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Un popolo
espropriato di terra cultura
e tradizioni
La
tribù dei bambini suicidi
nell’ultima foresta del Brasile
I giovani delle
tribù Guarani-Kaiow si uccidono per amore, sensi di colpa, piccoli
rovesci, ma la vera causa è la deforestazione provocata dai
latifondisti; privati degli spazi vitali rifiutano una vita senza radici
e prospettive.
Basta nulla ad un indio
Kaiow per scegliere la morte. Un litigio, un tradimento, una giornata
storta. Jonairs s’è ammazzato a dodici anni; Sonia ne aveva sedici
quando ha ingoiato il flacone di barbiturici che – come dice suo
fratello – l’ha riportata in cielo insieme ad Agmar, diciannove anni,
che si era impiccato ad un albero qualche settimana prima. All’inizio
nessuno capiva. Ora le statistiche dei suicidi fra gli indios
Guaranti-Kaiow fanno paura.
Trecento morti negli ultimi dieci anni, quasi cinquanta negli ultimi
due, il 65 per cento tra i dodici e i ventiquattro anni d’età.
I kaiow sono in tutto meno di venticinquemila. Vivono in Brasile, al
margine ovest del Mato Grosso do Sul, lungo la frontiera con Paraguay e
Bolivia, in piccolissime riserve circondati dai latifondi dei
fazenderos brasiliani. Discendono dalla grande famiglia dei
Guaranti, gli indios che abitavano il Paraguay prima della conquista
spagnola e si salvarono dallo sterminio proprio fuggendo verso il
Brasile, nella foresta. Si chiamavano Nandeva, Mbya e Kaiow o Kaigu.
I Kaiow furono, poco più di cinquanta anni fa, gli ultimi fra i Guaranti
ad avere a che fare con la società dell’uomo bianco. Erano gli anni
della grande marcia a ovest lanciata dal dittatore brasiliano Getulio
Vargas sotto lo slogan dei “trenta ettari di terra per ogni colono”. Fu
l’inizio della fine: la foresta dei Kaiow venne disboscata per far posto
alle piantagioni di canna da zucchero e ai campi di soia e loro furono
schiavizzati come braccianti.
Vent’anni fa una parte delle terre gli vennero restituite. Uno sputo.
Come a Vila Cruz. Qui trecento kaiow vivono in sessanta ettari di terra
improduttiva assediati dai 1200 ettari di 37 famiglie di ex coloni. Solo
qui, l’anno scorso, ci sono stati nove suicidi.
“Dov’è il problema? – chiedono gli eredi dei coloni – Quelli s’ammazzano
per questioni sentimentali tra di loro”. E’ vero. I kaiow, soprattutto i
più giovani, spesso s’ammazzano per amore o mancanza d’amore. Ma sono
talmente futili ed evanescenti queste ragioni sentimentali che la
spiegazione dei loro gesti estremi deve essere da un’altra parte. In un
labirinto mentale, come sostengono gli antropologi che hanno studiato il
mistero dei Kaiow. Un labirinto che nasce dalla mancanza di spazio,
dall’abbandono sociale e dal contatto forzato con una cultura, la
nostra, che non capiscono. Sifone, 14 anni, e Zulmara, 21, hanno bevuto
un cocktail d’aranciata e Tordon, un veleno che si usa in agricoltura,
dopo un pomeriggio trascorso a discutere delle proteste sulla
restituzione della terra e dei ritardi del governo di Brasilia.Ragione
ufficiale: Sifone s’è uccisa perché era innamorata di Zineldo ma i suoi
genitori non volevano che lo sposasse. Aveva già tentato di uccidersi.
Pare tre volte senza successo. Zulmara perché aveva litigato con sua
sorella più piccola, Liciane, la stessa che quando l’ha vista per terra
agonizzante ha bevuto quel che restava di veleno nel bicchiere. Basta?
Ma no che non basta per morire.
I Kaiow hanno una spiegazione mistica per tutte queste morti. E’
l’anima, dicono. Quella del suicida non trova la strada del cielo e
rimane a metà cammino incitando gli altri, i vivi, a compiere lo stesso
gesto per cercarla insieme, quella strada. Per questo dopo ogni morte
violenta i Kaiow dovrebbero bruciare la capanna e trasferirsi altrove.
Ma dove se non hanno più la terra? Così anche la mistica chiude il
cerchio.
I Kaiow sono prigionieri. Dei bianchi che gli hanno sottratto la terra e
delle anime vaganti, le loro, da cui non possono fuggire. Per i Kaiow la
stessa interpretazione mistica vale anche per la morte di Denildo Araujo,
trovato appeso ad un albero da suo fratello alle cinque del mattino. Il
giorno prima Denildo, quindici anni, era stato licenziato perché non
aveva il permesso di lavoro. Era andato con un parente più grande la
zafra, la raccolta della canna da zucchero nella piantagione di un
bianco. Come vale per Tito Benites, 28 anni, che si è stretto intorno al
collo un filo di nylon dopo una discussione con sua moglie.
Lavoro, colpa, amore. Fra i Kaiow la catena dei suicidi non si ferma.
L’angoscia vince sempre e li strappa alla vita. Lo storico Antonio
Brand, che coordina per L’università Don Bosco un programma di ricerca
sui Guaranti-Kaiow, descrive il terremoto.
Cento anni fa i Kaiow possedevano più del 25 per cento di quello che
conosciamo come lo Stato brasiliano del Mato Grosso do Sul. Un’area di 9
milioni di km quadrati. Oggi gli è rimasto meno dell’1 per cento di
quella terra. In trent’anni, fra il 1940 e il 70, vennero distrutti più
di cento villaggi indigeni e create una decina di riserve dove ancora
oggi sopravvivono gli ultimi indios Kaiow. Fu una conquista dell’Ovest –
quello brasiliano – che, in assenza di Hollywood, nessuno ha mai
trasformato in mito. Poi arrivarono gli evangelici. Gli attivisti delle
Chiese protestanti che si sono infiltrati fra i Kaiow con la scusa di
assisterli. Nella riserva del Dorado ci sono 7500 indios e trenta
diverse congregazioni evangeliche. Cosi, dopo la terra, i Kaiow hanno
perso anche la loro religione. Che per secoli è stata gestita nel
Nhanderu (nostro padre), il leader spirituale del villaggio che di
solito era composto da tre, massimo quattro famiglie Kaiow.
Con le chiese evangeliche, i Kaiow hanno scoperto anche il concetto di
peccato. Un’idea talmente assente dal loro modo spirituale che qualcuno
spiega l’abbondanza dei suicidi come l’unica alternativa che hanno per
uscire dal conflitto interiore. Se così stanno le cose, non c’è scampo.
Siamo noi gli aguzzini delle tribù dei suicidi. Relegati nelle riserve –
spiega Brand – i Kaiow non hanno perduto soltanto il loro spazio vitale,
è esploso anche il loro sistema sociale. La sovrappopolazione ha
esaurito le riserve naturali e la loro economia tradizionale
trasformandoli da un giorno all’altro in salariati, merce per i
latifondisti. Anche per questo scelgono la morte. E’ il labirinto
dell’orgoglio ferito. Prima si passa per l’alcolismo. Com’è accaduto ai
più anziani. Ma Juaninho? Juaninho aveva solo nove anni.
Note
di redazione
Dal 2000, data di pubblicazione di questo articolo
non sono cambiate molto le condizioni dei Guarani-Kaiowa. Nel 2004 il
tasso di suicidi è sempre tra i più alti del mondo. L’area espropriata
alle tribù indigene seguitano ad essere invase da cercatori d’oro e
diamanti e piccoli agricoltori. Nei primi giorni del 2003 sono stati
assassinati tre leader indigeni tra i quali Marcos Veron famoso in
Brasile per aver guidato la rioccupazione pacifica delle terre native.
E’ stato assassinato a bastonate dai fazenderos locali, che oltre
all’impunità hanno aggiunto la beffa: la causa ufficiale della morte è
stata infarto, nonostante un referto medico per trauma cranico.
L’arrivo del presidente Lula accende delle speranze
per il futuro decretando l’omologazione di undici territori indigeni
dell’Amazonia; è ancora poco, ma 500 anni di violazioni dei diritti
umani e sfruttamento delle risorse naturali non possono essere sanate da
Lula in poco tempo.
Dopo tredici anni d’attesa è entrato in vigore la
Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli
indigeni e tribali. Un importante passo avanti che garantirà il rispetto
dei costumi e delle tradizioni per preservare le culture indigene.
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