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Savar- Rivista del Nursing in movimento
Numero 1 - 2004

AMBIENTE

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 Autore:
Di Omero Ciai 

Fonte:
La Repubblica
10 dicembre 2000

 

   

Un   popolo   espropriato   di   terra   cultura   e   tradizioni

La tribù dei bambini suicidi

nell’ultima foresta del Brasile

I giovani delle tribù Guarani-Kaiow si uccidono per amore, sensi di colpa, piccoli rovesci, ma la vera causa è la deforestazione provocata dai latifondisti; privati degli spazi vitali rifiutano una vita senza radici e prospettive.

Basta nulla ad un indio Kaiow per scegliere la morte. Un litigio, un tradimento, una giornata storta. Jonairs s’è ammazzato a dodici anni; Sonia ne aveva sedici quando ha ingoiato il flacone di barbiturici che – come dice suo fratello – l’ha riportata in cielo insieme ad Agmar, diciannove anni, che si era impiccato ad un albero qualche settimana prima. All’inizio nessuno capiva. Ora le statistiche dei suicidi fra gli indios Guaranti-Kaiow fanno paura.
Trecento morti negli ultimi dieci anni, quasi cinquanta negli ultimi due, il 65 per cento tra i dodici e i ventiquattro anni d’età.
I kaiow sono in tutto meno di venticinquemila. Vivono in Brasile, al margine ovest del Mato Grosso do Sul, lungo la frontiera con Paraguay e Bolivia, in piccolissime riserve circondati dai latifondi dei fazenderos brasiliani. Discendono dalla grande famiglia dei Guaranti, gli indios che abitavano il Paraguay prima della conquista spagnola e si salvarono dallo sterminio proprio fuggendo verso il Brasile, nella foresta. Si chiamavano Nandeva, Mbya e Kaiow o Kaigu.
I Kaiow furono, poco più di cinquanta anni fa, gli ultimi fra i Guaranti ad avere a che fare con la società dell’uomo bianco. Erano gli anni della grande marcia a ovest lanciata dal dittatore brasiliano Getulio Vargas sotto lo slogan dei “trenta ettari di terra per ogni colono”. Fu l’inizio della fine: la foresta dei Kaiow venne disboscata per far posto alle piantagioni di canna da zucchero e ai campi di soia e loro furono schiavizzati come braccianti.
Vent’anni fa una parte delle terre gli vennero restituite. Uno sputo. Come a Vila Cruz. Qui trecento kaiow vivono in sessanta ettari di terra improduttiva assediati dai 1200 ettari di 37 famiglie di ex coloni. Solo qui, l’anno scorso, ci sono stati nove suicidi.
“Dov’è il problema? – chiedono gli eredi dei coloni – Quelli s’ammazzano per questioni sentimentali tra di loro”. E’ vero. I kaiow, soprattutto i più giovani, spesso s’ammazzano per amore o mancanza d’amore. Ma sono talmente futili ed evanescenti queste ragioni sentimentali che la spiegazione dei loro gesti estremi deve essere da un’altra parte. In un labirinto mentale, come sostengono gli antropologi che hanno studiato il mistero dei Kaiow. Un labirinto che nasce dalla mancanza di spazio, dall’abbandono sociale e dal contatto forzato con una cultura, la nostra, che non capiscono. Sifone, 14 anni, e Zulmara, 21, hanno bevuto un cocktail d’aranciata e Tordon, un veleno che si usa in agricoltura, dopo un pomeriggio trascorso a discutere delle proteste sulla restituzione della terra e dei ritardi del governo di Brasilia.Ragione ufficiale: Sifone s’è uccisa perché era innamorata di Zineldo ma i suoi genitori non volevano che lo sposasse. Aveva già tentato di uccidersi. Pare tre volte senza successo. Zulmara perché aveva litigato con sua sorella più piccola, Liciane, la stessa che quando l’ha vista per terra agonizzante ha bevuto quel che restava di veleno nel bicchiere. Basta? Ma no che non basta per morire.
I Kaiow hanno una spiegazione mistica per tutte queste morti. E’ l’anima, dicono. Quella del suicida non trova la strada del cielo e rimane a metà cammino incitando gli altri, i vivi, a compiere lo stesso gesto per cercarla insieme, quella strada. Per questo dopo ogni morte violenta i Kaiow dovrebbero bruciare la capanna e trasferirsi altrove. Ma dove se non hanno più la terra? Così anche la mistica chiude il cerchio.
I Kaiow sono prigionieri. Dei bianchi che gli hanno sottratto la terra e delle anime vaganti, le loro, da cui non possono fuggire. Per i Kaiow la stessa interpretazione mistica vale anche per la morte di Denildo Araujo, trovato appeso ad un albero da suo fratello alle cinque del mattino. Il giorno prima Denildo, quindici anni, era stato licenziato perché non aveva il permesso di lavoro. Era andato con un parente più grande la zafra, la raccolta della canna da zucchero nella piantagione di un bianco. Come vale per Tito Benites, 28 anni, che si è stretto intorno al collo un filo di nylon dopo una discussione con sua moglie.
Lavoro, colpa, amore. Fra i Kaiow la catena dei suicidi non si ferma. L’angoscia vince sempre e li strappa alla vita. Lo storico Antonio Brand, che coordina per L’università Don Bosco un programma di ricerca sui Guaranti-Kaiow, descrive il terremoto.
Cento anni fa i Kaiow possedevano più del 25 per cento di quello che conosciamo come lo Stato brasiliano del Mato Grosso do Sul. Un’area di 9 milioni di km quadrati. Oggi gli è rimasto meno dell’1 per cento di quella terra. In trent’anni, fra il 1940 e il 70, vennero distrutti più di cento villaggi indigeni e create una decina di riserve dove ancora oggi sopravvivono gli ultimi indios Kaiow. Fu una conquista dell’Ovest – quello brasiliano – che, in assenza di Hollywood, nessuno ha mai trasformato in mito. Poi arrivarono gli evangelici. Gli attivisti delle Chiese protestanti che si sono infiltrati fra i Kaiow con la scusa di assisterli. Nella riserva del Dorado ci sono 7500 indios e trenta diverse congregazioni evangeliche. Cosi, dopo la terra, i Kaiow hanno perso anche la loro religione. Che per secoli è stata gestita nel Nhanderu (nostro padre), il leader spirituale del villaggio che di solito era composto da tre, massimo quattro famiglie Kaiow.
Con le chiese evangeliche, i Kaiow hanno scoperto anche il concetto di peccato. Un’idea talmente assente dal loro modo spirituale che qualcuno spiega l’abbondanza dei suicidi come l’unica alternativa che hanno per uscire dal conflitto interiore. Se così stanno le cose, non c’è scampo. Siamo noi gli aguzzini delle tribù dei suicidi. Relegati nelle riserve – spiega Brand – i Kaiow non hanno perduto soltanto il loro spazio vitale, è esploso anche il loro sistema sociale. La sovrappopolazione ha esaurito le riserve naturali e la loro economia tradizionale trasformandoli da un giorno all’altro in salariati, merce per i latifondisti. Anche per questo scelgono la morte. E’ il labirinto dell’orgoglio ferito. Prima si passa per l’alcolismo. Com’è accaduto ai più anziani. Ma Juaninho? Juaninho aveva solo nove anni.
 

Note di redazione

Dal 2000, data di pubblicazione di questo articolo non sono cambiate molto le condizioni dei Guarani-Kaiowa. Nel 2004 il tasso di suicidi è sempre tra i più alti del mondo. L’area espropriata alle tribù indigene seguitano ad essere invase da cercatori d’oro e diamanti e piccoli agricoltori. Nei primi giorni del 2003 sono stati assassinati tre leader indigeni tra i quali Marcos Veron famoso in Brasile per aver guidato la rioccupazione pacifica delle terre native. E’ stato assassinato a bastonate dai fazenderos locali, che oltre all’impunità hanno aggiunto la beffa: la causa ufficiale della morte è stata infarto, nonostante un referto medico per trauma cranico.

L’arrivo del presidente Lula accende delle speranze per il futuro decretando l’omologazione di undici territori indigeni dell’Amazonia; è ancora poco, ma 500 anni di violazioni dei diritti umani e sfruttamento delle risorse naturali non possono essere sanate da Lula in poco tempo.

Dopo tredici anni d’attesa è entrato in vigore la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni e tribali. Un importante passo avanti che garantirà il rispetto dei costumi e delle tradizioni per preservare le culture indigene.