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Le case dell’Ombra
Appunti e
riflessioni sopra il rapporto tra corpo, architettura ed emarginazione
Intervento
al seminario “Il potere generativo degli spazi: incapacitazione e
contenimento nelle residenze per anziani e nelle strutture per minori”
Luca Littarru
Premessa
Ho presentato questo piccolo studio all’Università
di Pavia nell’ambito di un seminario promosso dalla Facoltà di ingegneria
Edile e Architettura, corso di Sociologia urbana. Mi è stato chiesto, come
infermiere che opera nell’ambito della psichiatria, di riflettere su come
l’architettura possa influire nella quotidianità del lavoro accanto agli
psichiatrizzati (parola che, nel mio lessico, sempre più sta sostituendo
“malati mentali”). Ne è nato un piccolo studio che mi sembra rifletta il
nostro desiderio di entrare nelle istituzioni per accendere delle
contraddizioni dal punto di vista del corpo e del nostro rapporto con gli
ordinamenti che lo controllano (ospedali, comunità, manicomi ecc), facendolo
come infermieri. Il testo che segue è parte della dispensa che è stata
distribuita agli studenti. So che hanno organizzato un gruppo di lavoro. Del
progredire di questa iniziativa mi feliciterei di dare ulteriori notizie nei
prossimi tempi.
Ambivalenza e disgiunzione del corpo: la nascita del valore
Il percorso che questa
relazione vuole suggerire, racconta l’opportunità di ricostruire
l’itinerario dell’umanità sfruttando un’affascinante ipotesi genealogica.
Ciò diventa necessario se si vuole comprendere fino in fondo qual è il
rapporto tra gli esseri umani ed i luoghi che incontra, tra il corpo e le
cose che manipola, tra la persona e gli apparati architettonici che essa
abita.
Se per genealogia intendiamo “delle analisi che,
movendo dall’ipotesi che le cose potrebbero nascere dal loro contrario”,
esse sono in grado di rimettere “in discussione le origini ed i principi”
di queste cose, allora ci accorgiamo che tale operazione è stata compiuta,
nella storia dell’umanità in Occidente.
Culturalmente siamo abituati ad assegnare un valore
alle cose, così come siamo abituati a pensare che alla notte segua il
giorno, che al tramonto segua l’alba. La libertà è un valore che si
contrappone alla prigionia, la giustizia è un valore che si contrappone
all’ingiustizia, la vita è un valore che si contrappone alla morte.
Tutto ciò che è, ha un valore, innanzitutto
economico: il computer su cui scrivo, la sigaretta che sto fumando, i
vestiti che ho addosso, l’aria che sto respirando. Tale valore ha un
significato ed è stato stabilito da un significante: così l’economia
si erge a significante e decide i significati - i valori economici - delle
cose tramite la moneta, l’oro, che si esprime in una equivalenza generale.
Questo computer ha questo valore, questi vestiti quest’altro valore, ed i
valori sono appunto espressi dalla moneta, che diventa l’equivalente
generale per esprimerli.
Molti altri sono gli equivalenti generali:
il Padre per i figli, il Fallo per le pulsioni, il Senso per le parole, il
Dio per gli dèi, l’Anima per i corpi. 
Il valore, dunque, esprime una disgiunzione tramite
una equivalenza generale decisa da un significante: su questa dicotomia si
erge tutto il sistema di pensiero occidentale che, estendendosi, ha
disgiunto tutto il disgiungibile, partendo dai corpi. Di questo si tenga ben
presente, perché nell’ottica di questa divisione anche l’architettura, come
vedremo più avanti, ha avuto il suo ruolo, generando luoghi abitabili da
determinate persone ma non da altre, perché anche ai corpi, come ad
ogni cosa, è stato assegnato un valore disgiuntivo, e nella disgiunzione
sono stati individuati luoghi diversi: gli ospedali per i malati, gli ospizi
per gli anziani, i manicomi per i folli, le prigioni per i criminali…
I corpi, dicevamo, e l’affascinante ipotesi
genealogica di cui si parlava in introduzione. Operando un’analisi
genealogica, possiamo recuperare il corpo alla sua ingenuità, dove
per ingenuità non si intenda il senso più errato e deteriore del termine.
Ingenuus deriva infatti da in-gignere
ed è una parola latina che significa “nativo, originario, naturale, libero”.
Recuperare il corpo alla sua ingenuità significa recuperarlo alla una
natività, alla sua apertura originaria, alla sua presenza libera nel mondo.
Il corpo, infatti, prima di essere educato al potere ed al Sapere, prima di
essere abituato alla metafisica della ragione disgiuntiva, è corpo nel
mondo al quale si rapporta naturalmente, ma non nel senso scientifico
del termine, bensì nella “realtà naturale, nella dimensione del
mondo-della-vita”.
Ingenui sono i bambini, non perché stupidi ed incapaci, ma perché, non
segnati dai codici del Sapere e del potere, si aprono al mondo manifestando
la loro originaria liberà e la loro naturalezza.
Come i bambini, per loro età anagrafica, non sono
segnati dai codici del Sapere, così le società arcaiche, per loro epoca, non
conoscevano detti codici. Come sui bambini, crescendo, vengono inscritti i
codici del Sapere (educazione, istruzione, lavoro ecc.) così le società
arcaiche hanno conosciuto il potere che ha generato i Saperi che, a loro
volta, hanno allontanato i corpi dalla loro ingenuità, dalla loro originaria
apertura al mondo, trasformando le società arcaiche fino ad oggi.
Questo allontanamento si è dato scindendo la naturale
ambivalenza dei corpi in una bivalenza che risponde alla logica disgiuntiva
e che assegna un valore ad ogni cosa.
Il corpo, quindi, nelle società arcaiche che non
hanno conosciuto il Sapere scientifico, è vissuto ingenuamente nella sua
originarietà: esso è corpo fluttuante, che non si colloca in una
registro di valori, e che quindi dice di essere questo, ma anche quello:
il corpo è originariamente ambivalente.
Il corpo si assurge a “significato
fluttuante”
perché con-fonde i codici, essendo esso per sua natura ambivalente, con
quella operazione simbolica che consiste nel com-porre quelle disgiunzioni
(positivo – negativo) in cui ogni codice si articola: il bene e il male, il
giusto e lo sbagliato, il bello il brutto. Il corpo è ambivalente perché
nessuna polarità può essere del tutto positiva o negativa se non per effetto
di un codice, ossia di un equivalente generale che assegna un valore ben
preciso a tutte le cose. Questa operazione, dalle società arcaiche ad oggi,
è stata sistemica e il corpo si concede all’inscrizione di questi codici ma
ad essi, per sua ingenuità, anche si sottrae, facendo oscillare il
tutto fluttuando, ancora una volta, ambivalentemente.
Il corpo, quindi, si esprime con una
operazione simbolica, parola che etimologicamente significa com-porre
(sym-bàllein), cercando di mettere insieme queste disgiunzioni nate
sotto l’effetto di un codice,
com-ponendole. Dunque, se ricomporre in un gioco di ambivalenze le
disgiunzioni dei codici del Sapere e del potere è una operazione simbolica,
và da sé che il disgiungere questa com-posizione è un’operazione
diabolica: non a caso, infatti, il contrario etimologico di simbolico (sym-bàllein)
è proprio diabolico (dia-bàllein)…
Di questa ambivalenza la storia ne riporta
chiaramente i segni.
Da centro di irradiazione simbolica nelle società arcaiche il corpo è
diventato, in occidente, il negativo di ogni valore, dove al positivo si
stabilisce l’anima. Questa scissione e polarizzazione è stata creata dai
Saperi nati dalla significazione che disgiunge, di cui Platone e Cartesio,
loro malgrado, ne sono i promotori. Platone, che con la ricerca della sua
verità disgiunge il corpo dall’anima asserendo che fino a quando “l’anima
resta invischiata in un male siffatto” – il corpo – “noi non raggiungeremo
mai ciò che ardentemente cerchiamo, vale a dire la verità […] E così,
liberati dalla follia del corpo, ci troveremo con esseri puri come noi […]”
.
Cartesio, proseguendo la corrente di pensiero
Platonica
priva il corpo del suo mondo e di tutte
quelle formazioni di senso che si fondano sull’esperienza corporea, per
relegarlo nella rex estensa, dove il corpo è risolto in oggetto
e inteso, al pari di tutti gli altri corpi, in base alle leggi fisiche che
presiedono l’estensione e il movimento
Accanto alla rex estensa Cartesio, in una
logica disgiuntiva, parla di una rex cogitas, dove l’anima, sottratta
a ogni senso del corpo, viene pensata come puro intelletto: cogito
ergo sum.
Le società arcaiche, allora, vedono il loro declino
con lo sciogliersi dell’ambivalenza nella bivalenza che presuppone una
divisione in valori: ciò che vale e ciò che non vale. Questo accade non
perché le cose stanno veramente così ma perché il valore tende a far passare
sé stesso come realtà, spingendo nella irrealtà il polo da cui è diviso.
L’architettura come Sapere e la sua opera disgiuntiva
Si tratta quindi di
individuare gli attori che occupano il nostro campo: essi non sono l’anima
e il corpo (inteso come organismo), in una logica disgiuntiva dove
l’anima assume valore totalmente positivo e il corpo totalmente negativo.
Essi sono il corpo nel mondo, intendendo il corpo nella sua
ingenuità che , aprendosi in quella
presenza al mondo in cui si dispiegano le sue cose, cerca di trovare un
senso.
Abitando il mondo il corpo
contrae consuetudine in uno spazio che non lo ignora, dove si sente a casa,
ove, trascendendo la pura oggettività delle cose e degli spazi, il corpo si
sente presso di sé.
Ma nella logica disgiuntiva,
i corpi che in qualche modo ripropongono in continuazione il loro operare
simbolico, i corpi che maggiormente fluttuano tra le linee dei valori, i
corpi che incarnano maggiormente di altri la loro ambivalenza e non lasciano
ai codici la possibilità di inscriverli completamente nella polarità dei
valori, ebbene in tale logica i corpi vanno prima esclusi e poi
disciplinati.
Ciò che non corrisponde alla
scena del valore positivo stabilita dalla logica disgiuntiva che, tramite
una equivalenza generale, inscrive i corpi nella polarità dei valori, dalla
scena deve uscire. Quindi, ciò che la società occidentale non
riconosce corrispondente a questo scena, essa li esclude. Essere nel
mondo significa per il corpo sfuggire questo assedio per abitarlo: per
questo folli, anziani, minori con disagio, essendo corpi inscrivibili in
valori completamente negativi, da questa scena vengono esclusi, sono quindi
considerati o-sceni,
appunto fuori scena. Essere folli significa avvalersi di quel linguaggio
simbolico dove si può dire ed essere questo, ma anche quello. Essere
anziani significa cavalcare quella fase della vita in cui il giorno è anche
notte, in cui la vita è già morte e la morte è ancora vita. Essere minori
significa vivere una fase in cui tutto può essere in un senso, ma anche nel
suo contrario. L’inscrizione di questi corpi in una logica bivalente (buono
o cattivo, questo o quello, giorno o notte, tutto o niente), costringe
poteri e Saperi a collocare questi corpi fuori dalla scena: a renderli,
appunto, o-sceni.
Se l’architettura contribuisce, insieme alle altre
scienze, a stabilire la scena ove si possa dispiegare la logica disgiuntiva,
essa contribuisce a creare anche i luoghi ove collocare ciò che è o-sceno.
I corpi o-sceni, fuori
dalla scena del mondo, vanno quindi posizionati, sorvegliati e rilegati in
determinati luoghi. Qualora essi si rendano pericolosi, vanno puniti. In
ogni caso, vanno disciplinati.
I corpi sorvegliati vengono
quindi significati come ostacoli e non come veicoli nel mondo: è
l’alienazione, è il corpo disabitato dalla sua ambivalenza, è il corpo
escluso dalla scena del mondo che il codice inscrive in determinate
categorie: folli, anziani, minori disagiati ecc. Se abitare il mondo
significa contrarre abitudini, essere resi o-sceni e, quindi, non
essere abitanti questo mondo, significa proprio alienarsi, perché le
abitudini dicono di un mondo che circonda un corpo in una conoscenza
reciproca. Isolato dal mondo il corpo diventa oggetto perché manca un mondo
dove potersi esprimere con senso.
Poteri e Saperi hanno la
necessità di suddividere per categorie perché i corpi corrispondano così a
degli standard codificati e possano essere di conseguenza assegnati a
determinati spazi.
L’etichetta (folle, anziano,
minore con disagio) è la corrispondenza in valore di ciò che accadeva nelle
società arcaiche che, tramite i riti dell’iniziazione, marchiavano i corpi
con cicatrici indelebili che consegnavano le persone al gruppo, al clan.
Con-segnavano il corpo alla società, perché la cicatrice “segnava con”,
ossia proponeva l’appartenenza a quella data società. La con-segna che,
guarda caso, gli anziani trasmettevano ai giovani iniziati era il linguaggio
dei simboli, l’ambivalenza di ogni cosa, così lontana dall’assegnazione di
valore propria dell’etichetta. Alla con-segna dell’iniziato alla società si
sostituisce l’as-segnazione del corpo all’etichetta: il folle e il normale,
essendo diversi perché il codice stabilito dai Saperi e dai poteri li
diversifica, annullando l’ambivalenza in luogo di una bivalenza che assegna
valori buoni o cattivi, devono abitare luoghi diversi e non comunicanti.
Lo stesso dicasi per i giovani e gli anziani, per i criminali e i giusti,
per i minori con o senza disagio.
Si sa che per accaparrarsi
il potere è sufficiente far funzionare i corpi secondo un registro di segni.
In questo regime i segni acquisiscono il valore di supremo significato e i
corpi diventano lo spazio per la loro scrittura. Il terreno di coltura
diventa la capacità di produrre ricchezza e accumulo: i folli non ne
producono, i “normali” sì. Gli anziani non ne producono, i giovani sì. I
minori con disagio non ne produrranno, gli altri minori probabilmente sì. I
criminali non ne producono più, i giusti continueranno a produrne. Categorie
etichettate in modo così diverso, secondo la logica disgiuntiva della
bivalenza, devono necessariamente abitare luoghi ben diversi e non
comunicanti. Forse è per evitare proprio questo che i primitivi, forti della
loro ambivalenza, capaci di vivere di simboli, distruggevano tutto ciò che
era accumulo, considerando l’accumulo come “la parte maledetta”: alla
storia, questa pratica così comune è definita poltàc.
I primitivi vivevano in modo
integrato, perché non hanno mai sostituito l’ambivalenza con la bivalenza.
Non conoscevano l’etichetta esattamente perché non vi era nulla da
catalogare. Erano forti del linguaggio simbolico che, come abbiamo già
visto, etimologicamente, significa com-porre (sym-bàllein). Simbolico
(sym-bàllein) è il contrario di diabolico (dia-bàllein), così
come il contrario di com-porre è dis-porre, da cui deriva dis-potico. La
disgiunzione è dunque dispotica.
La
disgiunzione dispotica nell’architettura: il Panopticon.
Dall’esclusione alla
disciplina
Lebbra e peste sono state
due tremende catastrofi. Con la lebbra si è introdotto il discorso
dell’esclusione tramite i lebbrosari, con la peste, invece, si è
introdotto il discorso della disciplina.
Foucault
ne parla ampiamente, raccontando in modo chiaro come se per la lebbra fu
necessaria la costruzione di lebbrosari per la cura e la prevenzione della
diffusione della malattia, con la peste la sola esclusione intesa come
isolamento non bastò più. Foucault, raccontando le pratiche che furono poste
in essere per controllare il diffondersi della peste dice che
Alla peste risponde l’ordine. […]
Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno
la sua malattia e la sua morte […] fino alla determinazione finale
dell’individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di
ciò che gli accade.
Il potere si esercita senza interruzioni […]
dove ogni individuo è costantemente reperito, esaminato e distribuito tra i
vivi, gli ammalati e i morti.
Ma la peste fonda anche un
disegno politico, l’ordine, la disciplina, un disegno che nel suo
immaginario pretende di controllare l’ossessione del contagio della peste,
ma anche delle rivolte, dei crimini e, perché no, della follia,
dell’infanzia distorta e disordinata, della vita che và verso la morte.
Se il contagio della lebbra
doveva essere evitato evitando il contatto, da cui l’esclusione, il contagio
della peste doveva essere evitato evitando la promiscuità tramite la
disciplina che tutto assegna, diversifica, controlla, caratterizza,
sorveglia, rieduca ed eventualmente punisce.
Nel corso del XIX secolo,
esclusione e disciplina si avvicinano fino a fondersi.
E’ la nascita di luoghi con peculiarità architettoniche straordinarie:
l’asilo psichiatrico, il penitenziario, la casa di correzione, in parte gli
ospedali e, più tardi, gli orfanotrofi e gli ospizi. Da una disgiunzione
bivalente (folle – normale, pericoloso – inoffensivo, deviato – avviato) a
una ripartizione differenziale del valore che viene collocato alla polarità
negativa. Il folle chi è, come controllarlo, come riconoscerlo; chi è il
pericoloso, come sorvegliarlo, come punirlo; chi è il deviato, come
riavviarlo, come educarlo.
La disgiunzione costante
secondo la logica della bivalenza, che assegna valori totalmente negativi o
positivi, giunge fino a noi. Temuta e distrutta dai primitivi nel poltàc,
ricondotta a nuova vita da Platone e Cartesio, passando per l’esclusione
della lebbra ed il sogno politico della peste, giunge fino a noi,
marchiandoci in un codice di valori scisso tra normalità ed anormalità: la
figura architettonica di questa composizione è il Panopticon.
Protezione –
disoccultamento – disciplina – redenzione: il Panopticon di Bentham.
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Il principio è
noto: alla periferia una costruzione ad anello; al centro, una torre
tagliata da larghe finestre che si aprono verso la faccia interna
dell’anello; la costruzione periferica è divisa in celle, che occupano
ciascuna tutto lo spessore della costruzione; esse hanno due finestre,
una verso l’interno, corrispondente alla finestra della torre; l’altra,
verso l’esterno, permette alla luce di attraversare la cella da parte a
parte. Basta allora mettere un sorvegliante nella torre centrale ed in
ogni cella rinchiudere un pazzo, un ammalato, un condannato […]. Per
effetto del controluce si possono cogliere, dalla torre, le fattezze dei
corpi prigionieri nelle celle. |


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E, aggiunge poi Foucault,
per effetto del riflesso di luce sulle finestre della torre centrale, nessun
prigioniero può vedere cosa stia facendo in quel momento il sorvegliante: se
lo stia osservando oppure no, fino ad arrivare a chiedersi se il
sorvegliante ci sia davvero. Ma questo non importa, perché la domanda resta
ovviamente senza risposta: ciò che accade è un meccanismo di
autodisciplina perché in qualsiasi momento, senza che io lo sappia,
potrei essere osservato. Il prigioniero è in uno stato di cosciente e
continua visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere.
Il potere dell’osservazione
di questi corpi genera un Sapere. Il Panopticon (parola composta da
Pan ossia il dio del corpo e della masturbazione, e opticon
ossia guardare, osservare) può dunque essere usato “come macchina per fare
esperienze, per modificare il comportamento, per addestrare o recuperare
degli individui. Per sperimentare dei medicamenti e verificarne gli effetti.
[…] Il Panopticon funziona come una sorta di laboratorio del potere. Grazie
ai suoi meccanismi di osservazione, guadagna in efficacia e in capacità di
penetrazione nel comportamento degli uomini”
Ma se la città appestata era
una situazione di eccezione che poteva, in qualche modo, giustificare la
disciplina dei corpi, il Panopticon, come vuole Foucault, diviene modello
generalizzabile non solo nel suo intendimento politico ma, ed è quello che
ci interessa in questa sede, nel suo principio architettonico inteso come
strumento di tale intendimento.
Il Panopticon infatti
protegge la società normale da quella anormale, disgiungendo i corpi
che stanno alla polarità negativa del valore e appropriandosene nel proprio
meccanismo architettonico: è la prigione, è il manicomio, è l’orfanotrofio,
è l’ospizio.
disocculta i corpi, tramite il sistema di luce e controluce e li rende
osservabili: dall’osservazione nascono nuovi Saperi (la criminologia, la
psicologia, la geriatria, le scienze del comportamento ecc.)
disciplina i corpi tramite l’autodisciplina. I corpi dunque non sono
solo oggetti del potere, ma essi stessi sono i soggetti sui quali il potere
iscrive il suo sistema di codici: in breve, la disciplina li rende docili
redime, perché la disciplina genera nuovi comportamenti: se il
Panopticon è prigione, il criminale non è più pericoloso; se è manicomio, il
folle si cronicizza; se è fabbrica, l’operaio è produttivo ecc.
Abbiamo detto che la
bivalenza scioglie l’ingenuità ambivalente del corpo in una logica
disgiuntiva dove un significante dispotico, un equivalente generale, assegna
valore ad ogni cosa e in base a questo divide: buono/cattivo, bello/brutto,
giusto/sbagliato, bene/male, anima/corpo, sciogliendo il simbolico in
diabolico.
Abbiamo detto che la logica
disgiuntiva necessita di luoghi e di apparati architettonici preposti ad
accogliere ciò che sta in scena (valore positivo) e ciò che è fuori dalla
scena, e dunque è o-sceno (valore negativo).
Abbiamo infine detto che il
Panopticon è l’apparato architettonico originario da cui certa architettura
ha preso origine perché diventasse luogo di abitazione dell’osceno,
ma anche luogo di esclusione e di disciplina.
L’assennato e il folle
– Il minorenne avviato e il minorenne deviato – La gioventù come vita, la
vecchiaia come morte.
La follia trova il suo
luogo di abitazione, classicamente, nel manicomio, il quale assume nelle sue
caratteristiche architettoniche sia le caratteristiche escludenti dei
lebbrosari che le caratteristiche disciplinanti del Panopticon. La parola
folle, sia detto per inciso, non riesce a risolvere in sé la disgiunzione:
il folle è folle, è pazzo, è matto, sebbene folle possa significare da una
parte alienazione e non-senso (il folle, mettere in folle il motore perché
giri a vuoto, senza senso) ma, dall’altra, significa anche moltitudine:
tanti gruppi di persone compongono delle folle. Una parola assolutamente
ambivalente, non c’è che dire.
Non ci interessa, in questa sede, addentrarci
nell’opera escludente e disciplinante che ha svolto il manicomio. Tuttavia,
segni di panoptismo sono ancora presenti nei moderni ospedali psichiatrici
che solo sulla carta superano la fase manicomiale, ma non nell’architettura
che, come abbiamo visto, è anche garanzia di divisione tra ciò che può stare
in scena e ciò che è o-sceno. Non bisogna essere architetti per dire che una
piazza è altro da un manicomio.
Gli ospedali psichiatrici,
così come i più moderni servizi psichiatrici di diagnosi e cura, sono ancora
concepiti con una guardiola centrale – la torre – da cui si dipanano, in due
o più braccia, corridoi – l’anello – che ospitano file di camere sempre
rigorosamente aperte – le celle – o con uno spioncino attraverso il quale
buttare l’occhio. A duecento anni di distanza osserviamo come il panoptismo,
riveduto e corretto, sia ancora fondante nella progettazione di dette
strutture. Si dirà che sono rigurgiti del passato, modelli architettonici
vecchi ed ereditati. Niente affatto. Presso l’ospedale neurologico Mondino
di Pavia, progettato e costruito pochissimi anni fa, ha sede la
neuropsichiatria infantile. Ebbene il reparto vede la presenza di uno studio
– guardiola centrale da cui si dipanano due corridoi su cui sono disposte le
camere. Nella zona terminale di ciascun corridoio una telecamera, collegata
a circuito chiuso allo studio centrale, garantisce il perpetrarsi del
sistema panoptico. Le telecamere, che nel loro sistema compongono la
videosorveglianza, sono l’espressione tecnologica del panoptismo. Le
telecamere messe nelle metropoli per valutare il traffico o prevenire i
crimini, sono in realtà un modello che arriva direttamente dal Panopticon di
Bentham e, con l’esca della loro “funzione sociale”, riproducono il
meccanismo: è la città panoptica che protegge, disocculta,
disciplina, redime. In ultima istanza controlla, disciplina, punisce.
Gli orfanotrofi hanno
ospitato minori che già per il solo motivo di collocarsi fuori dalla
famiglia classicamente intesa sono considerati o-sceni: essi trovano
abitazione in luoghi del tutto simili. Certo, non tutti i luoghi sono così.
Ma anche qui il minore, che se non è avviato alla vita secondo
l’equivalente generale è posto, secondo la logica disgiuntiva, nella
polarità opposta, quella del deviato, vede palesarsi davanti a sé il
medesimo destino.
E che dire delle
residenze per anziani? Trasformate, rivedute e corrette nei nomi, mai
sono variate sostanzialmente nella loro architettura. Rese più umane, certo,
arricchite di luoghi per stare insieme, dove effettuare le attività
occupazionali, ma ben divise dalla scena del mondo. Anche qui la logica è
disgiuntiva: ciò che è vecchio richiama la morte, per cui è o-sceno, da
porre in una polarità che ha un valore completamente negativo, in favore
della gioventù che ha valore positivo e che richiama, secondo l’equivalenza
generale, altri valori positivi: la bellezza, la produttività, la vita. Come
se vita e morte fossero due condizioni che, nella realtà, si possono
disgiungere: chi è in grado di definire quando un corpo inizia a morire? Non
è, ogni giorno che passa, un avvicinarsi alla morte tramite il fluire del
tempo, evidente ambivalenza di un corpo che sta vivendo ma anche che
sta morendo? Ulteriore riprova di come l’ambivalenza dell’esistenza venga
sciolta in una bivalenza inscritta da un gioco di codici che identifica la
vita e la morte come situazioni completamente separate.
Ipotesi di recupero dell’ambivalenza in un’ottica (anche) architettonica
Si configura per il corpo l’opportunità di
s-fidare i Saperi e i loro codici sul registro dell’ambivalenza per il
recupero di quella connotazione simbolica propria della storia dell’uomo.
Qui s-fida non significa opporsi a qualcosa o a qualcuno bensì, come vuole
Galimberti,
non affidarsi (s-fidarsi) con pienezza ai valori che i codici promossi dai
Saperi e dal potere tentano continuamente di inscrivere sui corpi, quindi
non affidarsi a quell’equivalente generale che, ponendo una barra che
scioglie l’ambivalenza in una bivalenza di valori, vuole individuare una
polarizzazione o negativa o positiva (giusto/sbagliato, bene/male,
vero/falso ecc.). Non si tratta di sfidare questa barra disgiuntiva da un
punto di vista oppositivo, piuttosto è necessario riconoscere come questa
disgiunzione sia cresciuta grazie alla mortificazione dei corpi privandoli
di senso, di identità, di storia e risignificandoli nei valori che Saperi e
potere desiderano perché i corpi siano meglio controllabili grazie
all’inscrizione nei codici che questi valori stabiliscono.
Ogni scienza, la mia come la
vostra, è portatrice di un Sapere, e quindi di un potere. E, consapevoli che
ogni scienza si fonda su una logica disgiuntiva, sta a voi ricomporre i
luoghi da abitare. Voi che progettate i luoghi dove far abitare i corpi,
avete in mano una grossa alternativa. Progettare luoghi che eliminano la
barra della disgiunzione è compito vostro: luoghi com-posti, sym-bàllein.
Sradicando la disgiunzione e com-ponendo i luoghi potrete costringere
l’ingegneria architettonica a pensarsi contro sé stessa. Pensandosi
contro sé stessa l’ingegneria e l’architettura non si pongono in una logica
oppositiva che altro non fa che richiamare la logica disgiuntiva. Pensarsi
contro significa esattamente in-contrarsi in quella originaria apertura al
mondo che è l’ambivalenza. Significa
dis-orientarsi per recuperare il proprio originario oriente.
Progettare luoghi
ambivalenti significa che questi luoghi possono essere questo, ma anche
quello. Luoghi che possono essere frequentati dai vecchi, ma anche dai
giovani. Dagli assennati, ma anche dai folli. Dai deviati ma anche dagli
avviati. Progettare luoghi ambivalenti significa, io credo, individuare quel
luogo dove la barra tra folle e assennato, tra vecchio e giovane, tra
avviato e deviato viene a cadere, in una logica di ricomposizione dove i
corpi, non più inscritti nei valori, sono folli ma anche assennati,
avviati ma anche deviati, giovani ma anche vecchi. Sono, in
definitiva, privati della loro etichettatura e restituiti alla loro
ambivalenza.
Come vuole Bricocoli,
non avremo più incapacitazione o simulazione. Non avremo più
piazze non attraversate o servizi creati ad hoc per determinate categorie di
utenza. In particolare su questo, definito appunto simulazione, mi vorrei
soffermare, quando si afferma
L’allestimento di alcuni servizi, o meglio,
di alcune prestazioni erogate all’interno delle strutture risulta quasi
caricaturale nella sua simulazione e semplificazione dello spazio urbano:
parrucchieri, bar, palestre e spazi/attività di socializzazione. Diventano ‘funzioni’,
dotazioni interne dei servizi che disabilitano ed escludono la
problematicità dell’esercizio in luogo pubblico
Quale senso ha un bar per soli folli? Quale senso ha
un parrucchiere frequentato solo dagli anziani della residenza? Progettare
luoghi ambivalenti significa progettare strutture interfacciabili,
dove accanto alla funzione di protezione delle strutture vi siano
interfacce, cioè luoghi frequentabili da tutti.
Se i servizi strutturali non
abitano il mondo ma solo luoghi deputati a tali attività e per
determinata utenza, il rischio è che avvenga proprio, come vuole Bricocoli,
una simulazione, e siamo a mio avviso in ritardo di una rivoluzione, come il
Messia di Kafka che arriva l’indomani del giudizio universale, quando non è
più necessario.
Per converso, se i servizi
abitano il mondo mantenendo la loro funzione di servizio ma anche
diventando luogo pubblico allora, per esempio, il parrucchiere della
residenza per anziani potrà esserlo per tutti, prefigurandosi come luogo di
incontro e di ricomposizione, sym-ballein. Ma questo è solo un
modesto suggerimento.
Referenze fotografiche:
Edward Munch La tempesta 1893
Edward Munch Chiaro di luna 1893
Renè Magritte, L'impero delle luci 1954
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