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Savar- Rivista del Nursing in movimento
Numero 1 - 2004

Un'altra scienza

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Autore:
Alberto Salza

Fonte: Boiler
www.enel.it

 

 

 


La scienza funziona solo nel contesto in cui opera

LA DIREZIONE DEL PASSERO

 

Predirre il futuro con il lancio di ossicini, danzare nudi fino al trance per curare i malati imponendo le forze dell'universo, il genio matematico di un pastore nilotico, tutto questo può essere scienza se si parte dal presupposto che la nostra non è l'unica scienza.

Alberto Salza, antropologo

Oggi non siamo disposti a bere infusi esotici o a ingoiare funghi alieni, solo perché ci viene assicurato che "fanno bene". Così intere squadre di ricercatori battono la foresta amazzonica alla ricerca di principi attivi che possano curare le malattie dell'occidente, come il cancro o lo stress, sfruttando pozioni e conoscenze degli sciamani. È arcinoto che la farmacopea prodotta dalla scienza occidentale derivi da sostanze contenute in piante, funghi o muffe (aspirina e penicillina, per citarne un paio). Ecco spiegata la nostra disponibilità a ingoiare una qualche pozione assieme allo stregone, per quanto sporchi e maleodoranti siano entrambi. È altrettanto comprensibile (anche se non molto giustificabile sul piano etico) che la suddetta pozione venga analizzata in laboratorio e quindi riprodotta o sintetizzata per operazioni sul mercato farmaceutico: è successo ai Sangoma zulu, in Sudafrica, i quali, adesso, si vedono privati del diritto di riprodurre le proprie misture curative, in quanto protette da brevetto internazionale. E se l'opera dello stregone dovesse fallire? La colpa sarà: a) dello stregone, che, come ben avremmo dovuto immaginare al solo vederlo, è un emerito ciarlatano; b) della pozione, di cui in primis non avremmo dovuto fidarci e a cui attribuiremo una serie di malanni collaterali a venire.

Lo sciamano e la salute

Talvolta arriviamo anche a concepire che siamo stati degli idioti: un mio amico, sull'Himalaya, si è curato i problemi intestinali con dell'acqua del Gange, benedetta da un lama, che era rimasta un paio di settimane in una bottiglia di plastica, a marcire. Lo hanno salvato all'ospedale. Quasi mai, però, arriviamo a capire che, della cura, forse ci è sfuggito qualcosa. Sulle spiagge del Ghana, un divinatore ewe mi chiedeva lumi su come funzionasse l'analisi scientifica degli antropologi. «Vedi», mi diceva, «ogni volta che io lanciavo in aria i miei ossicini per predire il futuro o curare una persona, i tuoi colleghi annotavano con estrema cura la disposizione che essi assumevano sulla sabbia e registravano tutte le mie parole. Ma nessuno osservava il fenomeno più importante: ciò che accadeva agli ossicini in aria: È durante il volo che tutto avviene».
La scienza funziona nel contesto in cui opera: la nostra medicina non prova neppure a definire cosa sia la "salute" (che, in effetti, è un concetto relativisticamente culturale), in quanto il suo contesto è la malattia, non il paziente. Da qui derivano i prodigi diagnostici della tecnologia e i miracoli della chimica farmaceutica. Nelle popolazioni a livello etnologico, invece, il guaritore è il contesto di cura per il paziente: ogni gesto, o il costume, o le parole, tutto ha valore terapeutico poiché egli rappresenta il tramite terreno tra il paziente e la trascendenza della salute. Nessun occidentale farebbe come i Boscimani, nelle notti gelate del Kalahari: danzare nudi per ore e ore fino a raggiungere, prima uno e poi l'altro, uno stato di trance aspro e doloroso, attraverso cui si possa raccogliere il potere sciamanico, canalizzarlo dal mondo dello spirito, per poi trasferito a un mediatore (di solito una donna) che, a sua volta, lo imporrà ai malati. È una cura che coinvolge le forze dell'universo: è per questo che funziona.

Siamo tutti scienziati

Se, come ci raccontano nel tecnopolio in cui viviamo, la scienza è l'osservazione del mondo per trarne delle leggi, allora siamo tutti scienziati, primitivi e non. Altrimenti non potremmo vivere. Essere empiristi significa osservare bene le cose prima di trarne delle conclusioni per ripetere l'esperimento. Ogni uomo, inteso come sistema adattivo complesso (in grado di imparare dall'esperienza, ma non di essere pienamente descritto da un set di equazioni, per quanto complicate) non può che essere razionale ed empirico, a parte gli schizofrenici paranoidi (assai più numerosi tra gli scienziati che non tra i selvaggi). Se poi la scienza è la resa matematica della realtà, allora abbiamo un problema: il teorema delle proposizioni indecidibili (paradosso già noto ai presocratici, del tipo: «lo sono un bugiardo») espresso da Kurt Gódel nel 1931, quasi in contemporanea con il famoso principio di indeterminazione di Werner Heisenberg (di una particella elementare non è possibile valutare contemporaneamente velocità e posizione), ci dice chiaramente che alcune parti della realtà sfuggono alla descrizione, fosse anche puramente matematica. A quanto pare, la fisica, la regina hard delle scienze occidentali, sembra ammettere due modelli di scienza, solo eventualmente complementari: uno empirico-deduttivo, per le cosiddette leggi della natura (macrocosmo); e uno logico-probabilistico per le particelle elementari (meccanica quantistica del microcosmo) e per tutto quello che non si riesca a spiegare altrimenti, come, per esempio, il modo in cui si comporterà il fumo di una sigaretta in questa stanza

Se ci possono essere due scienze, perché non tre, quattro, infinite? In fondo, ogni scienza è una neuroscienza, in quanto studia solo il cervello del ricercatore e si palesa come narrazione della sua mente (Teorema della regressione infinita di John von Neumann). II fatto è che, in ogni cultura, il mondo viene percepito sotto due prospettive: quella scientifica e quella che potremmo definire "etnica" o popolare. Immaginatevi una macchia di vernice liquida e oleosa sparsa sul tavolo. Essa assumerà contorni curvi e non sempre ben definiti, con protuberanze, anse, rientranze, estrusioni. La macchia, poi, non ha confini netti e muta di forma con il tempo, allargandosi o rinsecchendo. Questa è la conoscenza etnica, a logica vaga, incerta, non binaria (i matematici la definiscono fuzzy logic, per cui A può, in una certa misura, essere non-A): su di essa proiettate un quadrato, grigio o policromo, a seconda della vostra posizione politica. Questa è la conoscenza scientifica del mondo che, secondo la concezione occidentale, è basata sull'immane pregiudizio del concetto classico di causalità (il determinismo, secondo cui a ogni causa corrisponda un effetto prevedibile dalla legge). Il quadrato non sarà mai in grado di coprire la macchia, pur essendo le due superfici abbastanza comparabili. Come una gran parte del pensiero scientifico sfugge al livello popolare (chi è qui in grado di esprimere chiaramente il concetto di gravitazione universale, o anche solo il funzionamento del proprio telefono cellulare?), così gli spigoli aspri della conoscenza scientifica non riescono a contenere vaste aree mobili della macchia della conoscenza etnica. Ci sono pertanto aree inesplorate di conoscenza (e questo lo sa ogni scienziato), ma ci sono vaste praterie in cui questa scienza non sarà mai in grado di penetrare. In sintesi: la scienza occidentale si accontenta della diversità; per allargare i confini occorre che si interessi alla disparità, una forma complessa di diversità che non ruota attorno a numerosissime, piccole variazioni sul tema, ma si fonda sulla dinamica profonda del cambiamento.

La logica meticcia del vivere

Per gli antropologi, il cambiamento è sempre stato una sorta di anatema: Fin dagli inizi della disciplina, a cavallo dello scorso secolo, gli studiosi lanciavano allarmi: gli uomini, artificiosamente suddivisi in etnie e tribù per scopi classificatori e politici – il continuum genetico-culturale preantropologico è una realtà emergente negli studi dell'antropologia postmoderna, che cerca di trovare un nuovo vocabolario per istituzioni e gruppi umani, assai diversi da e meno rigidi di: "etnia", "parentela", "tribù", "clan", "popolazione", "società", per non parlare della razza –, quei meravigliosi soggetti esotici per ricerche sul campo dell'altrove, a contatto con la nostra cultura, stavano cambiando! L'identità individuale muta giorno dopo giorno, in modo diverso nelle varie culture. Qui sono un malato, in quanto degenerato per vecchiaia; altrove potrei essere un anziano, apprezzato per l'incremento di saggezza, una forma di sanità progressiva. Analogamente funziona per quel pericoloso falso storico-scientifico che è l'identità culturale, madre di tutti i razzismi.
Nel momento in cui la genetica chiarisce finalmente come non esistano confini tra le popolazioni di Homo sapiens, la ricerca sul campo mostra all'antropologo culture dissolte in un insieme seriale che debordano verso culture solo artificiosamente (in genere per scopi politici) ipotizzate "altre", senza soluzione di continuità e con numerose sovrapposizioni. La cultura di ciascuno non è altro che un serbatoio di pratiche di conflitto o pacificazione, che servono agli attori sociali per rinegoziare continuamente la propria identità: è la logica meticcia del vivere, mutazione dopo mutazione, cambiamento dopo cambiamento. In contesti ambientali e sociali così variabili (da sempre e non solo al contatto con gli occidentali) la cosiddetta "tradizione" può essere letale. Non è detto che il cambiamento vada sempre a buon fine (gli uomini muoiono e le culture possono svanire), ma, rispetto alla rigidità della tradizione, non è necessariamente una rovina. A proposito dell'alterazione dei costumi presso i Turkana, pastori nomadi del Kenya, un antropologo ha scritto:« La pesca sta minando dall'interno l'ortodossia Turkana. II pesce è la carne più proibita per i pastori. La maggioranza dei Turkana prova ancora ribrezzo soltanto a toccare il pesce. Oggi, però, la pesca è ricerca di cibo e attività remunerativa». Con i Turkana, per anni, ho condiviso piste sassose, scarso cibo e siccità infernali: cosa dovevano fare? Morire di fame, ma "duri e puri"? 

Una chance di sopravvivenza 

Come avviene nel caso dell'evoluzione somatica, il cambiamento coinvolge solo un certo gruppo minoritario di caratteristiche. Infatti, proprio come nella genetica evoluzionistica, i caratteri culturali sono in maggioranza neutri, né adattivi (considerati buoni dalle persone, ma non dagli antropologi), né maladattivi (nocivi per individui e intere culture). Anche qui, si tratta semplicemente di un confronto tra necessità e caso. In questo contesto evolutivo, si dovrebbero analizzare i moduli di cambiamento (vissuti dall'interno del gruppo umano) come a partire da e non verso dove, come vorrebbero invece i programmatori di sviluppo. La modernizzazione non è un demone antropologico, ma potrebbe anche rivelarsi un fattore neutro della vitalità di individui e gruppi umani. Noi diamo spesso una spiegazione paralogica dell'ignoranza, della povertà e dell'emarginazione del Terzo e Quarto Mondo, attribuendole all'attaccamento alle tradizioni, intese come limite (incapacità di adattamento) o come virtù (orgogliosa resistenza). È una svista clamorosa. L'unico sostanziale cambiamento prodotto dalla modernizzazione sembra proprio la limitazione alla strutturale capacità di trasformazione di individui e gruppi a partire da una situazione spiacevole, o difficile, o inadeguata al "benessere" e alla felicità (non sempre è in gioco la sopravvivenza!).
Non è detto che tale cambiamento debba seguire il modello lineare che conduce immancabilmente un loro verso un noi, come bene afferma Saverio Kràtli. II problema è che, se il cambiamento avviene al di fuori di tale modello, noi non siamo neppure capaci di riconoscerlo. Sui monti del Kenya settentrionale, incontravo spesso un giovane pastore samburu, con pitture facciali, lancia, collanine e tutto il resto. Parlava a malapena il kiswahili, la lingua franca della zona. Era una persona ammodo, responsabile di tutto il capitale di famiglia in bestiame, che difendeva da predoni e leoni. Mi disse che metteva da parte, ogni anno, qualche capra per pagare gli studi al fratello, nella scuola statale, giù in pianura. Mi pregò di andarlo a trovare per vedere come se la cavasse. Tempo dopo (a piedi, le distanze si allungano, ascientificamente) arrivai alla scuoletta sgangherata. Vi trovai un essere abominevole, solo capace di importunarmi con continue richieste di assistenza (denaro, quaderni, biro, la solita solfa della gioventù sponsorizzata d'Africa). Non imparava neppure un granché. Tornato sui monti dissi al fratello, ovviamente, che il ragazzo era brillantissimo e che sarebbe divenuto presto lui stesso un maestro e poi, chissà, magari presidente. Ne ricavai un sorriso e un macigno sul cuore. Dopo due o tre incontri, in cui il pastore si mostrava sempre più adulto e lo studente sempre più cialtrone, mi recai a parlare con il loro padre. «Ma come li scegliete i figli da mandare a scuola?», gli chiesi. «Vedi, vagabondo», mi rispose dandomi l'appellativo locale per "uomo bianco", «se un ragazzo mostra grandi doti di correttezza, coraggio e capacità di gestire il bestiame, allora lo teniamo nei pascoli, dove sarà utile a tutti: gli stupidi, invece, quelli li mandiamo a scuola, così diamo loro una chance di sopravvivenza». 

Le opzioni del pastore

 Una scuola formale per tutti è l'obiettivo che si pone l'Onu per il 2015, la più massiccia operazione di modernizzazione e cambiamento che si sia mai vista. Se non si approntano metodologie di riconoscimento della disparità, ancor più che della semplice diversità, i danni saranno incalcolabili: quel ragazzo della scuoletta in Kenya magari è già maestro e potrebbe davvero divenire presidente. Un pastorello di quelle parti, ogni volta che muove il gregge nella savana, si trova davanti a una matrice decisionale a più dimensioni. Deve tener conto di nove parametri: pascolo erboso, pascolo di foglie, acqua, sicurezza personale, sicurezza della mandria, socialità, controllo, possibilità di movimento dal sito, fattibilità di movimento dal prossimo sito. Nella semplice logica binaria sì/no (1 o 0) questa matrice gli fornisce già 1014 opzioni. Se poi inseriamo una scala semplificata a tre soli livelli (vantaggioso/neutro/svantaggioso), allora si troverebbe nella mente una matrice a 59.049 caselle. Se su queste applicherà una prudente taratura decisionale (ottimo/fattibile/marginale/rischioso), allora si troverà a maneggiare 262.144 opzioni. La savana che lo circonda, poi, gli fornirà cinque valutazioni (++/+/+-/-/--) delle pressioni di imprevedibilità climatica. A questo punto, la matrice nella mente del pastorello ha quasi due milioni di caselle (1.953.125). E noi vorremmo mandarlo a scuola per insegnargli l'aritmetica? Con questo non vogliamo dire che, ogni qualvolta vediamo un pastore nilotico accucciato sotto un'acacia, inerte e avvolto nella sua coperta al punto di sembrare morto, egli sia intento a far di calcolo tra due milioni di problemi. È però certo che, se l'educazione formale non gli insegnerà a essere un pastore migliore a partire dal suo set cognitivo (scientificamente ricchissimo), egli avrà due semplici opzioni (ah, la faciloneria manichea del pensiero occidentale!): o resistere fuggendo la scuola (e questo è un cambiamento, non un mantenimento della "tradizione"), oppure svanire in città.
In una notizia del 7.9.2000 si legge che in Sierra Leone, un gruppo di ragazzini, detti West Side Boys, teneva in ostaggio un gruppo consistente di paracadutisti britannici e alcuni civili. Freetown ha reso note le loro richieste di riscatto. «Non vogliamo soldi, né riconoscimenti politici. Vorremmo uscire vivi da questo paese per andare dovunque ci venga garantita l'ospitalità e la possibilità di andare a scuola». Due giorni dopo intervengono esercito, marina e aviazione britannici. Bilancio: sei ostaggi liberati, un paracadutista morto, 25 ragazzi uccisi (tre donne nel numero), 18 feriti e catturati, un ostaggio civile ucciso («Era nero pure lui», a detta di un commando). Il ministro della Difesa Geoffrey Hoon, da Londra: «I ribelli avevano avanzato rivendicazioni impossibili da accettare». Esiste una leggenda del falco giapponese, che ha a che vedere con il codice del samurai. Si narra che il falco, nelle freddissime notti invernali del Giappone, catturi un passero e se lo tenga stretto tra gli artigli .per scaldarsi le zampe. La mattina presto, nella luce rosa e grigia dell'alba, lo lascia volar via. Si dice che il falco giapponese guardi il volo del passero, per controllarne la direzione. Per quel giorno, da quella parte, egli non caccerà. Se solo noi facessimo attenzione alla direzione che prendono le altre minuscole culture, intente ai loro cambiamenti come sempre, e, per almeno un breve periodo, le lasciassimo in pace, allora non rischieremmo, un'alba livida di domani, di svegliarci con i piedi freddi. Molto freddi.

Fonte: http://www.enel.it/magazine/boiler/arretrati/boiler15/html/articoli/Salza-Scenari.asp


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