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Le
relazioni tra condizioni socio-economiche e stato di salute
LE DISEGUAGLIANZE NELLA SALUTE
ALL’INTERNO DI UNA NAZIONE
Secondo la tesi di David
Coburn il neoliberismo indebolendo o annullando il welfare state,
determina
sia
elevate disuguaglianze nel reddito, sia più bassa coesione
sociale, ed infine un basso stato di salute della popolazione; è quindi
necessario risalire alle cause che generano la disuguaglianza nella
distribuzione del reddito.
Gavino Maciocco
Dipartimento di Sanità Pubblica Università di Firenze
Introduzione
E’
noto da tempo che esiste una relazione inversa tra condizione
socio-economica e stato di salute della popolazione all’interno di un
paese. Nella maggior parte dei paesi industrializzati le disuguaglianze
nella salute non si sono ridotte nonostante l’accresciuto benessere e il
miglioramento nella longevità.
E’ del 1998 l’ultimo rapporto sulle diseguaglianze nella salute
in Inghilterra[1];
il documento analizza, tra l’altro, l’andamento della mortalità negli
ultimi 30 anni, per tutte le cause e per una serie di cause specifiche,
correlandolo con sei differenti gruppi di popolazione selezionati per
classe lavorativa.
Nella figura è riportato l’andamento della mortalità per tutte la cause
tra la popolazione maschile di 20-64 anni, rilevata negli anni 1970-72,
1979-83, 1991-93. Il grafico rivela che: a) i livelli di mortalità
delle sei classi sociali registrano un ordine inversamente
corrispondente al livello delle classi sociali, b) nette differenze si
evidenziano tra i professionisti e i tecnici-manager, che registrano i
livelli di mortalità più bassi, gli specializzati e semispecializzati,
che occupano una posizione mediana, e i non specializzati che presentano
i livelli di mortalità più alti, c) nell’arco di venti anni i livelli di
mortalità sono diminuiti in tutte le classi, ma il divario tra le classi
più ricche e quella più povera si è considerevolmente allargato: tra gli
inizi degli anni 70 e 90 i tassi di mortalità sono calati del 40% nelle
classi I e II, del 30% nelle classi IIIN, IIIM e IV, e di solo il 10%
nella classe V. Queste crescenti differenze nello stato di salute tra i
vari gruppi sociali si riscontrano anche nelle cause di morte
specifiche: nelle malattie coronariche, nell’ictus, nei tumori del
polmone e nei suicidi tra gli uomini e nelle malattie respiratorie,
nelle malattie coronariche e nei tumori del polmone tra le donne. Tali
differenze nei tassi di mortalità si traducono nella differenza nella
speranza di vita alla nascita tra classi più ricche e più povere: di
cinque anni tra gli uomini (75 anni rispetto a 70), di tre anni tra le
donne (80 anni rispetto a 77).
Analoghe tendenze si verificano negli USA dove, analizzando lo stato di
salute (espresso in speranza di vita sana all’età di 30 anni) di diversi
gruppi di popolazione – bianchi e afro-americani con differenti livelli
di scolarizzazione -, si registrano crescenti diseguaglianze sia tra i
due gruppi razziali, che all’interno di essi[2]
.

Due diverse teorie:
neo-materialista e psico-sociale.
In
che misura e attraverso quali meccanismi le diseguaglianze nel reddito
influiscono sullo stato di salute degli individui e quindi della
popolazione? Al riguardo esistono due principali interpretazioni, a cui
corrispondono due differenti teorie, l’una “neo-materialista” che
fa capo John W Lynch (Scuola di Sanità Pubblica, Università del
Michigan, USA), l'altra “psico-sociale” rappresentata da Richard
G Wilkinson (Centro per le Ricerche Mediche, Università di Sussex,
Brighton, UK).
La teoria “neo-materialista” sostiene che una società con maggiori
ineguaglianze nel reddito avrà una più alta percentuale di persone con
reddito basso e poiché è ampiamente dimostrato che il reddito
individuale è fortemente associato a differenze individuali nella
salute, l’alta prevalenza di poveri in una società spiega la relazione
con i bassi livelli di salute della popolazione. Secondo tale visione,
le ineguaglianze nella salute sono il risultato di differenti
accumulazioni di esposizioni e di esperienze che hanno la loro radice
nel mondo materiale. Gli effetti delle ineguaglianze nel reddito sulla
salute sono la conseguenza di una combinazione di esposizioni negative e
di una mancanza di risorse economiche individuali, associate a un
sistematico scarso investimento in una serie di infrastrutture umane,
fisiche, sanitarie e sociali. L’ineguale distribuzione del reddito è il
risultato di processi storici, culturali e politico-economici. Tali
processi influenzano la disponibilità di risorse private per gli
individui e determinano la natura delle infrastrutture pubbliche:
l’educazione, i servizi sanitari, i trasporti, il controllo
sull’ambiente, la disponibilità di cibo, la qualità delle abitazioni, le
regole nei luoghi di lavoro – tutto ciò insomma che costituisce la
“matrice neo-materiale” della vita contemporanea. Così l’ineguaglianza
nel reddito non è altro che una manifestazione di un gruppo di
condizioni “neo-materiali” che influiscono sulla salute della
popolazione. Investimenti strategici nelle condizioni neo-materiali,
attraverso una più equa distribuzione delle risorse pubbliche e private,
possono garantire il maggiore impatto nel ridurre le diseguaglianze
nella salute e migliorare la salute pubblica sia nei paesi ricchi che
nei poveri nel 21° secolo[3].
Partendo dalla constatazione che all’interno di una società la salute è
correlata con il reddito, i sostenitori della teoria “psico-sociale”
propongono un’interpretazione che si discosta profondamente dalla
precedente: le diseguaglianze nel reddito determinano in coloro che si
trovano nei gradini più bassi della scala sociale un insieme di emozioni
negative, come la vergogna e la disistima, che si traducono in stati di
salute precari attraverso meccanismi psico-neuro-endocrini e
comportamenti dannosi per la salute. “Il consumo di beni – scrive
Wilkinson -, oltre a soddisfare i bisogni primari, serve ad appagare gli
individui sul piano sociale, psico-sociale, e simbolico. Il consumo di
beni esprime identità. La propria immagine è arricchita dal possesso.
Acquistare rappresenta una vera e propria terapia. Il benessere è un
marker di stato sociale, successo e rispettabilità, come la povertà
è stigmatizzante. Nel lavoro, redditi più alti sono associati con minore
subordinazione, maggiore autonomia e controllo, e minore pericolo di
disoccupazione. Anche il paleo-materialismo di Marx riconosceva gli
effetti psico-sociali delle ineguaglianze nel reddito: ‘Una casa può
essere grande o piccola; finché le case circostanti sono ugualmente
piccole, ciò soddisfa tutte le esigenze sociali dell’abitare. Ma se un
palazzo viene costruito accanto a una piccola casa, questa si
rimpiccolisce fino a diventare un tugurio e coloro che la abitano si
sentiranno sempre più a disagio, sempre più insoddisfatti e ristretti
all’interno di quelle quattro mura’.”. Maggiori sono le ineguaglianze
nel reddito, crescenti sono i fenomeni di razzismo e di discriminazione
nei confronti delle donne. Esiste una vera e propria “cultura
dell’ineguaglianza” che è più aggressiva, meno socievole, più violenta e
più sospettosa. Le persone con valori meno egualitari si dimostrano
essere più razziste, classiste e razziste. A supporto di tale tesi
Wilkinson porta numerosi dati tra cui la differenza nella speranza di
vita alla nascita tra i neri in USA, 66.1 anni, e gli abitanti della
Costa Rica, 75 anni, nonostante che i primi godano di un reddito medio
pro-capite di 26,522 $ contro i 6,410 $ dei secondi. Un reddito quattro
volte superiore “compra” una speranza di vita di nove anni inferiore.
La spiegazione delle precarie condizioni di salute degli afro-americani
– secondo Wilkinson – sta negli effetti psico-sociali di una
deprivazione relativa, che si accompagna a svantaggi educativi, al
razzismo, alla discriminazione di genere, alla disgregazione sociale e
familiare, alla paura della criminalità, più che negli effetti diretti
delle condizioni materiali. La distinzione tra effetti diretti delle
condizioni materiali (malnutrizione, freddo, inquinamento dell’aria e
dell’acqua) sulla salute e gli effetti mediati psico-socialmente della
deprivazione relativa – sostiene l’autore inglese – hanno importanti
implicazioni politiche. “Se, nello spirito del neo-materialismo, viene
dato ad ogni bambino l’accesso al computer e ad ogni famiglia un’auto,
se viene ridotto l’inquinamento dell’aria e dell’ambiente, abbiamo
risolto i problemi? Noi crediamo di no. Gli effetti psico-sociali della
deprivazione relativa che provocano insicurezza, ansietà, isolamento,
comportamenti sociali rischiosi, prepotenza e depressione rimangono
intatti. L’evidenza dimostra che questi fattori influenzano la salute e
che la loro prevalenza è determinata dalla struttura socio-economica
della società e dai comportamenti delle persone all’interno di questa”[4].
Lynch risponde a Wilkinson con una metafora. “Per apprezzare come le
condizioni neo-materiali possono influenzare la salute, può essere utile
considerare la metafora del viaggio aereo. Differenze nelle condizioni
neo-materiali tra la prima classe e quella economica possono produrre
diseguaglianze nella salute dopo un lungo viaggio. I passeggeri della
prima classe, tra i vari vantaggi come un miglior cibo e un servizio più
accurato, dispongono di più spazio e di una poltrona che si può
reclinare come un letto. I passeggeri di prima classe arrivano a
destinazione riposati e rinfrescati, mentre molti nella classe economica
sono distrutti. Secondo l’interpretazione psico-sociale, queste
ineguaglianze nella salute sono dovute alle emozioni negative provocate
dalla percezione di uno svantaggio relativo. Secondo l’interpretazione
neo-materialista, i passeggeri in classe economica hanno uno stato di
salute peggiore perché stanno a lungo in uno spazio ristretto, in una
poltrona scomoda e non possono dormire. Il fatto di vedere i passeggeri
di prima classe seduti in comode poltrone, quando vanno su e giù per
l’aereo, non è la causa del loro malessere. Secondo l’interpretazione
psico-sociale queste disuguaglianze nella salute sarebbero ridotte
abolendo la prima classe, o attraverso una psicoterapia di massa per
modificare la percezione dello svantaggio relativo. Secondo il punto di
vista neo-materialista la soluzione potrebbe essere trovata migliorando
le condizioni dei passeggeri in classe economica. Naturalmente questa
semplicistica metafora presume che le condizioni in prima classe e in
quella economica siano indipendenti – nel mondo reale i miglioramenti di
quelli che si trovano nella classe economica sono contrastati da quelli
che si possono permettere di viaggiare in prima classe.[5]”
Nessun dubbio che il confronto tra le due visioni continuerà[6].
Risalire alle cause che generano le
diseguaglianze: la tesi di David Coburn
La
tesi di D. Coburn[7],
del Dipartimento di Scienze di Sanità Pubblica, Università di Toronto,
Canada, è che bisogna risalire alle cause che generano la
disuguaglianza nella distribuzione del reddito; si scoprirà allora che
il neo-liberalismo (ovvero il dominio del mercato), indebolendo o
annullando l’welfare state, determina sia elevate
disuguaglianze nel reddito, sia più bassa coesione
sociale, ed infine un basso stato di salute della popolazione o uno
stato di salute della popolazione più basso di quello che ci si potrebbe
attendere.
Neo-liberalismo, welfare state e
ineguaglianze
I
principi generali del neo-liberalismo - la “filosofia” della nuova
destra – sono:
1.
i mercati sono i migliori e più efficienti allocatori delle
risorse nella produzione e nella distribuzione;
2.
le società sono composte di individui autonomi (produttori e
consumatori), motivati principalmente o esclusivamente da considerazioni
economiche e materiali;
3.
la competizione è il maggior veicolo per l’innovazione.
L’essenza del neo-liberalismo, nella sua forma pura, è una più o meno
stretta adesione ai dogmi dell’economia di mercato e, di conseguenza, a
una società orientata al mercato. Anche se qualche neo-liberale sostiene
che non vi è un rapporto diretto tra modello economico e tipo di
società, la posizione di Coburn. è che l’economia, lo stato e la società
civile sono di fatto inestricabilmente interrelati.
I neo-liberali non sono particolarmente preoccupati delle ineguaglianze:
se il mercato è il migliore e più efficiente allocatore delle risorse,
essi sono inclini ad accettare qualsiasi conseguenza derivi dal mercato.
L’ welfare state interferisce con il normale funzionamento del
mercato, per questo motivo i neo-liberali si oppongono a ogni intervento
che possa danneggiare l’opera della “Mano Invisibile”. Ancora: i
neo-liberali affermano che le ineguaglianze sono il necessario
sotto-prodotto del buon funzionamento dell’economia e sono anche
“giuste” perchè rispondono al principio che se qualcuno entra nel
mercato, qualcun altro ne esce. Quindi le azioni dello stato per
correggere le “distorsioni” del mercato sono non solo inefficienti, ma
anche ingiuste, “non etiche”.
L’ welfare state è nato negli stati liberali per correggere le
ineguaglianze prodotte dal mercato, sottraendo ai criteri del mercato
alcuni settori della vita sociale, come l’educazione e la sanità. Così
sia la salute, attraverso gli effetti del welfare state sui
determinanti sociali della salute, sia i servizi sanitari, attraverso
l’istituzione di varie forme di servizi sanitari nazionali, sono
strettamente collegati al destino del welfare state. Si può
discutere se gli effetti del welfare state siano diretti e
materiali o indiretti e psico-sociali, ma è verosimile che siano sia
materiali che psico-sociali - “le politiche redistributive sono
importanti materialmente e psico-socialmente”. “Alti livelli di spesa
sociale e di tassazione, come proporzione del PIL, sono associati a una
più lunga speranza di vita, a una più bassa mortalità materna e a una
minore percentuale di neonati con basso peso” (G.D. Smith).
Il neo-liberalismo ha oggi contagiato – attraverso i meccanismi della
globalizzazione – tutte le economie del mondo, sia pure in misura
diversa, e vi sono chiare prove che esso è associato a (più o meno)
rapide e crescenti ineguaglianze: queste sono più evidenti nei paesi
che hanno adottato politiche neo-liberali più radicali. Si può quindi
sostentere che i mercati producono ineguaglianze nel reddito e che il
neo-liberalismo si oppone a misure che tendono a redistribuire il
reddito.
Di qui l’affermazione: “Quanto più un regime è neo-liberale e
orientato al mercato, tanto più grandi sono le ineguaglianze nel reddito”.
Neo-liberalismo, ineguaglianze nel
reddito e coesione sociale
Vi
sono molti argomenti per sostenere che le dottrine neo-liberali sono
antitetiche alla coesione sociale.
Mentre nella precedente teoria liberale lo stato era visto come almeno
parzialmente rappresentativo del generale interesse della società, nella
prospettiva neo-liberale esso deve avere il più basso profilo possibile.
E’ ben noto che la visione neo-liberale è individualistica piuttosto che
collettivista o comunitaria. C’è una netta distinzione tra la concezione
collettivista o comunitaria, inclusa la nozione che alcuni beni possono
essere messi in comune, e quella del mercato. Così il primo atto dei
regimi neo-liberali contemporanei è stato quello di privatizzare le
organizzazioni e le funzioni dello stato, considerate un bene comune.
Le privatizzazioni di fatto significano il trasferimento alla proprietà
individuale delle funzioni che prima appartenevano allo stato, come
espressione della società, o di quei beni che precedentemente erano
considerati proprietà di tutti (l’ambiente, la terra, la pesca, etc.).
La concezione di “cittadinanza”, collegata alla titolarità di
particolari diritti, sociali e politici, è un concetto inclusivo.
Misure di cittadinanza universali, rivolte cioè a tutti, comportano che
tutti siamo membri della stessa società e tutti ne beneficiano nella
stessa misura. I programmi neo-liberali di welfare sono invece mirati a
particolari gruppi di popolazione e possono essere definiti
esclusivi, in quanto tendono a privatizzare gli effetti negativi
del mercato. L’implicazione dei programmi “mirati” è che sono le
famiglie o gli individui a rappresentare un problema e non la struttura
delle opportunità all’interno della società.
I neo-liberali generalmente considerano ogni cosa appartenente alla
sfera pubblica come qualcosa che meriterebbe di essere privatizzato; il
risultato di ciò è l’attitudine a valorizzare ogni bene privato e a
denigrare ogni bene pubblico.
Data l’assenza di ogni sentimento di comunità, i neo-liberali di fronte
ai problemi della società invocano soluzioni individualistiche basate
sul mercato. Così le comunità protette da reti e cancelli e il ricorso
alla polizia privata sono la risposta alla criminalità, le assicurazioni
private la risposta ai crescenti bisogni sanitari di una popolazione
sempre più vecchia. C’è una costante enfasi a favore del trasporto
privato rispetto a quello pubblico, della scuola privata rispetto a
quella pubblica, dell’assistenza sanitaria privata rispetto a quella
pubblica. La riduzione del ruolo dello stato significa riduzione della
spesa pubblica, per questo i neo-liberali sono fortemente a favore della
riduzione delle tasse. Minori tasse significano una minore capacità del
governo di ridistribuire il reddito e quindi la privatizzazione dei
rischi e delle opportunità all’interno della società.
La privatizzazione e la mancanza di legami (non contrattuali) tra
cittadini comporta la crescita generalizzata dello scetticismo e della
sfiducia reciproca. Se ognuno è legittimato a ricercare il proprio
egoistico interesse economico – come predica il neo-liberismo – ci sono
molte ragioni per un diffuso sospetto sulle intenzioni degli altri. Le
conseguenze di tutto ciò possono essere: la crescente enfasi
sull’arricchimento individuale a spese di obiettivi generali e
collettivi, il disprezzo per le istituzioni pubbliche e il mancato
supporto a quelle organizzazioni attraverso le quali gli ideali
collettivi sono espressi, mantenuti in vita o riprodotti.
Inoltre, poichè i mercati sono efficienti (e giusti) allocatori delle
risorse, allora i problemi economici e sociali sono da attribuire ai
fallimenti individuali. Se i mercati forniscono alle persone ciò che si
meritano, allora è probabile che l’atteggiamento prevalente sia quello
di biasimare e punire chi è in difficoltà, piuttosto che aiutarlo. Così
i destinatari delle misure di welfare sono considerati dei buoni a
nulla, dei parassiti (welfare bums).
Mentre si afferma che il neo-liberalismo produce un ridotto senso della
comunità, si potrebbe anche dire che la diffusione del neo-liberismo è
esso stesso un indicatore del declino dei sentimenti di solidarietà
sociale all’interno della società. La crescita politica del
neo-liberismo va di pari passo con una visione più individualistica
della società e forse riflette il declino della nozione “siamo tutti
nella stessa barca”. Non sono solo le politiche neo-liberiste a minare
le infrastrutture sociali che sostengono la coesione sociale, ma gli
stessi movimenti neo-liberali sono in parte la causa del declino della
coesione sociale.
Di qui l’affermazione: “ Quanto più una società è orientata verso il
mercato, tanto maggiore è la frammentazione sociale e minore è la
fiducia e coesione sociale”.
Gli effetti della globalizzazione
Coburn ritiene che sia importante dare una spiegazione ai meccanismi che
sono alla base della crescita del neo-liberismo e di come questi
influenzano le crescenti disuguaglianze nella condizione
socio-economica. A questo riguardo utilizza l’analisi di Ross e Trachte[8].
La crescente globalizzazione del capitale finanziario e industriale ha
ridotto il potere delle autorità nazionali, regionali e locali e ha
determinato una rottura degli equilibri di potere tra classe lavoratrice
e capitale, che nel passato avevano consentito lo sviluppo di politiche
di welfare finalizzate alla ridistribuzione del reddito. La
globalizzazione dell’economia sta portando a una nuova fase del
capitalismo in cui aumenta il potere degli affari e diminuisce
l’autonomia degli stati: la conseguenza è lo strapotere delle dottrine e
delle politiche del mercato e l’incremento delle ineguaglianze.
Il declino del potere della classe lavoratrice rispetto a quello del
capitale “globale” è caratterizzato dal dominio delle politiche e delle
ideologie neo-liberali, dall’attacco al welfare state, dal predominio
degli interessi delle imprese nel mercato. Tutto ciò è associato a una
minore capacità di contrattare misure di welfare e determina
inevitabilmente una più elevata disuguaglianza nel reddito, una minore
coesione sociale e, direttamente o indirettamente, un peggiore stato di
salute della popolazione.
Gli argomenti qui presentati – conclude l’A. – enfatizzano una relazione
unica tra neo-liberalismo, ineguaglianze nel reddito, frammentazione
sociale e minore livello dello stato di salute della popolazione. Ciò
solleva il problema di un’analisi più approfondita delle varie ipotesi
che collegano l’ineguaglianza nel reddito e stato di salute. E’
auspicabile che la discussione si focalizzi su i più ampi fattori
sociali, politici ed economici che fino ad oggi sono stati largamente
ignorati nella letteratura riguardante le ineguaglianze nello stato
socio-economico e stato di salute. L’ineguaglianza non è una condizione
necessaria prodotta da forze extra-umane. Il grado di queste
ineguaglianze è chiaramente influenzato dalle politiche internazionali,
nazionali e locali che sono soggette a essere cambiate. Noi possiamo
ignorare questi processi o cercare di comprenderli e cominciare a
cambiarli.
Conclusioni
L’articolo di D. Coburn, pubblicato su Social Science & Medicine, ha
provocato un intenso dibattito
nelle pagine della rivista, in cui sono intervenuti tra gli altri anche
Wilkinson[9]
che Lynch[10].
Quest’ultimo, recependo le tesi di Coburn, ha rielaborato
l’interpretazione neo-materialista delle ineguaglianze nel reddito e
nella salute, come descritto graficamente nella Figura 4.
Alvin R. Tarlov, dell’Università di Houston, Texas, USA, commentando
l’articolo di Coburn, scrive: “Lo schema concettuale di Coburn va oltre
i precedenti lavori sulle diseguaglianze nel reddito e oltre le
precedenti considerazioni di classe che sono state invocate come
spiegazioni dei gradienti di salute. Egli va oltre le varie spiegazioni
macro-sociali che di volta in volta sono state presentate, come la
tassazione regressiva, il diminuito potere della classe operaia,
l’instabilità dell’occupazione, la mancanza di fiducia nello stato, e
così via. La sua ipotesi è particolarmente attraente perché unifica una
dozzina di variabili che sono state esaminate all’interno di un coerente
insieme di fattori inter-correlati. La sua tesi è compatibile con alcuni
dati emersi nel Regno Unito negli ultimi 30 anni che dimostrano la
crescente influenza dei determinanti sociali sulla salute della
popolazione. Questa tendenza coincide con il crescente divario nella
distribuzione del reddito negli ultimi 50 anni e coincide anche con il
progressivo spostamento verso il dominio del mercato negli affari, nei
governi nazionali, e nell’organizzazione sociale in tutto il mondo. La
tesi di Coburn sembra essere plausibile, ma è lontana dall’essere
provata. Per testare questa ipotesi sono necessarie nuove misure e nuovi
studi. Nell’economia, nella finanza, nella politica e nel governo
internazionale qualche attenzione dovrebbe essere rivolta alla
possibilità di introdurre una variabile addizionale, la salute appunto,
nelle considerazioni del bilancio efficienza-equità nell’economia
globale in così rapida evoluzione. Il campo dei determinanti sociali è
stato finora competenza dell’epidemiologia e della sociologia.
Lentamente, ma apprezzabilmente, i metodi e le teorie di altre
discipline intellettuali, inclusa l’economia, le scienze politiche e
l’antropologia, stanno dimostrando interesse alla ricerca di spiegazioni
dei fenomeni delle differenze e dei concetti di strategie pubbliche che
possano preservare e rafforzare la salute umana in un periodo di
cambiamento sociale esplosivo. Le tesi di Coburn dimostrano quanto i
concetti della scienza politica e della filosofia economica possano
essere utili per comprendere la complessità delle differenze nella
condizione socio-economica e nella salute”[11].
[1]
Department of Health, Inequality in Health, The Stationary Office,London,
1998. pp. 12-13.
[2]
E.M. Crimmings, Y. Saito, Trends in healthy life expectancy in the
United States, 1970-1990: gender, racial, and educational
differences, Social Science & Medicine, 52 (2001), 1629-1641.
[3]
JW Lynch, GD Smith, GA Kaplan, JS House, Income inequality and
mortality: importance to health of individual income, psychosocial
environment, or material conditions, BMJ 2000; 320:1200-4.
[4]
M Marmot, RG Wilkinson, Psychosocial and material pathways in the
relation between income and health: a response to Lynch at al., BMJ
2001; 322:1233-6.
[5]
JW Lynch, GD Smith, GA Kaplan, JS House, ibidem, p. 1202.
[6]
Nel primo numero dell’anno 2002 del British Medical Journal (Vol.
324, 5 January) sono stati pubblicati una serie di articoli che
avvalorano la teoria neo-materialista: JP Mackenbach, Income
inequality and population health; M. Osler et al, Income inequality,
individual income, and mortality in Danish adults: analysis of
pooled data from two cohort studies; K. Shibuya et al, Individual
income, income distribution, and self rated health in Japan: cross
sectional analysis of nationally representative sample; R. Sturm et
al, Relations of income inequality and family income to chronic
medical conditions and mental health disorders: nationally survey in
USA.
[7]
D. Coburn Income inequality, social cohesion and health status of
populations: the role of neo-liberalism Social Science & Medicine 51
(2000) 135 - 146
[8]
RJS Ross, Trachte, Global Capitalism, the New Leviatan, State
University of New York, Albany, NY, 1990.
[9]
RG Wilkinson, Deeper than “neoliberalism”. A replay to David Coburn.
Social Science & Medicine 51 (2000) 997-1000.
[10]
JW Lynch, Income inequality and health, expanding the debate,
Social Science & Medicine 51 (2000) 1001-1005.
[11]
AR Tarlov, Coburn’s thesis: plausible, but we need more evidence and
better measures, Social Science & Medicine 51 (2000) 993-995.
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