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PREMESSA AL DOCUMENTO:
"Orientamenti bioetici per l'equità nella salute"
Il documento qui presentato è stato
elaborato all'inizio del 2000 da un gruppo di lavoro costituito dal CNB
(Comitato Nazionale di Bioetica) nel periodo di presidenza di Giovanni
Berlinguer e approvato il 25 maggio 2001. Inizia con una definizione
dell’equità e prosegue descrivendo il quadro attuale della salute
mondiale. Insieme ai crescenti dislivelli di reddito, vi sono quelli
relativi alla vita e alla morte anche se è stato dimostrato che non è
necessario un reddito alto per raggiungere una buona "speranza di
vita".
Vengono indicate le misure atte a ridurre le "disuguaglianze
inique" nella salute: realizzare politiche di equità migliorando le
condizioni di vita e di lavoro; promuovendo stili di vita più salubri;
coinvolgendo le popolazioni e i governi locali nelle decisioni in materia di
salute; valutando l’impatto sulla salute dei progetti produttivi e
ambientali; diffondendo l’assistenza sanitaria di base a tutta la
popolazione; e soprattutto, considerando la vita umana non come una variabile
secondaria del sistema economico, ma come un valore intrinseco dell'uomo.
di Giovanni Berlinguer
Nel secolo scorso, e soprattutto nei decenni
successivi alla seconda guerra mondiale, la salute del genere umano ha
conseguito il più grande miglioramento mai avvenuto nella storia. I
progressi delle scienze mediche, come le vaccinazioni (vaiolo, poliomielite
e altre) e come le cure delle malattie microbiche (antibiotici) hanno avuto
in quei decenni un’applicazione diffusa, a volte universale. A ciò si sono
aggiunti in molti paesi miglioramenti della nutrizione, dell’igiene, e del
livello di istruzione, e il riconoscimento che la salute e l’accesso alle
cure sono un diritto primario degli uomini e delle donne di ogni età e
condizione. E’ progredita così la salute globale, e si è ridotto lo
squilibrio nei livelli di salute, tanto da indurre l’Organizzazione mondiale
della sanità a prospettare l’obiettivo della "salute per tutti" per l’anno
duemila. 
Il quadro che si presenta nell’anno 2001 comprende
ulteriori miglioramenti, soprattutto nei paesi sviluppati e in altri che
sono avviati verso lo sviluppo, ma presenta al tempo stesso un
accrescimento, sia tra le diverse aree e nazioni del mondo, sia all’interno
di quasi tutti i paesi, di quelle differenze in salute che sono prevedibili,
prevenibili e correggibili, e perciò moralmente ingiuste. A ciò concorrono
paradossalmente, oltre agli squilibri crescenti nei livelli di reddito e di
istruzione, anche le applicazioni degli straordinari progressi delle scienze
biomediche, i cui indubbi benefici sono sempre meno accessibili alle
popolazioni più malate e più povere, che ne avrebbero maggiore necessità.
Questa situazione, documentata da numerose ricerche e
poi nei rapporti dell’OMS, nello Human Development Report dell’ONU e infine
nei dati della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, ha
suscitato a partire dall’anno 2000 un vasto allarme nelle popolazioni
interessate e nelle autorità internazionali. L’esigenza di affrontare il
rapporto tra equità e salute e tra povertà e salute sono stati al centro di
solenni dichiarazioni dei G8 (Okinawa), della "Dichiarazione del Millennio"
(Assemblea dell’ONU, 18 settembre 2000). Il fatto che perfino il Consiglio
di sicurezza dell’ONU, nella prima seduta del 2000, avesse posto all’ordine
del giorno "L’impatto dell’AIDS sulla pace e la sicurezza in Africa", mostra
quante siano le preoccupazioni per gli "effetti collaterali" (oltre che,
spero, per gli effetti primari sulla vita umana) della situazione che si sta
creando. Peraltro, proprio in Sud Africa si è manifestato all’inizio del
2001 un clamoroso conflitto di interessi fra l’esigenza di rendere
accessibili i farmaci per curare l’AIDS e i prezzi praticati dalle industrie
farmaceutiche. Anche nella preparazione della riunione di Genova dei G8 (e
nei movimenti critici che l’accompagnano) il tema della indivisibilità della
salute e dell’equa distribuzione delle risorse per ottenerla costituisce una
delle questioni di maggiore impegno.
Il Comitato nazionale per la bioetica, che dal 1990 (fino
al 2001 ndr) ha operato come organo di consulenza del Governo e del
Parlamento per i temi riguardanti il rapporto fra etica, scienza e società,
si è occupato della salute umana nelle sue varie dimensioni. Un ampio
studio, completato da orientamenti bioetici in materia, è stato approvato il
17 luglio 1998 su Etica, sistema sanitario e risorse. Successivamente, il 24
novembre 2000 è stato approvato un Parere su Psichiatria e salute mentale:
orientamenti bioetici, che è stato poi presentato alla I Conferenza
nazionale sulla salute mentale promossa dal Ministero della Sanità. Già
all’inizio dell’anno 2000, inoltre, seguendo la procedura consueta per il
CNB è stato costituito un gruppo di lavoro sul tema Equità e salute,
coordinato da Eugenio Lecaldano e Giovanni Berlinguer, composto dai membri
del CNB Luisella Battaglia, Luigi De Carli, Carlo Flamigni, Romano Forleo,
Livia Pomodoro, Pietro Rescigno, Giuseppe Savagnone e Sandro Spinsanti, che
è stato integrato con gli esperti esterni Roberto Bucci, Giuseppe Costa,
Carlo Perucci e Angelo Stefanini. Il
Documento che qui presentiamo è stato approvato unanimemente nella
riunione plenaria del 25 maggio 2001. 
Nella parte generale, il
Documento si sofferma sulla definizione dell’equità (intesa come
possibilità per ciascuno di raggiungere il miglior livello possibile di
salute e come accesso e qualità delle cure), sulla distinzione fra equità e
uguaglianza, sulle risorse per la salute (che non sono soltanto quelle
monetarie, farmacologiche e professionali), sul rapporto fra stato e mercato
nell’assistenza sanitaria.
Il Documento
affronta poi il quadro della salute mondiale. Insieme ai crescenti
dislivelli di reddito, vi sono quelli relativi alla vita e alla morte. Le
popolazioni dei paesi più ricchi e industrializzati hanno una "speranza di
vita" che si avvicina agli 80 anni (Giappone 82), mentre in molti paesi
dell’Africa sub-sahariana questo valore scende intorno ai 40 anni, con un
netto aumento delle differenze rispetto a dieci anni or sono. Un miliardo di
persone nel mondo non hanno accesso ai servizi sanitari essenziali. E’
tipico inoltre dei paesi poveri il "doppio carico di malattia": vi è un’alta
mortalità per malattie infettive (malaria, tubercolosi, AIDS), e sta insieme
crescendo quella per cause cronico-degenerative (tumori, malattie
cardiocircolatorie, diabete). Sono inoltre i paesi poveri a pagare il prezzo
più alto per le morti violente (guerre, aggressioni, infortuni lavorativi e
stradali). La mortalità infantile (primo anno di età) oscilla nei diversi
paesi da un minimo di 5-10 a un massimo di 150 su mille nati. Nei paesi
poveri, il 20 per cento dei morti, per malattie in gran parte prevenibili o
curabili, è costituito da bambini con meno di 5 anni di età.
Il Documento
sottolinea che non è necessario un livello alto di reddito medio per
raggiungere una buona "speranza di vita". Il suo livello, per esempio, nel
Costa Rica, è simile a quello dell’Italia, pur essendo il PIL pro capite
inferiore a un quarto del nostro. Sono infatti di fondamentale importanza le
scelte politiche e sociali, l’istruzione, l’ambiente, i livelli di giustizia
e di solidarietà, quali fattori determinanti della salute che interagiscono
con il reddito. Anche fra i paesi industrializzati non sempre sono le
società più ricche a godere i migliori livelli di salute, bensì quelle al
cui interno sono minori le disuguaglianze tra ricchi e poveri. Questo fatto,
insieme alla possibilità di trasmissione di infezioni da una parte all’altra
del mondo, richiama l’attenzione sul concetto di "indivisibilità della
salute", che è stato alla base della creazione dell’OMS e dei successi
conseguiti nella lotta contro le malattie nel corso del Novecento.
Il Documento, pur
rimanendo nell’ambito dei suoi compiti essenzialmente bioetici, ha infine
sottolineato l’importanza delle misure pratiche atte a ridurre le
"disuguaglianze inique" nella salute: realizzare politiche di equità
migliorando le condizioni di vita e di lavoro; promuovere stili di vita più
salubri; coinvolgere le popolazioni e i governi locali nelle decisioni in
materia di salute; valutare l’impatto sulla salute (health impact assessment)
dei progetti produttivi e ambientali; diffondere l’assistenza sanitaria di
base a tutta la popolazione; e soprattutto, considerare la vita umana non
come una variabile secondaria del sistema economico, ma come un valore
intrinseco e come una condizione essenziale per l’espressione della libertà.

Il Documento
richiama infine il Rapporto 1999 sullo sviluppo umano: la globalizzazione,
prodotto dall’agenzia dell’Onu, nel quale si legge: "La sfida della
globalizzazione non consiste nel fermare l’espansione dei mercati globali,
bensì nel consolidare le regole e le istituzioni per una governabilità più
forte – a livello locale, nazionale, regionale e globale – per far sì che la
globalizzazione operi a favore degli individui, non solo a favore dei
profitti".
In un momento in cui emergono istanze comuni, davvero
universali (e tra queste il diritto alla salute, che esprime con la massima
immediatezza una necessità ineludibile di tutela della persona), che sono in
grado di poter costituire un efficace contrappeso a un’espansione mondiale,
finora incontrollata, della sola logica economica, occorre ridefinire una
nuova tavola dei valori che dovrà regolare i rapporti tra le diverse aree di
un mondo divenuto ormai globale.
Roma, 25 maggio 2001
Referenze fotografiche:
Disegni di Oscar Chichoni
da copertine del BMJ edizione italiana n°37 1988; n°45-1989; n°49
1989.
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