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La professione tra passato, presente, futuro
L’infermiere
dentro la storia
(2°parte
“I conflitti mondiali”)
Presentiamo la seconda parte della
relazione presentata da Marisa Siccardi al XXIV Congresso ANIN a Rimini 10,
11, 12 Aprile 2003. Marisa Siccardi, ci racconta in queste pagine la storia dell’assistenza
infermieristica attraverso i due conflitti mondiali.
Marisa Siccardi
Generale,
il tuo carro armato è una macchina potente spiana un bosco
e sfracella cento
uomini, ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista.
Generale, il tuo bombardiere è potente vola più rapido d’una tempesta
e
porta più di un elefante, ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico.
Generale, l’uomo fa di tutto può volare e può uccidere, ma ha un difetto:
può pensare.
Bertolt Brecht
Assistenza
ed emancipazione femminile
Verso la fine dell’Ottocento,
come nei primi anni del Novecento, le Leghe sindacali infermieristiche
tramite la loro Federazione, portarono avanti la lotta per il miglioramento
delle proprie condizioni di vita, dal punto di vista lavorativo e civile e
per quello dell’assistenza ai malati, tramite la formazione. I movimenti
femminili s’impegnarono per l’emancipazione della donna: in quel periodo
emerse infatti con maggior vigore che in passato,la questione femminile,
soprattutto in virtù del processo di industrializzazione che vide coinvolte
un numero crescente di donne.
Tuttavia, se l’emancipazione femminile, pur con molte resistenze, si fece
strada tra la borghesia, nelle classi popolari stentò a decollare.
Per quanto riguarda le infermiere, è comunque significativo che anche
persone illuminate, come Anna Fraentzel Celli, si trovassero allineate con
il mondo medico nel ritenere la professione infermieristica un attributo
fisico e fisiologico della donna, con preciso riferimento al modello
inglese.
La stessa Commissione Ministeriale istituita per promuovere la riforma
dell’assistenza e che fece capo al Presidente del Consiglio Nitti (1919), si
riferì essenzialmente al modello Nigtingale, con tutti gli aspetti positivi
dell’evoluzione professionale, ma anche con quelli che contraddicono
l’emancipazione femminile. Infatti, con l’obbligo dell’internato e la
rigidità (non solo rigore!) organizzativa che, di fatto, impedivano la
partecipazione alla vita sociale, nessun uomo avrebbe accettato simili
imposizioni.
Dalla fine dell’Ottocento sorsero inoltre le Società di Mutuo Soccorso
operaie, particolarmente attive in Piemonte, in Liguria ed in Toscana, sia
d’ispirazione mazziniana che socialista. In esse figurarono infermieri e
ostetriche, che solidarmente e gratuitamente, posero al servizio della
collettività le loro conoscenze e l’esperienza in campo professionale.
Il tributo pagato da medici ed
infermieri durante il colonialismo
In una apparente nazione
riappacificata, nel 1884 iniziò ad affermarsi il principio della conquista
coloniale che si tradusse, dapprima in sordina e poi esplicitamente, in
interventi espansionistici, sino alla sconfitta di Adua del 1 marzo 1896.
Per ora si può solo supporre quali prestazioni sanitarie,
medico-infermieristiche fossero offerte ai militari, laddove neppure la
stessa organizzazione militare aveva saputo valutare a priori l’entità
dell’impatto della resistenza indigena, nella zona di espansione tra
l’Eritrea e l’Etiopia.
Più ancora, ci si deve chiedere se e quale tributo abbiano pagato in quel
contesto medici e infermieri, com’era accaduto in altre Guerre, all’impatto
climatico ben diverso da quello italiano e a tutte le variabili bio-fisiche
ad esso legate.
Per comprendere la rilevanza di ciò che affermo occorre ricercare, ad
esempio, nella storia epidemiologica delle malattie infettive e delle
patologie prevalenti dell’epoca considerata. Infatti si ricorda che “
secondo i dati di Netter in Irlanda dal 1818 al 1843 si ebbero tra i medici
568 casi di tifo e 132 morti, ossia il 46% dei casi e il 10.5% dei morti:
199 ne dettero dal 1843 al 1848. Durante la guerra di Crimea morirono di
dermotifo 80 medici militari e in 57 giorni ammalarono 603 infermieri su
840. Nella guerra russo-turca morirono nell’Ospedale di Jassy 7 medici su 8
e il 79% degli infermieri, in un altro Ospedale, 60% dei medici, 80% degli
infermieri e tutte le suore: a Simlitzi, a Sistowa, a Rasgrad, per tre volte
venne rinnovato il personale ospedaliero, colpito in totalità dalla
malattia: a Bela ammalarono 16 medici su 18.
Anche in Tunisia i medici francesi di colonizzazione pagano ogni anno il
loro contributo al tifo esantematico: casi di dermotifo si ebbero pure tra i
medici militari e borghesi durante la recente guerra in Tripolitania. Così
in Austria nel 1914, dal principio della guerra furono constatati 469 casi
di dermotifo: nel gennaio 1915 furono denunziati 1391 casi, nel febbraio
1219 denuncie e 793 fino al 20 marzo; casi quasi tutti importati dal teatro
della guerra austro-russa; in Germania 29 casi denunciati nel gennaio, 60
nel febbraio, 50 sino al 20 marzo 1915. Anche in Germania morirono parecchi
medici per dermotifo. Numerosissimi casi furono constatati in Serbia con
numerosi esiti letali fino a 60 al giorno, tra cui molti medici addetti alla
cura dei malati e dei feriti”.
Quale poteva essere il senso della guerra degli infermieri che certamente
erano dentro a questa impresa?.
Il pensiero della rivincita per Adua si materializzò, per il Governo
Italiano, quasi all’inizio del Novecento (1911) con i giorni di Tripoli, ma
neppure dal terreno di queste nuove guerre emerse la capacità di
osservazione e di critica sociale infermieristica, senza per questo voler
sminuire la professionalità sanitaria dedicata alle forze militari.
La moderna società di massa che si presentò all’inizio del Novecento, si
caratterizzò nella demografia, nella politica, nella produzione e nei
consumi, nella comunicazione e nelle nuove forme di arte. Ma fu ancora con
la guerra, nell’utilizzo ad essa finalizzata – tramite la produzione bellica
– di risorse naturali, economiche, scientifiche e tecniche che il Novecento
introdusse il concetto e la prassi della guerra totale.
Per la prima volta, nella Grande Guerra, la potenza distruttiva della
tecnologia venne sperimentata da eserciti di massa: contrapponendo così i
suoi effetti a quelli dei rilevanti progressi umani, determinati dai
processi di cambiamento che intervennero nel passaggio dal XIX al XX secolo,
ne rallentò il percorso, talvolta anche con effetti involutivi:
Propaganda: persuasione palese e
occulta
Metodi di persuasione palese e
occulta pressoché comuni all’intera Europa belligerante, esercitarono il
processo di coinvolgimento anziché quello di consentimento. La
Grande Guerra presentò una connotazione particolare.
Scrive su questo punto
Antonio Gibelli:
“Nessuna guerra era mai stata tanto femminile come questa, nessuna, cioè,
aveva richiesto in tale misura il contributo femminile in senso materiale
(sotto forma di prestazione di lavoro e di responsabilità nella conduzione
di famiglie e aziende agricole) e, contemporaneamente, aveva investito tanto
sulle valenze simboliche del femminile, nonché delle capacità femminili di
mediare e modulare i sentimenti, tanto quelli positivi (il bisogno di
dolcezza, di protezione, di custodia) quanto quelli negativi (e non stupisce
che tra le numerosissime associazioni femminili di sostegno allo sforzo
nazionale italiano ve ne fosse una con il compito, si potrebbe dire, l’odio
anti tedesco). Con qualche ovvia sfumatura di accenti, le pagine dei
giornali femminili italiani presentano gli stessi inviti,le stesse
esortazioni, le stesse associazioni di idee dei giornali per donne,
infermiere o gentildonne della Gran Bretagna, culla del femminismo
radicale.”
La propaganda a livello popolare si servì di ogni mezzo: appelli verbali,
radio, manifesti, cartelloni, opuscoli, cartoline… Il fante di Achille
Mauzan (pittore francese), con il dito puntato verso il passante, finì con
l’inondare l’intera Italia per promuovere e incentivare il prestito per la
guerra. Gibelli definisce “L’uomo con il dito puntato (…) una delle più
efficaci metafore di quella modernità che investì simultaneamente tanto i
mezzi di distruzione quanto quelli di comunicazione, di produzione e di
controllo dei sentimenti, in una società in via di massificazione dominata
dal mito dell’organizzazione scientifica, dalla produzione in serie, dall’intercambiabilità
funzionale “.
Nella serie di opuscoli dei “problemi italiani”
ne “ I danni economici della neutralità”, si giunse a trattare in
dettaglio i presunti benefici derivanti dalla partecipazione alla guerra, ad
iniziare da quelli economici, post bellici e spiegando in modo molto
convincente come la non partecipazione alla guerra sarebbe stata senza alcun
dubbio fonte di disoccupazione (sic!) e di miseria.
Tuttavia, dalle stesse fonti pubblicitarie del periodo 1915-1918 apparve,
quasi lapsus, l’altra faccia della medaglia (la verità sulle conseguenze
della guerra), riprodotta ad esempio nei consigli per l’alimentazione e la
difesa della popolazione civile in tempo di guerra
che si riscontrano nella collana dedicata ai “Problemi
sanitari di guerra”.
L’uomo dal dito puntato ebbe lunga vita, si moltiplicò anche dopo la guerra
nelle diverse espressioni sociali, venne poi clonato per reclutare adepti
nazi-fascisti, militari dell’Armata Rossa, dell’esercito inglese e poi negli
USA…. Questo fatto mette in rilievo l’importante elemento di modernità
costituito dallo sviluppo e dalla contaminazione dei linguaggi della
pubblicità e delle propaganda, “tra consumo di oggetti e consumo di
emozioni che la guerra sembra promuovere. La stessa guerra diviene un evento
pubblicitario a risonanza mondiale…”
Per inciso, si può affermare che tutto questo si evidenzia in misura
ben maggiore oggi, dove: diffusione, ampliamento, moltiplicazione,
riduzione, ritocco, “copia e incolla…” delle stesse immagini a seconda del
messaggio che si vuole lanciare, si presentano simultaneamente identiche
agli sguardi umani dell’intero pianeta.
A causa della guerra anche il disegno di legge Luzzato del 1912 sulle scuole
per infermiere non ebbe seguito e furono ancora una volta inascoltate le
richieste dei movimenti femminili e della Federazione dei Sindacati degli
infermieri. La Grande Guerra trovò quindi ancora impreparata e arretrata,
rispetto a quella di altri paesi, l’organizzazione sanitaria italiana sul
teatro di guerra. Sebbene anche agli ospedali civili venissero sottratti
tutti gli uomini validi, l’impreparazione di ausiliari assegnati a quelli da
campo e militari, e la massa del volontariato femminile accorsa al servizio
civile e militare, non furono quindi sufficienti a impedire, ancora una
volta, i disastri sanitari della guerra. Quanti, tra il personale sanitario,
persero la vita in questo contesto non è ancora emerso. Mentre dall’esame
della pubblicità del periodo considerato, appare che anche negli altri paesi
dove l’organizzazione sanitaria e in particolare infermieristica era
migliore (Gran Bretagna, Germania, Francia), continuò la promozione e
l’idealizzazione della figura femminile ed in particolare di quella
dell’infermiera (soprattutto in ruoli ancillari) pure nel cuore della
guerra, nonostante l’impiego dei “soldati di sanità”.
Le epidemie da guerra
La verità della patologia da
guerra e della guerra stessa in quanto malattia epidemica, trascritta
in romanzi documentati e/o di esperienze vissute, ha varcato i confini di
ogni paese e di ogni tempo (ricordo per tutti E. Maria Remarque: Niente
di nuovo sul fronte occidentale). E’ però il contenuto del diario di
un’infermiera tedesca
che, a distanza di quasi un secolo, infermiera uscita io viva da altre
guerre, sento profondamente mio per essere passata in mezzo a ciò che ella
descriveva: profughi, migranti, rifugiati, macerie, miseria, fame, violenze,
malattie, ferite e morte. Nemici militari e civili di sponde opposte
omologati nella disperazione e nella sofferenza. E il respiro, l’odore, il
fetore, che emana dalle membra vive, dai vestiti luridi, dalle macerie
sparse, dai cadaveri umani o dalle parti di esso e dalle carogne di animali
saltati sulle mine. E l’espressione e gli sguardi, i pianti, i
sorrisi, le parole e le grida degli attori principali del teatro della
guerra. Ma neppure si devono dimenticare i militari, i reduci: qualcuno dei
quali fu ricoverato in ospedale psichiatrico.
A dispetto di chi propagandava il tornaconto della guerra, meningite
celebro-spinale, encefalite epidemica, colera, tifo e paratifi e soprattutto
la tubercolosi, si diffusero tra e con le truppe da una regione all’altra,
senza parlare di altre malattie infettive contagiose (si ricorda anche una
fortissima epidemia di vaiolo del 1919-20) e la presenza della malaria che
riguadagnò terreno.
Nell’estate del 1918, in modo pressoché fulmineo, si diffuse in Europa la
“spagnola”, violentissima epidemia influenzale che anche in Italia colpì
le persone indebolite dagli anni di privazioni imposte dal conflitto. In
pochi mesi vi furono 600.000 vittime, tante quante quelle provocate
direttamente dalla guerra. La quasi totalità delle famiglie ne fu colpita:
per citare un esempio, mia nonna paterna perse tre figli di minore età.
Il bilancio demografico complessivo registrò “un eccesso di circa
1.200.000 morti e un disavanzo di circa 1.500.000 nascite”.
I ritardi della riforma della
formazione infermieristica
I ritardi della riforma
finalizzata alla formazione infermieristica si trascinarono nel dopoguerra
per alcuni anni, mentre molte infermiere volontarie tornarono alle loro
case. Va inoltre sottolineato che, in Italia, a differenza degli altri paesi
europei, dopo la prima Guerra mondiale vi furono sì isolati e iniziali
regimi liberali, ma, per troppo tempo, l’assenza di democrazia, misure
penalizzanti per le donne lavoratrici (sottopagate) e anche per le
studentesse ( tasse più alte), nonché la campagna demografica che,
prevalentemente nelle regioni meridionali, rafforzò l’analfabetismo
femminile, tesero a frenare l’emancipazione delle donna.
Più volte si è discusso sulle cause della non adesione di massa alla
professione infermieristica, ponendo l’accento o sulle condizioni sociali,
di vita e di lavoro o sulla bassa qualità assistenziale fornita negli
ospedali o, ancora, sull’eccessivo impegno richiesto per la formazione:
intellettuale e fisico, dando di volta in volta un peso maggiore all’uno o
all’altro di questi aspetti.
C’è però un’altra considerazione da fare: alla convinzione diffusa in quel
tempo che solo donne potessero essere infermiere per vocazione innata,
specularmente passò il messaggio che tutte le donne fossero naturalmente
infermiere.
Allora, perché sacrificarsi, rinunciare al proprio ruolo sociale di
donna, se questa propensione naturale poteva essere guidata e
completata tra le mura domestiche?
Tra le diverse espressioni comunicative che riguardano le donne-infermiere
(le stesse utilizzate per la propaganda della guerra), ho trovato un testo
che, emulando quello della Celli, pur nell’intenzione di svolgere educazione
sanitaria e di sopperire in parte alla carenza assistenziale infermieristica
in ambito domiciliare, continuò a diffondere il messaggio dell’equivalenza
donna-infermiera.
L’autrice, Anna Fischer-Duchelmann,
medico dell’Università di Zurigo, era anche specialista per la ginecologia e
la pediatria in Dresda. Sino dalla prefazione all’edizione italiana emerge
che il libro è scritto per diventare ed essere infermiera.
Comunque la peculiarità del testo, evidenziata dall’autrice, consiste
nell’educare all’autodifesa della salute a iniziare dalla presa in
carico della scala dei bisogni umani di base, inclusa la sessualità, pur
richiamando sempre il dovere del ricorso al medico nei casi in cui la sua
presenza sia effettivamente richiesta.
E’ quindi nel lontano 1924 che l’autrice, con straordinaria modernità,
scrive: ”…la nostra epoca ha iniziato la liberazione dall’autorità del
medico di vecchio stampo imperante sulla vita e sulla salute, il popolo ha
principiato a volersi aiutare da se’, e ogni medico intelligente, che
miri a difendere gli interessi dell’umanità e non solo quelli della sua
casta, saluterà con gioia questa aspirazione come un progresso salutare e
l’asseconderà con tutte le sue forze.” (dalla sua prefazione).
Senza metafore né esibizioni volgari, illustra il corpo femminile anche
nella sua nudità integrale, in un’epoca in cui, per il senso comune del
pudore, ciò veniva considerato pericoloso: “…io ritenni che un’opera di
questo genere dovesse fondarsi anche sui principi di estetica naturale ed
esplicare un’azione emancipatrice ed elevatrice del nostro sesso purtroppo
tuttora dominato dalla malattia, dai pregiudizi e dall’ignoranza”.
Il testo ben più completo e migliore dei pochi libretti per l’infermiere
che circolavano nei primi decenni del Novecento, tratta della struttura e
delle funzioni del corpo umano, dell’igiene in tutti i suoi aspetti, della
prevenzione, della terapeutica in generale e di quella specifica materno
infantile, con ricchezza di illustrazioni relative alle posture e alle varie
tecniche assistenziali. Alcune illustrazioni simili, in divisa da infermiera
e di religiosa, anzichè di donna di casa, le ho rintracciate solo in un
antico, piccolo libro
già adottato presso la scuola milanese delle suore dell’ordine Sante
Capitanio e Gerosa (di Maria Bambina), donatomi a suo tempo da suor Angela
Gualla, fondatrice e Direttrice, nel 1955, della Scuola per Infermiere
Professionali di Santa Corona, Pietra Ligure, che organizzò già allora con
metodi moderni e avanzati.
Per riprendere ancora il concetto della partecipazione politica e sociale
delle donne, sia all’interno delle istituzioni ospedaliere che tra le mura
domestiche, si rileva che ben difficilmente le donne avevano la possibilità
di socializzare. Potevano permetterselo ancora e soltanto alcune
appartenenti alle classi borghesi e aristocratiche perché, anche nell’ambito
familiare, delegavano ad una servente l’assistenza infermieristica e le cure
maternali (baliatico, allevamento del bambini, assistenza agli infermi) e di
utilizzare e gestire quindi il proprio tempo libero.
Gli infermieri nel regime
Negli anni del dopoguerra ripresero in Italia le ondate migratorie verso
Ovest: Francia, Belgio e, soprattutto, le Americhe (USA, Argentina,Uruguay,
Venezuela …); partivano i bastimenti stracolmi di esseri umani e nelle
stazioni marittime, principalmente di Genova e di Napoli, ferveva il lavoro
di medici e di infermieri, mentre le grandi compagnie di navigazione
attrezzavano le navi più grandi e migliori anche con un Servizio
Sanitario per l’equipaggio e i passeggeri.
Intanto, di pari passo con l’evoluzione della medicina, continuava il
dibattito sulla pessima qualità delle cure e dell’assistenza ospedaliera, ma
furono in realtà le operazioni coloniali a polarizzare l’attenzione di
parlamentari e di governo: iniziate nell’inverno 1921-22 con il Ministro
Giovanni Amendola e continuate dal Governo Fascista, con l’appoggio
incondizionato del Re, fino alla vittoria finale del 1931 (…Vittorio
Emanuele III, Re d’Italia e d’Albania, Imperatore di Etiopia).
In realtà la conquista dell’Etiopia seguì all’annientamento della resistenza
libica, condotta con metodi brutali, con notizie censurate, scarsa
propaganda e senza ripercussioni internazionali (nel frattempo la Francia
vinceva la resistenza marocchina).
Si tratta quindi di una delle guerre dimenticate condotta integralmente con
metodi fascisti, perché la deportazione e lo sterminio dei seminomadi della
Cirenaica non sarebbe stata possibile altrimenti. Sugli effetti sociali di
queste guerre tacciono i medici e gli infermieri italiani della CRI che
presero parte alle spedizioni.
Ma è soprattutto la conquista dell’Etiopia la vera e totale guerra fascista,
di cui Mussolini, con spregiudicata abilità politica, ne fu protagonista
decisionale assoluto, con un imponente impiego di uomini e di mezzi, senza
limite di spesa, con una pubblicità a tutti i livelli, in ogni settore della
vita pubblica per conquistare l’adesione popolare: “la guerra d’Etiopia
fu presentata e sentita come la guerra del Duce e della nuova Italia…”
Trasformata quindi, sino dalla fine del 1934, in guerra nazionale.
Le infermiere di CRI comparivano nelle parate militari e la loro istruzione,
condotta da infermiere professionali, era volta a sostenere il mezzo milione
di uomini impiegati in Africa Orientale.
Mi sono soffermata sulle guerre coloniali, perché in Italia gli studi
antropologici di tale periodo sono in notevole ritardo rispetto alle
ricerche e alle analisi che provengono da studiosi dell’Africa Orientale.
Come sottolinea Leele Gandhi,
in Italia non sono state ancora investigate compiutamente le complesse
relazioni di dominio, ma anche di complicità con il regime, né le
contestazioni di coloro che hanno subito la colonizzazione.
Mancano le testimonianze di medici e di infermiere al seguito delle truppe
coloniali, alcune delle quali pluridecorate dal regime fascista: che non
possono non avere almeno visto, come è accaduto a Corpi sanitari degli altri
paesi e come avviene pure oggi, gli effetti dell’impatto della guerra sui
combattenti e sulle popolazioni civili e sulla loro salute.
Né, tanto meno, essere state completamente all’oscuro delle condizioni
miserevoli in cui erano tenuti i prigionieri, militari e civili (fatta
eccezione per il campo di Danane, Somalia, diretto dal colonnello Eugenio
Mazzucchetti), e neppure delle esecuzioni sommarie (anche con decapitazione)
e, soprattutto, dell’impiego sistematico di gas asfissianti (iprite), dal
dicembre 1935 fino all’ottobre del 1939. Esistono fotografie di Infermiere
della CRI con maschere antigas, durante esercitazioni di quel periodo.
Nella sezione storico-antropologica della Rassegna Internazionale del Film
di Documentazione Sociale, svoltasi a Firenze dal 15 al 21 Novembre 2002
(43° Festival dei Popoli), sono stati inseriti prevalentemente documentari
propagandistici del Regime fascista e altri, ancora pressoché censurati in
Italia, relativi ai crimini di guerra a danni delle popolazioni civili di
Libia, Grecia, Jugoslavia ed Etiopia: nei documentari compaiono anche
testimonianze sugli effetti dell’uso dei gas nervini in AO, prodotte da
medici e infermiere della Croce Rossa Svedese
.
Per ragioni politiche e militari, forse per porre freno alla temuta avanzata
comunista, a differenza di quanto accaduto in Germania e in Giappone,
nessuno dei 1.200 alti gradi militari italiani ritenuti colpevoli di crimini
di guerra, (per l’AO si ricordano i Generali Graziani e Badoglio, per la
Jugoslavia i Generali Roatta, Ambrosi, Birolli e Cortese), al termine della
seconda guerra mondiale apparve mai innanzi a un tribunale. Vi fu un solo
capro espiatorio, il generale Bellomo, il più umano e l’unico antifascista,
che venne giustiziato dagli Inglesi.
Per quanto riguarda la compagine infermieristica, si ricorda che l’Italia fu
estromessa dal Consiglio Internazionale delle Infermiere (ICN) nel 1929,
perché l’associazione italiana risultava dipendente da un’organizzazione
politica (fascista), mentre dopo la finale conquista dell’Etiopia, sul
finire del 1937, l’Italia fu estromessa dalla Società delle Nazioni.
Risultavano tuttavia, tramite la pubblicazione de”l’infermiere d’Italia”,
rapporti tra il Sindacato Fascista Infermiere e l’ICN , anche con
apprezzamenti lusinghieri per l’evoluzione infermieristica italiana, apparsi
su un articolo di”The American journal of Nursing”
.
Tra le infermiere che durante il periodo fascista ebbero un ruolo di
rilievo, emerse Emma Mazzolari, Caposala, Direttrice di più scuole sia al
nord che al sud d’Italia, partecipò alla guerra 1915-18, a quelle d’Africa e
alla seconda guerra mondiale. Nel 1948 fu insignita della medaglia Florence
Nightingale del Comitato Internazionale della Croce Rossa: l’onorificenza
più alta assegnata a infermiere. In una circostanza in cui mi trovai in sua
presenza, ricordo Italia Riccelli che ne parlava con molta stima.
La Mazzolari fu pluridecorata e insignita anche con: Medaglia della III
Armata; Campagna Africa Orientale con gladio; SNOM; Croce al merito di I
classe e medaglia d’argento: testimonianze inequivocabili della sua
partecipazione sui fronti di guerra, in veste di infermiera militare di alto
grado.
I venti delle guerre soffiarono con maggior vigore con la guerra di Spagna,
suscitata dalla rivolta nazifascista, sostenuta in primo luogo dalla
Germania hitleriana e dall’Italia di Mussolini, contro il regime spagnolo
repubblicano eletto democraticamente: prologo all’esplosione delle
Seconda Guerra mondiale che, più ancora della prima, provocò fame,
malattie, distruzione, disoccupazione, delinquenza e povertà.
Anche in questa, medici e infermieri/e di ogni paese belligerante si
prodigarono negli ospedali e sui fronti, e possono ritrovarsi negli elenchi
ufficiale dei vivi e dei morti.
L’assistenza infermieristica
clandestina
C’è però una parte di essi, sia
pure minore, che, soprattutto in Italia, non solo non compare in alcun
elenco ufficiale ma, talvolta, neppure tra le carte e le fonti più
disparate, bensì soltanto nelle testimonianze orali.
Oltre a chi prestava soccorso dopo i bombardamenti, si tratta di mettere in
luce coloro che collaborarono con la Resistenza, nelle stesse formazioni
partigiane o al di fuori, nelle case di montagna, nelle infermerie, negli
ospedali di città.
A fronte della conflittualità di gruppi di bande afferenti a ideologie
diverse, del resto limitate ad alcune zone del paese e sebbene in qualche
raro caso finite tragicamente (vedi vicenda della Brigata Osoppo), mi sembra
opportuno ricordare, anche in questa sede, più ancora della collaborazione
delle diverse brigate partigiane, l’assistenza infermieristica clandestina a
opera di religiose/i e di laici prestata senza alcuna discriminazione di
sorta nel territorio ligure.
Tale realtà è misconosciuta, in primo luogo per la naturalezza e la
semplicità con cui queste suore-infermiere seppero affrontare grandi rischi.
Ricordo suor Irene Roa, direttrice dell’ospedale civile di Triora (IM),
nella zona di operatività della IX Brigata Garibaldi e, per averle
conosciute personalmente, presso gli Istituti Ospedalieri Santa Corona in
Pietra Ligure (SV), le suore dell’Ordine delle Sante Capitanio e Gerosa, in
quello che dal 1943 al 1945 fu il territorio di operazioni dell’intera
Divisione Garibaldi della Seconda Zona Ligure.
In questo ospedale, soprattutto dopo che i nazifascisti prelevarono dal
letto ove era ricoverata una ragazza ebrea, Sara Dona, di sedici anni, per
deportarla in un campo di concentramento e di sterminio in Germania, si creò
un forte movimento di Resistenza.
In particolare, ricordo suor Arduina, già addetta al Pronto Soccorso, suor
Artemisia, che allestì una seconda sala operatoria clandestina e che, in
seguito, venne decorata con medaglia d’oro della Resistenza, suor
Giovannina, suor Scolastica, suor Elvisa ed infine suor Teodolinda Capelli
che al sorgere, nel 1955, della Scuola per Infermiere Professionali presso
il citato Istituto, fu tra le prime allieve che si diplomarono e subito
dopo, ff. capo sala presso i reparti scuola (con la contemporanea frequenza
del Corso per AFD).
Solo molti anni dopo, durante una mia visita, innanzi al I° padiglione
dell’ospedale, un tempo chiamato Elio, Suor Teodolinda, indicandomi
le palme che lo fronteggiavano, mi confessò che un giorno, verso il finire
della guerra, proprio lì davanti la fermò bruscamente un ufficiale delle
SS il quale, indicando gli alberi, le disse con tono minaccioso:”State
attente perché queste vi aspettano, ce ne è una pronta per ognuna di voi”
con chiaro riferimento all’impiccagione. Per fortuna, la Liberazione
giunta di lì a pochi giorni, impedì che il sospetto nutrito dal nazista,
forse alimentato da qualche soffiata, assumesse concretezza di morte. Pure
presso l’ospedale Civile San Paolo di Savona, si organizzarono équipe di
medici e di infermieri che operavano anche all’esterno dell’ospedale, sulle
alture circostanti. Tra gli infermieri si ricordano: Antonio Giusto, Natale
Cioncolini, Giuseppe Ferrari, Domenico Castagnino, Dalmazio Biso. Tra le
religiose, dell’Ordine di San Vincenzo: suor Assunta della IV sala
chirurgica e suor Pia del reparto radiologico.
Altro riferimento a me noto, quello della casupola di montagna adibito ad
ospedale nella Valcona (Imperia), gestito dal dott. De Marchi di Savona,
caduto nel 1944, e da due infermiere
Le leggi razziali
Altro punto da indagare nella
storia della nostra professione è quello relativo all’emanazione delle leggi
razziali, permesse e sostenute dal Re Vittorio Emanuele III, e alla loro
allargata diffusione che, in aggiunta alla guerra, arrecarono
ulteriori,atroci sofferenze, a milioni di persone (ebrei, zingari, testimoni
di Geova, comunisti ed altri oppositori di regime, omosessuali…) e, nel
migliore dei casi, l’esilio.
Valga per tutte il ricordo di Federica Pittini, autorevole infermiera e
dirigente ASV della CRI (anch’ella da me conosciuta personalmente) che, per
motivi razziali, dovette lasciare l’Italia per alcuni anni.
Ve ne sono state altre? Qualcuna, forse, è finita nei lager nazisti, ma è
difficile anche questa ricerca: ad esempio, presso gli archivi della
Comunità ebraica di Firenze nonostante la disponibilità accordatami, non c’è
stata la possibilità di rintracciare dati utili a questo scopo.
Così come, dal versante opposto, vi furono infermiere collaborazioniste, nel
migliore dei casi quando trascrivevano, senza farne menzione con alcuno, i
dati antropometrici rilevati dai medici nazisti che, applicando alle persone
i metodi di valutazione impiegati per cavalli e per bovini, misuravano
zigomi, nasi, narici e quant’altro, per stabilire se, anche per lontane
generazioni, vi fosse un’ascendenza ebraica.
Non vi è alcun dubbio sull’opera meritoria compiuta dall’ONMI (Opera
Nazionale Maternità e Infanzia), spesso dimenticata, e per quella
preventiva e terapeutica svolta con l’istituzione di preventori, di
dispensari antitubercolari e di sanatori, montani e marini. Così come è da
ricordare la campagna antimalarica con la bonifica di zone paludose e il
ruolo positivo svolto in periodo fascista da infermiere, ASV e VI per
l’educazione sanitaria e per la prevenzione. E’ però altrettanto vero che
queste figure professionali e i servizi che le ospitavano, le cui immagini
comparivano nei cinegiornali d’epoca, assieme ad altre forme reclamistiche
erano volte a propagandare e ad amplificare gli aspetti trionfalistici del
Regime, nascondendo quelli che testimoniavano brutture e brutalità e che
condussero alle rovine finali della guerra.
Con la stessa fermezza e onestà, è altresì importante chiarire a chi, dal
mare catto-destrorso della nostra professione, quasi colpito da
folgorazione come San Paolo sulla via di Damasco, si svegliò all’improvviso
più a sinistra dell’Est, che la provenienza da certe scuole non fosse – e
non sia – l”equivalente di fascista, sradicandone il pregiudizio profondo e
persistente in taluni, anche in tempi recenti.
Con la stessa chiarezza, è però opportuno ricordare che nessun infermiere,
nell’esercizio professionale volontario o retribuito, svolto a seguito degli
eserciti, anche nelle retrovie, non può esimersi dal percepire, vedere,
constatare cosa accade alla popolazione civile e ai “nemici”, perché i campi
di battaglia, la linea del fronte che si sposta rapidamente, non sono
terreni isolati ma luoghi di vita – non importa se nomade o sedentaria –
trasformati in terre di distruzione, di violenza e di morte. In ogni guerra
passata e attuale, i sopravissuti della linea del fronte, hanno costituito e
costituiscono colonne di prigionieri e/o di profughi in fuga nell’uno o
nell’altro senso. Quali esempi recenti mi sembra superfluo citare i popoli
della ex Jugoslavia, della Regione dei Grandi laghi in Africa, del Medio
Oriente con Palestinesi e Kurdi per primi e altri ancora.
Parlo anche per esperienza personale, e oggi non vi è infermiere di
qualsiasi organizzazione umanitaria e sanitaria, dalle minori a quelle più
autorevoli e note come Medici senza frontiere e
Emergency, che non sia testimone attento, vigile, capace di vedere,
ascoltare, intervenire professionalmente e testimoniare. Per questo sento il
bisogno di conoscere come la Mazzolari e le altre valorose infermiere della
CRI abbiano vissuto – se l’hanno vissuta – l’esperienza della guerra dalla
parte dei vinti e, comunque, delle vittime civili e delle forze di
resistenza all’invasione nazi-fascista che soccombevano a queste ultime.
Al pari di questo è necessario ancora sapere da fonte medica e
infermieristica quale sia stata la loro esperienza in merito alla strage di
Cefalonia e alla tragedia della Campagna e della ritirata di Russia, dove
migliaia di soldati italiani persero la vita tra il gelo e la fame.
Sereno Armando, un vecchio pastore della Val d”Inferno di Garessio (Cuneo),
dalla forte tempra di povero montanaro abituato ai disagi e alla neve, mi ha
raccontato più volte come egli sia sopravvissuto al fronte russo, al lungo e
avventuroso ritorno in Patria e alla successiva prigionia in Germania.
Il soccorso dei feriti caduti sul deserto ghiacciato, mi diceva che era
praticamente impossibile: ”Chi andava con la barella, non tornava più
indietro (…) tanto che gli ufficiali, se vedevano due di noi vicino a una
slitta, ne distaccavano uno per mandarlo ad aiutare con la barella (…)
Allora, quando ci trovavamo in coppia e da lontano si scorgeva l”ufficiale,
uno seppelliva l”altro nella neve, perché sapevamo che non ci sarebbe stato
possibile né dare aiuto, né fare ritorno”.
Nel periodo attuale in cui, relativamente a quello pre o post bellico e
dell’intera seconda guerra mondiale, si aprono gli archivi segreti della CIA
e del Vaticano, ritengo che da parte della CRI debba essere fatto
altrettanto e, magari, rovistare nei cassetti tra le carte dimenticate per
leggere e valutare relazioni e testimonianze. A meno che la censura, a vari
livelli, le abbia alterate, omesse o addirittura cancellate.
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