| |
l’infermiere dentro la storia, la professione tra passato, presente,
futuro
L’assistenza infermieristica
dal dopoguerra ad oggi
(3°parte)
L’ultima
parte dell’infermiere dentro la storia parla dell’assistenza infermieristica
dal dopoguerra ad oggi; L'autrice Marisa Siccardi
(appartenente al CISO, Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospitaliera di
Reggio Emilia) ci ha accompagnati, con il suo racconto, attraverso due secoli di storia. Il testo
è tratto dalla relazione presentata al XXIV Congresso ANIN di Rimini 10, 11, 12
Aprile 2003.
Marisa Siccardi
Quel corpo che già fu una risata/
adesso brucia./ Ceneri portate via dal vento fino al fiume/ e l’acqua le
riceve come resti/ di lacrime felici./Ceneri di una memoria in cui traluce
una piccola / vita molto semplice, una vita senza storia, con/ un giardino,
una fontana e qualche libro./ Ceneri di un corpo scampato alla fossa comune/
offerte alla tempesta delle sabbie./ Quando si alzerà il vento quelle
ceneri/ si andranno a posare sugli occhi dei vivi./ E quelli senza saperne
niente/ cammineranno trionfanti con un po’ di morte/ sul viso.
Tahar
Ben Jelloun, Dalle Ceneri
La lunga marcia verso
l’emancipazione della donna
L’immediato
dopoguerra con il voto alle donne, la nascita dei Collegi professionali e il
ritorno alla nuova vita delle Associazioni vide il sorgere di alcune nuove
Scuole per Infermiere, ma non l’evoluzione autonoma della professione.
Nonostante la partecipazione attiva di donne alla Resistenza e, ancora una
volta, il loro impiego nelle realtà lavorative già appannaggio maschile
(fabbriche, mezzi di trasporto ecc, in sostituzione degli uomini al fronte),
l’emancipazione femminile stentava a decollare.
Il freno
veniva in buona parte dal mondo cattolico e dalla Democrazia Cristiana che
pure, tra le sue fila, durante la Resistenza aveva annoverato donne di
valore, alcune delle quali hanno continuato l’impegno politico sino ai
giorni nostri: ricordo per tutte Tina Anselmi.
Ma la
negazione dei bisogni fisici come valore, privilegiando solo quelli dello
spirito, con lo spauracchio del materialismo comunista e socialista, frenava
il processo di emancipazione. Diversa la spinta degli altri due grandi
partiti, Comunista e Socialista, che si scopre ripercorrendo le vicende di
allora. In modo particolare furono i dirigenti del PCI che si adoperarono in
questa direzione, mentre ancora per lungo tempo, ci furono resistenze,
talvolta forti, nella base e in molte realtà territoriali, legate al
contesto conservatore prevalente, in particolare nell’Italia meridionale e
insulare.
Ancora nel
1955 Togliatti
ritornava sull’accusa di materialismo per legare a questo termine le
rivendicazioni del lavoro, della casa, dell’acqua, del pane e
dell’istruzione sottolineando che il diritto delle donne al lavoro e alla
parità salariale erano elementi essenziali per l’emancipazione femminile.
E’ inoltre
interessante evidenziare che sino dal 1945, all’indomani della Liberazione,
lo stesso Togliatti,
rivolgendosi alle donne comuniste, richiamava l’attenzione sull’importanza
della famiglia rinnovata, senza più l’impronta feudale e sulla necessità di
difenderne l’unità, per il suo valore solidale, per risolvere il problema
dell’infanzia e per porre freno alla vergogna della prostituzione, dilagante
là dove erano passati gli eserciti.
foto: Nicola Tito
Proprio al
fine di risolvere i problemi sociali per i quali il coinvolgimento delle
donne era indispensabile (come lo è oggi), in questo del 1945 e nei
successivi discorsi alle donne, è ricorrente l’invito di Togliatti a
collaborare efficacemente con le donne di altri orientamenti: socialisti e
anche conservatori. Soprattutto, è pressante la sollecitazione a evitare
contrasti e a cercare punti di incontro per promuovere la più stretta
collaborazione con le donne delle organizzazioni cattoliche e della stessa
Democrazia Cristiana. Egli affermò tra l’altro:”…se cercate bene nella
storia del nostro paese, trovate che le sole donne che ebbero una loro
personalità marcata, inconfondibile, furono delle religiose, come Santa
Chiara (…) o come Santa Caterina (…). Non credo, dunque, che la religiosità
delle donne sia la causa della loro arretratezza, come non credo che questa
religiosità possa essere un ostacolo alla lotta delle donne per la loro
emancipazione e per la democrazia, a meno, si intende, che non intervengano
elementi di propaganda conservatrice e reazionaria estranei all’animo della
donna e estranei anche al vero sentimento religioso.
“La vera causa
dell’arretratezza delle donne italiana deve essere cercata nell’arretratezza
dei rapporti economici e quindi nell’arretratezza dei rapporti civili che
regnano nel nostro paese”.
Nello stesso
discorso sono inoltre presenti i riferimenti alla positività di donne di
altri paesi in Europa e in America, profondamente legate alla religione
cattolica o a quella protestante,che si sono distinte sulla via del
progresso civile e politico, rivestendo anche un ruolo importante nella vita
del proprio Paese.
Il ruolo propulsivo della donna
nella professione infermieristica
foto
tratta dal n° 1-2005 de "L'infermiere"
Negli anni
Cinquanta e Sessanta in Italia emersero altre infermiere che ebbero un ruolo
propulsivo nell’evoluzione della nostra professione. Ricordo per prime Anna
Platter, Italia Riccelli e Rosetta Brignone. Negli stessi decenni sorsero
nuove Scuole per Infermiere Professionali, inaugurate da autorevoli
rappresentanti di Governo (Ministri, Sottosegretari) e della Democrazia
Cristiana, ma negli anni Cinquanta per accedere alle scuole, laiche o
religiose che fossero e per la loro frequenza, era indispensabile l”adesione
al cattolicesimo o, per lo meno, era necessario nascondere i propri
orientamenti politici, se non conformi o addirittura opposti a quelli della
DC.
Lo stesso
indirizzo impregnò per decenni la filosofia della leadership infermieristica
(Federazione IPASVI) e solo la Consociazione IPASVI, coerentemente al suo
Statuto, non fece distinzione di orientamento religioso o politico nella
valorizzazione delle infermiere che erano al suo interno.
Intanto, negli
anni Cinquanta e Sessanta, le allieve delle scuole per infermiere al di là
della serietà formativa delle stesse, continuarono a costituire forza lavoro
per gli ospedali e le infermiere, ad essere sottopagate in quanto donne e,
all’inizio della carriera professionale, anche per essere minorenni, quando
la maggiore età si raggiungeva a 21 anni: senza che alcuno, neppure tra le
organizzazioni sindacali, quando il lavoro notturno era proibito alle donne
e ai minori, si preoccupasse minimamente dei loro turni di notte, gravosi e
stressanti, di dodici ore per un mese consecutivo e spesso anche oltre.
Molte infermiere ebbero, col tempo, talvolta dopo pochi anni, problemi di
salute legati all’eccessivo impegno psico-fisico e/o all’assenza di misure
preventive e per alcuni decenni la mortalità infermieristica fu molto
precoce, in senso statistico, tra quelle ospedaliere (6-7 anni in media).
Ben diversa, ovviamente, la condizione di chi scelse, sino dall’inizio
dell’attività professionale, attività ambulatoriali o simili.
Storie d’emigrazione e di lavoro
duro
Negli
stessi decenni l’arretratezza del Sud d’Italia s’ingigantiva con
l’aggravamento delle condizioni dei braccianti agricoli, e fu proprio a
partire dagli anni Cinquanta e in particolare negli ultimi anni del
decennio, che centinaia di migliaia di giovani emigrarono verso il Centro e
soprattutto a Nord-Ovest del Paese. All’inizio entrarono nel mercato del
lavoro nel settore edile passando all’industria in un secondo tempo.
Le condizioni
di vita erano misere e talvolta miserabili, dove chi non trovava ospitalità
da parenti o amici, alloggiava in affitto in quattro o cinque per stanza e
spesso anche molti di più. Chi non poteva permettersi neppure questo, “non
poteva che scegliere tra le sale d’aspetto delle stazioni o gli
scompartimenti vuoti dei treni. Un biglietto da cinquanta lire per una
stazione vicina era in genere sufficiente per essere lasciati in pace, per
tutta la notte, dalla polizia ferroviaria”.
Le condizioni di lavoro erano più pesanti di quelle della vita: orari
prolungati, catena di montaggio e, talvolta, doppio lavoro serale; sicurezza
ambientale minima e altissima la percentuale di infortuni, anche gravi e
mortali, mentre le sostanze cancerogene colpivano irrimediabilmente in
silenzio.
Il lavoro
assumeva valore preponderante rispetto a quello della salute e assordante
era al riguardo il silenzio di medici e di infermieri di fabbrica,
mutualistici e ospedalieri, forse affetti anche da una sorta di cecità
selettiva. Infatti, le lotte per il miglioramento delle condizioni degli
ambienti di lavoro iniziarono alla fine degli anni Sessanta, sulla spinta
degli stessi lavoratori dell’industria.
Nella commistione interculturale che
si evinceva dalle parlate dialettali, l’emigrazione italiana varcava anche i
confini nazionali e Svizzera, Germania, Belgio e pure la Svezia,
introducevano questa massa di lavoratori nei loro cantieri, nelle loro
miniere, nelle loro fabbriche.
A causa del
mio percorso migratorio inverso, talvolta, sul mitico “Treno del sole”,
condividevo con loro le ore notturne. Nella disastrata seconda classe, con
scompartimenti sempre troppo caldi o troppo freddi, in carrozze gremite e
puzzolenti, dove non c’era spazio neppure nei corridoi: seduti a terra o,
meglio raggomitolati; loro appoggiati alle valige legate con lo spago ed io
sul consueto zaino, ascoltavo le loro storie, non osando neppure lamentarmi
per il fumo irritante di sigarette Nazionali (o arrotolate
manualmente con il tabacco Marca Rossa) che ci avvolgeva,
accompagnandoci per tutto il viaggio.
Effetti
di guerra e cause sociali sulla salute fuori dal dibattito professionale
Sia
nell’immediato dopoguerra che per alcuni decenni ancora, all’interno della
comunità infermieristica italiana in senso lato (Collegi, Scuole…) il tema
della guerra e delle sue conseguenze sulla salute e quello delle cause
sociali di malattia, mai fu sfiorato.
Nonostante i
numerosi conflitti in atto sul nostro pianeta e il rischio – sempre
incombente – di guerre future, legate principalmente alla divisione del
mondo in blocchi contrapposti sotto l’influenza, rispettivamente, di USA e
URSS, le parole guerra e sociale vennero completamente rimosse.
Ad onta del
richiamo dell’OMS che, nel suo preambolo costitutivo, affermava fino dal
1948 che “…la salute di tutti i popoli è la condizione fondamentale per
la pace e la sicurezza…” in nessun programma di etica e deontologia,
tranne in qualche isolata realtà formativa - giudicata talvolta da altri con
ironia, malcelata sufficienza o addirittura insofferenza - comparvero questi
termini, né i concetti fondamentali della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo.
L’attenzione
della CRI si mantenne invece costante ai problemi della guerra ed è
opportuno segnalare come di Direzione dei Servizi Sanitari, Sezione IP-ASV
del Comitato Centrale, si preoccupasse di organizzare a Roma, dal 14 marzo
al 28 aprile del 1960, un “Corso di aggiornamento culturale sulla difesa
atomica-biologica-chimica per il personale appartenente alla carriera
direttiva e di assistenza dell’Associazione stessa”.
Il corso non
allettò molte infermiere, anzi, nonostante le lezioni fossero impartite da
medici appartenenti alle alte gerarchie militari, tra i quali il ben noto
igienista Vittorio Puntoni.
Durante il
corso, a proposito della difesa atomica, una giovanissima infermiera, memore
di quanto accaduto il 6 giugno 1945 a Hiroshima e poi a Nagasaki,
osservò, molto timidamente, che nell’area degli effetti nucleari, pure
all’interno degli ospedali e colti all’improvviso dall’esplosione, si
sarebbero trovati medici e infermieri, ma nessun commento dei relatori fece
seguito a questo telegrafico intervento.
Ventiquattro
anni dopo, al VII Congresso Nazionale della Federazione IPASVI, che si tenne
a Rimini e avente per tema: “Quale infermiere per un progetto di salute”,
fu presentata da quella stessa infermiera, in rappresentanza della Sezione
Italiana della Lega Internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli,
una comunicazione in cui, citando esclusivamente fonti ufficiali delle
Agenzie dell’ONU (OMS, FAO, UNICEF, UNESCO), si invitavano le/gli
infermiere/i di ogni religione e orientamento filosofico, ad unirsi in
ambito nazionale e internazionale, al fine di adoprarsi e collaborare per
prevenire la guerra. L’appello fu clamorosamente respinto, bloccato,
sino dai primi concetti, con una rumorosa gazzarra degna delle peggiori
sedute parlamentari. Da parte della Presidenza del Congresso, non vi fu
cenno di adesione, né, tanto meno, un richiamo alla platea e l’invito a
continuare l’intervento.
Due anni dopo,
il Direttore Generale dell’OMS, invitava le infermiere dei quattro punti
cardinali del mondo ad unirsi, per costituire il più imponente esercito atto
a promuovere la salute, ovviamente considerata nel suo equilibrio
psico-fisico e sociale.
Ancora negli
anni Sessanta dall’Italia partivano i bastimenti per le rotte
dell’emigrazione, molti verso l’Australia che costituiva la nuova terra
promessa. Si trattava in prevalenza di giovani donne, anziani, bambini che
raggiungevano gli uomini validi partiti anni prima: ora in navi vetuste e
riabbellite, ma dove la terza classe era ancora costituita da cameroni
affollati, all’altezza delle stive (e quindi spesso sotto il livello del
mare in burrasca), dov’era costante il fetore del vomito e quello dell’odore
acre della formalina. Talvolta, soprattutto nelle persone anziane, l’addio
alla terra d’origine era straziante e anche l’impatto con una realtà così
profondamente diversa, era spesso molto forte e doloroso.
L’esodo
italiano (e di altri paesi dell’Europa mediterranea) proveniva in
particolare dal Friuli e dalla Sicilia, ma anche Trieste, Genova e Napoli
fornivano il loro contributo di umanità dolente e colma di speranza.
Pure per la
Marina Mercantile Italiana valeva la gerarchia militare, dove solo un uomo
(Infermiere generico) poteva essere capo infermiere, mentre i secondi,
uomini e donne regolarmente immatricolati tra la “gente di mare”, facevano
parte della bassa forza, a differenza delle infermiere su navi inglesi e di
altri paesi che erano ufficiali e sottufficiali.
Solo la
cultura, la disponibilità, l’orientamento educativo e preventivo, oltre alle
capacità curative personali di infermieri/e delle navi italiane,
consentivano di essere agenti di salute, in un ambito in cui valeva ancora
il Regolamento 178/1897 e il R.D. 454/1898 per cui, “in caso di
insufficienza o di impedimento durante il viaggio …”dovevano “ essere
identificate altre persone capaci di coadiuvare e sostituire gli
infermieri”.
Globalizzazione
e divario Nord/Sud
Oggi il
panorama mondiale è peggiorato e paure che si riteneva essere degli
altri, lontani, ci toccano da vicino, ci fanno sentire esposti e
indifesi, aumentando pregiudizi e aggressività.
Troppe ancora
sono le realtà ove alle genti è negato l’equilibrio della salute, che nasce
in primo luogo dal riconoscimento effettivo del diritto ad averlo. I
processi di globalizzazione volti a concentrare in mano a pochi la gestione
delle risorse indispensabili alla vita e alla salute, quella idrica primaria
rispetto a quelle energetiche petrolifere, possono solo allargare il
profondo divario già esistente tra il mondo ricco e quello povero, pure
all’interno dello stesso mondo occidentale.
Basti pensare
al numero di bambini, corrispondente a circa due milioni, che muoiono ogni
anno a causa di malattie connesse alla mancata disponibilità dell’acqua, e,
per contro, allo spreco di questa fonte essenziale di vita che si compie
quotidianamente nell’occidente consumistico, per non parlare
dell’inquinamento esponenziale di fiumi e di mari. Ma il numero di persone
che nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile è di oltre 1,4 miliardi.
La “sacralità” dell’acqua, riconosciuta con il compimento di riti
lacustri dai nostri più antichi progenitori del Paleolitico, tramandati sino
alle epoche storiche, sta subendo in modo crescente il “sacrilegio”
della privatizzazione: quanto è lontana e avveniristica la Nightingale che,
per uno sviluppo sostenibile, assieme alla terra, ne richiedeva la
fruibilità per i contadini poveri!
Crescono gli
integralismi – distruttivi e disumani – da qualsiasi fonte siano alimentati,
da qualunque cultura essi vengano prodotti e disseminati, ovunque pongano
radici e non importa quali siano gli strumenti di morte utilizzati.
Quasi a voler
contrastare e fermare la crescente presa di coscienza di pacifici cittadini,
violenze e terrorismi nostrani, radicali e irriducibili, lievitano
all’aperto di campi di calcio e nella clandestinità che appariva spenta ma
era solo sopita.
Intanto, la
femminilità della Grande Guerra oggi si insinua sempre di più nel mondo
del mercato globale e consumistico e in quello della pubblicità che lo
sostiene: entrambi, nell’appropriazione e nell’esibizione del corpo
femminile nella sua espressione erotica, offrono “l’universo delle merci
come universo di prostituzione”, là dove la sessualità, spento il
fascino del nascosto, diventa spesso crudele. E cinica, sino alla riduzione
della modella adulta in modella bambina provocante e sessualmente attraente,
nello stesso periodo in cui ci si accorge che l’abuso sessuale a danno di
bambini dei paesi in via di sviluppo, in particolare del Sud-Est Asiatico e
dell’America Latina e di alcune regioni africane, da parte di turisti
occidentali annoiati, dagli schermi dei computer si è materializzato nelle
nostre contrade.
Non è certo la
sessualità scomposta, talvolta brutale dei corpi nudi che deve far
riflettere o/e indignare, ma la “ripetizione monotona e prolungata di
questa esposizione, dove un corpo senza volto si offre con le cadenze
ossessive di uno spasmo che ha più parentela con i ritmi della morte che con
quelli del desiderio,
dove l’alleanza tra Eros e Tanatos si manifesta con violenza, in un mondo in
cui il soddisfacimento del bisogno sessuale, affermati quelli vitali, sembra
cercare e trovare risposta nella soddisfazione delle armi.
Mi hanno
profondamente scossa le macerie che accanto a noi, ad Oriente o a Sud
dell’Italia o, per la prima volta negli USA, hanno seppellito vite umane,
così come gli altri innumerevoli crimini di guerra e di pace che in un colpo
solo hanno ucciso migliaia di persone, come a Bhopal (India), invalidandone
altrettante. Ma al pari di queste sciagure, mi ha sconvolta la prima
giovane donna palestinese che si è fatta esplodere nel disperato tentativo
di seminare morte,
Era
un’infermiera, laureata, cresciuta professionalmente seguendo le linee.guida
del Nursing anglofono e studiando le stesse teoriche e le teorie
corrispondenti, che costituiscono il patrimonio della nostra cultura
infermieristica.
Intanto anche
oggi, come venti, dieci anni fa, quando è il caso, si scatenano
guerre legittime, o alle quali si assiste deprecando o che si
tollerano-sostengono con il loro stillicidio di morti inutili…”perfino
la letteratura medica, con la sua ufficialità, non riesce ad essere
impermeabile a questa <altra faccia> di una civiltà che proclama sempre più
che il diritto alla vita appartiene solo a quelli che hanno il privilegio:
gli articoli sulle guerre e sui loro morti da bombe, fame, malattie di
ritorno – diventano sempre più frequenti (nelle principali riviste mediche),
anche se smussano la loro eresia nello stile formale richiesto per gli
articolo <scientifici>.
Eppure, scienza
e ricerca ed esperienze guidate stanno acquisendo sempre più importanza
anche nel nostro ambito assistenziale, che è però ancora troppo chiuso al
sociale e alla transculturalità, escludendoli quindi, in linea generale,
dall’universo dei valori professionali.
Pure tra i
giovani infermieri usciti dalle Università, ben pochi sono orientati in tal
senso, e solo nel caso di aver trovato sul loro percorso formativo docenti
infermieri e dirigenti sensibili e preparati anche in questi campi di
ricerca, capaci di inserirsi scientificamente nei programmi che,
all’origine, tacciono su concetti fondamentali per essere e per
saper essere.
Inoltre,
sebbene in minoranza, non tutti i professionisti seguono la strada
infermieristica con rigore, cosa ben diversa dalla rigidità a cui qualcuno,
per mostrarsi virtualmente democratico, tende ad assimilarvi il primo per
negarlo ed evitare così percorsi indubbiamente faticosi e impegnativi: che
impongono il rigore in primo luogo a se stessi. Non mi riferisco solo
all’accettazione del comparaggio, perché quanto sopra accade in talune
realtà a iniziare dal processo bidirezionale della formazione, teorica e
pratica.
Vi sono
talvolta studenti e docenti/dirigenti infermieri che, alla scelta e
all’accettazione della guida consapevole alla scienza, all’uso della
tecnologia, alla deontologia e alla democrazia – che certamente impongono
sacrificio e coerenza all’una e all’altra componente – preferiscono, da un
lato, le scorciatoie dell’ossequio servile e viscido, dall’altro
l’imposizione ricattatoria e il paternalismo nepotistico di chi ama
circondarsi di acritico consenso.
In entrambi
ancora, a volte, prevale la scelta di percorsi furbeschi delle copiature
nascoste, se non addirittura del plagio, del boicottaggio unito alla
denigrazione e/o alla negazione del lavoro frutto della ricerca e
dell’esperienza altrui: salvo poi servirsene sotto le mentite spoglie di una
presunta originalità.
Non è certo
l’atteggiamento prevalente, però tutte le forze sane della professione – e
sono molte – debbono unirsi per lottare insieme, lealmente, in modo
evidente, al fine di rimuovere, al pari di una efficace azione di
disinfezione, il malcostume che può essere fonte di contagio. Anziché
sviluppare – come talvolta accade, l’intrecciarsi di cordate,
finalizzate a prevalere sulla parte avversa e emarginante, in cui assume
valore l’interesse individuale a scapito di quello collettivo.
L’evoluzione
professionale: etica, scientifica, operativa e sociale delle nuove
generazioni, sarà inevitabilmente, come in passato, speculare ai modelli
preposti e alle alleanze privilegiate: sta a noi scegliere quali voler
trasmettere e diffondere.
Vorrei qui
riferire altri contenuti, scaturiti dalla ricerca, dall’esperienza e dalla
valutazione che ne è seguita, ma il tempo ferma lo scorrere dei pensieri
riprodotti graficamente:
Mentre scrivo,
una sofisticatissima tecnologia, capace di guidare attraverso lo spazio
sette vite umane con la forza straordinaria della sua intelligenza
artificiale, sicura e infallibile, giace per 70 Km. di questa
Terra, sparsa in rottami e in brandelli umani. Il mio pensiero ricorre
inevitabilmente alla stessa intelligenza che anima e guida le bombe dei
nostri giorni e che intelletti superiori sperimentano, ben lontano dai
luoghi di produzione, l’effetto della loro presunta infallibilità.
Intanto
l’uranio impoverito, molto meno intelligente delle bombe che lo generano,
sciocco e incauto affiora da un mare di menzogne per mescolarsi tra la folla
degli interventi umanitari, reali e virtuali. E le aberrazioni genetiche
e mortali della scienza e della tecnologia, che sembrano sorte dalla
avveniristica fecondazione di un mouse volto al femminile ad opera di un
nanochip distruttivo, oggi devono però vincere la concorrenza di
elementi gassosi nati da amplessi chimici di tempi antichi, e di
Foto Matteo Forni
eserciti
di virus e di batteri prodotti e riprodotti naturalmente e volti a compiere
più facilmente di ingombranti e visibili strumenti di distruzione,
silenziosi e inodori viaggi in incognito.
Allora,
parafrasando Malliani,
chiudo questo scritto nell’affermare, con profonda convinzione, che è giunto
il momento di acquisire la consapevolezza che gli infermieri “che hanno
la (cor)responsabilità della vita dei loro pazienti e della salute della
comunità, devono iniziare a esplorare una nuova provincia della medicina
preventiva (…) la prevenzione della guerra poiché l’ultima epidemia –
la guerra nucleare (e quella biologica e chimica, n.d.r.) non può essere
curata, ma solo prevenuta”
E’ dato all’uomo/di morire una volta
sola/ e poi il giudizio! Una finale trasparenza e luce,/ la trasparenza
degli eventi, /la trasparenza delle coscienze.
Karol
Woityla (Epilogo)
Bibliografia
essenziale
AA.VV. (a cura
di E.Martellotti) – Per una storia dell’Assistenza infermieristica in
Italia,Federazione Nazionale Collegi IPASVI, Roma 1993 (Atti I° Congresso
Nazionale RE 1993).
Aloi D. Mellana
C. (a cura di) – I colori del bianco. Immagini e ritratti della
professione. Collegi
IPASV : AL, AT, CN, VC, TO 1993.
Artioli G. –
Evoluzione storica dell’assistenza e della formazione infermieristica.
Area Qualità, MI, 2000.
Boni N.,
Pelizzoli V., Spairani C. – ANIN, 20 anni. Questa storia non la
inventarono altri. ANIN, PV, 1995.
Cosmacini G. –
Storia della medicina e della sanità in Italia. Laterza, Roma-Bari,
1987.
Dimonte V. –
Da servente a infermiere. CESPI, TO, 1993.
Fiumi A. –
Infermieri e Ospedale. Storia della Professione tra Ottocento e Novecento.
Nettuno, VR, 1993.
Manzoni E. –
Storia e filosofia dell’Assistenza infermieristica. Masson, MI, 1997.
Mazzaperlini M.
- La prima scuola professionale per infermieri e infermiere organizzata a
Reggio Emilia nel 1911 dall’Ospedale di Santa Maria Nuova. Gianni
Bizzocchi, RE, 2002.
Passera O. –
Assistenza Infermieristica. Storia sociale. Ambrosiana, MI, 1993.
Siccardi M. –
Viaggio nella notte di San Giovanni. Alla ricerca delle origini
dell’assistenza infermieristica. Rosini, FI, 1993 (CISO, RE, 1978).
Sironi C. -
Storia dell’Assistenza infermieristica. NIS, Roma, 1991. - (a cura di)
Associazione Regionale Lombardia Infermiere/i, 50 anni di storia
1946-1996. ARLI, MI, 1997.
|
|