgimento del sistema sanitario e dei medici in
prima persona, in un ruolo di conoscenza, segnalazione e impulso (advocacy)
che consenta di promuovere con maggiore efficacia la difesa dei diritti di
chi è vittima di ingiustizie nella distribuzione di effetti sfavorevoli
sulla salute dovuti a trasformazioni ambientali o a condizioni lavorative.
Una parte delle responsabilità comprese in questo ruolo potrebbe essere
formalizzata sotto forma di prescrizioni, ad esempio sottoponendo gli
interventi e le decisioni pubbliche al vaglio di una procedura di
Valutazione dell’impatto sulla salute (Health Impact Assessment) che includa
anche il livello ragionevolmente raggiungibile di equità nella salute. Una
simile iniziativa appare oggi ancor più realizzabile, in considerazione
dell’attuale fase istituzionale che vede in Italia gli statuti regionali in
fase di nuova elaborazione.
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6. Diritto a quali
cure?
Per quello che riguarda le questioni di equità
sanitaria è evidente che solo ai fini di questo documento può valere un
tentativo di esaminarle senza allargare l’esame alla questione più generale
in cui esse rientrano, che è quella della società giusta. In alcuni casi
però non si può evitare di ampliare l’esame, in relazione ai criteri più
generali di giustizia e alle forme delle istituzioni politiche esistenti
nella società in generale. Questa strada sarà solo talvolta suggerita più
che percorsa in questo documento, anche per cercare di indicare quei
territori di confine tra politica ed etica in cui le scelte su quanto del
bilancio pubblico attribuire alla salute e su come farlo sono dipendenti da
opzioni più generali, rimesse spesso ai governi e ai parlamenti, ma
sottoponibili a valutazione nella discussione pubblica.
Per le questioni di giustizia distributiva
nell’assistenza sanitaria si tratta di indagare intorno all’idea di quali
sono le cure che una società, una volta che le ha riconosciute come
necessarie, si impegna a rendere disponibili. Tale ricerca viene percorsa
spesso dagli studiosi di giustizia sanitaria facendola ruotare intorno alla
valutazione della natura, dei limiti e dei modi di fare valere un "diritto a
un minimo garantito di cure", ovvero, come afferma il piano sanitario
nazionale 1998-2000, alle "cure necessarie". Si tratta di nozioni largamente
adottare nella riflessione su tali questioni (si vedano ad esempio i volumi
di N. Daniels (1985 e 1996) e il volume di T. Beauchamp e J.F. Childress
(1999).
Connettere questo principio con quello
dell’individuazione delle cure che possono essere rese disponibili a livello
sociale (tenendo conto di quanto già detto a proposito della salute
possibile) permette di rendere meno astratto l’appello a questo diritto. Si
tratta dunque di quelle cure a cui ciascun individuo ha diritto in quanto
necessarie per rendergli raggiungibile il suo benessere possibile o, con un
altro linguaggio, per porlo in una condizione di salute atta ad esprimere le
sue capacità. Il rinvio a questa nozione come filtro di discussione permette
anche di affrontare tutte le questioni legate al riconoscimento o meno delle
differenti tecniche e innovazioni, che spesso sono al centro della
riflessione bioetica. Inoltre, come vedremo, impostare la rivisitazione
delle principali questioni di giustizia sanitaria da questa ottica di una
riflessione sulla riconoscibilità o meno di un diritto mette in primo piano
l’esigenza di una esplicita trattazione della concezione (o delle diverse
concezioni) con cui si determina la soluzione delle questioni morali aperte.
Muoverci dunque con una piattaforma che unisce l’attenzione alla dimensione
delle "cure necessarie da rendere disponibili" con la discussione su un
"diritto ad un minimo di cure" permette di tenere insieme le due esigenze –
quella oggettiva e pubblica e quella soggettiva e individuale – che debbono
essere raccordate per rendere adeguata la trattazione delle questioni di
giustizia sanitaria in termini di equità. Non perdere di vista questi due
indici permette anche di affrontare esplicitamente la questione della natura
pubblica del diritto alle cure e dei modi in cui tale natura può essere
garantita.
In prima istanza va subito stabilito che nell’ambito
sanitario ci troviamo di fronte a richieste e pretese che debbono essere
riconosciute come di valenza pubblica, nel senso che in questa direzione si
ritiene esistano obblighi politici. Muovere con questa ottica è preferibile
a un’impostazione che proceda cercando soltanto di fare valere un diritto
genericamente inteso alla salute. A parte quanto abbiamo già detto sulla
complessità della nozione di salute, va inoltre aggiunto che un tale diritto
sarebbe difficilmente esigibile, dato che l’essere o non essere in salute è
spesso dovuto a cause al di fuori dell’influenza di scelte esplicite da
parte dell’individuo coinvolto o degli altri. Può invece rientrare tra i
doveri di istituzioni pubbliche garantire che la cittadinanza disponga – nei
modi ritenuti idonei ed equi – di quanto è necessario per curarsi e comunque
per conservare una condizione dignitosa di qualità di vita che consenta di
sviluppare le proprie capacità.
Va anche subito precisato che la nostra impostazione
non intende pregiudicare la questione se le cure necessarie o il diritto ad
un minimo di cure siano da garantire (nel senso sia di "più efficacemente"
che di "più equamente soddisfatto") attraverso scelte di spesa lungo la
linea della prevenzione di condizioni che richiedono le cure oppure lungo la
linea della fornitura di terapie. Il quadro che si prospetterà investirà
dunque in modo più specifico anche alcune riflessioni sui criteri più equi
per la giustizia sanitaria, anche di fronte all’alternativa, che è
schematica, tra prevenzione e terapia, alla quale ci siamo già riferiti in
precedenza.
Può invece essere affermata la preferibilità del
concetto di "livelli di assistenza essenziali e uniformi" rispetto a
"livelli di assistenza minimi". La prima formulazione sottende infatti
criteri di selezione delle prestazioni basati su valutazioni (efficacia,
costo/beneficio, pertinenza) che corrispondono a motivazioni mediche,
economiche, pratiche e morali, le quali debbono essere argomentate e assunte
in modo trasparente, evitando interferenze di interessi economici e
professionali, secondo lo spirito che ha ispirato, al riguardo, la legge
Bindi (n.229). In tal modo appare più agevole garantire agli individui la
possibilità di ricevere non solo procedure, ma sostanza; non solo accesso
generico, ma qualità, appropriatezza, efficacia. In particolare, l’adottare
criteri che favoriscano una prima selezione delle prestazioni da erogare,
che sia basata sulla pertinenza sanitaria, sull’efficacia e sull’appropriatezza
dei trattamenti, limita la vulnerabilità verso cure inefficaci, che è
maggiore per i ceti meno istruiti e per quelli a basso reddito.
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7. L’assistenza
sanitaria tra stato e mercato
Il tema dell’allocazione delle risorse in campo
sanitario non è altro che un aspetto di quello, più generale, della corretta
utilizzazione dei mezzi necessari per garantire la migliore qualità di vita
all’interno della comunità civile. Il tema assume una particolare
delicatezza perché sono in gioco la prevenzione e la cura delle malattie.
Una ragione è che il problema della salute ha a che fare con la costituzione
fisica e psicologica del soggetto umano. Riguarda, cioè, oltre che quel che
egli può fare o avere, la sua stessa integrità personale. Si tratta a volte
"di vita o di morte". La seconda ragione è che pochi problemi sono
universali come quello della salute. Anche chi ne ha una ottima è esposto ad
andare incontro a difficoltà, e sa che queste, con l’avanzare dell’età,
saranno inevitabili.
Perciò gli orientamenti di un paese in materia
sanitaria sono destinati a essere sempre di più uno dei punti nevralgici
dell’amministrazione della cosa pubblica. Ciò è tanto più vero in quanto le
risorse a disposizione non sono illimitate e la loro "scarsità" è almeno in
parte, un effetto degli sprechi a cui spesso, soprattutto in Italia, li
espone una gestione inadeguata. A questi si aggiungono, talora,
malversazioni e abusi, che appesantiscono il servizio sanitario. Infine – e
questo è un problema che oltrepassa di molto i confini di una singola
nazione – vi sono le conseguenze di una serie di sperequazioni sociali ed
economiche che, sia a livello nazionale che a quello internazionale, mettono
un certo numero di persone in condizione di fruire di un’assistenza medica
che va ben oltre lo stretto necessario e impedisce ad altre – in certi casi
ad intere popolazioni – di avere quella strettamente indispensabile.
Si collega a queste sperequazioni il cosiddetto
"razionamento inverso", quel fenomeno, cioè, per cui per esempio, in
funzione degli interessi economici delle grandi case farmaceutiche, sono
prodotti e offerti in minor misura quei farmaci che sarebbero più necessari,
ma da cui ci si aspettano profitti minori di altri che lo sono assai meno o
non lo sono affatto. E altri esempi si potrebbero fare per quanto riguarda
l’impiego di personale sanitario o l’offerta di servizi, più abbondanti
proprio là dove ce n’è meno bisogno. Perciò è difficile valutare la scarsità
o meno delle risorse. Con l'ovvia premessa che esse non sono certamente
illimitate, e che perciò è necessario stabilire scale di priorità nella loro
allocazione, la discussione si sposta dalla sfera dei meccanismi inesorabili
a quella delle responsabilità umane, nei cui confronti è possibile la
critica e la correzione. In altri termini, il dibattito sull’allocazione
delle risorse non può dare per scontato, come se fosse inevitabile e
moralmente neutro, il punto di partenza di una penuria di mezzi, che
costringe a scelte dolorose, ma deve rimettere in discussione già questo
dato iniziale e ipotizzare una sua radicale modifica. Questo è il primo
passo verso un’effettiva equità, nel campo sanitario come in tutti gli
altri.
Una soluzione apparentemente esente da presupposti
ideologici potrebbe essere quella di affidare la distribuzione delle risorse
alla logica del mercato: ognuno acquisti, come in altri campi, ciò che è in
grado di pagare; da parte loro, le strutture sanitarie offrano i loro
servizi a chi, secondo le leggi più ovvie dell’economia, può permetterseli
e, pagandone il prezzo, ne può consentire il mantenimento.
Pur riconoscendo l’importanza della dimensione
economica dei problemi relativi all’allocazione delle risorse, è facile
osservare come una simile proposta si ispiri a una logica che, ben lungi dal
tentativo di recuperare un’uguaglianza sostanziale di trattamento, sancisce
come inevitabile e in fondo positivo il mantenimento di privilegi sociali ed
economici. Si potrà obiettare che il mercato regola la vita della nostra
società in tutti i campi. Solo che la salute non è un bene qualsiasi. Essa,
per lo stretto rapporto che ha con ciò che identifica, merita un trattamento
più vicino al regime delle persone che a quello delle cose. In ogni caso,
non è esatto che il criterio del mercato sia "neutro": esso implica delle
valutazioni di fondo che vanno quanto meno discusse.
La riflessione sull’equità nella distribuzione delle
risorse per la salute deve perciò affrontare in primo luogo la questione se
tali risorse debbano, e in quale misura, venire amministrate da qualche
istituzione pubblica con fondi ottenuti attraverso il sistema generale di
tassazione o di contribuzione, o viceversa si debba considerare preferibile
un sistema in cui il reperimento di queste risorse è del tutto dipendente da
scelte private, liberando il campo dall’intervento pubblico o limitando
questo soltanto all’assistenza ai poveri.
Non è invece una questione specifica per la teoria
etica quella delle forme istituzionali mediante le quali l’eventuale
intervento pubblico dovrà essere realizzato: ad esempio se attraverso un
sistema centralizzato o se attraverso un sistema di ampio decentramento.
Comunque, la preferenza etica per forme di decentramento vale nella
discussione etica sull’assetto istituzionale. In questa sede esistono
argomentazioni a favore del decentramento per quanto riguarda le decisioni
sanitarie, sia nel senso della preferibilità di forme di autogoverno (per
ragioni di autonomia e di responsabilità), sia in termini di efficienza.
Dato che l’ordinamento italiano già prevede il rinvio alle Regioni di ampi
poteri relativi alla sanità, è positiva la tendenza all’autonomia e al
decentramento anche nel senso di un suo rafforzamento, ferma restando
l’esigenza di garantire livelli equiparabili di assistenza su tutto il
territorio nazionale e la "portabilità dei diritti" al di fuori del
territorio di residenza, in modo da evitare che si manifestino nuove
barriere e nuove forme di disuguaglianza.
Il problema etico di fondo è comunque quello se
affidare integralmente al meccanismo della domanda e dell’offerta il
criterio di distribuzione delle cure e dell’assistenza medica (in cui quindi
l’unica forma di garanzia individuale contro l’incertezza è quella di una
qualche forma di sistema assicurativo privato), o se invece considerare
eticamente necessario un intervento in termini di spesa pubblica per
l’assistenza medica, al fine di correggere iniquità distributive del sistema
di mercato.
Non c’è in realtà quasi nessun teorico che non ammetta
l’auspicabilità di qualche forma di coordinazione all’interno di una
comunità per rendere disponibili risorse per l’assistenza sanitaria. Sembra
infatti del tutto controintuitivo un sistema di giustizia sanitaria che non
preveda alcun sostegno pubblico a chi, per esempio, è affetto dalla nascita
da gravi malattie o malformazioni. In effetti proprio l’esistenza di persone
con gravi malattie o handicap, la cui sopravvivenza richiede un surplus di
assistenza sanitaria, rappresenta la maggiore difficoltà pratica per le
opzioni integralmente liberiste.
Ma anche i presupposti teorici di tali opzioni
appaiono fortemente discutibili. Partendo dalla giusta esigenza di tener
conto del forte pluralismo culturale e morale che oggi caratterizza la
nostra società, esse finiscono per negare gli elementi di convergenza che
sono comunque presenti nelle diverse prospettive etiche, e per ridurre la
comunità civile al risultato di una contrattazione mossa solo da interessi
egoistici. Non è realistico ritenere i cittadini degli "stranieri morali",
incapaci di condividere alcuna regola di carattere etico e legati solo da
accordi temporanei. Allo stesso modo non lo è negare il dato di fatto di una
tendenza, pur sempre diffusa nella società, a forme di benevolenza e di
reciprocità che rendono ampiamente condivise alcune istanze relative alla
tutela dei più deboli (per esempio i bambini).
La nostra Costituzione, del resto, prevede all’art. 32
l’intervento statale per garantire un diritto alle cure sanitarie degli
individui, specialmente se indigenti. A questo principio si ispira tutta
l’attività legislativa della Repubblica italiana. Anche sul piano
internazionale l’Organizzazione Mondiale della Sanità opera per superare una
concezione privatistica dell’uso delle risorse per la salute.
Tra le teorie espresse dai sostenitori di un ruolo
centrale del libero mercato nella gestione dei problemi riguardanti la
salute, la posizione più radicale è quella di T. Engelhardt (1999, pp. 208 –
209) che nega che rientri tra i compiti di uno Stato geograficamente inteso
reperire fondi per l’assistenza sanitaria, riprendendo l’idea di Nozick (Nozick,
2000) di uno "stato minimo". Le sue tesi, da altri espresse con minore
coerenza, richiedono un adeguato commento sia perché fanno parte di un
orientamento che ha profondamente influenzato e dominato le politiche
sanitarie degli ultimi vent’anni, sia perché attraverso il loro esame
possono emergere con maggiore chiarezza gli orientamenti di questo
documento.
Scrive Engelhardt: "Dopo il fallimento del progetto
illuministico e in presenza di una molteplicità di visioni morali,
l’autorità pubblica delle grandi istituzioni sociali dipende dalla
plausibilità della loro legittimità di agire con il permesso dei governati.
La possibilità di difendere gli individui dall’uso della forza non
consentita e di punire i responsabili resta, a dispetto del fallimento del
progetto illuministico e della varietà delle posizioni morali. Lo Stato può
altresì fare rispettare i contratti registrati e creare diritti sociali
ricusabili. Resteranno nondimeno aree grigie, confini sfumati e rompicapi
senza soluzione. Potendo sarà preferibile risolvere tali questioni
attraverso i meccanismi di mercato in considerazione del fatto che essi
traggono la propria autorità dal consenso dei suoi attori… Quando occorre
prendere una decisione e l’ordine spontaneo del mercato non è in grado di
scegliere autorevolmente tra le alternative, non resta altro da fare che
sollecitare l’appoggio del maggior numero possibile di persone all’idea di
scegliere tra le alternative buttando in aria la monetina". Anche se lo
stesso autore riconosce un valore morale a forme di intervento e di aiuto in
cui si cerca di rendere disponibili risorse per la cura di coloro che non
hanno disponibilità economica, i presupposti teorici enunciati non
consentono di fare assumere questo compito da parte dello Stato. Infatti la
pluralità di orientamenti renderebbe i cittadini degli stranieri morali, che
non possono perciò condividere nessuna regola etica o dovere morale, e
perciò a favore dell’assistenza medica pubblica non si può assumere un
valore condiviso universalmente, in presenza di cittadini con diverse
concezioni etiche (diversamente da ciò che accade per la salvaguardia della
sicurezza e dei contratti). Forme di aiuto sanitario pubblico potranno
essere giustificate solo all’interno di una comunità che condivide lo stesso
valore della beneficenza: "Dati i confini dell’autorità morale laica
generale, particolari comunità prive di una collocazione geografica precisa
possono porre in essere proprie strutture sociali e riconoscere speciali
diritti civili e sociali, compresi i diritti all’assistenza sanitaria".
E’ ovvio e da quasi tutti riconosciuto il fatto che la
soluzione dei nuovi problemi posti dalle questioni di cui si occupa la
bioetica vanno affrontati tenendo conto di un quadro di pluralismo morale.
Non sembra invece accettabile una concezione che rifiuta la legittimità
morale di un intervento istituzionale nella sanità con finanziamenti
appositi, ottenuti attraverso sistemi di tassazione pubblica di tutti i
cittadini.
Nella discussione si può fare riferimento, oltre che
agli orientamenti etici e fondazionali, a ciò che è riconosciuto come giusto
dal diritto positivo. L’articolo 32 della Costituzione stabilisce che la
tutela della salute è diritto fondamentale di ogni individuo ma è al tempo
stesso interesse comune della collettività. In tal senso, in quanto diritto
inviolabile dell'uomo, esso "richiede l'adempimento dei doveri inderogabili
di solidarietà" (articolo 2 Cost.), e quindi l'erogazione di appropriate
prestazioni sanitarie a sostegno delle situazioni di svantaggio. Questa
posizione è confermata dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione
Europea, recentemente approvata, che mette in primo piano il diritto di ogni
individuo "di accedere alla prevenzione sanitaria e di ottenere cure
mediche", con la garanzia di "un livello elevato di protezione della salute
umana" (articolo 35), e in particolare dei soggetti deboli (articolo 3). Per
dare attuazione al carattere universalistico dell'assistenza sanitaria, il
Testo unico sulla disciplina dell'immigrazione e sulla condizione dello
straniero ha stabilito il diritto-obbligo di iscrizione al Servizio
sanitario nazionale per gli stranieri non appartenenti all'Unione Europea e
con regolare permesso di soggiorno (d.lgs. n. 286 del 25/7/1998, articolo 34
commi 1 e 2). Tuttavia, come indicano alcune indagini condotte in specifiche
realtà considerate "avanzate", attualmente solo una modesta percentuale di
loro si iscrive realmente (appena il 66% a Bologna e il 72% a Milano).
Ancora maggiori sono le difficoltà che impediscono di esercitare il diritto
all'assistenza sanitaria agli stranieri non in regola con le norme
d'ingresso e di soggiorno (articolo 35 commi 3, 4, 5 e 6 del citato Testo
unico). È al superamento di tale stato di cose che è diretto l'articolo 3
comma 2 della Costituzione, quando impone la rimozione degli "ostacoli di
ordine economico e sociale", quelli che "impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori" alle
istituzioni, ai servizi e alla vita sociale. Negli stessi Stati Uniti è in
corso da lungo tempo, con alterne vicende, una vivace campagna legislativa
per l’ampliamento dell’intervento pubblico in sanità, nel tentativo di
correggere le iniquità e le gravi conseguenze per gli esclusi da parte di un
sistema legato quasi soltanto a forme di assicurazione privata.
Ma riferendosi al contributo dell’etica alle questioni
della giustizia sanitaria sembra particolarmente importante non limitarsi al
solo piano per così dire giuspositivistico, indicando oltre a ciò
argomentazioni specificamente morali che consentono di superare un quadro
eccessivamente ristretto. Il fatto di individuare e rendere esplicite le
basi etiche che giustificano un ampio intervento pubblico nelle questioni di
giustizia sanitaria è parte di molte delle alternative di cui si occupa la
bioetica, in cui ci si trova di fronte a questioni non risolte da precedenti
elaborazioni.
Sul piano critico non è dimostrabile né accettabile
una concezione della condotta umana come esclusivamente mossa da interesse
egoistico. Perfino le ricerche orientate dalla sociobiologia sono giunte a
riconoscere che un’adeguata concezione evolutiva della specie umana deve
rendere conto di una naturale tendenza degli esseri umani a istituire
rapporti non aggressivi in termini di reciprocità (Singer, 1999). Le
ricerche empiriche di Amartya Sen hanno largamente documentato le
inadeguatezze di una concezione della condotta umana ridotta alla sola
motivazione dello scambio economico: nessun bene pubblico esistente nella
nostra forma di vita può essere derivato da questa concezione della condotta
(Sen, 1986). Rifiutare o giustificare la tendenza a forme di benevolenza sia
pure limitate prescinde da un fatto fondamentale: che in realtà queste forme
di benevolenza sono già date e consolidate. Considerazioni della vita
sociale e delle nostre istituzioni pubbliche che negano questo fatto non
sono in condizione di fornire una spiegazione plausibile delle relazioni
interpersonali, e tanto meno di renderne conto soddisfacendo alcuni
requisiti etici minimi. La quasi totalità delle concezioni etiche
riconoscono infatti un qualche diritto dei cittadini di uno Stato a un
minimo dignitoso di cure o alle cure necessarie, assicurato da interventi
pubblici.
Anche la convivenza tra cittadini non si può derivare
soltanto da esplicite pattuizioni o contrattazioni. Muovendo da questa
concezione delle istituzioni sociali non si riesce in alcun modo a spiegare
la loro stabilità e persistenza: l’unico cemento della vita sociale sarebbe
costituito da contrattazioni effettive tra cittadini, molto precarie in
quanto limitate nel tempo e nello spazio. Se gli unici obblighi di
cittadinanza fossero derivabili da queste esplicite promesse e pattuizioni,
le nostre società non garantirebbero alcuna stabilità, e questo ovviamente
contrasta col fatto che società molto ampie e popolose, sia pure con
tensioni e problemi, sopravvivono da secoli.
E’ discutibile inoltre l’uso che viene fatto della
nozione di stranieri morali. E’ vero ed è positivo che nelle nostre culture
ci siano persone che hanno differenti concezioni del bene, del dovere e
della virtù, ma questo non esclude che tutte le concezioni morali, per
quanto lontane e straniere tra di loro, concordino nel ritenere che vi sia
un prioritario diritto alla sopravvivenza delle persone che fanno parte di
una certa comunità, e al limite del genere umano. Solo in quanto avremo
garantito, e non solo con le leggi e con misure di sicurezza, ma con le
cure, tale diritto potremo procedere sulla strada di una presa d’atto delle
diversità legate ad altri aspetti delle nostre concezioni morali. Esistono
certamente delle differenze tra le diverse concezioni etiche che riconoscono
la liceità morale di un intervento pubblico nelle questioni sanitarie, come
fondazione più o meno forte di un riconoscimento del dovere pubblico di
assistenza. Ma sia che si muova da una concezione che considera ciò che è
bene come già stabilito dalle scelte individuali, sia che si veda il bene
come un loro punto di convergenza, l’assistenza sanitaria è configurabile
come un bene pubblico sulla distribuzione del quale possiamo fare valere
comuni esigenze di giustizia.
Non è improprio essersi soffermati a lungo
sull’analisi delle teorie filosofiche e degli atti compiuti attraverso le
decisioni pubbliche in campo economico, politico e sanitario che tendono a
escludere fra le attività di pertinenza dello Stato il compito di rendere
disponibili risorse per la cura di coloro che non hanno redditi sufficienti.
È infatti nella stessa radice di queste concezioni l’orientamento del
"conservatorismo compassionevole" che trova oggi un tentativo di progressiva
realizzazione negli Stati Uniti, e che annulla il diritto alle cure
limitando l’impegno pubblico alla funzione caritativa verso i poveri.
Si deve comunque evitare sia un’impostazione che
affidi esclusivamente al libero mercato le decisioni relative alla
distribuzione sociale delle cure, sia una concezione della giustizia
sanitaria che veda ogni soluzione dentro lo Stato e da parte dello Stato.
Sembra, tuttavia, più conforme allo spirito della nostra Costituzione il
modello che più sicuramente garantisce un’assistenza di tipo universale, con
ripartizione degli oneri e con particolare riferimento alle fasce più deboli
della popolazione, che si fonda sulla gestione da parte dello Stato o di
altri enti pubblici, e che reperisce i fondi necessari all’assistenza
mediante i normali meccanismi fiscali. Il che implica anche l’utilizzazione
di strutture private nell’erogazione dei servizi necessari, ed esige un più
generale ricorso a criteri gestionali di tipo economico, per evitare gli
sprechi, per stabilire le priorità e per richiamare ciascun cittadino a
calcolare responsabilmente i costi delle proprie scelte in materia di
salute.
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8. Il quadro
mondiale e la macro-distribuzione delle risorse
Come abbiamo accennato in precedenza, la distribuzione
delle risorse si pone a due livelli diversi e complementari: da un lato,
sono in questione l’organizzazione dell’assistenza pubblica e la
determinazione delle regole generali che devono ispirarne la gestione da
parte degli organi politici e amministrativi competenti (macro-allocazione);
dall’altro, si tratta di individuare dei criteri per le scelte a cui sono
chiamati, quotidianamente, i singoli operatori sanitari, che si trovano a
decidere sull’utilizzazione dei mezzi a loro disposizione, a fronte di una
richiesta spesso eccedente (micro-allocazione).
Nella macro-allocazione gli interrogativi riguardano
innanzitutto la quantità di risorse che gli stati dedicano alla salute, in
rapporto ad altri capitoli di bilancio, sia come finanziamento diretto, sia
come intervento atto a influire per altre vie sulle condizioni di vita e
sulla prevenzione delle malattie, sia come fondi destinati alla ricerca
scientifica in questi campi. Se la salute e la vita umana vengono
considerate come valori prioritari, tali impegni devono essere accresciuti.
Gli interrogativi riguardano, oltre alla percentuale di Prodotto interno
lordo (PIL) che un paese deve destinare alla spesa sanitaria e la sua
distribuzione fra ricerca, prevenzione e cura; riguarda le modalità di
reperimento delle risorse, mediante assicurazioni private o contributi
obbligatori o imposte riscosse e amministrate dallo Stato; riguarda, in
quest’ultimo caso, i criteri con cui organizzare il sistema sanitario
pubblico. Nella micro-allocazione ci si chiede con quali criteri scegliere,
tra i possibili fruitori delle risorse a disposizione, coloro a cui di fatto
– ove si ponga l’alternativa – esse vanno destinate: bisogna privilegiare
per esempio chi ha migliori possibilità di guarigione oppure chi, per la
maggiore gravità delle sue condizioni, corre maggior pericolo di morte?
Quale percentuale di cure deve essere destinata agli anziani e ai malati
cronici? A parità di condizioni, bisogna preferire chi, per il suo ruolo
sociale è più necessario agli altri o chi, in base a dei meriti passati,
avrebbe diritto alla riconoscenza della società? Il presente documento non
pretende di risolvere questi problemi, ma solo di dare delle indicazioni che
possono costituire un primo passo per affrontarli in modo più corretto.
Una necessaria premessa alle riflessioni su questo tema
riguarda il quadro mondiale. Nel caso della distinzione tra questioni
macro-distributive e micro-distributive vi è un’assunzione di base
contestabile da un punto di vista etico, secondo cui i problemi di giustizia
sanitaria sarebbero solo una questione di bilancio interno di ogni paese.
Tenuto conto dell’iniqua distribuzione di ricchezza che esiste tra i sei
miliardi di cittadini del mondo e delle differenze moralmente inaccettabili
(profonde e continuamente crescenti) nella qualità della vita tra i più
ricchi e gli oltre due miliardi di indigenti, non sembra possibile da un
punto di vista etico assumere la prospettiva ristretta dei confini
nazionali. E’ anche vero che questa esigenza etica è difficilmente
trasformabile in vincoli politici precisi o in leggi, o addirittura in
decisioni di bilancio, ma dato che gli sforzi di un Comitato Nazionale per
la Bioetica non possono non andare anche verso l’identificazione di modi per
formare l’opinione pubblica e influenzare le decisioni collettive, una delle
richieste da avanzare è un impegno pubblico verso l’informazione intorno
all’iniquità dell’attuale distribuzione mondiale della salute e
dell’assistenza sanitaria. Si richiama pertanto la necessità di una
politica, a livello nazionale e internazionale, volta a ridurre le disparità
di condizioni economiche fra i vari paesi, e all’interno di ognuno fra i
singoli abitanti. E’ dimostrata – oltre che intuitivamente presumibile –
l’incidenza delle povertà e dell’ignoranza in materia di salute.
L’istruzione, oltre al reddito, è un fattore importantissimo, per esempio
per il rispetto di una serie di precauzioni igieniche, o per
l’individuazione tempestiva dell’insorgere di patologie. Qui il tema
dell’allocazione delle risorse sanitarie va a congiungersi con quello più
generale della cultura e della giustizia sociale.
È indubbio, infatti, che nonostante il miglioramento
registrato a livello mondiale negli ultimi cinquant’anni in tema di speranza
di vita e di caduta dei tassi di mortalità, permangono tuttora accentuate
differenze tra un Paese e l’altro e, all’interno di uno stesso Paese, tra
differenti classi sociali e tra uomini e donne. Il problema appare ancora
più grave se si considera che la produzione di ricchezze materiali,
conoscenze intellettuali, cibo e tecnologia medica ha raggiunto livelli mai
conosciuti in passato, ma l’utilizzazione di tutti questi beni resta
concentrata in un’area ristretta del pianeta, corrispondente al mondo
industrializzato e ai ceti ricchi dei paesi poveri.
Il 20% della popolazione, quella più ricca, possiede
l’82,7% del reddito mondiale e il 20% della popolazione, quella più povera,
solo l’1,4%. Le popolazioni dei paesi più ricchi e industrializzati hanno
una speranza di vita che si avvicina agli 80 anni (Giappone: 82), mentre in
molti Paesi dell’Africa sub-sahariana questo valore scende intorno ai 40
anni (Uganda: 40), con un netto aumento delle differenze rispetto a dieci
anni or sono. Inoltre, le persone affette da HIV/AIDS dei paesi ricchi hanno
a disposizione farmaci gratuiti o comunque accessibili contro l’infezione e
la malattia, mentre questa possibilità è negata agli stessi malati dei paesi
poveri. Vi è infine da rilevare che quasi 900 milioni di persone nel mondo
non hanno accesso ai servizi sanitari essenziali.
È inoltre tipico dei paesi poveri il fenomeno del
"doppio carico di malattia", rappresentato dalla coesistenza di cause
tradizionali di malattia e morte, di natura infettiva (soprattutto malaria,
infezione da HIV/AIDS e tubercolosi), e di cause nuove, di natura
cronico-degenerativa (tumori, malattie cardiovascolari, diabete ecc.). Sono,
poi, sempre i paesi poveri a pagare il maggiore tributo in termini di morti
anche per le cause legate a specifici tipi di comportamento (guerre,
violenze, incidenti stradali e sul lavoro). Delle 53 milioni di morti che
avvengono ogni anno, il 20% sono di bambini con meno di 5 anni di età, e
riconoscono cause che potrebbero essere prevenute da un’adeguata prevenzione
eziologica e dalla presenza di infrastrutture sanitarie.
Globalmente, il numero dei poveri è in crescita:
rispetto a venti anni fa. Un quinto circa della popolazione mondiale vive
con meno di un dollaro USA al giorno. Il debito dei paesi poveri, inoltre,
aggrava il ciclo della povertà: molti di essi spendono più per ripagare gli
interessi sui propri debiti che per sanità e istruzione.
Alcune considerazioni suggeriscono possibili
interventi atti a contrastare tale tendenza. In primo luogo, si deve
premettere che non è necessario un livello molto alto di reddito medio
nazionale per raggiungere una speranza di vita accettabile. Il Costarica,
per esempio, ha un’attesa di vita vicina a quella italiana, 77 anni, pur
disponendo di un PIL pro-capite pari a un quarto del nostro. E’ infatti di
fondamentale importanza il modo di utilizzare le risorse: istruzione, tipo
di abitazione, acqua potabile, smaltimento dei rifiuti, disponibilità di
cibo e urbanizzazione, livello di giustizia e di solidarietà sono fattori
determinanti della salute che interagiscono con la povertà.
È quindi necessario orientare una parte maggiore delle
risorse verso questi paesi, in funzione delle spese sociali e del
potenziamento dell’assistenza sanitaria. In tal senso gli interventi
promossi dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale sono
stati eccessivamente centrati su aggiustamenti strutturali che in alcuni
casi hanno avuto un impatto negativo nei programmi sociali e sanitari.
Occorre, al tempo stesso, combattere con decisione le disuguaglianze
socio-economiche che vanificano i risultati positivi misurabili con il
semplice ricorso al valore del PIL. È infatti dimostrato che tra i paesi
industrializzati non sempre sono le società più ricche in termini aggregati
a godere dei migliori livelli di salute, ma piuttosto quelle al cui interno
minori sono le disuguaglianze tra ricchi e poveri.
Va ricordato anche il ruolo che gli accordi
commerciali internazionali che si svolgono sotto l’egida dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio rivestono nella tendenza a conferire sempre più alla
salute una natura impropria di merce e di bene di consumo. In particolare
l’accordo TRIPS (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights)
propone di stabilire l’obbligo per tutti i paesi di introdurre una
legislazione sul brevetto dei farmaci che comporti il diritto esclusivo
delle industrie farmaceutiche di imporre i prezzi dei farmaci stessi.
Quando, come nel caso dell’HIV/AIDS, tali prezzi sono insostenibili per la
grandissima parte dei malati, il risultato si configura inevitabilmente come
un’accentuazione della forbice delle inequità tra paesi ricchi e paesi
poveri. Non diversamente il GATS (General Agreement on Trade in Services)
mira a instaurare un sistema legislativo internazionale che favorisce
l’espansione delle imprese private nel campo dei servizi, compresi quelli
sanitari, con il forte rischio di trasformare il concetto stesso di
servizio, tradizionalmente inteso come attività finalizzata a soddisfare i
bisogni umani, in oggetto di commercio, volto alla ricerca del profitto.
Accanto a quella geografica e sociale esiste—in
diversi paesi asiatici, ma non solo—una discriminazione sessuale.
L’espressione missing women riassume drammaticamente la gravità dello
squilibrio innaturale tra i sessi, depurato dai fattori di rischio genetici
e ambientali. Quante sono le donne disperse mancanti all’appello? Lo
squilibrio tra i generi a vantaggio dei maschi, documentato in Asia dai
censimenti, è stato valutato con due diverse metodologie :l’una ha portato a
concludere che vi sono 44 milioni di donne mancanti in Cina, 37 in India e,
in totale, 100 nel mondo; l’altra, 29 milioni in Cina, 23 in India e 60 nel
mondo. Questi dati, riferiti da Amartya Sen (1992), mostrano che le
discriminazioni culturali e sociali riescono a capovolgere la superiorità
biologica delle donne (dai primi giorni di vita in poi, infatti, la
sopravvivenza biologica femminile è superiore, in condizioni normali, a
quella maschile). Tra le cause che sono state individuate appaiono primari i
valori tradizionali e gli interessi economici che inducono alla
trascuratezza verso le bambine nell’assistenza sanitaria, alla loro minore
ammissione negli ospedali, alla diversa nutrizione e alla più elevata
mortalità infantile, spontanea o indotta. In Cina, ad esempio, una delle
ragioni è la costrizione ad avere un solo figlio. A riprova che tale
tendenza può essere invertita e che le missing women possono essere
riscattate grazie a politiche pubbliche, Amartya Sen riferisce l’esempio
dello stato del Kerala, in India, dove la situazione si è modificata in
virtù dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria per tutti e della
valorizzazione dell’apporto delle donne all’economia e alla vita sociale.
Queste prospettive, e le preoccupazioni che suscitano,
possono aiutare a rendere più criticabili le sacche di egoismo, personale o
di gruppo, nella richiesta del bene sanitario, e contribuiscono a rendere
più evanescente l’illusione che, nell’ambito della salute, le questioni
distributive si risolvano lasciando i beni liberi di circolare.
Le questioni di macro-distribuzione hanno a che fare
con le scelte che le istituzioni pubbliche realizzano nel campo
dell’assistenza sanitaria. Come è evidente queste scelte politiche (o
amministrative) sono sottoposte a una serie di vincoli, tra i quali
l’accettazione o il rifiuto della discussione pubblica sui criteri di equità
che le ispirano. Per individuare le principali aree in cui risistemare le
questioni da affrontare possiamo seguire i suggerimenti di Norman Daniels (Daniels,
1985). Egli spiega che le istituzioni pubbliche che forniscono assistenza
sanitaria hanno finalità e si occupano di pratiche che comportano decisioni
distributive relativamente a questi differenti piani:
1. Che tipo di servizi sanitari esisteranno in una
società
2. Chi ne usufruirà e per quale ragione
3. Chi li fornirà
4. Come verranno distribuiti gli oneri del loro
finanziamento
5. Come verrà distribuito il potere e il controllo su
questi servizi
Dal punto di vista della bioetica questi temi sono
rilevanti sul piano macroallocativo e microallocativo. Se pensiamo infatti a
tutte le questioni legate alla possibilità di intervenire sulla nascita,
sulla morte e sulle forme di cura connesse con la genetica e con i
trapianti, diventa centrale la domanda se le pratiche coinvolte (e
ovviamente quali pratiche e fino a che punto) debbano essere fatte rientrare
nei servizi sanitari di una società e fino a che punto debbano essere
garantiti dalla spesa pubblica. Non diversamente decisiva, nell’ambito della
bioetica, è la questione di chi verrà ammesso a disporre di un determinato
servizio sanitario. Il punto 3 ha rilevanza per la definizione dei soggetti
dell'assistenza sanitaria, e i punti 4 e 5 per i criteri di giustizia nel
reperimento delle risorse monetarie necessarie e nella partecipazione dei
cittadini al potere e al controllo delle attività sanitarie, nel quadro
anche di confini giusti tra autonomia dei pazienti e responsabilità dei
sanitari.
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9. Le priorità
nell’uso delle risorse
Nel contesto dei problemi di allocazione delle risorse
la riflessione etica svolge, come abbiamo visto, un ruolo fondamentale
nell’indirizzare orientamenti e metodologie entro i confini di criteri
giusti e condivisi per la riduzione delle conseguenze dolorose che le scelte
allocative possono comportare.
Proprio la ricerca di questi giusti confini richiede
di vedere assegnato un valore crescente ai criteri della qualità e
dell’efficacia delle prestazioni mediche. Tali criteri consentono infatti,
attraverso la selezione delle prestazioni realmente efficaci, di rendere
compatibili forme di selezione esplicita delle prestazioni con la
realizzazione di sistemi di cure in cui permanga il principio
dell’universalismo, secondo una necessaria revisione dell’ormai
inapplicabile formula "tutto per tutti", nei termini di un più attuale
"tutto per tutti coloro che ne hanno bisogno, ma solo ciò che è efficace".
In questo senso la medicina basata sulle prove (EBM,
evidence based medicine), nata per finalità cliniche allo scopo di fornire
ai medici e soprattutto ai pazienti le dovute garanzie sulla qualità delle
cure, appare oggi come uno strumento utile anche dal punto di vista
economico, per conseguire un significativo contenimento dei costi e una
razionalizzazione della spesa.
Nell’alternativa, che diventa ineludibile anche per il
Servizio sanitario italiano (universalità di accesso a prestazioni definite,
oppure limitazione degli accessi), la EBM offre soluzioni compatibili con la
prima possibilità, perché esclude soltanto prestazioni di non provata
efficacia. Inoltre, l’apporto di riferimenti omogenei e scientificamente
validati facilita la redazione di linee-guida di miglioramento della pratica
clinica, necessarie per la definizione dei livelli di assistenza, rispetto
ai quali è possibile concepire diritti omogenei per tutta la popolazione;
base, questa, necessaria per una crescita dell’equità nel sistema di
erogazione delle cure. L’interesse verso l’EBM non deve tuttavia indurre a
trascurare i suoi limiti. Da un lato, occorre considerare l’ampia quantità
di interventi e prestazioni sanitarie appartenenti a un’area grigia che
attualmente sfugge alla possibilità di verifiche di evidence. Dall’altro,
occorre evitare l’eccesso di interferenze sulle decisioni mediche, e la
tendenza crescente a considerare la medicina una scienza esatta, rischi che
un eccessivo entusiasmo verso l’EBM potrebbe alimentare.
Accanto a modalità basate sull’osservazione
scientifica e sui dati epidemiologici, che consentono di sottoporre il
ventaglio delle prestazioni offerte dal sistema pubblico, altre correnti di
pensiero agiscono tentando di indirizzare il dibattito sulle priorità nella
direzione della "libertà di cura". Essa è indiscutibile come espressione
dell’autonomia personale del malato, ma va distinta dalla richiesta di
lasciare a chi fruisce dei servizi pubblici la possibilità di scegliere cure
anche costose e non validate da protocolli che ne attestino l’efficacia,
facendo carico del costo di tale decisione individuale sulla collettività.
Ciò non appare sostenibile, a meno di non rinunciare al principio
dell’universalismo delle cure.
Pur riconoscendo che il principio di libertà possiede
un valore preminente, che va salvaguardato, è necessario evitare che il
rispetto di tale principio non comporti l’accantonamento di altri principi
bioetici essenziali, tra i quali la distinzione fondamentale tra prassi
individuale e prassi sociale. Così come esiste la distinzione tra diritto
del singolo paziente, in quanto singolo, di scegliere metodi alternativi di
trattamento, e il diritto-dovere del medico di non assecondare richieste
terapeutiche che egli ritenga scientificamente infondate o dannose per il
paziente, esistono limiti alla libertà di cura che si riferiscono alle
necessità della prassi collettiva e che richiedono di evitare che la volontà
del singolo soggetto assurga a criterio guida per un'azione sociale dotata
di rilievo collettivo sul piano della sanità pubblica. Ciò implica
l'individuazione di pratiche sociali compatibili non solo con i desideri e
le aspirazioni dei singoli pazienti, ma anche con le esigenze pubbliche
della tutela della salute collettiva, di un'equa ripartizione delle risorse
sanitarie e del rispetto di protocolli adottati nella pratica medica, quale
frutto di ponderati pareri.
L’individuazione delle priorità nell’uso delle risorse
e le conseguenti scelte pongono quindi in primo piano le responsabilità di
chi tali scelte opera, e vincola al rispetto di esigenze di trasparenza,
equità ed efficacia attraverso un riferimento costante a valutazioni etiche.
Tra queste, il ruolo preminente che conserva la necessità di mantenere
intatta l’ispirazione universalistica del sistema di cure, che offre ampi
margini di applicazione a metodi di valutazione scientifica dell’efficacia
delle cure e che sconsiglia, nel contempo, il ricorso a impostazioni
argomentative che tendano a delegittimare tali metodi.
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10.
Micro-allocazione delle risorse e qualità della vita
Va subito detto che non bisogna perdere di vista una
considerazione di base: tutte le questioni relative alla micro-allocazione
delle risorse e alla selezione che ne può conseguire nascono solo se si
presuppone che vi è una limitazione del bene a cui desiderano accedere più
pazienti. I problemi relativi alle politiche per incrementare la
disponibilità di un certo bene sanitario, o sui modi in cui orientare
l’universo potenziale di pazienti a rivolgersi ad altri beni o a cambiare
pratiche di vita, si collocano a livello macro-distributivo. A livello
micro-distributivo si ha spesso a che fare con situazioni legate a nuove
pratiche della medicina e della biologia che sollecitano un continuo
processo di espansione della domanda, che fa toccare con mano la scarsità
delle risorse disponibili da offrire e secondo alcuni l’infinità di un
allargamento eccessivo dei desideri di salute o benessere. Questa
prospettiva può portare a domandarsi se non si possano risolvere i problemi
di distribuzione delle risorse per la sanità incidendo soprattutto sulla
domanda.
E’ necessario che la collettività – prima ancora che
il singolo operatore sanitario – si assuma la responsabilità di selezionare
cure e servizi sanitari ritenuti prioritari. Non farlo significherebbe
mettere sullo stesso piano bisogni umani fondamentali, come per esempio
quelli legati alla sopravvivenza fisica degli individui, e altri che invece
si presentano, almeno nella coscienza diffusa, come assai meno impellenti o
addirittura voluttuari. Bisogna però riconoscere che, in una società
fortemente pluralista come la nostra, è difficile fare valere un criterio
condiviso e rigoroso per distinguere le richieste legittime da quelle che
non lo sono o che comunque vanno soddisfatte dopo le altre.
Le questioni di cui si occupa la bioetica hanno messo
in crisi le abituali ricostruzioni del contesto nel quale si ponevano i
problemi micro-allocativi. Vi è stato un allargamento delle risorse che,
almeno prima facie, si debbono ritenere distribuibili: non solo spese, tempo
del personale sanitario, attrezzature, farmaci, ma anche parti del corpo
umano, organi artificiali, organi di altri esseri viventi ecc. Si tratta di
una serie molteplice di beni e di risorse che sono sempre più disponibili in
sanità. Tale presenza può forse spingere a ripensare la stessa netta
separazione tra questioni di micro-ripartizione e questioni di
macro-ripartizione.
Il problema più difficile, nel distribuire sia
l’antico come il nuovo tipo di risorse, rimane tuttavia quello di trovare un
criterio convincente in grado di orientare le scelte spesso dolorose, talora
drammatiche, a cui gli operatori sanitari sono costretti per la scarsità di
fatto delle risorse disponibili.
Una prima questione è: attribuirle solo ai cittadini
italiani? Oppure anche agli immigrati sprovvisti di cittadinanza? E, tra
questi, solo quelli provvisti di un regolare permesso di soggiorno o anche i
clandestini? Il già citato art. 32 della Costituzione, parlando della salute
come di un "diritto dell’individuo", sembra prescindere dal possesso della
cittadinanza (notiamo che questo è il solo articolo nel quale, in tema di
diritti, viene usata la parola individuo anziché cittadino), e avalla
l’interpretazione che ne ha dato la legge sull’immigrazione, secondo la
quale ogni essere umano, in qualsiasi modo presente sul territorio del
nostro Stato, deve essere assistito, se bisognoso di cure. È da segnalare, a
questo riguardo, la realtà ormai consolidata di alcuni gruppi di immigrati
(per esempio cinesi) che, per libera scelta, come pure per la difficoltà di
legalizzare la loro presenza sul territorio italiano e di fruire dei servizi
sanitari, si organizzano in comunità del tutto autosufficienti dal punto di
vista sanitario. Questi gruppi, che si pongono come "esterni" pur
appartenendo alla popolazione che vive nelle nostre città, sfuggono così a
ogni controllo in attività che dovrebbero invece svolgersi nella massima
trasparenza e verificabilità di pratiche e di operatori. La facilitazione
dell’accesso ai servizi sanitari per gli immigrati potrebbe contribuire a
circoscrivere questo fenomeno, sottraendolo all’ambito della necessità e
confinandolo solo a scelte culturali, che sono comprensibili e compatibili.
Un’altra questione è se sia corretto escludere dalle
cure sostenute dalla collettività alcune categorie di persone
(tossicodipendenti, fumatori affetti da malattie polmonari, alcolisti,
infortunati o infetti da HIV "per colpa"), in base alla considerazione che
esse sono più o meno responsabili del loro precario stato di salute. Una
simile scelta rischierebbe di far pesare su drammi umani, di cui è sempre
molto difficile valutare le responsabilità soggettive, un giudizio spietato,
in netto contrasto con ogni criterio di solidarietà. A questo argomento se
ne può aggiungere un altro, cioè l’impossibilità di attribuire al personale
sanitario l’autorità di sanzionare da un punto di vista morale la condotta
dei propri pazienti.
Numerosi tentativi sono stati fatti per selezionare
cure e servizi sanitari ritenuti prioritari o comunque disponibili
all’assistenza pubblica ricorrendo a qualche concezione della qualità della
vita da garantire (Nussbaum e Sen, 1993). Questo modo di procedere ben si
collega ai temi finora trattati, che pongono in primo piano il diritto a
quelle cure che consentono di mantenere la qualità della vita a un livello
dignitoso. Ma sui modelli da usare per dare corpo a questa nozione di
qualità della vita dei soggetti coinvolti si hanno profonde divergenze.
La stessa idea di qualità di vita può essere vaga e
bisognosa di definizione. Specialmente nel contesto medico sono stati fatti
numerosi tentativi di rendere questa nozione rigorosa e precisa. Spesso
questi tentativi hanno fatto valere una nozione ristretta di qualità della
vita in collegamento con le condizioni che accompagnano abitualmente una
certa malattia (Frisch, 2000). Ma in questi casi si è finito con l’usare una
più specifica nozione di HRQOL (health related quality of life, Fayers e
Machlin, 2000), che solo indirettamente può essere d’aiuto nelle questioni
etiche. Il raffronto tra le diverse qualità della vita dei soggetti
coinvolti richiede che si trovi un modo di determinare e confrontare fra
loro i livelli di qualità della vita di individui diversi. I principali
tentativi in questa direzione sono stati finora tre (Brock, 1993). Il primo
definisce la qualità della vita in funzione dei futuri guadagni del
paziente, attesi, salvati o persi dalla persona di cui si tratta. Il secondo
si basa sulla disponibilità del soggetto a pagare, per cui la qualità della
vita sarà tanto maggiore quanto più le persone saranno disposte a pagare per
mantenerla. Il terzo prende in considerazione le variabili costituite dal
numero degli anni di vita che presumibilmente restano al paziente e dalle
condizioni psico-fisiche in cui questi anni saranno vissuti, e le traduce in
precisi termini di misura chiamati QALYs (Quality-Adjusted Life Years), atti
di vita valutati secondo la qualità. .
I primi due criteri risultano inadeguati dal punto di
vista etico in quanto riducono la qualità della vita a un puro indice di
ricchezza, senza tenere in alcun conto le diversità di partenza. Molto più
complesse sono le ragioni che portano a ritenere inadeguato anche lo
strumento dei QALYs (Bucci, 1996). Obiezioni e revisioni sono venute anche
da coloro che non vedrebbero male l’uso della sola analisi costi-benefici
(Nord, 1999). L’obiezione principale è che tali indici presuppongono
comunque assunzioni di valore, e questo viene fatto solitamente con il
rinvio a ciò che si ritiene sia comunemente accettato. Si pretende cioè di
ricondurre a un unico valore sociale l’apprezzamento di un intervento
sanitario diffuso su più persone, presentandolo come la somma dei guadagni
prodotti nelle utilità individuali, senza tenere in alcun conto le
differenze dovute alle diverse condizioni iniziali delle persone coinvolte.
Prima di tutto, però, non si possono imporre modelli
universali per stabilire quali sono le condizioni che rendono una vita
"degna di essere vissuta". Nessuno può decidere se la qualità della vita di
un altro sia tale da renderla priva di dignità e di valore. Persone che
hanno dovuto portare il peso di gravissime menomazioni fisiche hanno saputo
affrontare questa prova con coraggio e sono stati capaci di dare alla loro
esistenza un significato estremamente positivo per sé e per gli altri. Né la
società nel suo complesso né i singoli operatori sanitari hanno il diritto
di dare giudizi sommari e superficiali, escludendo alcune persone a priori
dal godimento di risorse necessarie allo loro sopravvivenza.
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11. Razionamento
palese e occulto
La riflessione sulle modalità attraverso cui vengono
realizzate le scelte di micro-allocazione, e in particolare sui contenuti
etici di tali scelte, conduce necessariamente a considerare il problema
rappresentato dalle proposte di razionamento delle prestazioni sanitarie,
un’espressione che configura le scelte rese necessarie dalla limitata
disponibilità di risorse per il loro finanziamento. In base a tali scelte,
le prestazioni verrebbero "razionate", cioè distribuite secondo vincoli e
regole che comportano inevitabilmente l’esclusione parziale o totale di
qualcuno dalla fruizione delle prestazioni stesse.
Sul termine stesso "razionamento" molte perplessità
sono legittime L’uso di questo termine richiama la situazione rappresentata
dalla ridotta disponibilità, in periodi di guerra, di generi alimentari e di
altri generi di prima necessità. Proprio dal confronto con tale situazione
emergono fondati dubbi, innanzitutto per lo scenario che evoca, e ancor più
per le sostanziali differenze nel metodo e nelle conseguenze. Mentre infatti
il razionamento dei generi alimentari e di altri beni, durante le guerre,
comporta un’organizzazione delle modalità di distribuzione che, per quanto
disagevole, consentiva a tutti - nessuno escluso - di fruire del minimo
necessario, e consentiva anzi ai più bisognosi di ottenere quantità maggiori
di alimenti, nell’attuale scenario della sanità sarebbe l’opposto. Il
razionamento delle prestazioni sanitarie mira a escludere qualcuno dalla
prestazione razionata, in genere proprio i più deboli. Esso inoltre prevede
come legittimo il ricorso al mercato libero (in questo caso rappresentato
dalla sanità privata) le cui prestazioni possono soccorrere le necessità
degli esclusi o degli insoddisfatti, con l’evidente inequità legata a costi
che ne rendono impossibile la fruibilità per tutti. Lo stesso mercato libero
esisteva, è vero, anche in tempo di guerra, ma era un mercato illegale e
severamente sanzionato ("mercato nero"). Invece il razionamento associato al
libero mercato sanitario consente la fuga dal sistema, e la inequità che ne
consegue viene legalizzata.
Una volta accertata, tuttavia, l’inevitabilità del
ricorso a scelte anche tragiche nella sanità di oggi, si pone il problema di
una giustificazione etica delle decisioni che a esso conseguono. Appare
evidente che una convergenza di opinioni si sia venuta a creare circa la
necessità che tali scelte avvengano in modo trasparente e concordato,
piuttosto che con dinamiche spontanee e poco controllabili (razionamento
occulto). Alla prima modalità infatti è possibile applicare determinanti
etici che ne minimizzino gli aspetti di inequità. La seconda è invece priva
di riferimenti etici e può essere causa di gravi discriminazioni.
In Italia e altrove il dibattito ha consentito di
individuare con precisione, attraverso studi appropriati, le cause e le
conseguenze negative (esclusioni) del razionamento occulto. La stessa
vivacità non si riscontra, invece, nella realizzazione di metodologie
eticamente fondate per l’applicazione di sistemi di scelta palesi, come
invece è stato possibile riscontrare in altri paesi, anche europei. Le
esclusioni e le inclusioni dei pazienti nei confronti di determinate cure
vengono a volte decise dai medici attraverso scelte allocative che maturano
"sul campo", in base a valutazioni cliniche di urgenza e/o appropriatezza
diagnostica e terapeutica. Ciò presenta rischi che vanno dall’eccesso di
potere personale conferito al medico alla maggiore difficoltà di contenere
la spesa sanitaria, oltre alle possibili discriminazioni che possono
derivare dall’applicazione di criteri di scelta arbitrari.
Il primo meccanismo è quello del franco diniego della
prestazione richiesta, che può realizzarsi attraverso l’esclusione di
categorie di pazienti (i cui bisogni non sono ritenuti sufficientemente
urgenti perché possano essere soddisfatti) e attraverso la ridefinizione
delle forme di intervento. Un altro meccanismo di razionamento occulto è la
selezione effettuata direttamente dagli operatori sanitari a vantaggio di
pazienti le cui situazioni patologiche offrano maggiori garanzie in termini
di riuscita dell’intervento, di minor tempo impiegato, di maggiore
significato clinico o di maggiore disponibilità del paziente stesso. Esiste
inoltre la possibilità, definibile come deflessione, di indirizzare
impropriamente il paziente verso altri servizi, non sanitari; oppure di
creare vere e proprie situazioni di deterrenza che scoraggino il paziente
inducendolo a rinunciare alla richiesta, tra le quali possono essere citate
le difficili modalità di appuntamenti, o comunque qualsiasi barriera che di
fatto renda più arduo l’accesso alla prestazione. Può essere classificata in
quest’ambito anche la carenza di informazione chiara e comprensibile sulle
modalità di accesso e sul tipo di prestazione. Numerosi studi, anche in
Italia, hanno infatti evidenziato la lentezza e la cattiva qualità delle
prestazioni ricevute da parte di famiglie a basso tasso di scolarità. Ben
noto è anche il peso del meccanismo di dilazione, il cui esempio più tipico
è costituito da liste d’attesa esageratamente lunghe. A ciò si associa il
meccanismo detto di diluizione, cioè le disincentivazioni della domanda che
si basano sulla riduzione della qualità percepita (comfort) della
prestazione.
Si rileva, a proposito di tutti i meccanismi di
razionamento occulto, la possibilità di un loro aggiramento attraverso
rapporti di intermediazione che se in taluni casi percorrono vie legittime,
in altri (conoscenze, amicizie, protezioni) si configurano come situazioni
privilegiate (clientelari), che apparendo ai cittadini come l’unica
soluzione possibile per accedere al proprio diritto possono favorire la
diffusione di un atteggiamento complessivo di vera e propria "rinuncia
sociale" al rispetto delle regole. Tutti questi meccanismi finiscono con il
colpire in maggior misura fasce deboli di popolazione come gli anziani e le
persone a bassa scolarità, e costituiscono quindi problemi che riguardano
direttamente gli aspetti etici legati all’equità.
Un’altra rilevante area di meccanismi di razionamento
occulto riconosce la loro causa negli squilibri territoriali che
caratterizzano l’articolazione del Servizio sanitario nazionale. La minore
qualità spesso riscontrabile nelle prestazioni erogate dalle strutture
pubbliche del Sud e le frequenti difficoltà di accesso, contribuiscono a
spiegare la maggiore spesa sanitaria di quelle aree, in parte attribuibile
proprio alla necessità di ricorrere ai servizi privati. Il fenomeno
dell’emigrazione sanitaria da queste regioni a quelle del Centro-nord
rappresenta una conferma diretta della situazione di razionamento della
prestazione rappresentato dalla quella forma estrema del meccanismo di
diniego che deriva dalla mancata realizzazione di servizi pubblici di
qualità nelle aree economicamente svantaggiate. L’auspicabile decentramento
deve evitare l’intreccio perverso tra le diseguaglianze di fatto e quelle
istituzionalizzate, che violino il criterio della "portabilità dei diritti"
e accrescano le differenze tra gli abitanti delle diverse regioni.
In attesa del verificarsi di un’auspicabile crescita
del dibattito e soprattutto di orientamenti riguardanti le scelte palesi,
non può che essere apprezzata la tendenza attuale a limitare gli impatti
negativi del razionamento occulto attraverso il ricorso a linee-guida e a
studi di EBM in grado di migliorare omogeneamente gli standard decisionali
dei medici. Essi infatti sono tuttora chiamati, in assenza di criteri
alternativi palesi, a realizzare di fatto la selezione dell’uso delle
risorse attraverso le scelte che compiono nell’attività quotidiana. In
questo senso il ruolo del medico è fondamentale, così come l’autonomia che
deve caratterizzarne le decisioni, nel rispetto delle regole della scienza e
del valore della clinica.
Il CNB suggerisce che le amministrazioni sanitarie
ricorrano più frequentemente ai comitati d’etica istituzionali per esaminare
e valutare in modo interdisciplinare e pluralistico i criteri
microallocativi soprattutto in riferimento alle scelte più delicate e aventi
maggior risonanza civile.
In particolare sarebbe consigliabile, almeno a livello
regionale, realizzare commissioni ad hoc etico-scientifico-amministrative
che operino un monitoraggio continuativo e critico in merito all’impatto di
nuovi sistemi organizzativi e finanziari introdotti negli ultimi anni. Uno è
quello detto dei DRG (Diagnosis Related Group), il quale, accanto a indubbi
vantaggi dischiude possibili rischi: contrazione del tempo comunicativo con
il malato, deriva economicistica della decisione clinica, privilegio offerto
a casistiche più remunerative. Un altro è la coesistenza nella stessa
istituzione di due sfere di attività, quella di servizio per tutti e quelle
a pagamento "intra moenia", che possono introdurre elementi discriminatori
quali quelli che si correlano all’esistenza di due liste d’attesa, una
dilazionata nel tempo e l'altra rapida, ciò che può implicare una diversa
qualità ed efficacia della diagnosi e della cura.
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12. Alcuni
orientamenti
Sono importanti, nell’individuazione degli orientamenti
da perseguire, le linee (Principles for action) che l’OMS ha espresso in
tema di equità già dal 1990 (Margaret Withehead, The concepts and principles
of equity and health). Esse riconoscono, per la lotta alle disuguaglianze
nel campo della salute, le seguenti necessità: realizzare politiche di
equità attraverso iniziative tendenti a migliorare le condizioni di vita e
di lavoro; promuovere interventi finalizzati a diffondere nelle popolazioni
stili di vita più salubri; decentrare progressivamente il potere dei
cittadini in tema di salute attraverso il coinvolgimento della popolazione
in tutte le fasi dei processi decisionali; coniugare politiche di
valutazione di impatto sulla salute (health impact assessment) con azioni
intersettoriali; realizzare livelli di reciproco coinvolgimento e controllo
a livello internazionale; fondare il concetto stesso di equità nelle cure
sul principio dell’accessibilità a tutti di un’assistenza sanitaria di
livello elevato; basare le politiche per l’equità su ricerche, monitoraggi e
valutazioni appropriati. Questi orientamenti, in sostanza, corrispondono
all'esigenza di influire su ciascuno dei fattori che determinano il rapporto
fra salute e malattia, e che contribuiscono all'accrescimento o alla
riduzione delle "disuguaglianze inique", in quanto influenzabili dall'azione
umana. Essi sono riassunti nello schema elaborato da Whitehead e Diderichsen,
e si collocano attualmente all'esterno del "nucleo biologico" caratterizzato
dal patrimonio genetico, dal sesso e dall'età.
Sulla base di questo schema, i seguenti principi
generali possono valere come guida per le scelte morali e politiche
sull'equità nella salute:
La tutela della salute, lo stile di vita, l’istruzione
e le condizioni sociali costituiscono, nella loro integrazione, i punti
principali di intervento.
Si deve ricercare un giusto equilibrio e un'efficace
sinergia tra gli interventi che sottolineano la responsabilità degli
individui per la propria salute, e quelli che fanno leva sulle
responsabilità pubbliche per creare condizioni che promuovano la salute di
tutti. Il senso di responsabilità di ciascuno per il benessere sociale
complessivo deve congiungersi con una responsabilità collettiva, in grado di
elaborare programmi istituzionali che innalzino la qualità del benessere di
ciascuno.
Il raggiungimento di un più alto livello di equità non
deve essere realizzato a scapito del livello di salute di una parte della
popolazione. Il miglioramento della salute è una conquista il cui il frutto
non è a somma zero.
Nell'indirizzarsi ai comportamenti individuali si
devono promuovere programmi che mirano al loro cambiamento, collegati a
programmi ambientali che incoraggiano l'adozione di stili di vita migliori.
Tale sinergia è essenziale per rendere efficaci i programmi. La priorità
deve essere data ai seguenti scopi:
Promuovere un sano sviluppo del bambino e
dell'adolescente.
Scoraggiare l'uso del tabacco.
Promuovere diete alimentari non eccessivamente cariche di calorie, grassi e
proteine, ma ricche invece di carboidrati, vitamine e minerali.
Promuovere l'attività fisica.
Invitare a un uso moderato, e in certi casi nullo, dell'alcol.
Prevenire e ridurre le lesioni e le violenze di ogni natura.
Operare per la prevenzione della sterilità, anche al fine di valorizzare la
maternità e la paternità.
I cambiamenti socio strutturali devono includere:
- L'alfabetizzazione generalizzata.
- Il raggiungimento da parte di tutti di livelli di istruzione e di
formazione adeguati per poter svolgerE un'appropriata
attività lavorativa.
- Una più equa distribuzione del reddito attraverso la formazione della
forza lavoro in direzione di lavori produttivi; un minimo salariale al di
sopra dei minimi di povertà; la revisione degli scaglioni fiscali;
l’introduzione di un'appropriata sicurezza sociale; l’adozione di opportuni
trattamenti pensionistici.
- La messa in opera di sistemi di universale accesso ai
servizi sanitari, per tutti senza eccezione e in ogni momento.
- Le misure volte a accrescere per tutti il senso di
sicurezza fisica ed economica, e a ridurre le disuguaglianze tra sottogruppi
di popolazione riguardo alla sicurezza.
- Occorre adottare politiche di protezione e
rafforzamento delle famiglie comprendenti:
- Politiche economiche e sanitarie di attenzione alle
differenze di genere.
- Misure che assicurino le pari opportunità e l'equità
tra i sessi nell'accesso a beni e servizi essenziali.
- Misure che favoriscano le donne e riducano i
pregiudizi di genere a livello delle comunità.
I concetti espressi dall’OMS trovano riscontro nella
dichiarazione di Erice sull’equità e il diritto alla salute del 25 marzo
2001, che pone l’accento sulla gravità del problema delle disuguaglianze nel
reddito e nella salute che affliggono l’umanità, e che non sono mai state
così ampie come oggi. Di questo documento viene soprattutto richiamata nelle
conclusioni, e può essere condivisa da questo documento del C.N.B., la
necessità del coinvolgimento attivo di tutti ("ogni persona deve acquisire
la consapevolezza delle disuguaglianze che si sono venute a creare nel
mondo, delle cause che le hanno prodotte, dei meccanismi che le alimentano e
le aggravano"). E’ da sottolineare inoltre la necessità che vi sia la più
ampia partecipazione dei cittadini alle decisioni e alle scelte che
riguardano la salute e l’organizzazione dei sistemi sanitari. In particolare
deve essere richiesta alla comunità scientifica una partecipazione attiva e
indipendente alla produzione di ricerche e valutazioni sui temi dell’equità,
dello sviluppo sostenibile e della difesa della dignità e della vita di
tutte le persone. Anche da questo impegno può derivare una maggiore capacità
da parte della comunità scientifica di incidere con la sua autorevolezza
nella definizione dei diritti e dei doveri delle autorità nazionali, degli
organismi sovranazionali e delle organizzazioni commerciali, spesso
sovranazionali anch'esse, le cui scelte possono anche essere in contrasto
con gli interessi dei più deboli e dei più poveri.
Emerge quindi la contrapposizione tra una tendenza
sconsiderata a non tener conto dei deboli e delle generazioni future, che
potrebbe perfino condurre l’intero pianeta verso prospettive catastrofiche,
e un atteggiamento illuminato che consideri i principi di uno sviluppo
sostenibile, della solidarietà internazionale, dell'universalità
dell’accesso e della fruibilità senza discriminazioni dei servizi sanitari
ed educativi, con riferimento all'uguale dignità di tutti gli uomini.
Ciò premesso, è utile considerare alcune linee di
intervento più normativo nelle questioni di giustizia sanitaria che fanno
riferimento alla bioetica. Si presentano questi temi come linee che non
hanno pretese di completezza né di sistematicità.
A) Accrescere le conoscenze sulle fonti di iniquità
Una prima via da privilegiare è quella di aumentare la
disponibilità a livello delle istituzioni pubbliche delle conoscenze sulle
principali cause della iniqua distribuzione della salute e dell’accesso
all’assistenza medica disponibile (Costa e altri, 2000). Si tratta cioè di
porre il nostro paese sullo stesso piano di quelli più avanzati nella
conoscenza delle ineguaglianze sociali. Particolarmente importante è avere
misure precise sulle differenze sociali nella distribuzione delle malattie e
della mortalità. Molte delle questioni pratiche e anche delle stesse
discussioni normative possono venire risolte di fronte ad evidenze
empiriche. Sembra così anche nel nostro paese confermata la tesi generale,
fatta valere da A. Sen, che la maggior fonte di disuguaglianza sociale sia
da individuare nell’istruzione, oltre che nella disponibilità monetaria.
Questo punto risulta particolarmente evidente per quanto riguarda le
differenze nell’accesso a un bene come quello fornito dall’assistenza
sanitaria, la cui fruizione richiede spesso capacità e informazioni
particolari sulla salute. Queste conoscenze non possono non avere una
ricaduta decisiva anche nell’ambito delle opzioni di pertinenza specifica
della bioetica. Si tratta per esempio di includere sempre con chiarezza,
nell’ottica di tali ricerche, anche lo studio delle condizioni della nascita
e delle fasi successive della vita.
B) Non collegare l’accesso alle cure con le
valutazioni sulla responsabilità morale personale
Un’altra indicazione di ordine generale, in grado di
orientare le decisioni sull’equa distribuzione delle risorse per
l’assistenza medica, è quella di non fare dipendere tali decisioni dalla
volontà di penalizzare coloro che possono essere considerati moralmente
responsabili delle loro malattie. Una posizione del genere influenza in
particolare decisioni in cui si tratta di stabilire le priorità tra diverse
persone (Harris, 1998), ma può influenzare anche le questioni
macro-distributive (si pensi alla decisione sulle risorse da assegnare alla
cura per l’AIDS, o per le malattie da fumo o per consumo eccessivo di alcool
o per droghe, ecc.).
Qualora la limitatezza delle risorse suggerisse una
selezione delle prestazioni, i criteri dovranno comunque corrispondere a
motivazioni mediche e a principi di equità assunti in modo trasparente,
evitando interferenze di interessi economici o professionali. Tuttavia, data
la complessità e la delicatezza delle questioni coinvolte, l’approfondimento
di tale argomento richiederà una trattazione più specifica.
C) Valorizzare le scelte personali
I casi di cui si occupa la bioetica mettono sul tappeto
ancora più chiaramente sia l’esigenza di riferirsi, nell’affrontare
questioni di distribuzione di risorse per la sanità, alla qualità delle vita
delle persone coinvolte, sia la necessità di escludere qualsiasi
interpretazione riduttiva e avalutativa di questa nozione. Molti dei casi di
pertinenza della bioetica, sia che si tratti della nascita come della fine
della vita che della cura, manifestano situazioni in cui le persone fanno
valere scelte che acquistano un senso e uno spessore solo se collegate con
il loro particolare modo di intendere la dignità e la qualità della vita.
Proprio i casi della bioetica rendono manifesta la tensione di fronte alla
quale si trova attualmente la giustizia sanitaria nei paesi sviluppati e
retti da istituzioni liberal-democratiche: da una parte fare valere criteri
che garantiscano a tutti le condizioni basilari di qualità della vita;
dall’altra prendere atto che non si possono imporre modelli universali
riguardo alle condizioni che rendono una vita dignitosa. Tale tensione va
ovviamente sottoposta a verifica nelle singole situazioni, ma non sembra ci
siano in generale procedure diverse da suggerire, rispetto a quelle scelte e
realizzate da organi rappresentativi. Essi devono rendere pubblici in
anticipo i criteri che intendono seguire sottoponendoli a discussione e
considerandoli rivedibili, senza privilegiare nessuna concezione sostantiva
di ciò che dà qualità a una vita. Al contrario, occorre che le persone
coinvolte mantengano la propria autonomia e possano dare contenuto al tipo
di aiuto pubblico a cui ritengono di avere diritto, in modo da condurre la
propria vita con un grado di salute tale che sia a loro stesso giudizio
degna di essere vissuta.
D) Dare priorità all’istruzione e all’acquisizione
delle informazioni
Alla luce di quanto detto appare chiara la complessità
del problema di un’equa allocazione delle risorse in materia sanitaria e la
difficoltà di fare delle raccomandazioni particolareggiate, come in altri
campi. E’ chiaro però che la prima esigenza riguarda la diffusione
dell’informazione.
La stessa conoscenza, peraltro, è in se stessa una
risorsa, il cui accesso deve essere disponibile per il maggior numero
possibile di persone. Essa può in molti casi risultare importante quanto gli
stessi mezzi economici e tecnologici, sia per la prevenzione che per la
terapia. Questo perché, spesso, a ostacolare un corretto approccio all’una e
all’altra, intervengono notizie e prassi distorte, e non solo a causa
dell’arretratezza, ma anche dell’influenza di un’industria che a volte è
interessata solo a vendere i propri prodotti. Si aggiungano il recente
fenomeno della "medicina difensiva", che è tesa a evitare il contenzioso
giudiziario, la quale può spingere all'eccesso di prestazioni diagnostiche e
terapeutiche, anche invasive, come per esempio l'uso di tecniche più costose
e sofisticate, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. L’informazione
stessa, quando è condizionata da pressioni particolaristiche e sottratte al
dibattito pubblico e alla deliberazione democratica, può tuttavia divenire
uno strumento in grado di favorire forme di razionamento occulto, come
avviene quando alcune lobbies cercano di persuadere, spesso ricorrendo ad
argomenti irrazionali, l’opinione pubblica e/o gli organi decisionali delle
amministrazioni circa la maggior gravità e urgenza di cure di una patologia
rispetto alle altre.
Lo sviluppo generale della conoscenza non dovrebbe
limitarsi a un’opera di informazione, che metta in grado le persone di fare
delle scelte consapevoli, ma estendersi a uno sforzo di formazione, che dia
la possibilità di accedere a dei criteri corretti con cui operare queste
scelte, gettando le basi di una cultura della responsabilità nei confronti
della propria salute e di quella degli altri. A questo scopo potrebbe
contribuire l’introduzione di temi dell’etica biomedica nelle scuole.
La conoscenza deve essere resa accessibile a tutti.
Per questo scopo è indispensabile un dibattito pubblico permanente, di cui è
necessario attivare gli spazi. In pochi campi come in quello
dell’allocazione delle risorse sanitarie sono importanti la trasparenza e la
partecipazione. Esse richiedono che i criteri di scelta vengano stabiliti,
alla luce di informazioni tecnicamente fondate, attraverso un confronto a
cui possano partecipare tutti i soggetti interessati. Dal punto di vista
dell’equità, è inaccettabile che il monopolio delle decisioni in questa
materia sia riservato a centri di potere che possono, attraverso i media,
far passare le soluzioni da loro prescelte come ovvie o, almeno, come le
uniche possibili. Allo stesso modo è inaccettabile che tale monopolio sia
affidato a esperti la cui competenza tecnica non è sufficiente a garantire
il giudizio etico. Resta la condizione che sullo sfondo del dibattito, per
evitare che vi sia superficialità e demagogia, vi sia una reale
consultazione di tutte le competenze e orientamenti disponibili, e una reale
informazione che consenta decisioni consapevoli.
E) Per una nuova tavola di valori a livello globale
Nel Rapporto 1999 sullo sviluppo umano: la
globalizzazione, prodotto dall’agenzia dell’ONU per lo sviluppo e la
popolazione, si legge: "La sfida della globalizzazione non consiste nel
fermare l’espansione dei mercati globali, bensì nel consolidare le regole e
le istituzioni per una governabilità più forte - a livello locale,
nazionale, regionale e globale - per far sì che la globalizzazione operi a
favore degli individui, non solo a favore dei profitti".
In un momento in cui emergono istanze comuni, davvero
universali (e tra queste il diritto alla salute, che esprime con la massima
immediatezza una necessità ineludibile di tutela della persona), che sono in
grado di poter costituire un efficace contrappeso a un’espansione mondiale,
finora incontrollata, della sola logica economica, occorre ridefinire una
nuova tavola dei valori che dovrà regolare i rapporti tra le diverse aree di
un mondo divenuto ormai globale.
Appare, pertanto, auspicabile che l’O.M.S. assuma
esplicitamente funzioni normative, contribuendo a formare quella che si
potrebbe chiamare una "coscienza universale della sanità" e creando alleanze
con le agenzie interstatali, le imprese produttive e le organizzazioni
internazionali non-governative (ONG).
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